Azienda Agricola San Giovanni. Il vino in un angolo di Paradiso
A Marechiare ce sta na fenesta
La passiona mia nce tuzzuléa
Nu garofano addora ‘int ‘a na testa
Passa ll’acqua pe’ sotto e murmuléa
A Marechiare nce sta na fenesta
A Marechiare, a Marechiare nce sta na fenesta
Marechiare è una canzone napoletana del 1885, scritta da Francesco Paolo Tosti su versi di Francesco Cimmino. Racconta di una finestra che si apre sul mare la notte di luna, di un garofano rosso sul davanzale, di un amore che si sente nell’aria salata prima ancora di vedersi. Non è una canzone triste, ma ha quella malinconia particolare del Sud, quella che non pesa ma levita, come il profumo del finocchietto selvatico quando il vento lo porta dal promontorio verso il mare aperto.
Ogni volta che penso al Cilento mi torna in mente quella melodia. Non per nostalgia, ma perché certi luoghi hanno un andamento musicale preciso, un tempo interno che non appartiene all’orologio ma al mare e il Cilento ce l’ha con una coerenza quasi ostinata.

Punta Tresino è uno di quei posti che non si raggiungono cosi banalmente.
Si devono quasi guadagnare. Tre chilometri di strada bianca tra la macchia mediterranea e il Tirreno. Il cellulare che perde il segnale come se volesse avvertirti che stai uscendo dal mondo ordinario e poi, all’improvviso, il panorama che si apre e diventa tutto: la costa di Castellabate a sud, Capri e Ischia nelle giornate limpide, le acque dell’area marina protetta di Santa Maria di Castellabate di un blu che non ha nome preciso in italiano. Dal cima del promontorio, a 356 metri sul livello del mare, lo sguardo abbraccia un orizzonte che va da Punta Licosa fino ai monti di Capaccio. È il tipo di panorama che mette in ordine le idee. O le distrugge definitivamente per sostituirle con qualcosa di più essenziale.
Il nome Tresino deriva probabilmente dalla presenza dei Greci Trezeni, cacciati da Sibari e insediatisi in questa zona nel VI secolo avanti Cristo. Secondo Strabone, sul promontorio si ergeva il tempio dedicato a Poseidone, eretto dai Trezeni a protezione della vicina Poseidonia, l’odierna Paestum.
Tutto questo per dire che quando Mario Corrado parla di radici, non sta usando una metafora viticola. Sta parlando di strati geologici di civiltà, di un suolo che sotto i filari ha sepolte tombe bisome del III secolo avanti Cristo, ville romane, torri Angioine. I vigneti di San Giovanni crescono sopra duemila anni di storia mediterranea. Il vino, qui, non è un prodotto agricolo. È una forma di archeologia.

Mario Corrado era architetto.
Ida Budetta, sua ex compagna, avvocato. Nel 1999 fuggivano da Salerno per rifugiarsi in questo luogo impervio e sublime con l’obiettivo di produrre del vino, del grande vino. Quando arrivarono, non c’era il telefono, non c’era l’energia elettrica, non c’era la vigna, non c’era una casa. Solo un vecchio casale cilentano in disfacimento.
La civiltà distava tre chilometri di sterrato. Chiunque li avesse osservati dall’esterno li avrebbe giudicati fuori di testa. Il Cilento anni Novanta non era quello di oggi, romanticizzato dai food blogger e dalle guide naturalistiche o da film come Benvenuti al sud. Era una terra dura, bellissima e indifferente, che non faceva sconti a chi la sceglieva.
Questa storia mi colpisce ogni volta che incontro produttori che hanno abbandonato tutto per la vigna. Non perché si tratti di storia rara visto che nel vino italiano ce ne sono tantissime, quasi troppe. Ognuna ha una sua specifica qualità di coraggio. Il coraggio di Mario e Ida non aveva la retorica del ritorno alla terra, non c’era un avo contadino a giustificare la scelta. C’era semplicemente un luogo che li aveva chiamati, con quella voce che i luoghi scelti sanno usare. E loro avevano risposto. Oggi l’azienda conta circa venti ettari di proprietà, con tre ettari destinati ai vigneti coltivati in regime biologico, in modo da rispettare e preservare il frutto e la terra, con l’idea di donare benessere al luogo e alle persone che bevono i vini che si fanno.
Mimetizzato tra le vigne si staglia un minuto casolare cilentano in pietra, amabilmente ristrutturato da Mario. L’architetto è rimasto dentro il viticoltore e si vede. La cantina non si annuncia, non si esibisce. È lì, discreta, quasi vergognosa della propria presenza in un paesaggio che non ha bisogno di aggiunte umane.

Tutti i vini di San Giovanni nascono da un singolo appezzamento, indicato in etichetta con le sue coordinate geografiche.
Le fermentazioni sono spontanee, ogni bottiglia è numerata e si segue il ciclo naturale di ogni annata.
C’è qualcosa di quasi radicale in questa scelta di trasparenza geografica, in un momento storico in cui il mondo del vino naturale rischia di diventare esso stesso un brand, una moda, un’estetica da Instagram. Mario va nella direzione opposta: l’etichetta come documento catastale, il vino come testimonianza di un preciso punto sulla mappa. Coordinate geografiche invece di fantasie grafiche. Mi piace questa sobrietà quasi militante.
Anche se la storia di questo incredibile luogo nasce alla fine degli anni ‘70 con il papà di Mario, la produzione inizia nel 1993 con la prima vendemmia e con la nascita di tre progetti: il Paestum, da Fiano con piccole percentuali di Trebbiano e Greco; il Tresinus, da Fiano di un vigneto di circa cinquant’anni; la Ficonera, da Aglianico di un vigneto altrettanto antico. I nomi sono tutti toponimi, tutti omaggi al territorio: Paestum, Tresinus, Castellabate, Maroccia, Ficonera, Tyrrhenus, Aureus. Una geografia in bottiglia, un atlante liquido del promontorio.
Il Fiano è l’uva bianca di questo pezzo di Campania e a Punta Tresino trova una declinazione che non assomiglia a nessun’altra. La vicinanza del mare conferisce ai vini una sapidità benefica che la salsedine porta direttamente ai vitigni. Il Tresinus, Fiano in purezza dal vigneto più vecchio, ha quella struttura che viene dalla resa bassa, dal sole che batte sul calcare, dal vento che asciuga e concentra. Arriva nel bicchiere con un bellissimo colore paglia oro e un corredo aromatico merlettato di agrumi, fiori gialli, erbe aromatiche, salsedine, balsami. Il sorso mostra consistenza e finissima tessitura, persistenza gustativa e misurata sapidità. Uno di quei bianchi che verrebbe voglia di incorniciare.
Poi c’è l’Aglianico. Il Maroccia è il vino che più di tutti rivela la pazienza di Mario: tre anni in tonneaux, con sperimentazioni di affinamenti ancora più lunghi. L’Aglianico cilentano non ha la muscolarità nervosa di quello irpino. Ha qualcosa di più marino, di più salmastro, come se il Tirreno fosse entrato dentro le bucce durante la maturazione e avesse lasciato un ricordo di sé.
Il Maroccia aspetta.
Lo fa con la pazienza di chi sa di avere qualcosa da dire, ma non ha fretta di dirlo. Prende il nome dal vallone Maroccia, che si trova poco distante dall’azienda. Un nome, una vigna, un vino. La vigna Maroccia è una piccola parcella di meno di mezzo ettaro, posta proprio sotto la cantina, a cinquantacinque sessanta metri sul livello del mare, impiantata nel 2000. Giovane, in termini geologici. Eppure già capace di una voce propria.
Le uve arrivano leggermente surmature, appassite naturalmente, con quindici gradi alcolici che non pesano ma sostengono, come fa un basso profondo in un’aria lenta.
Il colore è rosso rubino scuro, con bagliori purpurei sull’unghia che tradiscono un’energia ancora non del tutto domata. Al naso è un paesaggio notturno: un tripudio di piccoli frutti maturi a bacca rossa, ciliegie, lamponi, mirtilli, conditi da spezie e vaniglia che con dolcezza si accompagnano al fruttato. Poi, man mano che il vino si apre, arrivano i sentori di noce moscata, chiodi di garofano, goudron, grafite, cacao. Sembrano strati di una storia che si svela a chi ha la pazienza di restare in ascolto. C’è anche qualcosa di floreale, la violetta in particolare, che affiora in una cornice eterea quasi a ricordare che tutta quella profondità non esclude la grazia.
In bocca entra caldo, corposo, quasi carnoso, con una superba intelaiatura tannica che non disturba poiché accompagnata da una percezione di freschezza che corre nelle pieghe del sorso per poi accelerare rendendosi persistente. È la freschezza che fa la differenza. La stessa che allevia i quindici gradi come l’umidità di una notte d’estate. La salsedine di Punta Tresino è ancora lì, in fondo, come una firma che non si cancella neanche dopo tre anni di legno.
Castellabate. Aglianico e Piedirosso, Paestum IGT

Nasce dal vigneto più alto del promontorio di Punta Tresino, dove l’Aglianico all’ottanta per cento, si divide lo spazio con il Piedirosso in una convivenza che non è blend nel senso industriale del termine, ma dialogo tra caratteri affini che si completano. Il colore è granata, con quelle venature violacee che nei rossi cilentani sono quasi una firma del territorio. La trama nel bicchiere è vellutata, come quei tramonti sul tirreno in una sera di primavera.
Al naso arriva la generosità di chi sa di avere molto da dire. Prugna sotto spirito, ciliegia matura e scorza d’arancia candita. Poi lo zenzero, le spezie e, più in fondo come quel tramonto coperto da poche nuvole in lontananza, il sottobosco, il tartufo, il tabacco. Sono sentori costruiti dal tempo, dall’affinamento in acciaio che preserva la frutta e lascia che sia il terroir a fare la parte del protagonista. Memorie di terra, di sole, di venti marini: tutto quello che sta intorno ai filari entra nel bicchiere senza chiedere il permesso.
In bocca è composto, fresco, con tannini levigati che non aggrediscono ma accompagnano, come fa il mare con il suo sciabordio. C’è una sapidità che viene dalla salsedine. Quella che si deposita sulle foglie di Punta Tresino. Una persistenza che si allunga verso un finale caldo, quasi materico, che richiama l’applauso prima ancora che il silenzio.
Un vino che non insegue la modernità e non rimpiange il passato. Sta lì, sulla collina, a guardare l’orizzonte. Come chi sa che il tempo, alla lunga, dà ragione alla sostanza.
Carpe diem.
La questione del vino meridionale è una di quelle che torno a frequentare spesso, con la stessa ostinazione con cui si torna su un libro difficile.
Il problema non è mai la qualità, il problema è la narrazione. Il Sud del vino italiano ha subìto per decenni una forma di inferiorità strutturale. Veniva acquistato al Nord per tagliare, per dare colore e corpo a vini più blasonati e quando finalmente ha cominciato a produrre in proprio, ha dovuto fare i conti con un mercato che lo guardava con quella curiosità benevolente riservata ai talenti di provincia. Le cose sono cambiate, certamente. Ma il cambiamento vero non è nel riconoscimento critico. Le guide, le fantomatiche guide, oggi premiano il Cilento, premiano la Campania. Il cambiamento vero è in produttori come Mario Corrado, che non hanno chiesto il permesso a nessuno, che hanno scelto un posto impossibile e hanno costruito lì, in silenzio, una cantina con coordinate geografiche sulle etichette. Non cercano la validazione esterna. Cercano la precisione.

Intorno ai vigneti di San Giovanni ci sono solo il mare, i boschi e il silenzio.
Ogni attività nasce dall’idea di condivisione: non solo scambio, ma un rituale di cura e gratitudine, dove le persone si incontrano senza giudizio e senza aspettative. C’è qualcosa di programmaticamente controcorrente in questa frase che apre il sito dell’azienda. In un momento in cui tutto tende alla performance, al dato, alla metrica, anche il vino naturale sta diventando un algoritmo da seguire. San Giovanni propone un’etica della lentezza che è anche, in fondo, un’etica del gusto.
Le esperienze che Mario organizza a Punta Tresino sono degustazioni al tramonto tra i filari, escursioni nei boschi, assaggi in barca lungo la costa. Non si tratta di pacchetti enoturistici ma il prolungamento naturale di una filosofia: il villaggio di San Giovanni, antico insediamento fondato intorno all’anno mille e disabitato dal Settecento, le torri saracene a difesa dei pirati, la chiesa costruita da Ligorio di Atrani nel 957 non è un contenuto da comunicare, è l’aria che si respira tra una degustazione e l’altra.
Ricordate la canzone di Tosti, a Marechiare? C’è un verso che dice:
quanno sponta la luna a Marechiare, nessuno se ne vo’ da ’nnammurato.
Nessuno vuole allontanarsi da chi ama, quando c’è la luna sul mare. È una cosa semplicissima, quasi banale. Eppure nella sua semplicità contiene tutto il senso di certi luoghi del Sud: non promettono grandi cose, non hanno ambizioni cosmopolite, non cercano di stupire. Semplicemente, quando ci sei, non vuoi andartene.
Punta Tresino è così. Mario Corrado ha capito questa cosa prima di fare il vino: ha capito che il suo compito non era creare qualcosa di straordinario, ma non tradire qualcosa di già straordinario. Le coordinate geografiche sulle etichette non sono un’idea di marketing. Sono un atto di rispetto verso un luogo che esisteva molto prima di lui e che esisterà molto dopo. Anche grazie a Luna, Marco e Alice. I figli che, mai come in questo caso, hanno trovato un luogo che li accoglie. Un luogo dove, se vi trovate a passare, varrà la pena di una sosta che dovrà però durare. Un luogo così non è da toccata e fuga. È semmai da fuga lunga una vita. Al tramonto, con la musica giusta e un calice di vino buono.
Un vino che non tradisce il posto da cui viene.

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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