Adele, sommelier e consulente marketing per aziende agroalimentari, ci porterà a conoscere realtà wine&spirits che hanno scelto di comunicare la propria unicità in maniera originale, innovativa, a volte magari perfino sfrontata… in ogni caso, di sicuro, differenziante e memorabile.
La Rubrica “Passi in cantina” ha infatti una doppia valenza nel suo titolo.
Racconta sì, in senso letterale, esperienze di viaggio e di degustazione, l’atto vero e proprio dell’andare a spasso per cantine, quindi. Ma ritrae anche, in senso metaforico, i percorsi di crescita e rafforzamento della propria identità che hanno intrapreso i produttori. Passo dopo passo, appunto, con costanza e coerenza.
Lasciamoci guidare da Adele tra esposizioni interattive, installazioni tecnologiche o tuffi nel passato che ci riporteranno indietro di secoli.
Saranno in ogni caso passeggiate ricche di curiosità e suggestioni inedite. Si parte!
25 Marzo, 2025
Vin Albare 2025. Una gara di cocktail per i Bar Manager di domani
VIN ALBARE, giunta lo scorso 22 febbraio alla sua seconda edizione, è l’iniziativa che ha visto protagonisti gli studenti della classe 4S dell’Ipsia di Asiago (VI) all’Azienda Agricola Le Albare di Stefano Posenato, in collaborazione con la docente Francesca Crescenzio e FoodandWineAngels di Carol Agostini.
Un’esperienza unica, che ha permesso agli studenti di combinare apprendimento teorico e pratica sul campo in un’interpretazione creativa del settore vitivinicolo.
Creativa davvero, perché poche cose più della mixology riescono a tirare fuori il nostro estro artistico al momento di una degustazione… ed i ragazzi non ci hanno messo solo estro, ma anche tanta dedizione e rispetto per le materie prime, tra le quali primeggiava – naturalmente – il Soave Classico Monte Majore dell’Azienda Agricola Le Albare.
Il tutto sotto gli occhi di una giuria di giornalisti enogastronomici e professionisti del settore e con una mistery box estratta a sorte.
Tra frutti, spezie, succhi e confetture ignoti, ogni studente ha estratto almeno 4 ingredienti ed assemblato la combinazione di colori e aromi a suo avviso più adatta a reinterpretare le caratteristiche organolettiche del Soave Classico. Il tutto con un tempo massimo di 20 minuti per preparare, presentare e “battezzare” il proprio cocktail. Proprio così: parte della sfida consisteva nell’assegnare al proprio calice – guarnito in maniera professionale – un nome evocativo ed un prezzo di vendita al pubblico (nell’ipotetico listino di un bar prestigioso, ad esempio all’interno di un hotel 5 stelle).
L’adrenalinica competizione ha visto trionfare Matteo Fracaro con il suo cocktail “Fusion Soave”.
Gli altri cocktail presentati sono stati “Wine Flavour” di Maria Zenere, “Summer Bell” di Isabella Lombardi, “Sour Wine” di Eva Finozzi e “Mejor Peach” di Alberto Toniolo.
Pur in assenza di indicazioni specifiche sui dosaggi, i ragazzi si sono destreggiati con maestria tra ingredienti e attrezzature, dando prova di una sorprendente capacità d’improvvisazione e un’innata passione per il mondo del beverage.
La velocità di esecuzione, unita all’originalità nell’abbinare i sapori, ha dato vita a cocktail inediti, che mi auguro di ritrovare tra pochi anni in qualche albergo di lusso.
Ciò che in invece mi appunto in agenda di fare, in un più breve termine, è tornare a trovare Stefano Posenato e la sua magnifica famiglia in Azienda.
VIN ALBARE è un’opportunità unica per gli studenti di toccare con mano la complessità e la bellezza del mondo del vino.
Faccio mio il consiglio di Stefano… di questa complessità e di questa bellezza non mi stanco mai, perché offrono ogni giorno nuovi stimoli anche in contesti – apparentemente – noti. Conosco bene la zona del Soave Classico, in una zona della provincia di Verona poco distante da dove abito, tra i comuni di Soave e Monteforte d’Alpone, ma nel suo Monte Majore ho trovato una personalità sorprendente, fatta di delicatezza e di decisione. Sono contenta di proseguire l’esperienza a casa con l’ultima annata 2024 e di lasciarmi guidare in un viaggio nel tempo, quando stapperò il Soave Classico Vigna Vecia 2019: uno straordinario “cru” di viti storiche risalenti alla Seconda Guerra Mondiale su terreni vulcanici.
A presto Stefano, tornerò a raccontarti le mie impressioni e a condividere calici di convivialità e di storia, magari in compagnia degli studenti dell’Ipsia di Asiago e di Carol Agostini, che ringrazio per avermi coinvolta in giuria a VIN ALBARE 2025.
Adele Gorni Silvestrini
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17 Febbraio, 2025
Italian Taste Summit
Due giorni ad alto tasso di business per le aziende vitivinicole italiane
Ogni iniziativa che mi propone l’amica Giordana Talamona racchiude – ormai lo so per certo – originalità, spontaneità e concretezza. L’Italian Taste Summit in cui mi ha coinvolta ad inizio febbraio ne è stata l’ennesima conferma.
Il 3 e 4 febbraio al Borgo Machetto Country Club & Golf di Desenzano, sulla sponda bresciana del lago di Garda, i rappresentanti di 55 aziende vitivinicole da tutta Italia hanno conosciuto decine di buyer esteri in una sorta di “business speed dating”, con incontri pianificati in base agli obiettivi commerciali da raggiungere.
Fondato e coordinato dall’economista, broker ed esperta di marketing Joanna Miro, l’Italian Taste Summit è diventato negli anni un punto di riferimento imprescindibile per le aziende italiane che puntano all’internazionalizzazione con progetti su misura, coraggiosi e liberi da preconcetti.
Innovazioni lucide ed ambiziose che hanno portato Joanna Miro ad essere definita la “Elon Musk del vino”.
Con il gigante dell’industria mondiale delle tecnologie Joanna ha in comune la sindrome di Asperger, su cui lei stessa ammette
La diagnosi che ho ricevuto quasi un anno fa che mi ha sconvolta, ma mi ha permesso di comprendere e ottimizzare molte cose. La mia iper-percezione e la mia iper-elaborazione mi permettono di cogliere i minimi dettagli e le interconnessioni invisibili ai più, e di elaborare il tutto in chiave nuova, prediligendo un approccio strategico e analitico.
Secondo la visione di Joanna Miro sul futuro del vino italiano, per attrarre le nuove generazioni ed ottimizzare i fatturati, le grandi aziende dovrebbero sfruttare la nuova legge sui vini dealcolati, e quelle medio-piccole dovrebbero concentrarsi sulle esperienze in cantina, sull’enoturismo e sulla vendita diretta, che offrono margini di guadagno superiori rispetto alle transazioni gestite da intermediari.
Quest’ultima strategia impone l’organizzazione di un’adeguata accoglienza, facile reperibilità on e off line, capacità di fidelizzazione con modalità semplici e dirette che sappiano trasmettere in modo autentico e coinvolgente la cultura e la storia del Made in Italy, come parte integrante e imprescindibile della nostra tradizione vitivinicola. Di questo tipo di approccio abbiamo parlato ancora dalla prima edizione di Italian Taste Summit, di “rural chic” e dell’identitarietà. All’epoca questo poteva essere un booster per la crescita, mentre oggi è diventata l’essenza per difendere e far crescere i fatturati in un’epoca di attacco multiplo al Vino. Il vino è cultura e patrimonio della nostra storia ultramillenaria senza pari.
A confermare il potenziale dell’accoglienza in cantina ci sono anche i dati della ricerca di Nomisma Wine Monitor, promossa dall’Osservatorio nazionale del Turismo del Vino 2024. Oggi l’enoturismo italiano vale 2,9 miliardi di euro, contro i 2,5 del 2023 (+16%), con una spesa media del turista del vino che arriva fino a 400 euro.
L’enoturismo rappresenta dunque, oggi più che mai, una delle chiavi fondamentali per il futuro del settore vinicolo italiano secondo Joanna Miro, che negli anni ha portato molte aziende vitivinicole italiane a prosperare nei contesti internazionali.
La forza del suo format Italian Taste Summit risiede nell’approccio altamente personalizzato, che si adatta alle specifiche esigenze di ogni produttore, il quale ottiene la possibilità di trovare gli sbocchi commerciali più interessanti per le proprie etichette, dai mercati emergenti dell’America Latina, come Messico e Brasile, a quelli più maturi europei, dall’Ovest all’Est, con particolare attenzione riservata a questa seconda area.
Incontri one-to-one ad altissima selezione, dunque, ma non solo: alcune aziende hanno avuto, inoltre, l’opportunità di essere le protagoniste delle Masterclass riservate alla stampa italiana e internazionale durante l’intero pomeriggio di lunedì 3 febbraio. In tutte ho trovato un approccio alla cultura vitivinicola ed enogastronomica davvero brillante. Il Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato ha intervallato la presentazione dei produttori vinicoli del territorio di Cocconato con una degustazione di formaggio Roccaverano DOP, fresco e semistagionato, prodotto da latte crudo intero di capra delle razze Roccaverano, Camosciata Alpina e loro incroci. L’alimentazione degli animali, il cui pascolo è obbligatorio da marzo a novembre, esclude categoricamente mangimi OGM e deve provenire per almeno l’80% dal territorio di produzione: 10 comuni della provincia di Asti e 9 comuni della provincia di Alessandria, nella zona più orientale delle Langhe. Fresco o stagionato, il sapore del Roccaverano DOP varia da delicato con sentori di yogurt se prodotto da una decina di giorni a piccante, se supera i 3 mesi di stagionatura.
I vini accostati ai formaggi erano davvero tantissimi (Barbera, Bonarda, Grignolino, Albarossa…), quindi, per non scontentare nessun produttore, v’invito a conoscerli uno ad uno sul sito del Consorzio Cocconato.
Poi è stato il turno della Malvasia Emilia IGT nelle varie interpretazioni delle Tenute Venturini Foschi di Parma. Il loro Gemma IGP Emilia Bianco bio 2021 è composto al 100% da Malvasia Bianca di Candia Aromatica, un antico vitigno di origine greca presente nel Ducato di Parma dai tempi di Maria Luigia. La vinificazione delicatissima preserva gli aromi naturali dell’acino, con note vegetali di rosmarino, menta ed erbe aromatiche.
Siamo poi scesi nell’Italia centrale per apprezzare i Cru abruzzesi di Loreto Aprutino della Tenuta Talamonti, con la sua preziosa verticale di Trebbiano d’Abruzzo DOC Aternum 2019, 2018 e 2017. I 7 mesi in barrique francesi – confermo – raggiungono lo scopo dichiarato in degustazione: tutti i profumi ereditati dalla biodiversità unica di quel territorio maturano in un trionfo di zafferano, salvia, fieno e… panbrioche!
Da lì siamo risaliti di nuovo in Emilia Romagna, per apprezzare le “Cinque Sfumature di Eleganza Effervescente” di Cantina della Volta, riconosciuta da tutte le guide per la scelta straordinaria e distintiva di produrre metodo classico da Lambrusco di Sorbara. Ho amato il rubino brillante, le catenelle di perlage delicate, il fruttato succoso e la chiusura pulita del CDV Brutrosso 2018, con 60 mesi sui lieviti e sboccatura a luglio 2024.
Ho concluso questa splendida giornata con il Party serale ed il menu firmato dagli chef Maria Creschini e Ilario Corbellini, formulato per esaltare i vini di altrettanto prestigiose cantine, come La Versa, La Marca, San Salvatore 1988, Cantina di Casteggio, e Ronco Margherita. Nell’elegante atmosfera di Borgo Machetto Country Club & Golf di Desenzano, che nasce su un antico podere del XVI secolo immerso in un parco di 180mila metri quadrati, il pubblico internazionale ha potuto immergersi nell’autentico stile di vita italiano, con l’enoturismo come chiave di volta per valorizzare il Made in Italy nel suo complesso.
Sono felice che Giordana Talamona mi abbia coinvolta nell’Italian Taste Summit: questo appuntamento è un’occasione unica per dare voce a produttori straordinari e raccontare le loro storie, la loro passione e la visione innovativa che anima il settore.
Adele Gorni Silvestrini
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20 Gennaio, 2025
Vino In-dipendente. Vignaioli dal pensiero libero, custodi di territori
Spegne le sue prime dieci candeline Vino In-dipendente, ideato e coordinato da Stefano Belli, che raduna ogni gennaio a Calvisano, in provincia di Brescia, una settantina di vignaioli da tutta l’Italia.
Amore per la terra e rispetto per la natura si respirano ad ogni postazione di questa mostra-mercato. A Vino In-dipendente si va per incontrare vignaioli che difendono l’integrità del proprio territorio attraverso una solida etica ambientale, per produrre vino senza additivi chimici e con il minor numero possibile d’interventi, sia in vigna che in cantina.
Ho davvero apprezzato i sorsi di genuinità e personalità offerti dagli espositori incontrati domenica 12 gennaio. Ve ne citerò alcuni, partendo da un territorio vicino a me.
La Scapigliata, dal nome da un piccolo quadro di Leonardo Da Vinci in cui è raffigurato il volto di una giovane donna, è un progetto di metodo classico lanciato nel 2015 dai soci e amici Mauro Lorenzi e Claudio Sabotti, che a Vino In-dipendente hanno portato in anteprima il loro Blanc de Noirs 2020, pronto ad uscire in commercio tra pochi mesi, ma già un prodigio di eleganza.
Già trovato in alcuni dei migliori wine bar e ristoranti della zona – ma l’ho riassaporato comunque anche lì in fiera con grande piacere – è invece il loro Ninfale, da uve Chardonnay coltivate a Gussago, in Franciacorta: nell’annata 2018, con trascorsi 4 anni di riposo sui lieviti e uno dalla sboccatura, è davvero – cito testualmente dal retroetichetta – “libero di schiudersi come una linfa e librarsi in volo”, in un tripudio di grazia avvolgente e sensuale.
E infine il Refino 2021, da varietà PIWI coltivate su terreni unici di sabbia e limo nei pressi del Lago d’Idro, un’esperienza degustativa inedita.
Con una data di fondazione vicina e sempre in Lombardia, ma più a nord, ho conosciuto l’Azienda Agricola Franzina di Buglio in Monte, nel cuore della Valtellina. Qui Mattia Franzina nel 2014 parte dai vigneti familiari, recupera terrazzamenti incolti e – sebbene la superficie vitata totale non arrivi ancora all’ettaro – rimette in vita la cantina di famiglia nel cuore del borgo. Una viticoltura letteralmente eroica, che trasmette la propria coraggiosa vitalità nel messaggio sulle etichette: ogni bottiglia acquistata è un metro quadro di paesaggio vitato terrazzato salvato. E si tratta davvero di metri quadri ricchi di personalità, perché le uve destinate al Valtellina Superiore Riserva DOCG Maroggia impongono distanza a quelle usate per il Valtellina Superiore DOCG Sixtus, sebbene la distanza geografica effettiva si misuri letteralmente in pochi passi.
Grata a Mattia Franzina per i suoi assaggi memorabili di nebbiolo “chiavennasca”, non mi voglio separare dal mio vitigno rosso preferito… così mi dirigo verso un’altra interpretazione territoriale, incuriosita da quello che sui social avevo sentito chiamare “Il rosso delle donne”. Le donne in questione sono tre sorelle, entusiaste produttrici di Boca Doc nelle Cantine del Castello Conti. Nel 2006, dopo percorsi formativi e professionali diversi, si sono ritrovate insieme ad occuparsi dell’azienda di famiglia, affascinate da un mestiere mai scontato, frutto di una combinazione di diversi fattori che vanno oltre il già generoso terroir, in un’imprescindibile ricetta di cura e passione.
La passione è ancora la stessa di papà Ermanno, che all’inizio degli anni Settanta pianta viti su quella che si sarebbe poi rivelata essere l’antica caldera di un supervulcano fossile costituitosi 280 milioni di anni fa. Questo terroir unico di origine vulcanica e le percentuali sapientemente dosate di Nebbiolo, Vespolina e Uva Rara creano il Boca DOC Conti, un vino di forte personalità, con corpo avvolgente e freschezza decisa. Allo stesso modo, l’energia positiva di Elena Conti è un bilanciamento perfetto di quieta gentilezza ed esplosiva determinazione, ammaliante. Ma ho poco tempo a disposizione, così mi congedo da lei con la promessa di andare a conoscere meglio il Castello Conti.
Nel mio viaggio a Vino In-dipendente resto ad ovest, ma “scendo” per conoscere L’Orto del Vicino. Un nome simpatico quanto Anna e Leonardo, la coppia che guida quest’azienda nel Mugello. Nel loro Terra Bassa Rosso 2022 Poggio Mulino la rusticità del canaiolo si veste di carisma ammiccante con il sangiovese ed il ciliegiolo contenuti in parti minori. I grappoli provengono da alcuni filari di una vigna di quasi 50 anni ed il vino che se ne ottiene fermenta spontaneamente con i propri lieviti per 40 giorni, per poi affinarsi in tini d’acciaio fino all’estate successiva, viene imbottigliato senza filtrazione e con un’aggiunta minima di solfiti.
In barba alle regole dei percorsi di degustazione che prevedono i vini bianchi prima dei vini rossi, prima di lasciare Vino In-dipendente, decido di fermarmi a conoscere una cantina gardesana che ancora mancava nella mia rubrica: El Citera. L’azienda nasce nel 1927, quando su di un piccolo appezzamento di Peschiera la famiglia Zanetti pianta la sua prima vigna. Da quel momento, generazione dopo generazione, l’amore e la passione per la terra si trasformano in tradizione e rispetto per essa, ed oggi è Ambra a trasmetterli, con un sorriso genuino e aperto. Le note fresche e la mineralità persistente del suo Lugana DOC “L’artigianale” sono date prima dall’argilla che nutre in abbondanza i vigneti, poi si esaltano ulteriormente con 24 mesi in botti di cemento e altri 3 mesi di affinamento in bottiglia prima della messa in commercio.
Una vera chicca di artigianalità e personalità, un carattere distintivo che si traduce anche nel packaging scelto, con l’etichetta gialla sporgente sul retro.
Promettendomi di dedicare tempo anche all’Italia del centro meridionale alla prossima edizione di Vino In-dipendente, esco e penso “Che racconti incredibili tramandano sempre gli espositori di questa manifestazione!”.
Tradizione e naturalità sono i fili conduttori di ogni produzione, in vigneto e in cantina, e ci permettono di godere di vini che narrano di radici, mani e passione.
Adele Gorni Silvestrini
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26 Novembre, 2024
Fattoria Il Capitano. Stefano Alacevich ed il suo Chianti Rùfina, viaggio in un cru di Pontassieve
Quando l’amica Giordana Talamona mi ha proposto una campionatura di etichette in arrivo dalla Toscana, ho subito accettato con grande entusiasmo e curiosità.
Mi parlava infatti da alcune settimane della Fattoria Il Capitano, quest’affascinante azienda agricola a conduzione familiare che, da generazioni, custodisce i segreti di un territorio ricco di tesori enogastronomici… Confermo che il viaggio, pur “da remoto” a casa mia, non ha deluso le aspettative.
Ci troviamo nel Chianti Rùfina, più precisamente a Pontassieve, a poco più di 15 chilometri da Firenze.
La tenuta si estende su 30 ettari, di cui 20 dedicati all’uliveto e 8 alle vigne. I vigneti, circondati un bosco rigoglioso di noccioli, faggi, cipressi e castagni, godono di un microclima ideale per la coltivazione di uve di alta qualità. I terreni di medio impasto, argilloso-calcarei, conferiscono ai vini Sangiovese una particolare finezza olfattiva, che in pochi altri territori si riesce a raggiungere con questa varietà. I vini si presentano tendenzialmente freschi, mediamente strutturati, moderatamente tannici e lievemente sapidi, con un potenziale d’invecchiamento molto alto.
Ecco dunque spiegato il potenziale che ha spinto Stefano Alacevich, titolare assieme ai fratelli dell’azienda Il Capitano, ad avvalersi dei preziosi consigli di Maurizio Alongi, enologo con esperienza trentennale nel Chiantigiano, oltre che consulente per aziende italiane e internazionali.
Assieme hanno deciso di valorizzare ulteriormente il Cru più distintivo di Fattoria Il Capitano, il Chianti Rùfina Vigneto Poggio, attraverso il marchio collettivo volontario TERRELECTAE. Si tratta di un progetto ideato dal Consorzio Chianti Rùfina per identificare vini di altissima gamma, prodotti con uve vinificate secondo rigidi protocolli e provenienti da un singolo vigneto selezionato.
Ed in questo caso davvero pochi vigneti potrebbero vantare condizioni più avvantaggiate: le straordinarie uve del Chianti Rùfina DOCG Riserva Vigneto Poggio TERRAELECTAE provengono da una vigna situata a 150 metri sul livello del mare, con un’esposizione ottimale. Dalle viti di 25 anni, allevate con il sistema a cordone speronato e guyot, si ricavano 70 quintali di uva per ettaro.
Il Chianti Rùfina DOCG Riserva Vigneto Poggio affina per 30 mesi, di cui almeno 18 in botti di rovere francese e il restante in bottiglia. Questo lungo periodo di affinamento consente al vino di sprogionare un bouquet complesso e armonioso.
L’annata 2019 omaggiatami da Giordana conferma l’impronta segnata dall’enologo Maurizio Alongi, secondo cui
la vanità muscolare del Sangiovese serve a poco: la vera forza di questi vini risiede nell’eleganza.
Un vino che si svela piano piano, con delicatezza, su soffi floreali di viola e rosa, ricordi di frutta più delicata, come il lampone, con note speziate e di tabacco dolce. In bocca si presenta snello, equilibrato, con tannini ben distribuiti ed una freschezza che dona slancio e persistenza, oltre che con una piacevolissima sapidità in chiusura.
Al titolare Stefano Alacevich, che tra le varie attitudini vanta anche quella di essere un ottimo cuoco, è stato chiesto l’abbinamento migliore per il Chianti Rùfina DOCG Riserva Vigneto Poggio. Pronto e risoluto ha risposto:
Senz’altro carne di qualità, che dalle nostre parti non è difficile trovare, dalla bistecca di chianina alla tagliata di Angus, piuttosto che alla guancia di manzo stufata.
Dalla passione per la cucina alla vocazione per l’enoturismo il passo può essere davvero breve, e se pensiamo che Stefano Alacevich è anche un chitarrista, risulta facile lasciarsi ispirare dalle esperienze che la sua cantina propone:
Tutti gli anni partecipiamo al Festival del Consorzio Chianti Rùfina “Jazz in Fattoria”, con concerto e degustazione di vini. In taluni casi abbiamo organizzato eventi simili privatamente. Ora abbiamo in animo di aprire le porte della cantina per aperitivi con abbinamenti vari, come Rosato e pesce, Vin Santo e formaggio, musica Klezmer e Cabernet, e molti altri eventi ancora.
Non ci resta che tenere monitorato il calendario attività della Fattoria Il Capitano e raggiungerla in una delle prossime date!
Adele Gorni Silvestrini
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9 Ottobre, 2024
Il mio tour tra i vini d’Italia. Una domenica con la guida di Doctor Wine sotto il braccio
Le luminose sale di un hotel 5 stelle in centro a Milano, il Principe di Savoia, sono diventate per due giorni il palcoscenico della viticoltura italiana d’eccellenza: il 28 e 29 settembre è stata presentata la “Guida essenziale ai vini d’Italia 2025” di DoctorWine, all’anagrafe Daniele Cernilli, giunta alla sua undicesima edizione.
Oltre 1.300 aziende selezionate, per un totale di circa 3.250 vini recensiti sugli oltre 20 mila degustati da Cernilli e dai suoi collaboratori durante l’anno, con un “ricambio” di aziende del 10% circa rispetto all’anno precedente.
Se gli ultimi mesi dell’anno – come per molti di noi avviene – si dedicano alla pianificazione dell’anno successivo, passeggiare tra i banchi d’assaggio dei produttori convocati da Doctor Wine diventa un modo ideale per fantasticare sulle proprie uscite enoturistiche da mettere a calendario.
Ecco alcuni scorci della mia “gita” di domenica 29, dal Basso Piemonte alla Lucania.
I “faccini” di Doctor Wine, assegnati ai vini che conquistano un punteggio da 95/100 in su, comprensibilmente affollano i grandi rossi piemontesi… ma ad attirare la mia attenzione è stata una bolla: l’Alta Langa Airali Brut 2020, da Pinot Nero e Chardonnay con 36 mesi sui lieviti. Paglierino brillante e con perlage fine, era un trionfo olfattivo di agrumi, fiori bianchi e pasticceria secca. Chiacchierando con i collaboratori della famiglia Miroglio, ho saputo che la sede di Tenuta Carretta, ricavata da un’antica villa nobiliare, ha accanto un albergo ed il ristorante stellato 21.9 dello Chef Flavio Costa. Un motivo in più per pianificare un soggiorno in provincia di Cuneo
Da lì, ho fatto un balzo mentale all’estremità occidentale della vicina Liguria, dove in quella terra di mezzo che sono i Colli di Luni, divisi tra Liguria e Toscana, la famiglia Bosoni di Lunae si fa interprete di questa dualità, mischiando la leggiadria croccante dei vini liguri all’opulenza di certi vini toscani. Il Numero Chiuso 2021 è un vermentino in purezza che passa 18 mesi in botti di rovere da 20hl, di un colore dorato e con aromi di frutta gialla e pietra focaia persistenti quanto il suo finale di bocca.
Sempre in tema di terre straordinarie che producono straordinari vini bianchi, la mia tappa successiva è nella vallata di Matelica, l’unica parallela alla costa, contrapposta rispetto a tutte le altre percorse perpendicolarmente dai fiumi marchigiani. Qui all’interno della Regione il clima si fa più “nordico”, esposto ai venti di nord-est e alle perturbazioni balcaniche. Ne deriva solitamente un Verdicchio più grintoso e verticale rispetto al fratello dei Castelli di Jesi, ed il Verdicchio di Matelica Riserva NOI 150 2020 è un’ulteriore conferma, con il suo sorso teso e sapido nonostante la pienezza ulteriormente valorizzata dai 30 mesi in botte da 50hl. Doctor Wine afferma nella Guida che con la cantina sociale Belisario ci troviamo di fronte, per coerenza e costanza produttive, ad una delle migliori realtà cooperative italiane. Dopo averne provato i tre prodotti esposti, non ho motivo di dubitarne.
Passando da ovest ed est del Centro Italia, eccomi nell’iconica Toscana, e più precisamente nel suggestivo borgo medievale di San Gimignano. Nella località di Santa Margherita, da 35 anni e con un cambio di proprietà nel 2005, Panizzi prosegue la sua produzione con approcci innovativi ma sempre rispettosi delle tradizioni, grazie alla direzione dell’esperto tecnico Walter Sovran, tra i più stimati conoscitori della Vernaccia.
La Riserva Late Release 2014 è maturata in legni di varia fattura per oltre 15 mesi ed ora si presenta con un incantevole panorama aromatico di uva spina, mandorle, fiori bianchi e una lieve nota d’idrocarburo, oltre che sapida, persistente ed equilibrata al gusto.
Nella postazione a fianco, l’amica e collega sommelier FISAR Barbara Pavanello mi porta a Bolgheri. Qui, ancor prima che la zona diventasse famosa, nei primi anni ’80 Le Macchiole investe in una produzione dall’alto profilo qualitativo, con attenzione maniacale in vigna, parcelle vinificate separatamente e continua ricerca.
Il loro Toscana Rosso Paleo 2021 è un’ulteriore conferma della lungimirante ambizione di Cinzia Merli e dei figli Elia e Mattia Campolmi: un fuoriclasse da uve 100% Cabernet Franc con 18 mesi in barrique dal colore rosso rubino cupo e dall’olfatto complesso ed al contempo preciso di frutti rossi maturi, agrumi, spezie e tabacco, con un’elegante nota balsamica.
Nel banco d’assaggio alla destra di Barbara, una terza perla toscana era offerta da Isole e Olena, da sempre punto di riferimento per la produzione enologica di alta qualità in Chianti Classico. Il Toscana Rosso Cepparello 2021, 100% Sangiovese con 24 mesi in barrique, avvolge subito il naso con note di ciliegia e spezie dolci confermando la sua agile piacevolezza fino in retrolfattiva, con un corpo pieno ma elegantissimo e tannini perfettamente integrati.
Con un salto geografico notevole, ma sempre restando in tema di rossi blasonati, chiudo il mio viaggio in Basilicata, dove un antico vulcano spento ospita l’Aglianico del Vulture tra Rionero, Melfi, Lavello, Venosa, Barile ed un’altra decina di piccoli comuni.
Il primo di quelli citati ha dato i natali alla fine degli anni ’90 a Cantine del Notaio di Gerardo Giuratrabocchetti, i cui vini sempre pieni di personalità portano tutti il nome di una pratica notarile, in omaggio all’attività dei suoi antenati.
La Firma 2019 è un Aglianico in purezza con 12 mesi in botti, tonneau e barrique dall’olfatto maestoso di frutti rossi, spezie e sottobosco, dal sorso avvolgente e con tannini estremamente eleganti, oltre che con un finale dalla persistenza che pare infinita.
Una domenica milanese memorabile, tra nuovi assaggi e nuove amicizie: ho infatti avuto la sorpresa di ritrovare Francesca Granelli, enologa e giornalista conosciuta pochi mesi fa alla Notte Rosa del Vino di Trebisacce, che da quest’anno collabora con lo staff di Daniele Cernilli.
Alla prossima, DoctorWine!
Adele Gorni Silvestrini
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Passi in
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7 Ottobre, 2024
Aliprandi Beverage. Gusto, cultura ed allegria al suo terzo Beer Day
Settembre, mese di vendemmia. Ma non solo!
Per Aliprandi Beverage, azienda operativa da più di 80 anni nell’importazione di birre e nella distribuzione di bevande, nonché punto di riferimento del settore horeca nel territorio bresciano e in tutta la Lombardia orientale, è anche il mese del Beer Day.
Proprio la birra, specialmente in fusto, rappresenta infatti – come alle origini – il cuore pulsante ed il tratto distintivo dell’attività aziendale. Tecnici specializzati curano quotidianamente in prima persona gli impianti di spillatura birra installati presso i locali partner, aiutandoli anche a migliorare all’interno dei punti vendita la visibilità dei brand e la chiarezza delle informazioni condivise con i clienti.
Se il cliente è soddisfatto, anche il titolare del locale lo sarà.
E una giornata come il Beer Day, giunto ormai alla sua terza edizione lo scorso 16 settembre, è un’ulteriore prova di questo successo condiviso: circa 750 clienti, dal primo pomeriggio e per tutta la serata, hanno conosciuto di persona i produttori di una trentina di brand di birra dal mondo, degustando un totale di oltre 100 referenze, tra fusti e bottiglie.
Spiccava la BQS (Beermania Quality Selection): una prestigiosa gamma di birrifici provenienti da Paesi con una lunga tradizione birraia, come Germania, Belgio ed Irlanda, oltre che naturalmente dall’Italia. Ogni birrificio della selezione porta con sé una storia rappresentativa del luogo e della cultura in cui nasce.
Fra street food, musica dal vivo ed altri festosi elementi d’intrattenimento, la squadra Aliprandi non perde infatti mai di vista lo scopo divulgativo del Beer Day: far emergere stili birrai che in Italia sono ancora una nicchia, ma che racchiudono interessanti potenzialità. I clienti hanno infatti avuto modo di degustare birre a fermentazione spontanea, alla frutta, invecchiate in botti e prodotte con metodo classico, il tutto accuratamente esposto dal beer specialist aziendale
Antonio Canale, il quale ha anche coinvolto Roland Dutoit, direttore vendite per l’Italia e la penisola iberica del birrificio De Halve Maan, per una degustazione verticale di Straffe Hendrik Wild di 3 annate: 2023, 2017 e 2014.
La fabbrica di birra artigianale De Halve Maan, dal fiammingo “La Mezza Luna” – come ritratto sull’edificio di metà Ottocento nel centro storico di Bruges – dal 2005 è diretta da Xavier Vanneste, figlio di Véronique Maes, discendente diretta dei fondatori.
Lo si deve quindi alla sua determinazione, se oggi questo birrificio è il museo più visitato del Paese ed un’eccellenza imprenditoriale nella sostenibilità: dal 2016, infatti, tutta la birra prodotta scorre in un sistema di tubature sotterranee di oltre 3 km, fino all’impianto d’imbottigliamento alla periferia della città, togliendo così traffico di mezzi pesanti dal centro storico di Bruges.
De Halve Maan appartiene inoltre orgogliosamente al gruppo “Belgian Family Brewers”, 21 birrifici indipendenti, a conduzione familiare ed attivi da almeno 50 anni. Solo 165 birre ne riportano il simbolo in etichetta, ed una era aperta davanti a noi, in 3 versioni di grande personalità, grazie anche alla rifermentazione in bottiglia con un lievito selvatico (Straffe Hendrik “wild”, appunto) che ne fa evolvere il gusto nel corso degli anni.
Da una miscela di sei varietà di cereali e due tipi di luppolo, Straffe Hendrik è una Tripla birra belga che già in giovinezza rivela subito un bilanciamento perfetto freschezza agrumata, dolcezza e note amaricanti.
Nella bottiglia 2017 diventa un trionfo di frutta esotica, noci e miele di castagno, ed i dieci anni di affinamento della 2014 aggiungono alla sua rotondità un’elegante nota affumicata.
Estasiata da questa immersione in una storia secolare d’arte birraia e di gusto, sono scesa a godermi l’evento ancora per un’oretta, tra le note della banda musicale, un succulento panino con la porchetta e due chiacchiere con alcuni corsisti FISAR Brescia.
Riconoscente alla famiglia e alla squadra Aliprandi per avermi coinvolta in una così bel pomeriggio di festa e di cultura, suggerisco a tutti gli addetti del settore di Brescia e delle province limitrofe di prepararsi le agende 2026 per questo imperdibile appuntamento biennale, così da richiedere per tempo un accredito e ritrovarci tutti a Gambara, nella sede logistica Aliprandi in via Montello.
Adele Gorni Silvestrini
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30 Settembre, 2024
Milano Wine Week 2024. Una fucina di idee e progetti per il mondo del vino
Dobbiamo rendere Milano il laboratorio della comunicazione del vino,
E’ l’ambiziosa dichiarazione di Federico Gordini, presidente di MWW Group che il 18 settembre ha fatto gli onori di casa alla presentazione ufficiale della settima edizione di Milano Wine Week, sulla magnifica terrazza panoramica del ristorante Isola di Palazzo Cordusio.
La determinazione e l’energia messe in campo sono all’altezza delle sfide che il settore vinicolo sta affrontando, confermate anche dal vice presidente del Consorzio Franciacorta Maurizio Zanella: il cambiamento climatico che interessa tutte le zone di produzione della penisola, la flessione dei consumi specialmente tra le giovani generazioni, sempre più distanti dai linguaggi tradizionali del mondo del vino, ed infine la carenza di personale di sala adeguatamente formato nei ristoranti, indispensabile per diffondere la cultura del buon bere.
Alessandra Grendele, Direttrice Merchandise, Marketing e E-commerce del Main Sponsor Carrefour Italia ha sottolineato l’importanza del percorso di valorizzazione dell’agroalimentare Made in Italy sullo scaffale intrapreso da diversi anni:
L’obiettivo è quello di sensibilizzare i consumatori, indirizzandoli verso scelte più consapevoli. Siamo fieri di prendere parte a una manifestazione unica nel suo genere, che si impegna nel coinvolgimento attivo dei visitatori e vuole rendere il patrimonio vinicolo italiano accessibile non solo agli esperti del settore, ma anche ai curiosi neofiti. La GDO rappresenta sempre di più uno dei luoghi di riferimento per l’acquisto di vino.
Tra le novità annunciate quest’anno, in collaborazione con Carrefour e con l’obiettivo di accorciare le distanze con la Gen Z, debutta a MWW24 la One Wine Night. Mirerà ad unire lo storytelling del vino al sound della musica elettronica ed avrà luogo nella suggestiva cornice dei Dazi all’Arco della Pace, nei cui pressi ci sarà anche l’ “Enoteca Milano Wine Week”, che per nove giorni ospiterà un’area di degustazione interattiva e tecnologica e un calendario di iniziative pensate per avvicinare anche i consumatori meno esperti al mondo del vino.
Cambio di location anche per gli MWW Awards, che presso lo scenografico Teatro Manzoni, lunedì 7 ottobre, ritorneranno per la terza edizione dei Premi Carta Vini Italia, Premio Wine Retail e Premio Best Italian Wine Selection, assegnati da una giuria di esperti presieduti dal critico enogastronomico Andrea Grignaffini. Alla sua seconda edizione, sarà inoltre premiato da Freccianera il ristorante con la selezione bollicine più coinvolgente.
Proprio in tema di selezione beverage e di valorizzazione delle figure chiave nella promozione della cultura del vino, passa da 55 a 100 il numero dei sommelier coinvolti nella Guida Wine List Italia, come ha annunciato con orgoglio nel suo intervento Paolo Porfidio, curatore della Guida.
Gli stessi sommelier saranno impegnati in prima persona nel Grand Tasting di domenica 6 ottobre, che quest’anno si svolgerà in due location di grande prestigio: Palazzo Bovara e Palazzo Castiglioni, simboli del Liberty milanese. Prevista anche la delegazione di 30 Head Sommelier proveniente da tutto il mondo, grazie al supporto di ICE Agenzia.
Nel corso della conferenza è poi intervenuto Omar Bertoni, Co-Founder di LifeGate Way, che ha descritto gli obiettivi e le attività di Wine in Action, il primo programma d’incubazione e d’accelerazione dedicato alle startup vinicole più innovative, grande novità di MWW2024 in tema di sostenibilità.
In rappresentanza dei Consorzi Partner, Federico Gordini ha poi dato la parola a Francesca Seralvo, proprietaria di Tenuta Mazzolino e nuova presidente del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese.
Per i saluti finali il microfono è poi passato ad Alessandro Misani, Director of Operations Meliá Hotels International, alleato strategico della giornata e dalla Milano Wine Week in generale, perché Palazzo Cordusio sarà headquarter luxury della manifestazione, con eventi dedicati a un target di consumatori esigenti, pronti ad esperienze di wine tasting di alto livello.
Non ci resta che aspettare, con curiosità ed entusiasmo crescenti, il 5 ottobre, quando l’immancabile brindisi inaugurale in Piazza Tre Torri darà il via alla nove giorni di manifestazione della Milano Wine Week nel cuore di Milano, sempre più punto di riferimento internazionale per l’innovazione, la comunicazione e l’ospitalità.
Adele Gorni Silvestrini
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16 Settembre, 2024
Oinoe, il metodo classico a Parma
La spumeggiante inaugurazione della Festa della Vendemmia proposta da Alex Cerioli
Cultura enologica, convivialità e senso d’appartenenza.
Sono pronta a scommettere che si ritroverebbero in questa sintetica descrizione tutti i numerosi presenti che erano con me in Oinoe – La Città del Vino per la prima tappa della Festa della Vendemmia 2024, ideata da Confagricoltura Emilia Romagna in collaborazione con le sedi provinciali di Parma, Modena, Ferrara e Bologna.
Hanno scandito questa terza edizione quattro eventi, organizzati in contesti vitivinicoli rappresentativi del territorio.
Per la serata inaugurale del 29 agosto a Guardasone di Traversetolo, Alex Cerioli ha accolto gli ospiti con un’energia spumeggiante come il titolo dell’evento: “Il metodo classico a Parma”.
Con un sorriso aperto e cordiale ha accompagnato il gruppo in una breve passeggiata tra le vigne di quasi 30 anni sotto la cantina, ad un’altitudine di circa 230 metri sul versante a nord-est della collina.
In questi terreni di limo e argilla, ricchi di fossili, cresce rigogliosa la Barbera, protagonista di un metodo classico inedito… su cui torneremo.
La valorizzazione delle varietà locali è un tratto distintivo della produzione in Oinoe, che predilige la vinificazione di Lambrusco Maestri, Malvasia di Candia Aromatica e Barbera. A queste si affiancano vitigni internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot, Sauvignon Blanc, Chardonnay e Pinot bianco.
Anche su questi ultimi due torneremo.
Dalla vigna ci siamo spostati in cantina, dove una tecnologia d’avanguardia valorizza ulteriormente i frutti della vendemmia, già selezionati a mano nel loro momento migliore.
Un’ulteriore garanzia di qualità e salubrità per il consumatore è scaturita dall’intolleranza che Alex stesso ha per i solfiti, aggiunti in quantità di gran lunga inferiori a quanto concesso e sempre indicati in etichetta.
Il momento più emozionante della visita è stato il passaggio tra le bottiglie di spumante, vero fiore all’occhiello e vanto di Alex, che ama le bollicine e che riconosce:
Il metodo classico suscita un interesse evidente e crescente, ma siamo in territorio piccolo rispetto ad altri tradizionalmente vocati per questa tipologia di prodotto… occorre quindi investire più tempo ed energie per promuoversi.
Le 2 degustazioni in chiusura della visita, di particolari riserve ed esclusivamente in formati Magnum, sono state la conferma che tutti i suoi sforzi in quella direzione continueranno ad essere premiati.
La prima bottiglia, un “Cerioli X Brut”, dove “X” è la lettera finale del nome Alex.
Prodotto solo in formato magnum, questo millesimo 2018 con sboccatura a febbraio 2023, è un omaggio al 10° anniversario della cantina (come riportato dal sigillo in ceralacca sul collo della bottiglia) che per la sua quasi totalità di Pinot bianco si distingue dagli altri spumanti della stessa tipologia della cantina, normalmente prodotti con Pinot bianco al 60% e Chardonnay al 40%.
Un trionfo ancora vivacissimo, fino in retrolfattiva, di fiori bianchi ed agrumi accompagnavano una bollicina cremosa e leggermente sapida.
Poi la barbera, vera protagonista del terroir che ci circondava, l’abbiamo apprezzata nel secondo magnum di Metodo Classico “Cerioli Zero Nature Rosé”.
Un luminoso color buccia di cipolla nel calice ha subito fatto intendere la maestria di Alex nel domare i pigmenti indisciplinati di questo vitigno, specialmente in bolle dall’affinamento prolungato: stavamo infatti sorseggiando una vendemmia 2019, con sboccatura a marzo 2023.
Piccoli frutti rossi ancora freschissimi, dal naso al fin di bocca, accompagnati da sentori cremosi di pasticceria e da un’elegante nota affumicata in chiusura.
Una degustazione decisamente appagante, anche perché accompagnata da sfiziosi assaggi di fingerfood, da un Parmigiano selezionato e da salumi i cui allevamenti d’origine vengono curati sempre da Alex.
Non poteva quindi esserci debutto migliore per la Festa della Vendemmia 2024 di Confagricoltura Emilia Romagna, proseguita il 4 settembre a Modena con una giornata alla scoperta di varietà antiche a cura degli allievi dell’Istituto L. Spallanzani.
La produzione bio è stata poi al centro della tappa ferrarese del 10 settembre da Giorgio Donati, in Fondo Cà de Bartoli.
Due giorni dopo, a Podere Riosto nel bolognese, i fortunati visitatori hanno infine scoperto la “Vite del Fantini”, piante secolari d’un vitigno pre-fillossera che costituiscono uno dei vigneti più antichi al mondo.
Grata al direttore di Confagricoltura Parma Eugenio Zedda per l’invito all’inaugurazione della Festa della Vendemmia, esemplare iniziativa omaggio alla socialità e alla cultura del vino, mi tengo pronta per altre scoperte enologiche in una Regione di cui, per ricchezza e varietà produttiva, si parla ancora troppo poco.
Adele Gorni Silvestrini
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20 Agosto, 2024
Famiglia Olivini. Pensiero libero in Lugana
Il giovane enologo Juri Botti in un’intervista informale, a ruota libera, racconta come sia stata proprio la libertà di pensiero a convincerlo ad intraprendere nel 2016 a Desenzano il suo percorso condiviso con la Famiglia Olivini:
Fin dal momento in cui hanno accettato la partnership con la mia università, indispensabile per attivare il mio tirocinio, ho colto ed apprezzato la mentalità aperta e libera da preconcetti della Famiglia Olivini. Non deve stupire se sono stati tra i primi produttori a puntare sul Lugana nella sua versione più secca, proprio per lasciar parlare il vitigno ed il suo territorio.
Una scommessa che la squadra Olivini rilancia ogni giorno, perché – come prosegue Juri Botti
Ancora oggi il Lugana base è il nostro vino portabandiera. Vogliamo che sia immediatamente apprezzabile per chi si approccia al mondo Olivini per la prima volta, ma vogliamo anche che rappresenti un porto sicuro, una garanzia per quanti già ci conoscono.
La consapevolezza delle potenzialità dei nostri Lugana ci ha resi saldi e coscienti nella creazione di nuove referenze, non è dunque un caso se la Famiglia Olivini è stata anche tra le prime cantine a scommettere sulla spumantizzazione del Lugana.
Tutti i nostri Metodo Classico sono millesimati: ogni annata riporta integralmente le caratteristiche della propria vendemmia, ma noi vogliamo sempre essere riconosciuti come “Olivini”.
L’autenticità ripaga sempre, e ne abbiamo fatto la chiave interpretativa per tutta la nostra produzione.
Un’inossidabile fiducia in un metodo di lavoro trasparente e incurante delle mode emerge anche dalle parole del titolare Giovanni Olivini, che si unisce alla conversazione ribadendo il valore della costanza:
C’è bisogno di tempo per entrare nella mente dei consumatori. In generale in Italia, in cui la viticoltura e l’enologia di qualità hanno pochi decenni di storia, ed in particolare nella nostra zona, dove diversamente da altre del Paese (si pensi al Chianti) non sono state condotte da famiglie nobiliari con tradizioni secolari.
Noi per fortuna abbiamo un valido alleato nel turismo: l’accoglienza in cantina ci dà un termometro immediato ed insindacabile del percepito del consumatore. Altrimenti dovremmo viaggiare molto più di quanto già non facciamo! Ogni volta che accogliamo un ospite in cantina riusciamo a testare, in diretta e senza filtri, i punti di forza dei nostri vini, come anticipato da Juri. Possiamo puntare sia sulla freschezza della pronta beva nell’ultima vendemmia, sia sulla complessità delle vecchie annate, così da intercettare tutte le categorie di pubblico, dalle più alle meno esperte.
In un clima di reciproca riconoscenza, se così vogliamo definirla, anche il territorio del basso Garda ha un valido alleato nell’enoturismo. Se non fosse per la produzione di Lugana, saremmo invasi da residence e case vacanze. Invece qui da noi l’accoglienza è bilanciata e ben integrata con l’ambiente, non si è dato spazio alle costruzioni forsennate e alla speculazione edilizia che hanno minato fin troppe zone balneari in Italia ed in Europa.
In relazione al turismo europeo, e più in generale delle tendenze di consumo globali in cui diverse fonti riportano flessioni di mercato, Giovanni Olivini si esprime così, fermo e cordiale:
I movimenti di mercato, nei picchi quanto nelle flessioni, sono ciclici. A chi mi fa notare che i giovani non bevono vino, rispondo che nemmeno nelle generazioni precedenti si avvicinavano presto al mondo del vino. I cocktail e le birre, pur con modalità di consumo e stagionalità diverse, sono sempre stati forti concorrenti.
Sul vino dealcolato, invece, preferisco non esprimermi: oltre che essere una contraddizione in termini (l’alcool è risultato della fermentazione), non è sostenibile per un piccolo o medio produttore, decisamente troppo costoso.
Vogliamo che il nostro vino sia sempre autentico, che parli di noi e del nostro territorio.
Proprio a proposito di autenticità e di tutela del territorio, ci allacciamo in chiusura dell’intervista al marchio Agricoltura Ragionata ®, e Giovanni Olivini spiega com’è stato concepito:
Abbiamo sempre voluto difendere la natura e garantire la salubrità dei nostri prodotti, ma non abbiamo mai voluto etichette. E soprattutto non abbiamo mai voluto imposizioni unilaterali ed ingabbianti: la normativa delle produzioni biologiche è univoca e trasversale per tutti i territori, dalle Alpi alla Sicilia. Abbiamo quindi preso ispirazione dalla Francia, dove Agriculture Raisonnée è da tempo un vero e proprio disciplinare.
Conferma, in maniera sintetica e chiara Juri Botti:
Valutiamo in vigna di volta in volta soluzioni agronomiche in base alle condizioni che l’annata ci mette a disposizione. Eseguiamo trattamenti solo se servono, quando servono e nella misura in cui servono.
Percependo l’entusiasmo palpabile di Juri in merito al proprio lavoro in vigna ed in cantina, mi viene naturale chiedergli di sbilanciarsi e di dichiarare il nome di un vino a cui si sente particolarmente legato, ad esclusione del Lugana di cui ha già parlato in principio:
Il nostro rosso IGT Notte a San Martino, composto da Merlot in purezza. Affascinante vedere come un vitigno internazionale, talvolta bistrattato, possa dare risultati così soddisfacenti in termini di struttura, longevità ed identità. Sì, identità: perché ci ritrovo in pieno le condizioni pedoclimatiche che rappresentano la nostra produzione. In primis, i nostri terreni, così argillosi.
Juri poi svela che Olivini ha in serbo una nuova referenza, intercetta la mia evidente e comprensibile curiosità, ma non lascia trapelare ulteriori dettagli.
Non resta che tornare a trovare Famiglia Olivini:. Restate sintonizzati su Wine Tales Magazine!
Adele Gorni Silvestrini
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