Andrea Piubello. Il garage di qualcun altro
Ogni storia importante nasce da una domanda. Quella di Andrea Piubello ne contiene una particolarmente semplice: cosa accadrebbe se avessimo il coraggio di entrare nel garage di qualcun altro? Da questa immagine prende forma un racconto che parla di opportunità, visione e della capacità di riconoscere il valore delle idee prima che diventino evidenti a tutti.
Alle volte le immagini che si formano nella nostra mente sono così potenti da diventare delle suggestioni vere e proprie. Un pò come le favole, quelle che i nonni ci raccontavano da piccoli tenendoci sulle ginocchia. Evocavano immagini. Che rimangono impresse nella nostra mente. Magari in un angolo nascosto per poi riemergere all’improvviso. Senza che neanche le evochiamo.
Andrea Piubello è un ragazzone che ti fa subito simpatia. Senza spocchia. Senza nessun tipo di sovrastruttura mentale. La semplicità di una persona che ha nel cognome una sorta di nomen omen. È così che quando ripenso alla nostra chiacchierata, non è il vino che mi torna in mente. Almeno non subito. È un’immagine che diventa quasi la scena da film. Vedo un ragazzo che di notte, dopo ore di vendemmia, attraversa il buio per andare a controllare le temperature di un fermentino in una cantina non sua. Il signore che possedeva quella cantina era a letto da tempo. Dalle otto di sera. Stanco dal suo lavoro e troppo stanco per curarsi di quello altrui. Da quel momento in poi, il problema era di Andrea. Così, notte dopo notte, Andrea vegliava su sessanta quintali d’uva che erano già, anche se lui ancora non lo sapeva con certezza, i sessanta quintali più importanti della sua vita.

Avrei potuto iniziare da altro. Dalla Valpolicella, per esempio, territorio che negli ultimi anni è diventato uno dei più dibattuti d’Italia, dove la tradizione dell’appassimento si misura ogni giorno con una generazione di produttori che vogliono alleggerire, rinfrescare, reinventare. Dove il rischio del pendolo che oscilla troppo da una parte è reale quanto quello di non oscillare affatto. Oppure potevo iniziare dai numeri: quarta generazione di viticoltori, 2021 come anno zero, due bicchieri del Gambero Rosso appena ottenuti per i primi due vini mai prodotti. Ma i numeri vengono dopo. Prima viene la notte in quel garage. Non il suo garage, tiene a precisare.
Un domani, quando le cose andranno bene, potrò dire di essere partito da un garage. E aggiungere che non era neanche mio.
Questa piccola parentesi, quel “neanche mio”, dice tutto di Andrea Piubello. L’ironia leggera che serve a non prendersi troppo sul serio. L’orgoglio che non ha bisogno di gonfiarsi. La precisione di chi vuole che le cose siano raccontate come stanno davvero.
Andrea è nato nel 1990, da una famiglia di viticoltori della Valpolicella che porta il soprannome idola, soprannome proveniente da un’epoca di povertà rurale in cui chi passava da quelle parti trovava sempre qualcosa da mangiare: un uovo, un salame, un posto a tavola. Il bisnonno aveva il vigneto insieme al maiale e alla gallina, come si usava. Il nonno cominciò a specializzarsi. Il padre e lo zio completarono la transizione verso la viticoltura pura. Andrea è cresciuto in quella sorta di ineluttabile continuità cominciando a lavorare nell’azienda di famiglia a diciotto anni. Rimanendoci fino ai trentuno. Quattro generazioni in linea diretta. Un pedigree, direbbero in Francia.
Eppure qualcosa non tornava.
Per me era quasi un dovere andare al lavoro, per prendere lo stipendio tra virgolette
Lo dice con quella calma che ho imparato a riconoscergli. Una calma che è armatura raffinata più che un temperamento naturale. Il problema non era la vigna. Era cosa ci si faceva con l’uva. Perché nell’azienda di famiglia il ciclo finiva lì: si coltivava, si raccoglieva, si portava tutto alla cantina sociale.
Vedere mio papà e mio zio fare ore e ore di lavoro e ridurlo in cantina senza valorizzarlo, non mi sembrava giusto, neanche a livello di fatica.
L’erede che vuole imbottigliare, il padre che dice stiamo bene così, la frattura silenziosa che cresce sotto la superficie dei pranzi di famiglia. Un vero e proprio archetipo, in questo. Non è l’Amarone del conflitto tragico. Non c’è dramma, non c’è sangue versato. È più la storia di una divergenza lenta, di un bivio che si apre per gradi. Le nuove generazioni che capiscono la fatica del lavoro che le precedenti hanno così interiorizzato da non rendersene più conto. Come se bastasse quell’atavico passaggio dalla schiavitù alla mezzadria alla proprietà. Le nuove generazioni non si accontentano e non perché vogliono di più. Vogliono solo un giusto riconoscimento.
Andrea ha provato, ha proposto, ha trovato porte chiuse. Una chiusura d’amore e di rassegnazione. La cantina sociale era comoda. Economicamente sicura. Organizzativamente semplice. Cambiare avrebbe significato stravolgere tutto.
Finché Andrea ha deciso che stravolgere tutto era esattamente quello che voleva fare.

Il 2019, il garage non suo.
Il 2020, un enologo, le prime sperimentazioni serie. Il 2021, la proposta al padre e allo zio.
Vi pago le uve quanto vi darebbe la cantina sociale, ma le prendo io e le vinifico io.
Un accordo pulito, senza strappi. Una continuità che si biforca invece di spezzarsi.
Ho fatto subito Amarone, Recioto, Valpolicella Superiore e due Metodo Classico.
E qui, se non lo si conosce ancora, ci si potrebbe fermare a ridere bonariamente. Partiamo dall’inizio: Amarone. Certo. Perché no? Eppure non c’è incoscienza in questa scelta. C’è progettazione. Andrea aveva già in testa una gamma e ha cominciato dai vini con affinamento lungo perché così, quando sarebbe arrivato il momento di commercializzarli, avrebbe avuto tutto pronto insieme.
Cominci con i vini a invecchiamento e poi quando si avvicinano all’uscita, hai già pronta anche la parte più fresca.
Una logica da imprenditore e non certo da visionario solitario.
Due Metodo Classico. Uno fermentato in legno, l’altro in acciaio. Pensati inizialmente per una sboccatura a cinquanta o sessanta mesi. Poi l’assaggio dell’anno scorso e il vino era già. Così, anche per una questione di cassa si è deciso di uscire prima. Almeno si sarebbe cominciato ad ammortizzare.
Una scelta sia tecnica che di bilancio
Senza imbarazzo. Mi piace questa franchezza. Il mondo del vino ha troppi romantici che fingono di non fare i conti. Andrea li fa e non se ne vergogna.
In questi anni trascorsi ad ascoltare produttori mi sono sempre chiesto: cosa si nasconde sotto la superficie di chi fa vino in solitudine? Non in solitudine esistenziale, ma in solitudine operativa. Quelli che sono soli a prendere le decisioni, a fare gli investimenti, a svegliarsi la mattina con il pensiero di una cantina nuova da costruire e di debiti da onorare.

Andrea è fisicamente tranquillo. Voce bassa, ritmo misurato, nessuna enfasi gratuita. Ma quando gli dico che lo vedo calmo, ride piano
All’apparenza sì. Dentro sono abbastanza il contrario. Da giovane ero abbastanza vivace e ribelle, diciamo.”
È un paradosso interessante e non è solo carattere. È estetica.
Mi piace dare l’impressione di essere una persona inquadrata, seria. I vini sono così anche loro.
È vero. I vini di Andrea Piubello sono vini posati. Vini da affinamento, da attesa, da silenzio. Ma dentro, lui lo sa e lo dice, cerca qualcosa che li spiazzi un po’. Una freschezza, un’acidità, una nota che non ti aspetti.
Ti aspetti una cosa e trovi qualcos’altro. Non il solito marmellatoso. La modernità, per me, è quella.
Questa è la sfida della Valpolicella oggi. E non è una sfida semplice. Da un lato ci sono i produttori che alleggeriscono tutto trovando vini con undici gradi e mezzo, solo acciaio per realizzare il Valpolicella moderno che secondo Andrea rischiano di snaturare il territorio
Vanno a scimmiottare altri vini e perdono identità.
Dall’altro c’è la tradizione che se non viene rimessa in discussione diventa inerzia zuccherina. La via stretta, la sua via, è quella di chi vuole tenere struttura, tannino, grado, ma non rinunciare all’eleganza.
La sfida è quella. La potenza con la piacevolezza.
Chissà quanto questa tensione sia in realtà universale. Non solo nel vino. È la stessa tensione che attraversa ogni artigianato contemporaneo: come rimanere fedeli a una tradizione senza diventarne prigionieri. Come innovare senza tradire. Come essere riconoscibili in un mercato che premia la novità. L’Amarone non è il Barolo e non dovrebbe cercare di esserlo. Sono due mostri sacri diversi nati con strutture e schemi di finezza ed eleganza diverse. Perché copiarsi? Perché provare ad imitarli? Copiare l’uno con l’uva dell’altro non funziona e non ha senso.
I miei assaggi
Amarone della Valpolicella DOCG 2021
Corvina, Corvinone, Rondinella provenienti da viti di 45 anni a Monte Cereolo ovvero terreno calcareo. Appassimento 90 giorni. Affinamento 30 mesi in tonneau di rovere francese e americano, poi 1 anno in bottiglia.
L’Amarone di Andrea si presenta con la consapevolezza di chi sa esattamente di cosa sia fatto, senza bisogno di alzare la voce. Il colore è rubino fondo, quasi impenetrabile, da osservare con la lentezza che merita un’uva che ha dormito novanta giorni in fruttaio prima ancora di diventare vino. Al naso l’apertura è scura e composta: ciliegia sotto spirito, prugna matura, un filo di cacao amaro che tiene a bada la dolcezza. Con il tempo nel calice emergono sfumature di tabacco, cuoio leggero e una speziatura calda fata di pepe e chiodi di garofano. Un contributo discreto del legno, mai prevaricante. È il rovere che non parla sopra il vino, attende il suo turno e lo accompagna. In bocca la struttura è importante, i tannini ben estratti e già levigati dall’affinamento, ma ciò che sorprende, evidenziando la mano di Andrea, è una certa verticalità di fondo, un’acidità che tiene tutto in tensione e impedisce al vino di afflosciarsi nella dolcezza che la denominazione potrebbe tentare. Il finale è lungo, con un ritorno di frutta secca e un’eco quasi iodica che riporta al calcare di Monte Cereolo. Un Amarone che vuole essere bevuto, non solo contemplato.
Valpolicella Superiore DOC
Corvina, Corvinone, Rondinella, Teroldego da viti di 25 anni a Monte Scalucce, terreno calcareo ricco di scheletro. Affinamento 24 mesi tra tonneau e barrique di rovere francese e americano, poi 6 mesi in bottiglia.
Se l’Amarone è il vino che Andrea ha scelto per dimostrare di saper aspettare, il Superiore è quello in cui si vede cosa abbia in mente per il futuro della Valpolicella. Un futuro in cui struttura ed eleganza smettono di essere in contraddizione per andare a braccetto. Il rosso è intenso, con riflessi granati che compaiono ai bordi come una firma dell’affinamento. Al naso è vivo, fresco, più gaio del fratello maggiore: frutti rossi a polpa soda, una nota floreale residuo e un cenno di speziatura dolce che non sovrasta. In bocca è tonico, con una trama tannica ancora decisa ma non aggressiva. Un residuo zuccherino talmente basso da risultare virtualmente secco con il rovere che arrotonda quel che serve. È un vino che sta cercando il suo punto di equilibrio definitivo e lo sa. Proprio per questo è interessante berlo adesso: c’è ancora un po’ di movimento dentro, qualcosa che non si è ancora seduto del tutto, e in quella tensione sta molto del suo carattere. Andrea dice che i suoi vini devono spiazzarti un po’. Questo ci riesce.
Cuvée N°7 Spumante Metodo Classico Pas Dosé
Garganega e Trebbiano di Soave provenienti da viti di 40 anni di un terreno vulcanico con fascia calcarea. Fermentazione in tonneau di acacia, 7 mesi di bâtonnage sulle fecce fini. 7 come il nome della cuvée. 36 mesi sui lieviti in bottiglia. Si vede che il ragazzo ha studiato
Il legno di acacia rappresenta un dettaglio che racconta già tutto: non la quercia, non il rovere, così da essere più delicata, più floreale, meno invasiva. Una scelta precisa in un vino dove ogni scelta è precisa. La Cuvée N°7 è la sorpresa della gamma, quella che uno non si aspetta da un produttore della Valpolicella e che invece dice molto di chi è Andrea quando può fare quello che vuole. Dorato brillante, bollicina fitta e longanime, persistente come deve essere un metodo classico che ha passato tre anni a maturare in bottiglia. Al naso è composto ma generoso: la mela cotogna e la pesca bianca sono mature. C’è, ovviamente, una vena di acacia e, sotto tutto, un fondo di crosta di pane, lievito integrato, autolisi discreta. In bocca la beva è verticale, come piace ad Andrea: non larga, non opulenta, ma dritta, con una acidità che taglia e pulisce. La bollicina cremosa accompagna senza ingombrare. Il pas dosé è una scelta coraggiosa ma che personalmente approvo su tutta la linea. Si chiude lungo, minerale, con quel rimando vulcanico del terreno che torna puntuale come una firma.
Due bambine piccole. Una di tre anni, cosa questa che ci fa sorridere all’unisono. Anch’io ho una figlia di tre anni e c’è un linguaggio segreto tra chi vive questa fase. Un linguaggio fatto di sguardi stanchi e tenerezze continue.
Penso spesso a cosa vorranno fare le mie figlie. Mi ricordo quando non riuscivo a incanalare le mie idee. Mi ricordo quanto era difficile. Quindi seguirò i loro sogni, non i miei.
Detto così sembra semplice. Non lo è. Ci vuole una generazione intera, a volte due, per smettere di confondere il proprio progetto con quello dei figli. Andrea ci è già arrivato a trentaquattro anni. Non male.
Nel mondo di una cantina c’è spazio per tutto. Per chi ama il vigneto, per chi studia enologia, per chi fa marketing, per chi gestisce il commerciale. Se vorranno, ci sarà posto. E se non vorranno, saranno libere.
Fine.

Prima di salutarci Andrea mi parla della cantina nuova che sta costruendo, degli investimenti, dei pensieri, della paura.
Ma mi tiene vivo. Mi fa svegliare la mattina. Devo andare, devo fare, devo correre. È benzina. Se perdessi quello, perderebbe tutto il fascino.
Ho sentito dire cose simili molte volte, in molte cantine. Ma da Andrea suona diverso. Forse perché viene da qualcuno che è partito davvero da zero. Da un garage non suo, da sessanta quintali, da notti a controllare le temperature mentre il proprietario dormiva e che quindi sa esattamente quanto vale quella benzina. Non è una frase fatta. È una biografia compressa in due parole.
Il bello del percorso, non della meta. Lo so, è un luogo comune. Ma come tutti i luoghi comuni, è diventato tale perché è vero. E Andrea Piubello, che ha trentaquattro anni, un Amarone in affinamento, una cantina nuova da costruire, due bambine che lo aspettano a casa, ne è la dimostrazione silenziosa e precisa.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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