Antonella Bocchino. Gli afrori di una vita
14 Nov 2025
Suggestioni di Vino

Antonella Bocchino. Gli afrori di una vita

 

C’è una prima, una seconda e, chissà, anche una terza vita per ognuno di noi. Oppure, semplicemente, ma manco tanto, la vita è una sola e composta di tante fasi, una per ogni volta che saremo in grado di cambiare per vivere il successivo tratto, con l’energia che merita. 

Facile a dirsi. Spesso la vita ti porta a prendere strade che nemmeno vorresti percorrere. Ed è qui che interviene il carattere e, soprattutto, quell’entusiasmo che arde in quelle poche, meravigliose, persone che amano così tanto la vita da riuscire ad irradiarlo attorno ad esse.

Antonella Bocchino è una di queste. Forse la persona più radiosa che abbia mai incontrato. Una donna che emana charme in ogni sua movenza, che ti conquista con il suo sorriso e ti ammalia con i suoi racconti. 

Ci siamo conosciuti alla presentazione di una primizia, la Grappa di Moscato di Terracina e ne è seguita una intensa chiacchierata che mi ha stregato completamente. Inebriato più dagli effluvi delle sue grappe, dal modo con il quale Antonella riesce a portarti dentro il suo mondo. Quello degli odori delle vinacce, degli alambicchi, delle barrique. 

Il cognome di Antonella dovrebbe trovare in molti l’abbinamento con la grappa. 

Grappa Bocchino presenta: quel pignolo di Mike Bongiorno

La Grappa Bocchino la trovi sempre più in alto. Concludendo!

Era il 1976 e su Carosello iniziarono ad apparire gli spot della Grappa Bocchino che vedevano Mike Bongiorno impegnato fino alla vetta del Cervino. Era pignolo, attento ad ogni particolare così che per girare un piccolo spot ci si impiegava intere giornate. Si racconta che una volta rimasero perfino bloccati sul Monte Cervino bloccati per una tempesta.

Il moscato è il fil rouge che traccia non solo la mia vita ma le generazioni che mi hanno preceduto. Il mio bisnonno Carlo, fu l’artefice della prima grappa di monovitigno della storia che è stata la Gran Moscato. La distilleria nacque nel 1898 proprio per distillare le vinacce di moscato prodotte a Canelli dai moscatisti ovvero i produttori dell’Asti Spumante. Gancia, Riccadonna, Contratto, le grandi famiglie spumantistiche davano la vinaccia di moscato al mio bisnonno che all’epoca ne ricavava la grappa.

Le cose non nascono mai da sole ma sono frutto di storie avventurose, di rischi, di fatica, di rinunce. I grandi imprenditori di oggi sono spesso diventati tali solo dopo generazioni. Nulla viene regalato. Nulla è facile. 

Carlo, il bisnonno di Antonella nasce a Canelli e non nasce distillatore ma geometra. È la fine del XIX secolo quando, insieme ad un pool di tecnici partecipa alla costruzione della Transandina, l’ambizioso progetto della ferrovia più alta del mondo tra Cile e Argentina. Durante questi anni incontra Maria Martina de Miranda Ortiz che sposa. Una donna cilena, bellissima i cui tratti forse arrivano fino ad Antonella. In Cile si occupa, tra le altre cose e con un suo amico, della distillazione del Torrontés e della produzione del Pisco, un distillato di Moscato. 

Torna il Moscato. Da Canelli al Sud America. Dal Sud America a Canelli dove Carlo torna nel 1895. Qui associa tutti i produttori di Moscato nella Distilleria Canellese per produrre grappa. Col tempo, rileva le quote di tutti e nel 1898 la distilleria diventa Distilleria Cannellese Carlo Bocchino.

Da li in poi ha inizio la storia “moderna” della Grappa Bocchino. Una storia che lasciamo sospesa.

Un percorso lontanissimo che arriva fino ad oggi attraverso questo Moscato di Canelli che è sicuramente il mio DNA in tutti i sensi. Un Moscato che ha delle varietà di profumi, di sapori, di fragranze, assolutamente diversi a seconda di dove lo si coltivi.

La ragazza Antonella è parte della famiglia dei produttori di Grappa ma come spesso capita in questi casi, la vocazione può essere nascosta e occorre grattare la superficie per ritrovarla. 

Andai a Londra e lavorai per Sotheby’s. Tornata in Italia, mio padre mi provocò dicendo: siamo in vendemmia, se hai voglia di darci una mano, stai in azienda per un pò è se dopo Natale decidi dì fare altro, va benissimo. Fu fatale. Quei tre mesi furono fatali perché la grappa quando ce l’hai dentro è prorompente. Non ne puoi fare a meno. Era il periodo delle vinacce, di quei profumi, di quegli afrori che senti che ti entrano e ti penetrano sotto la pelle. 

Non è un racconto quello di Antonella ma una sorta di immersione nel suo passato nel quale mi trasporta. Lo vivo con lei, con il suo stesso entusiasmo. Spettatore estasiato delle sue parole che risultano musicali, vive, piene di ardore. Anzi, di afrore. Come quelli delle vinacce.

Mi misi a fare in quel quel breve tempo, una ricerca. Una ricerca sugli antichi vitigni piemontesi che erano andati in estinzione. In Piemonte parlavamo di Barbaresco, di Barbera, Barbara d’Asti, Barbera d’Alba. Grandissimi vini ma c’era un un sottofondo di antichi vitigni che, pur se registrati nelle schede ampelografiche piemontesi, non si sapeva che fine avessero fatto. Io andai all’università e c’era all’epoca un grandissimo studioso di vitigni, il professor Usseglio Tommaset. Con lui facemmo una ricerca cartacea per vedere negli archivi ampelografici questi vitigni fino a che punto erano stati coltivati in Piemonte. Nella seconda parte dell’anno, quando decisi di proseguire questa ricerca, volli andare a vedere sul territorio se qualcuno avesse ancora questi vitigni.

Antonella Bocchino. Gli afrori di una vitaUna ricerca che per Antonella non voleva dire voglia di coltivarli. Era interessata solo alle vinacce. Trovare qualcuno che ancora li coltivasse per poi chiedere di quegli acini esausti. Null’altro che questo. 

Cominciando dal mitico Timorasso che io chiamavo Timuassa perché per me la grappa è sempre stata al femminile. Produssi nel 1985 la prima grappa di Timorasso della storia al punto tale che Ciro Veronelli, che all’epoca era ancora vivo e scriveva meravigliosamente bene di vini, di grappa, di alcolici, scrisse in un articolo: è la prima volta nella storia che nasce prima una grappa del vino.

È proprio negli anni 80 che Walter Massa inizia a piantare il Timorasso per farne un grande vino. Nel 1991 nasce quindi il Consorzio Derthona per valorizzare anche il Timorasso così che oggi, i produttori delle Langhe si sono affacciati a riscoprire questo vitigno preferendolo, in molti casi, anche al Gavi.

Solo una persona che ama le sfide può decidere di entrare in un mondo tutto al maschile. Se quello del vino lo era e in parte lo è ancora, la grappa, beh la grappa è puramente uomo. Purtroppo dico io. 

Immaginatevi queste due scene. 

La prima vede una bellissima ragazza, giovane e sorridente, che si presenta a casa di contadini di zone sperdute del Piemonte chiedendo di poter avere le vinacce dopo la svinatura. Immaginatevi dunque la faccia del contadino di turno!

La seconda, sempre con la ragazza di prima, che chiede al distillatore di produrre qualcosa con le vinacce che è riuscita a racimolare. Immaginatevi la faccia del distillatore abituato a parlare solo con uomini.

Entrai in azienda in un mondo totalmente maschile. Stiamo parlando dell’85/86. Tutti i tecnici erano uomini, tutti i produttori di uve e di vini erano per la maggior parte uomini. La ricerca sul campo mi stimolava molto perché volevo capire se queste uve erano sopravvissute a tutte le malattie della vite del novecento. Fu quella la sfida. La Bocchino produceva grandi quantità di grappe. Grandi numeri. A me ha invece sempre affascinato molto la nicchia, per cui queste piccole realtà che via via cercavo e appunto volevo produrre, mi stimolavano molto. Avevo già visto lo sbocco nell’alta ristorazione. 

Una visione. Un sogno che per alcuni era il giocattolino di una ragazza. Eppure, nel 1986 nacquero le prime grappe di vitigni riscoperti: Timuassa, Vespolina, Duox d’Henry (un vitigno a bacca nera del Pinerolese di chiara origine Francesco), Pelaverga, Erbaluce di Caluso, Ruchè. Piccole bottiglie da mezzo litro. La giusta quantità visto l’esigua produzione.

Antonella Bocchino. Gli afrori di una vita

Era un mondo molto maschile ma, come adesso, ci sono dei maschietti incuriositi e che quindi, lasciano dei varchi. Avevo mio padre e mia madre che erano due grandissimi fan di questa operazione. Mi supportavano molto. Non sempre i tecnici, tranne uno, che è mancato e che è stato invece il mio grandissimo partner e supporter. 

Nei racconti di Antonella si percepiscono, sullo sfondo, le difficoltà di un contesto maschile e maschilista nel quale lei, giovane rampolla, si trovava ad operare. Figlia del titolare e donna. Due caratteristiche che di certo non le hanno reso la vita facile. Nessuno le credeva, nessuno le dava retta. Troppo impegnati nelle grandi produzioni, troppo tronfi nel considerarla solo una donna. 

Chi mi guardava mi guardava con occhio: aspetta che adesso vediamo dove va finire. Però poi i vitigni rari sono diventati un volano. A quel punto ci ho preso gusto e sono nate le bacche perché allora si parlava molto di distillati di frutta. C’erano dei grandi distillatori che già producevano la frutta. Io andavo a cercare sempre le piccole cose residuali, non coltivate, eccettera. Come le bacche: Giuggiole, Alkekengi, Rosa Canina, Sambuco, Sorbo, Azzeruolo. Macerazioni alcoliche di piccoli frutti che venivano distillate anche questi in bottiglie da mezzo litro, perché erano pochissime. La collezione era le Grappe di Antonella Bocchino, le bacche e i fiori. Lessi il Profumo, di Patric Süskind. Fu un romanzo che mi appassionò moltissimo e andai a Grasse. Tornata e andai dal mio tecnico, quello che mi ascoltava e dissi: Romano, ma ti rendi conto che qui a Grasse fanno i profumi ricavati dai petali di fiori? Dobbiamo fare dei profumi da bere. Come si fa? Partimmo un weekend io e lui in macchina e andammo a Grasse a vedere come venivano trattati i fiori. Acquistammo un alambicco di vetro perché i fiori non devono avere contatti con il rame. Facemmo la macerazione di fiori di petali di fiori, estrazione e di nuovo dei piccoli distillati di Rosa, Rosa bulgara e Orchidea che fece molto notizia perché andò, tramite il nostro importatore a Londra e veniva venduto da Harrods a 1 milione a bottiglia.

Tutto di un fiato. Un racconto che mi lascia a bocca aperta. La determinazione di una donna. La voglia di fare qualcosa di nuovo, diverso, dinamico. Trovare una nicchia nella quale convogliare le proprie energie. 

Quel libro, Profumo, una sconvolgente storia di essenze, di profumi, di follia dettata dalla voglia, quasi una necessità, di creare il profumo più incredibile del mondo. Si arriva quasi a comprendere, giustificare l’operato di un assassino per capire quale mirabile profumo abbia in mente. Pazzesco!

È il 2009 e Antonella esce dall’azienda di famiglia. La morte del padre prima e della madre poi le fanno probabilmente perdere quell’appoggio che il suo entusiasmo richiedeva. Forse ancora, una distilleria così grande come la Bocchino, non poteva più permettersi piccole produzioni sperimentali. Forse anche dell’altro, ma non è bene immischiarsi in affari di famiglia.

Comunque sia, deve iniziare una seconda vita. Senza i genitori, senza un cordone ombelicale, senza una distilleria. Da sola.

La grappa, la vinaccia, è però sotto pelle. Non ne puoi fare a meno. Se ti lavi, quell’odore rimane addosso, penetra fin dentro le ossa. Diventa un richiamo irresistibile. È così anche per Antonella. 

Ho recuperato quel Moscato che avevo dentro. Il vino moscato per noi è come l’acqua. Pensa che alla fine della recita di Natale davano a noi bambini il bicchiere di vino Moscato con il panettone. 

Un profumo che resta, diventa imprescindibile nelle vite di chi l’ha vissuto. Sono i ricordi dell’infanzia che ci legano indissolubilmente a qualcosa della quale, a volte, abbiamo solo contorni indefiniti. 

Recuperai quella parte lì e nel 2013, a gennaio, vado dai Beccaris, una distilleria artigianale e familiare a Costiglione d’Asti. 

È li che Antonella va a proporre il suo progetto. Per due motivi. Il primo è per via dell’alambicco discontinuo a bagnomaria che serve non solo per distillare piccole quantità ma perché il lento processo consente estrazioni aromatiche superiori. Perfette per il Moscato. Il secondo perché è una famiglia meravigliosa con i due figli di Carlo Beccaris, Marco e Paolo, che già all’epoca si occupavano dell’azienda.

Quello con cui io ho più a che fare è Marco, il distillatore. Un ragazzo con infinite aperture mentali e con il quale c’è una sintonia fantastica. Distilliamo sapendo benissimo cosa vogliamo da quella materia prima. A gennaio spiego il mio progetto. Loro ascoltano, prendono appunti e alla fine del mese mi danno le risposte: pronti via si parte. 

Antonella Bocchino. Gli afrori di una vitaA settembre dello stesso anno nasce quindi AB Selezione Italian Spirits. Una summa della vita di Antonella. Un condensato di entusiasmo, passione, esperienza, vitalità, ricordi, profumi. Afrori. Un punto di accumulazione degli anni esaltanti della vita di Antonella tutti volti alla valorizzazione del Moscato di Asti anzi dei Moscati d’Italia. L’intuizione di Antonella è quella di far si che le sue grappe possano rappresentare un vero e proprio viaggio. 

Antonella Bocchino. Gli afrori di una vitaUn viaggio che parte dal Piemonte per attraversare terre e mari, profumi e sapori, tradizioni e innovazioni. Culture che si ritrovano dentro un alambicco generando grappe che esprimono esattamente quel territorio, quel lembo di terra e di mare. Esclusivo e unico. Come unico è il Moscato in ogni sua espressione. 

Nascono prima sei, poi una settima grappa di Moscato. Il Moscato d’Asti, il Moscato dell’Oltrepò pavese, il Moscato Rosa del Trentino Alto Adige, il Moscato di Trani, lo Zibibbo di Pantelleria, il Moscato di Sardegna. Poi, per ultimo, nel 2024, il Moscato di Terracina. Un ultimo Moscato rincorso per anni e trovato solo grazie alla Famiglia Giannini di Cantina Villa Gianna. 

Pochissime infatti le vinacce disponibili del Moscato di Terracina per via di una produzione limitata e racchiusa in un fazzoletto di terra compreso tra Latina e Fondi, su terreni sabbiosi, sulle colline di Monte San Biagio, sui terreni bagnati un tempo dalla Palude Pontina. Pochi appezzamenti, pochi ettari, pochi quintali sparsi tra contadini locali. Perlopiù conferitori e gelosi del loro prodotto. 

Alla fine di questa lunga ricerca, ci siamo incontrati con i Giannini di Villa Gianna, persone meravigliose, squisite che hanno raccolto la mia sfida. Nel 2023 abbiamo raccolto pochissimi quintali di vinaccia di Moscato di Terracina poi distillata. Mi arrivò il campione a 70° prima di Natale. Assaggio questo mosto e con Marco ci siamo detti: mamma mia, ma che cos’è? Era diverso da tutti, con una ricchezza di florealità entusiasmante, un fondo di pesca bianca molto presente. Ho così detto: le altre grappe sono invecchiate 12 mesi in barrique di rovere francese per avere una bella spalla, un bel corpo ecc però se metto tutta questa delicatezza nel rovere, ho paura che lo copra un pò. Ho fatto fare una barrique dì legno dì acacia, quindi più dolce, e l’abbiamo lasciate così 12 mesi. 

I risultati sono sorprendenti, inaspettati. Una grappa diversa da tutte le altre, con una personalità molto precisa e identitaria. A pensarci bene però, ciascuno di questi sette Moscato è molto diverso dall’altro. Meraviglia!

Non solo Moscato nella gamma di Antonella. Non poteva mancare, da buona piemontese, un Barolo. Ecco così che nasce un Barolo bianco, giovane e un un cru di Castiglione Falletto con18 mesi di barrique. Austero, sabaudo. 

Qualcuno mi ha detto: è un barolo che ha la mano di una moscatista. Un Barolo diverso che rispecchia probabilmente è il mio stile.

Uno stile essenziale ottenuto senza usare caramello, coloranti, zucchero. Niente di tutto questo. Impossibile anche a pensarlo da parte di una donna che rappresenta lei stessa l’essenza della vita. Nuda e cruda così come serve.

Mi piace estrarre l’anima di ogni vitigno senza aggiungere nulla. Qualcuno mi ha detto: ah è come Michelangelo che toglieva al marmo e lasciava solo l’essenza. Magari, grazie per il complimento ma voliamo un pò più bassi. 

Se la materia prima è straordinaria, bisogna solo rispettarla. Estrarre l’anima senza aggiungere nulla. Antonella lo fa con le grappe e con i liquori. 

Tre liquori per un pubblico che non beve la grappa, prodotti con lo stesso spirito estraendo l’anima delle tre materie prime e lasciarla li così. 

Liquore al cacao in collaborazione con Guido Gobino attraverso la macerazione per sei mesi in una vasca di alcol di grano di fave di cacao Arriba Superior Selecto dell’Equador. È così che l’alcol si arricchisce di tutti gli aromi e i profumi del cacao. Nonché del colore. Viene poi diluito riducendolo a 28° e si aggiungono 8 grammi litro di zucchero. Stessa operazione con le mele Calvilla, una antica varietà presidio Slow Food. Le mele, tagliate a pezzi di quattro solo lasciate a macerare in una barrique di Brandy per sei mesi.

La forza e la dinamicità che Antonella dimostra sembra quasi contrastare con l’essenza stessa della grappa. 

Per produrre una grappa occorre aspettare. Aspettare che il processo di produzione del vino generi le vinacce esauste. Aspettare che l’alambicco, goccia dopo goccia, estragga l’essenza degli acini. Aspettare che la grappa maturi nelle botti o nelle bottiglie. Aspettare. 

Antonella aspetta con tutta la gioia di questo mondo. Come se non avesse fretta. Se quel suo essere dinamico si mettesse in standby per consentire alla magia di compiersi. Pronta per ripartire alla ricerca delle vinacce, di qualche bacca o di qualche fiore ancora sconosciuto. Ripartire per un ulteriore pezzo di vita senza perdere l’occasione per godersi quello attuale. 

Sono in una fase della mia vita in cui non mi sto dando obiettivi nel senso che sto godendo del momento, di quello che c’è. Ovunque io mi giri, vedo delle cose bellissime. Questi 10 anni passati, li trovo entusiasmanti, bellissimi avventurosi, pieni di amicizie, di incontri che mi hanno arricchito. Ci sono stati scambi bellissimi, scoperte, sfide. Ecco allora adesso faccio un bilancio di quello che sono stati 10 anni. Quello che saranno i prossimi 10 anni sono nelle mani della provvidenza e non so se ho voglia di darmi degli obiettivi. Vivo il presente e ne godo.

Buon presente Antonella e lo dico con un bicchiere della tua Grappa di Moscato di Terracina in mano del quale mi godo gli afrori prima, il sapore poi. Sono con la mente ai piedi della Maga Circe, sotto l’omonimo monte e non posso che chiederle la magia di farti trovare, in un angolo di mondo, un nuovo Moscato.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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