Andrea Bonomelli. Borgo la Caccia, il vino come seconda possibilità
…tardis ingens ubi flexibus errat Mincius et tenera praetexit harundine ripas.
Publio Virgilio Marone, Georgiche, III, 14-15
(…dove il grande Mincio erra in lenti meandri e riveste le rive di tenera canna)
Quando parlo con una persona, scopro quasi sempre moltitudini di personalità. È forse il lato più bello di questo mestiere: raccogliere storie, ascoltare come cambiano intonazione, sguardo, ritmo. Vedere una personalità prendere forma parola dopo parola. Molto dipende dalla loro propensione al fare. Ci sono persone che fanno una cosa sola e la fanno tutta la vita. Altre sembrano fare dieci mestieri diversi restando, in fondo, sempre la stessa identica persona. Andrea Bonomelli appartiene a questa seconda specie così che, la prima cosa che colpisce di lui, non è quello che fa. È la normalità disarmante con cui lo racconta.
Parla di ragazzi accolti in comunità, di dipendenze e ricadute, di colloqui che finiscono in un no, di vigneti da potare, di cavalli, di distributori, di un secondo figlio in arrivo, di un allenamento per l’Ironman. Tutto nella stessa voce, senza gerarchie, senza una frase levigata per sembrare migliore. Chi ha del resto una vita perfetta da raccontare? Andrea, nel suo modo di ragionare dunque parlare, non lucida niente prima di metterlo sul tavolo: lo appoggia con la polvere sopra, gli angoli, le ammaccature, qualche sorriso improvviso. Soprattutto con la fatica di chi, come le colline che circondano la sua cantina, si è formato per depositi successivi, uno strato sopra l’altro, in un tempo che nessuno ha scelto di accelerare.
Io con i ragazzi ci sono sempre stato
La sintesi di trentasei anni di vita.
Una famiglia larga trecento persone
Andrea nasce nel 1989. Tre anni dopo, suo padre Gianni. fonda la comunità Lautari. Per molti figli sarebbe semplicemente una nota biografica da citare nelle interviste. Per lui è il paesaggio dentro cui è cresciuto: a sei anni, per un periodo, si ritrova ad abitare in comunità insieme alla sua famiglia, dopo un allagamento che aveva reso inagibile la casa. Non da spettatore, non da figlio del fondatore che passa e saluta. Da bambino che guarda, ascolta, impara. Senza sapere ancora che un giorno quella realtà gli sarebbe arrivata addosso insieme come responsabilità. Scelta.
Quando ho conosciuto mia moglie, la prima vacanza l’ho portata in comunità. Le ho detto chiaramente che quello era il mio mondo.
Disarmante, dissacrante verità. Prima del presidente, prima dell’imprenditore, prima del padre, c’è un uomo che non ha mai separato davvero la propria vita da ciò in cui crede. La moglie, che oggi segue la parte eventi e le attività aziendali, non è entrata in un lavoro: è entrata in un mondo. È arrivato un figlio e ne sta arrivando un altro.
Entra un nuovo figlio nella famiglia Lautari
È il messaggio che ha scritto nel gruppo di famiglia, mescolando senza soluzione di continuità, vita privata e comunitaria. Famiglia. Non quella alla quale noi attribuiamo il significato standard. La famiglia Lautari sono i trecento ragazzi. Altro che famiglia allargata. La parola figlio, per Andrea, non resta mai chiusa dentro il perimetro di casa.

Il padre, il lavoro, la dignità
La storia di Lautari nasce da una disposizione personale di Gianni Bonomelli e da una convinzione che il figlio ripete oggi con la stessa forza, asciutta e cruda, con cui probabilmente gliel’ha sentita ripetere per anni: per uscire davvero da certe fratture non basta essere accolti. Serve ritrovare una dignità. E la dignità, in questa famiglia, passa dal lavoro. Quello che sporca le mani, mette ordine alle giornate, obbliga a rispettare tempi e responsabilità.
Mio papà diceva che l’unico modo per uscire da questo problema era trovare un lavoro, trovare una dignità. Da lì è nato tutto il progetto.
Detta da un pulpito, sarebbe una frase da predicatore. Detta da Andrea, con quel tono che non concede pause retoriche, è semplicemente il resoconto di una vita passata a verificarla sul campo.
Oggi Lautari ha sedi in diverse zone d’Italia: Pozzolengo, Ardea (vicino Roma), Firenze, Como, Pordenone. Poi un centro d’ascolto a Napoli. Circa trecento ragazzi seguiti e accettati, non più di ottanta l’anno, con i millequattrocento colloqui. Troppi i no, troppe le situazioni psichiatriche che richiedono altro. Andrea non rende facile ciò che facile non è.
Difficile capire quando una persona sia davvero uscita dal buio e non è l’uscita dalla comunità a decretarlo. Fuori, comincia un’altra prova. La soddisfazione arriva, eventualmente, dopo.
La soddisfazione non è quando escono: quando escono c’è ancora un punto interrogativo. La soddisfazione è quando vengono a trovarti e stanno bene. Quando arrivano con i figli.
Il recupero allora non è un semplice nastro da tagliare o una foto da scattare. Significa accettare che il bene non sempre produce risultati ordinati e voler bene anche quando smette di convenire.
Seneca, nel De Providentia, scriveva che il fuoco prova l’oro e la miseria prova gli uomini forti
ignis aurum probat, miseria fortes viros.
Difficile pensare a una definizione più esatta del lavoro che Lautari fa ogni giorno e ogni volta che qualcuno ne esce davvero.
La famiglia, non il metodo
Ciò che distingue Lautari non è un protocollo o un modello educativo. È la parola famiglia, che altrove suonerebbe come pura retorica. Qui no. Qui ha il peso di qualcosa vissuta per davvero. Un luogo in cui qualcuno rimane anche quando l’altro sbaglia, anche quando tradisce, anche quando promette una cosa e il giorno dopo ne fa un’altra.
Il mio approccio è sincero, molto basilare. Sappiamo che sono persone che possono mentire. A volte quando ti danno il cuore te lo danno per sempre, però in un secondo te lo tolgono.
La dipendenza non è una storia lineare e in questo tortuoso percorso la fiducia può consumarsi più in fretta di quanto la si costruisca. Eppure Andrea rimane. Non per ingenuità visto che ha smesso da tempo di confondere la bontà con l’ingenuità. Semmai per una specie di durezza calda, un affetto che non accarezza sempre ma che non cade mai.
In fondo arriva da una vita passata dentro il concreto. L’impossibilità di laurearsi per un problema di vista non l’ha scoraggiato. Anzi, gli ha fatto essere tutto quello che serve per esperienza.
Sono un po’ avvocato, un po’ psicologo, un po’ commercialista
Mestieri imparati per necessità per osmosi vivendo ogni giorno fra famiglie, operatori, bilanci, errori, richieste d’aiuto.

Non sto fermo
A quattordici anni Andrea scopre un problema serio alla vista che non lo ferma anche se arrivato sull’orlo della cecità totale. Recupera tutto, con il tempo, con la forza d’animo legata alle cure. Prendere la patente diventa un successo. Cose che per molti sono scontate. Non per chi ha rischiato di essere chiamato non vedente.
Ciò che mi stupisce è quel tono della voce che non chiede compassione. Come se quel problema fosse poca cosa rispetto a tante altre.Come se quel recupero fosse stata semplicemente la sfida che gli si presentava in quel momento. La stessa logica con cui, più avanti, ha perso trenta chili in tre anni e si è messo ad allenarsi per un triathlon, con l’obiettivo dichiarato di correre un giorno un Ironman.
Sono uno che ama le sfide. Non sto fermo. Sono molto mentale su alcune cose, perché lavoro tutto il giorno con i ragazzi. Non dandomi un limite, sono dell’idea che volere è potere.
Se “volere è potere” suona come uno slogan da spaccone, guardi Andrea e capisci, anche da quel suo sorriso sornione che non si avvicina minimamente alla definizione di spaccone.
Certo, un limite c’è: non posso dire adesso volo
Lo scorso febbraio, Borgo la Caccia abbia ospitato la presentazione della squadra della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici in vista delle Paralimpiadi di Milano-Cortina: un incontro che Andrea ha voluto leggere come naturale prosecuzione del proprio pensiero, quello per cui il limite fisico, esistenziale e sociale non è mai un punto d’arrivo, ma quasi sempre un punto di partenza.
Questa energia attraversa tutto: la comunità, la cantina, l’impresa, la famiglia. Andrea non è fluido, patinato, perfetto. È vivo. Ha la velocità di chi pensa facendo, di chi probabilmente risponde a dieci telefonate mentre ne sta aspettando altre tre e quando parla di futuro non costruisce castelli: parla di migliorare i vigneti, alzare la qualità, stare attento ai costi, non caricare troppo l’azienda.
Borgo la Caccia, prima del vino
Borgo la Caccia nasce dentro questa storia. Non una parentesi elegante accanto alla comunità per raccontare qualcosa di bello. Nasce come un pezzo della stessa visione. Un luogo immaginato dal padre dove la terra potesse diventare lavoro. Il lavoro. una possibilità.
L’ha iniziata papà. Nel 2000. Era visionario. Ho una sua fotografia con scritto: un sogno e un progetto. La maggior parte delle cose le ha pensate lui.
Un sogno e un progetto. Cosa si può aggiungere ad una frase così bella. Se manca il sogno, un’azienda diventa solo amministrazione. Se manca il progetto, il sogno resta aria. Borgo la Caccia ha dovuto imparare a stare in equilibrio tra le due cose: da una parte l’origine sociale, dall’altra il mercato; da una parte i ragazzi, dall’altra la qualità che il bicchiere, spietato, non concede per compassione.
Lavoriamo solo sulla qualità. Poco ma buono. Grande lavoro in campagna, grande lavoro in cantina. Tutto può essere progetto sociale, ma il vino deve essere buono.
In vigna, il lavoro è affidato ai ragazzi della comunità che seguono percorsi individuali di reinserimento. Con l’eccezione di chi ha problemi di dipendenza da alcol, che per scelta di tutela reciproca non lavora né in campagna né in cantina. La vendemmia resta rigorosamente manuale. Scelta che pesa sui costi ma che è parte del percorso educativo e non certo un vezzo d’immagine. Il lavoro agronomico ed enologico è affidato da anni a Stefano Chioccioli, enologo che collabora con alcune delle realtà più riconosciute d’Italia, Francia e Ungheria, e con cui Andrea ha condotto sperimentazioni capaci di aprire un territorio fedele alla tradizione. Come quello del Lugana se dei nuovi linguaggi dell’anfora di terracotta, del legno grande, del cocciopesto.

Il Lugana, una scelta
Borgo la Caccia nasceva più orientata sui rossi. Andrea, che pure ama i rossi, ha intuito che la strada più giusta passava dal bianco, dalla Turbiana, dal Lugana. Non per rincorrere semplicemente il mercato, ma perché era il territorio stesso a chiederlo. La Turbiana, su queste terre, ha una voce precisa: può essere agile, salina, agrumata, ma anche profonda se le si concede tempo. Può stare nell’acciaio, nel legno, nell’anfora, senza smettere di essere sé stessa. Sempre che chi la lavora trovi la misura giusta.
Io amo di più i rossi. Però il mercato vuole di più il bianco. Siamo partiti con i rossi, poi ho spinto per avere il Lugana. Voglio crescere a livello qualitativo, implementando i vigneti, cambiando alcuni sistemi.
Un conto è il gusto personale, altro la direzione di un’azienda: leggere il momento non significa farsi trascinare. È così che accanto al grosso della produzione, sopravvive un piccolo progetto quasi sentimentale: un Pinot Nero di cinquecento bottiglie chiamato Patrem
Una cosetta intima
Qualcosa che vive più per fedeltà a un gusto personale che per logica di mercato.
Il Lugana DOC che apre la gamma ha il passo del vino che deve presentarsi senza troppe spiegazioni: Turbiana in acciaio, una sosta sulle proprie fecce nobili, profumi di agrumi e fiori bianchi, mandorla appena percettibile, una bocca che cerca acidità, sapidità, chiusura minerale. È il vino dell’identità più leggibile della cantina. Quello che racconta il Garda non da cartolina. Nelle parole di Andrea resta comunque la punta di diamante, il vino che deve convincere prima di ogni storia, prima di ogni comunità, prima di ogni fondazione.

Se dovessi scegliere un vino per raccontare Andrea Bonomelli partirei da questo Lugana. Perché ha la stessa maniera di entrare nelle cose. Senza farsi notare. Arriva e basta. Poi, lentamente, resta.
Nel bicchiere c’è la luce chiara delle mattine sul Garda. Quelle mattine che sembrano non avere fretta di diventare giorno. Profuma di agrumi appena tagliati, di fiori bianchi mossi dal vento, di mandorla fresca. Ma soprattutto profuma di ordine. Di cose al loro posto. Di lavoro fatto bene.
Percepisco una sensazione particolare che emerge dopo qualche istante. Quella sensazione che si prova sfregando tra le dita una pietra scaldata dal sole dopo un temporale estivo.
Il sorso entra deciso. Non aggressivo. Deciso. Ha l’energia di chi sa dove andare e non sente il bisogno di dimostrarlo. Poi si allarga, trova spazio, respira. Mentre attraversa il palato lascia una scia sottile di cedro, mandorla e minerale che continua a raccontarsi anche dopo che il bicchiere è sceso.
Mi ricorda Andrea proprio per questo. Non per quello che mostra. Per quello che lascia.
Inanfora Lugana DOC riporta la Turbiana verso una materia più antica: mosto, fermentazione e affinamento avvengono per intero in anfore di terracotta, in un ritorno a tecniche di vinificazione che richiamano le pratiche degli antichi Romani che, duemila anni fa, affollavano le rive di quello stesso Mincio che Virgilio, nato non lontano da qui, descrisse come un fiume che erra in lenti meandri e riveste le rive di tenera canna. L’anfora, che potrebbe sembrare una moda, qui ha senso solo perché diventa strumento, non costume.
Inanfora è probabilmente il vino che più assomiglia alla storia che Borgo La Caccia porta dentro. Perché nasce da qualcosa di antico senza diventare nostalgico.
Nel bicchiere il colore si fa profondo. Caldo, meditativo. Sembra trattenere la luce invece di rifletterla.
Al naso non arriva subito. Bisogna aspettarlo. Una sensazione bellissima in un tempo che pretende di capire tutto immediatamente. Piano piano emergono fiori secchi, camomilla, ginestra, frutta gialla matura. Poi arrivano lo zafferano, il pepe bianco, le erbe di campo. Profumi che non aspirano alla perfezione.
La parte più emozionante però è la bocca per via di una consistenza quasi tattile. La sensazione è di passare lentamente sulle cose come certe persone che conoscono il dolore e per questo imparano a non urtare più nessuno. Il vino accarezza il palato, lo percorre senza fretta, lascia dietro di sé una traccia di frutta matura, terra, spezie e sole. Quando sembra finito accade qualcosa. Resta. Resta come restano certe frasi pronunciate da Andrea durante la nostra chiacchierata. Resta come restano le persone che hanno attraversato un inferno e riescono comunque a conservare dolcezza. Resta non perché sia potente ma perché è umano.
Rosaprima, Alto Mincio Rosato IGT, nasce da uve Merlot con un prolungato contatto sulle bucce portando una freschezza meno prevedibile di quanto si potrebbe pensare.
Rosaprima è la parte più luminosa della storia così che se il Lugana racconta Andrea e Inanfora racconta il tempo, Rosaprima racconta la speranza. Una sorta di capacità di alleggerire il peso delle cose senza renderle meno importanti.
Il colore ricorda la polpa di una melagrana appena aperta con sfumature che sembrano nate all’ultimo istante di un tramonto estivo. Lo avvicini al naso e arrivano subito piccoli frutti rossi, fragoline, lampone, melograno. Poi una nota delicata di rosa e agrumi che gli regala una grazia quasi inattesa.
Al sorso cambia nuovamente tutto. La leggerezza lascia spazio alla profondità. La gentilezza si trasforma in emozione. Ha freschezza. Ha tensione. Ha una vena minerale che accompagna il frutto e impedisce qualsiasi cedimento alla banalità. Mi piace immaginarlo al termine di una giornata trascorsa tra i vigneti quando il sole scende dietro le colline e finalmente il rumore si abbassa. Quando si smette di correre. Quando si può guardare ciò che è stato costruito senza bisogno di aggiungere altro. Sarà per questo che Rosaprima mi riporta continuamente all’immagine dei ragazzi che tornano. A quelli che si presentano a Lautari tenendo per mano un figlio con la gioia trattenuta di chi ha rischiato di perdere tutto e scopre, un giorno, di avere ancora un futuro davanti.
Vini che mi lasciano il significato di cosa significhi essere fedeli ad un territorio senza esserne prigionieri. Per estensione, cosa significhi essere fedeli ad una storia di famiglia senza restarne schiacciati.
Fare impresa senza farsi mangiare dall’impresa
Il modo in cui Andrea parla di vino tiene insieme passione e prudenza. Un’azienda agricola costa, una cantina non vive di buone intenzioni. Distributori, quantità, scelte commerciali, eventi, estero, gestione delle persone. Tutto deve coesistere senza lasciare nulla al caso.
Oggi lasciare al caso un’azienda è pericoloso. Anzi, più pericoloso di prima. È una realtà grossa, con costi importanti: non puoi lasciare tutto al caso.
Con ottanta ettari, di cui trentasette vitati, la produzione sfiora le trecentoquarantamila bottiglie l’anno. Circa centosessantamila con l’etichetta Borgo la Caccia, dedicate prevalentemente al canale Horeca e per il trenta per cento all’export (Germania e Austria principalmente) e altre centottantamila con il marchio dedicato a Lautari, i cui ricavi confluiscono direttamente nel sostentamento della comunità. Chi, di fronte a un’azienda che impiega ragazzi in percorso di reinserimento, avanza l’obiezione prevedibile dei costi del lavoro più bassi, concorrenza sleale, trova in Andrea una risposta che capovolge l’argomento senza esitazioni.
Se dovessero fare loro con quel personale, sarebbe un’altra cosa. Voglio vedere chi paga bene le persone in questo campo.
L’auspicio è di una crescita qualitativa più che di volume. Nuovi impianti, tecniche di vinificazione, cura del vigneto. Andrea non vuole ingrandire per il gusto di ingrandire. Scalare, aumentare, moltiplicare sono verbi che, senza un pensiero dietro, restano vuoti. Preferisce fare poche cose e farle con serietà. Intelligenza agricola e umana. La consapevolezza che non tutto deve diventare enorme per diventare importante. Il modello, del resto, è già pensato come replicabile altrove, ovunque si trovi un territorio agricolo adatto e la stessa disponibilità a costruire, ettaro dopo ettaro, un progetto sociale prima ancora che commerciale.

Il territorio non come sfondo
Pozzolengo e le colline moreniche non sono la cornice del racconto: sono parte del carattere di Borgo la Caccia. Sono terre nate da depositi glaciali, fatte di argilla, sabbia e ciottoli capaci di drenare, trattenere, restituire. Non certamente un territorio aggressivo, ma un luogo di passaggio. Forse, proprio per questo sa raccontare bene anche le persone in passaggio. Coloro che arrivano da una storia difficile cercando una forma nuova. Il Lugana è una scelta di qualità e non una denominazione da sfruttare. Il territorio non è una parola da mettere in etichetta, ma una responsabilità e, se lo usi, devi restituirgli qualcosa. Anche solo cura, attenzione, lavoro, reputazione. Altrimenti diventa solo geografia venduta bene. Lo stesso, identico, principio, con cui guarda ai ragazzi che passano da Lautari: non li usa per raccontare una storia, li accompagna a costruirne una propria.
Una fondazione per non disperdere il nome
Il futuro della comunità potrebbe passare per la trasformazione in fondazione ovvero una forma capace di custodire il nome e la continuità del progetto al di là delle singole persone che oggi lo animano. Lautari è l’unica comunità in Italia gestita dalla stessa famiglia da oltre trentacinque anni e occorre fornire continuità.
C’è un progetto per mandare avanti questa cosa. Vogliamo trasformarla in fondazione, portarla avanti in modo che rimanga saldo il nome futuro della comunità.
Torna il padre. Torna l’origine. Torna il bisogno di non lasciare che una storia così grande dipenda solo dalla presenza fisica di chi l’ha portata avanti finora. Andrea sa bene che non si può costringere un figlio a raccogliere una missione.
Ho sempre detto a mio papà: hai avuto la fortuna che tra due figli, a uno interessasse portare avanti questa realtà. Perché non è scontato. Non posso obbligare mio figlio a farlo.
Tutto torna qui. Al padre, al figlio, ai figli che verranno. Alla libertà di raccogliere o di non raccogliere. Al peso delle eredità, quando non sono patrimoni ma promesse.
Finire con i figli
Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.
Dante Alighieri. Canto I del Purgatorio
Sono versi scritti per un suicida politico dell’antichità romana, eppure capaci di attraversare i secoli fino a diventare, quasi per traslazione involontaria, la sintesi perfetta di ogni percorso di disintossicazione: la libertà da una dipendenza si paga sempre con la rinuncia a una vita, quella vecchia, per poterne vivere un’altra.
Mi resta addosso, alla fine di questa conversazione, l’immagine di Andrea che annuncia nel gruppo della famiglia Lautari l’arrivo del secondo figlio. Non lo comunica come un fatto privato: lo mette dentro una famiglia più larga, dentro una comunità che, nel suo modo di guardare il mondo, non è mai davvero separata da casa. Un giorno i suoi figli guarderanno le vigne, i cavalli, i ragazzi, le fotografie del nonno, le parole del padre. Capiranno, a modo loro, cosa tenere e cosa lasciare. Forse prenderanno un’altra strada. Forse resteranno. Forse porteranno questa storia altrove, in una forma diversa. Troveranno comunque qualcosa di raro: non una favola costruita per sembrare bella, ma una vita intera passata a credere che una persona non sia mai soltanto il proprio errore.
Il vino di Borgo la Caccia, allora, va letto non come una redenzione imbottigliata, ma come una prova quotidiana. La terra chiede presenza. I ragazzi chiedono presenza. I figli chiedono presenza. Restare accanto al sogno di un padre. Restare dentro la fatica di chi sta ricominciando. Restare fedeli a un territorio che non perdona le scorciatoie. Restare vigili davanti a un mercato che non fa sconti. Restare uomini, prima di tutto con le proprie paure, la propria energia, la propria vista ferita, la propria famiglia, il proprio bisogno di non fermarsi mai del tutto.
Quando tutto questo passa nel bicchiere, non è soltanto vino. Diventa una domanda semplice, quasi ruvida, che le colline moreniche di Pozzolengo hanno impiegato ventimila anni a imparare a porsi: cosa siamo disposti a custodire per chi verrà dopo di noi?
Andrea, per ora, risponde lavorando. Ogni giorno. Senza troppe frasi. Con un padre alle spalle e i figli davanti.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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