Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolare
04 Apr 2025
Suggestioni di Vino

Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolare

 

Cosa accade se ci si trova al momento giusto nel posto giusto?

Non mi ci sono mai trovato sinceramente. Sarà che, come si dice in questi casi, la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, non lo so proprio. Spesso mi sono trovato nel momento sbagliato al posto sbagliato o anche nel posto giusto al momento sbagliato. Trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto lo vedo alquanto strano. Magari sarà comunque successo. Chi lo sa.

Certo è che, pur trovandosi nel momento giusto al posto giusto, occorra capire per chi è giusto o, peggio, se in quel momento lo si ritiene giusto per poi scoprire che è sbagliato.

Quanto ingarbugliata è la vita. Un vero casino. Sì fanno spesso delle scelte pensando che siano quelle giuste e in qualche caso ci si trova a guardare indietro con un punto interrogativo stampato sulla fronte. Cosa fatta capo ha, avrebbero detto le persone sagge un tempo. Una sorta di presa di coscienza della ineluttabilità del tempo che scorre e della impossibilità di tornare indietro. Ecco perché in genere si dice rimorsi tanti, rimpianti mai. 

Ho sempre impostato la mia vita
in modo da morire con trecentomila rimorsi 
e nemmeno un rimpianto.
(Fabrizio De Andrè)

Flavia Di Gaspero è una donna energica e che sia donna del nord, te ne accorgi subito. La fierezza che si unisce ai tratti somatici. Sa di pragmatismo già in quel suo vestirsi in maniera sobriamente elegante. Il sorriso evidenzia poi un animo dinamico, dotato di grande empatia. Ma è la forza con la quale parla, che incute vera energia.

Sono atipica. La mia azienda nasce intorno agli anni trenta perché mio nonno come tanti friulani rimase in zona. Tanti andarono all’estero. 

Il Friuli Venezia Giulia è terra di confine. È qui che iniziava o finiva la guerra. Quando si invadeva o si veniva invasi, piuttosto che quando l’invasore veniva rigettato aldilà del confine. Confine poi.. Solo in tempo di guerra era un vero confine. Perché in queste zone non è che nel periodo di pace il confine separava poi così tanto. 

Siamo a Faedis, poco sopra Udine. È qui che sorge l’azienda Di Gaspero Flava e Umberto. I cugini Di Gaspero.

Non bastò al Friuli la devastazione della Grande Guerra e la successiva crisi. Ci si mise pure la gelata dell’inverno 1928-1929 a creare ulteriore povertà. La gente andò via e quelli che rimasero se la videro veramente male.

Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolare

Essendo il nonno Eugenio il primo di quattro fratelli dovette essere responsabile come tanti altri da queste parti. Nonno Eugenio rimase qui. I suoi figli hanno iniziato con lui a lavorare in campagna. Era normale questo. Seguirono le orme del papà. Erano tutte aziende miste. Non c’era una specializzazione. Seminativo, stalla, bosco, vigna. Un pò tutto.

Non solo non c’era una specializzazione ma la campagna non poteva assolutamente essere l’unica fonte di sostentamento. Sì faceva il muratore, l’operaio, l’artigiano. Qualunque cosa pur di portare un pò di soldi a casa. La campagna era solo un serbatoio di cibo. Un modo per spendere meno e mangiare, più o meno, ogni giorno. Piccoli appezzamenti, orti perlopiù. E la vigna era sempre proprio dietro casa. Accanto agli ortaggi. 

Mio zio è andato una settimana con un fotografo ma ha visto che non era cosa sua. Ma se vedessi mio zio capiresti subito che non è cosa sua. Il senso artistico ce l’ha ma solo nella vigna. Papà è andato una settimana a Marghera a fare il meccanico ma non è voluto stare li. Evidentemente avevano entrambi uno stimolo di autonomia. Dopo l’esperienza settimanale hanno detto meglio fare l’esperienza di papà.

Il vino lo iniziano a fare per consumo familiare. Niente di più, niente di meno. Ciò che serviva alla tavola insieme agli ortaggi. Consigli di amici, ristoratori. Chiunque ne sapesse più di loro. Ovvero tutti. 

Come molte aziende qui, sono nate così. Se eri fortunato avevi figli che andavano a Conegliano a fare enologia alla scuola. Tutti si servivano della consulenza di enologi che passavano anche se nasce tutto da collaborazioni con amici della zona. 

Ma i Di Gaspero non erano fortunati. Solo pian piano, facendo sacrifici, quelli veri, le terre di famiglia si estendono. Nessuno voleva coltivare le terre allora e nessuno le vuole coltivare oggi. Coloro che rimangono sanno che la terra diventa tutto per loro. Assorbe energie, denari, tempo. Nessuno vuole farsi soggiogare così. Chi rimane può anche prendere le terre a pochi spicci. Ne dovrà buttare di tempo, soldi e sudore in quel che modo.

Pian piano abbiamo allargato arrivando a 12 ettari che non è tantissimo ma nemmeno poco per una azienda di qui. Qui, la zona a Faedis, a nord dei Colli Orientali, è una media dimensione. 

Rispetto alle aziende a sud di Cividale verso Gorizia, quando c’è stata la fine della mezzadria li si sono evolute più velocemente. Dalle nostre parti sono rimasti più legati alla tradizione perché piccole aziende. 

Faedis è un paesino con poco più di 1600 anime. È posta proprio all’imbocco di una valle lunga e stretta tra le Prealpi Giulie. Ci si può inerpicare in gustose passeggiate trovando anche tante vecchie vigne.

Qui sono rimaste anche delle vigne molto vecchie. Abbiamo una vigna dell’ex sindaco di Faedis del 1895 che è tuttora produttiva con il Refosco di Faedis. Ma non c’è solo quella ma altre vigne con 80 e 60 anni. Molto facilmente. Questo aiuta ad avere uve bilanciate o in annate siccitose.

Fin qui sembra una storia di quelle normali. Nonno, papà, zio. Insomma basta solo che Flavia dica di come lei abbia iniziato sulle orme del padre e il gioco è fatto. Ma non è proprio così.

Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolare

Per quanto mi riguarda è stata una cosa più particolare. Mentre mio cugino Umberto, che è mio socio, è rimasto in azienda da sempre seguendo subito le orme del genitore perché sempre piaciuta la campagna (è anche cacciatore e pescatore), io ho fatto Ragioneria anche se la campagna mi piaceva. Sono del 62 e qui ad agraria a Cividale c’erano solo maschi. La famiglia influenzava e andai a fare ragioneria. Pareva mi piacesse ma andavo bene per dovere. Non ero portata. La facevo bene ma non era la passione. 

Una scelta spintanea si direbbe. Ragioneria invece che Agraria solo perché la scuola di Cividale era frequentata solo da maschi. Certo, se nessuno mandava le proprie figlie!

Non è però che all’epoca la campagna fosse cosa facile. Non c’erano i mezzi meccanici, le previsioni atmosferiche, i trattamenti particolari e, soprattutto, la cultura giusta. Tutto era dannatamente più duro e chi aveva una figlia femmina si augurava per questa una vita migliore. Non sempre era discriminazione. Il più delle volte, una sorta di protezionismo.

Durante gli anni, correvo e mi sono detto: faccio l’Isef. Mi scoraggiarono ad andare li e persi l’entusiasmo. Presi il diploma di ragioneria e finì in banca anche se non mi piaceva. Mi sono detta: stai qui al massimo tre anni. 

Ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu? 

Così cantava Antonello Venditti nel 1975. Una canzone dedicata all’ingresso nell’età adulta. Come Flavia che dai banchi di scuola 

Compagno di scuola, compagno per niente

Si ritrova in banca. Wow! Direbbero in molti. Un posto fisso e che all’epoca era super ambito. Non per tutti. Non per uno spirito libero come Flavia.

Sono stata lì quattro anni e mezzo dopo di che mi sono detta che volevo entrare all’Isef. Ho fatto dunque anni di allenamento a Udine su e giù con la bici e di tutto di più. L’esame all’Isef andò bene e mollai la banca. All’Isef a Perugia. 

Da Faedis a Perugia. Meno male che c’era una zia li

Con la banca avevo messo da parte i soldi e a Perugia avevo mia zia. Vivevo da lei. Una zia sorella. Mi bastava per i viaggi, i libri, l’università. Con i miei che partecipavano ovviamente. 

Belli i sogni anche se spesso rimangono tali. Dopo l’Isef l’insegnamento sembrerebbe essere il passo successivo. Solo che entrare a scuola era ed è complicatissimo. Pochi posti per tanti pretendenti. L’unico modo per essere di ruolo a scuola era, ed è, quello della supplenza. Strada lunga, tortuosa e senza un approdo sicuro. Un pò come un sentiero di montagna.

Uscendo dall’Isef fu difficile entrare a scuola. Mi sono reinventata allora con tante cose: corse per bambini, CUS, allenamenti, ecc. Nel frattempo seguivo un pò in azienda. Aiutavo con i clienti. Davo una mano nei registri, con le persone, ecc. Poi mi sono detta che dovevo fare una scelta. In azienda c’era bisogno di una persona e quando decisi di entrare in azienda, mi chiamarono a scuola. Era il 2007 quando ero in azienda. Dopo quindici anni dall’esame…

I concorsi della scuola. Mi chiedo a cosa servano se si deve fare il supplente per quindici anni. E dire che i supplenti nella scuola rappresentano circa il 24% del totale docenti. C’è qualcosa che non torna nei numeri. Ma così va la vita.

Flavia l’anima in pace se l’era messa. Non so se sia una attitudine tipicamente friulana ma lei capisce e accetta che se vuoi fare bene le cose o fai una cosa o l’altra. Ah quanta gente conosco che pensa di fare più cose bene contemporaneamente. Vaglielo a spiegare che non è una questione di multitasking. Hai una sola mente che, giocoforza, si concentra dove ha più piacere o interesse. Non esiste il multitasking. 

Soles duebus sellis sedere. Sei solito stare su due sedie. Una frase rivolta da Decimo Liberio a Cicerone che si era rifiutato di fargli posto in senato poiché senza onore. 

Andavo a scuola. Ho provato a fare un paio di anni ma avevo messo le basi qui prendendo le responsabilità più grande. 

Tre anni per la precisione. Alle superiori. 

Facevo anche gli esami. Dunque dormivo pochissimo. A giugno era una roba terribile. La scelta fu obbligata. 

Lezioni private, scuola, palestra, sostituzione di qualche collega. Poi l’azienda. Nel mezzo, la vita privata che le regala a Flavia due figli. Meraviglioso certo ma una complicazione in più. 

Eppure lei, il pensiero all’azienda, alla campagna, alla vigna, l’aveva sempre. 

Era una cosa che sentivo dentro perché arrivavo da una famiglia e ho vissuto molto il territorio. Ho svolto anche attività legate al sociale, alle pro loco. Il vino la fa un pò da padrona. Per anni è stata una delle attività principale di questi luoghi. 

La vita di Flavia deve essere stata quella che definiremmo da donna schizzata. Eclettica, elettrica, dinamica, forte. Tutto torna. Tutto insieme ad una serietà tutta friulana: mai fare due cose insieme. Anche se i colleghi le ricordavano che il posto fisso non si abbandona mai, lei non ascoltava.

E quindi? Firmo le dimissioni?
Non bestemmiare. Il posto fisso è sacro

Nel mezzo c’è anche uno schiaffo da parte del Senatore Binetto alias Lino Banfi a Checco Zalone.

Mi è dispiaciuto lasciare il rapporto con i ragazzi. 

Mica si preoccupa del posto fisso Flavia. Meraviglia!

Insomma, molla il posto fisso (povero Senatore Binetto!) ed entra a tempo pieno in azienda. Con il cugino Umberto che ha sempre fatto il viticoltore. Da dopo le superiori subito in azienda.

Umberto si è sempre occupato della vigna, dei seminativi ecc. Lui con mio papà. 

Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolareInsomma, Flavia voleva fare l’Agrario e si è ritrovata a fare ragioneria. Voleva andare all’Isef e si è ritrovata in banca. Decide di fare l’Isef e riesce a mollare tutto. Non ha la pretesa ne l’obiettivo del posto fisso ma quando lo raggiunge, molla tutto per ritornare da dove era partita. 

Una sorta di gioco dell’oca con la carta di tornare al punto di partenza. 

Senza patemi d’animo. Con tanta gioia. Come se fosse una liberazione. Un ritorno a casa. Anzi a Casa. 

In azienda Umberto si occupa più della cantina ma si fanno gli assaggi insieme. Io ho fatto anche il corso da sommelier. Ma non vuol dire niente perché poi devi applicarlo. Aiuto in cantina certo. Lui si occupa anche della vigna insieme a mio zio che a 85 anni va ancora in vigna. Mio papà purtroppo sono nove anni che non c’è più. Ci avvaliamo di studenti o pensionati in vendemmia. 

Per capire che azienda sia la Di Gaspero, occorre bene capire il territorio. Non siamo nei Colli Orientali e siamo pur sempre in Friuli. Per arrivare qui occorre essere proprio motivati. È per questo che qui sono le persone del luogo, dunque la vendita diretta, a fare la partita. 

Facciamo molta vendita diretta. Vendiamo tanto sfuso. Ci sono clienti che vengono qui da cinquant’anni. Mi ricordano che ero più che bambina. 

Se la sentiste parlare converreste con me che ha la forza di una ventenne con la voglia di cambiare ancora le cose. Sempre all’insegna di quella ospitalità che la sua famiglia le ha donato.

La mia famiglia era con una nonna e un papà molto accoglienti. Avere sempre gente per casa così che il cliente era trattato come una persona di casa. Forse l’accoglienza ti fa scegliere il vino per il piacere di andarlo a prendere. Una sorta di familiarità.

La Di Gaspero oggi consta di 12 ettari e 12 tipologie di vino. Tante varietà. Tanta voglia di rispettare i vitigni locali.

I vitigni di base della nostra zona sono il Verduzzo, il Friulano, il Merlot, il Refosco. Prima che entrassi io abbiamo incrementato il Pinot, lo Chardonnay e la spumantizzazione. Ora abbiamo incrementato la produzione del Refosco. Ho cercato sempre di spronare al miglioramento perché negli anni la frequentazione di altri miei colleghi mi ha permesso di carpire meglio del mondo esterno.

Il Verduzzo di Di Gaspero è qualcosa di immensamente godurioso e così avvolgente che ci si può perdere al solo guardarlo nel calice per quel suo affascinante dorato. Se poi, per sbaglio o per cultura, provassimo ad annusarne gli effluvi, ecco allora che il rapimento diventa cosa sicura. La frutta è ambrata e cotta e disidratata, secca e candita; il vegetale è dei fiori di camomilla e miele, della salvia e del mandorlo. Un pò di balsamico a ricordarci che le alpi con i suoi faggi sono ad un passo.

Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolare

In bocca è piacevolmente dolce, non stucchevole, con una freschezza che c’è e non se ne va via rendendo così questo Verduzzo uno di quei vini che vanno giù tanto ma tanto bene. Si sente la dolcezza ovviamente ma con la giusta temperatura e per via della importante sapidità, risulta essere secco e verticale. Il passaggio in botte lo ha certo arrotondato ma non domato del tutto. Tornano le note di frutta secca e mela cotogna a creare una persistenza lunga e indimenticabile. 

Il Friulano ha sentori semplici di agrumi e frutti tropicali: mango, pesca bianca, ananas. Poi una bella nota erbacea, quasi di sottobosco che si lega al glicine, alla salvia e alla camomilla. Un bellissimo e soave mix con la mela che emerge grazie ad un leggerissimo balsamico. 

In bocca è particolarmente piacevole con la nota di mandorla e ad dolce agrume. Le erbe e la salvia escono alla chetichella donando freschezza e finezza. 

Un bellissimo esempio di Friulano non propriamente tagliente per via di una verticalità decisamente ammorbidita. La sapidità c’è e si fa sentire spingendo molto. Finale di grande pulizia. 

Lo Chardonnay è alla vista vegetale per quella colorazione verdognola. Sono i sentori erbacei e la pera insieme alla pesca bianca a donare semplice finezza. Lineare, pulito. 

Il vegetale, piacevole e scorrevole, ritorna al sorso. Nessuna stucchevolezza anzi propria verticalità. Pera e mela verde provano a insinuarsi per donare quel tanto di morbidezza che rende equilibrato un vino che tende ad essere amarognolo verso il finale. Buona la persistenza.

La Ribolla Gialla è tenue e delicato. Tutto è delicato, dai sentori ai sapori. Minerale, sapido, scorrevole, verticale anche se in bocca mi ha ricordato una ampolla: parte verticale come il vino che si insinua nel collo della bottiglia per poi aprirsi nella pancia della stessa. Si apre inaspettatamente in bocca. Essenziale, pulito, duttile, sapido. Dall’aperitivo al secondo, è uno di quei vini che non ci si stanca di bere. Anche tutti i giorni.

Non abbiamo il biologico perché siamo in una zona molto umida. Siamo piccoli e hai contaminazioni ovunque. Siamo a basso impatto ambientale e cerchiamo di fare meno trattamenti possibili seguendo le indicazioni del consorzio.

Una donna che ha voluto fare cose un tempo precluse agli uomini ha una personalità forte che non può non farle guardare avanti. È così che capisce che c’è qualcosa da valorizzare a Faedis: il Refosco.

Il Refosco. Già ma tutti conoscono il Refosco dal peduncolo rosso. Cosa è ora il Refosco di Faedis? Niente di più (ma niente di meno!) di un Refosco. Diverso o se non altro identitario di un territorio, quello di Faedis. Se ne hanno notizie in epoca non certo antica ma comunque da oltre 130 anni fa. 

Perché cestinarlo? Perché non valorizzarlo? Serve una associazione. Oltre che una DOC.

L’associazione per il Refosco nasce nel 1998 sulla scia di quanto avevano già fatto per Ramandolo. Loro sono riusciti ad ottenere la DOCG. Noi abbiamo pensato di valorizzare il Refosco di Faedis per portarlo tra i vitigni raccomandati. Qui non si coltivava più di quello dal Peduncolo Rosso. Rispondeva meglio di altri vitigni. I mezzadri davano tutte le uve al padrone insieme al Picolit. L’impossibilità di ottenere una DOC poiché tolto dal disciplinare dei Colli Orientali tanto che pochi a Faedis imbottigliavano. Questo ha generato la cancellazione. Si continuava a produrre senza imbottigliare. 

Un vitigno da valorizzare e preservare in un luogo dove in pochi imbottigliavano. Oppure lo mettevano in bottiglia senza etichetta. Nessuno vendeva ai ristoranti oppure vendevano ma sempre senza etichetta. Che ci volete fare, è normale quando il consumo è prevalentemente locale. A chi volete interessi l’etichetta? Basta che il vino sia buono e prodotto da chi si conosce.

Quando sono entrata io abbiamo iniziato ad etichettare. 

Ci vuole tanto per costruire una DOC. Ci sono delle regole chiare e regolamenti da rispettare. Sì includono i vitigni che iniziano il percorso e, una volta costituita, occorre che i vignaioli li usino. Se si smette di farlo, occorre aggiornare i disciplinari. Per forza. Per evitare di infilarsi in pastoie burocratiche. 

Volevamo la DOC ma non chiamandolo dal Peduncolo Rosso. Da li è partito l’iter che è molto lungo. È uscita la legge per la cancellazione di molti toponimi e nel 2004 è stato cancellato. 

Eravamo nel mezzo dell’iter. Abbiamo ottenuto un reinserimento nell’articolo due come Refosco nostrano e poi fatto richiesta di sottozona. Nel 2011 abbiamo avuto il riconoscimento della sottozona Faedis con il Refosco Nostrano. 

Quello che per anni era stato Refosco di Faedis viene dunque cancellato lasciando al concetto di sottozona l’unico spiraglio per evitarne l’estinzione. Perpetua.

Abbiamo fatto ricerche storico fotografico a partire dal sistema di allevamento. Qui era diffuso la Doppia Cappuccina. Il Refosco è molto produttivo e occorreva utilizzare un sistema di allevamento più contenuto. Abbiamo ottenuto il Guyot e il Doppio Speronato. Andavamo insieme in vigna.

A chi si poteva dare il ruolo da Presidente se non ad una donna energica e con tanta voglia di fare? A Flavia ovviamente

Io sono la presidente da sempre. Anche perché questo ruolo è arrivato quando ero fresca di azienda. Eravamo poi quelli più elastici che non avevano litigato con nessuno. Speravo durasse un pò ma sono sempre io. 

Dieci aziende che costituiscono i Viticoltori del Refosco di Faedis. Insieme hanno creato la loro etichetta. Nera o bianca. Riserva o tradizionale. La differenza è l’affinamento: per l’etichetta bianca è di dodici mesi; diventano ventiquattro per la nera.

Il Refosco di Faedis è nella versione Etichetta Bianca ovvero con dodici mesi di legno e la Riserva, Etichetta Nera, con ulteriori dodici mesi.

La Bianca. Bello e pulito nel bicchiere. Un rubino che sa di frutta croccante e fiori. Un pò di tabacco e di noce moscata insieme a pepe e vaniglia emergono timidamente sospinti dal lieve balsamico. Sensazione di piacevole rilassatezza, di fresca intensità che cela carattere. Non un riposo del guerriero ma un essere pronti a qualunque evenienza. Nel mentre, ci si riposa.

Il sorso è fresco e, devo dire, meno fresco di quello che mi sarei aspettato. La trama tannica, indubbiamente presente, non è importante. Non quanto la sapidità che spinge allungando la persistenza. Ampiezza interessante. Ciò che più mi è piaciuto è l’equilibrio che consente un gradevolissimo finale grazie ad un velo di dolcezza che bilancia perfettamente la apparente rusticità. Si lascia bere e bene anche per via di una struttura non particolarmente importante. Non è esattamente fine ma di quella sobria eleganza che mi ricorda qualcuno….

Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolarePoi la Nera che ho provato nell’annata 2016 e 2018. 

Il 2018 è di quel rubino intenso, profondo con le note balsamiche a rendere palesi le note di frutta non particolarmente matura e il sottobosco.

Il 2016 resiste al tempo in maniera incredibile. Certo il colore granata lo identifica come più avanti nel tempo. Il balsamico c’è sempre, i sentori diventano più cotti, le spezie e le tostature sono amplificati. Il tempo ha dato morbidezza.

All’assaggio la freschezza del 2018 non sfigura rispetto a quella del 2016 che appare più morbido anche per via dei tannini addomesticati ma non domati totalmente. Due vini che mantengono la loro identità esaltando l’evoluzione. L’intensità del 2016 si contrappone alla quasi rusticità del 2018. Caldi e sapidi lasciano la bocca comunque pulita, fine e intensamente pronta. Sono due vini che si possono anche bere senza particolari abbinamenti ma uniti ad una pasta con cacciagione (o un ragù intenso) piuttosto che una carne, si esaltano. Sarò godurioso ma legandola ad un sigaro di tabacco kentucky, mi ha esaltato.  

Sono due vini pronti ancorché con caratteristiche diverse dovute al tempo trascorso in bottiglia. Interessantissimi perché espressioni identitari del Refosco. Diversi dalle altre aree del Friuli. Meritano non solo una menzione speciale ma qualcosa di più. Meritano una evoluzione territoriale e temporale. Occorre credere in questi progetti. Non bastano pochi ardimentosi che comunque devono essere ringraziati per il lodevole lavoro svolto.

Non solo Refosco ma, ovviamente, anche vitigni trapiantati in Friuli da lungo tempo come il Merlot o autoctoni come lo Schioppettino.

Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolareIl Merlot, che ha subito un affinamento di 24 mesi in legno, è scuro e impenetrabile. I sentori sono di fragola e soprattutto ciliegia. Vinosi, veri, appassionanti. Nero e verde che si uniscono. Il nero dei frutti di bosco e della ciliegia; il verde del sottobosco erbaceo. Poi spezie dolci per evocare finezza e non solo rotondità. Mi ricorda un dolce con cioccolato e frutti di bosco. Piacevolezza e ancora finezza.

In bocca il Merlot rispecchia esattamente quanto il naso ha percepito in una sorta di meravigliosa continuità. La ciliegia spinge e i delicati tannini non si oppongono. Sembra amabile ma la freschezza contrasta egregiamente donando equilibrio e, soprattutto, costringendo a non fermarsi al primo sorso. Vero. Un vino vero. Un Merlot che miscela vegetale e fruttato senza che spezie e tostature disturbino.

Lo Schioppettino non ha bisogno di legno. È uno di quei vini quasi amabile ma non banale. Rotondo già nei sentori di frutta croccante (ribes, fragoline di bosco, more, mirtilli) e di fiori rossi di campo. 

In bocca fresco e arrotondato da tannini gentili, non invadenti, piacevoli. Una rotondità non banale ma vero, sincero. Rustico e non eccessivamente persistente lo connotano come un incredibile vino da tutti i giorni, da merenda, da cena spensierata. Da amici. 

Poi abbiamo potenziali di ragazzi che potrebbero entrare. Con il cambio generazionale siamo alla ricerca di nuove leve per far entrare nuova linfa. Che abbia voglia e ci creda.

Flavia è sprintosa e paziente. Sa che per queste cose non bisogna avere fretta. Non si diventa famosi in poco tempo. E lei è una che il tempo lo macina. 

Presidente dell’associazione. Commerciale e contabile per la propria cantina. Sommelier. Mamma di una di una ragazza di 30 anni che è maestra elementare e insegna e di un ragazzo di 27 fisico teorico che lavora a Milano.

Dobbiamo tener duro perché non è un periodo florido. Sì respira un’aria un pò pesante di malcontento. Papà diceva che ci sono i corsi e ricorsi storici e occorre tener duro. Hai degli attimi di pensiero nei quali avrei bisogno di qualcosa di friccicarello che arriva dai ragazzi. Cerco di stare sul pezzo nel fare cose. Mi piace organizzare da me qualche evento, qualche piccolo concerto. Mi piace avere la gente che viene qui. Essere un punto di aggregazione oltre che vendere vino.

È una forza della natura. Non si piega e non si spezza. In più, porta sempre con se il suo sorriso. Solo che per trovarla è abbastanza complicato. Fosse anche per una telefonata. È sempre impegnata.

Mi piace che la gente stia bene insieme. Faccio gli aperitivi estivi. Serate teatrali e di concerti legati al vino. È importante che la gente venga a noi. Non abbiamo la capacità di uscire per via delle quantità limitate. Di Friulano ne ho 7000. È difficile attirare le persone perché il Friuli non è poi cosi dietro l’angolo. 

Sprintosa forse è poco. Magari è lei quella multitasking. Mi sa che mi devo ricredere!

Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolare

Il mio scopo aziendale sarebbe di farmi conoscere in italia ma non nella grande distribuzione perché non abbiamo i numeri. Abbiamo tutti dei vini buoni. Abbiamo lavorato tanto sul Refosco perché ci caratterizza. È la nostra unicità. In Friuli poi facciamo tutti il Friulano. Abbiamo il Verduzzo e piccole specialità che ci caratterizzano. Ultimamente abbiamo impiantato una piccola vigna di Malvasia. Vorrei fare un bianco che abbia dei profumi floreali e che sia fatto con degli autoctoni. Perché sono gli autoctoni che ti fanno riconoscere. Abbiamo lo Chardonnay ma lo fanno in milioni.

35000 bottiglie per 12 ettari. Una resa bassissima che non può che essere sintomo di tanta qualità. E altrettante fatica.

Un punto di arrivo dovrebbe essere di restringere la gamma per concentrarsi sugli autoctoni. Il problema è che purtroppo anche negli anni trascorsi si è andati incontro al cliente. Riesco a terminarle ma potrei venderne di più se avessi più clienti della bottiglia. 

La bottiglia e l’imbottigliamento. È dura far cambiare le abitudini ai clienti che da cinquant’anni arrivano a Faedis da Flavia e Umberto a prendere il vino. Anche perché, se il vino è buono mica è detto che devi conservarlo a lungo. Lo bevi come lo bevevano i nostri nonni: a tavola, e chissenefrega della bottiglia. 

Dura a far morire questi usi. Ma poi, c’è da chiedersi, è giusto che muoiano? Oppure rappresentano quel vero fascino di una azienda agricola a km 0? Certo, la voglia di espandersi, di aumentare i volumi e i margini. La necessità di far conoscere i propri prodotti fuori dal territorio. Però è anche vero che oggi si parla sempre più di territorio che va vissuto più che esportato. Vivere un territorio è ben diverso dal sentirne parlare. Se non ci fossero più le persone che arrivano in azienda per riempire la tanichetta, si potrebbe ancora parlare di territorio?

Umberto ha un figlio grande che fa lingue. E ha una bimba piccolina di pochi anni. Lei è molto vivace e dinamica. Chissà. Solo che io avrò ottanta anni. L’unico problema è che ci sia la salute per andare avanti.

Portare avanti una azienda è sempre complicato. Si fanno sacrifici perché la stessa sopravviva a se stessi. La speranza è nei figli. In questo caso di Flavia e Umberto. Senza stress e senza costrizioni. Con la speranza messa li in un angolo. Ma sempre viva. 

Il ragioneria mi ha aiutata molto a capire cosa è una fattura e gestirla. Magari servirebbe a tutti. Se non avessi fatto ragioneria forse avrei fatto l’Isef e sarei rimasta nello sport. Se però ripartissi dal 1997 partirei diversamente nel campo dell’ospitalità dettando le tipologie del vino offerto. 

Sono proprio le persone come Flavia a salvare e promuovere il territorio nel quale vivono e che considerano casa. Una casa non chiusa,

aperta alle persone con quel senso di ospitalità che sa di famiglia, di comunità. Una zona bellissima dal punto di vista naturalistico che diventa casa di tutti coloro che vogliono visitarla. Le vigne, l’associazione, la pro loco. Ogni cosa serve a promuovere il territorio. La propria azienda, la Di Gaspero, è solo parte integrante di un territorio. Non è l’unica. Questa la forza della mentalità di Flavia. Questo lo spirito che dovrebbe armare quei viticoltori che credono di essere speciali rispetto agli altri. Non si accorgono che, così facendo, sottraggono forza al territorio. 

Flavia e la sua dinamicità. Sì è trovata nel posto sbagliato al momento giusto. Qualcuno ha scelto per lei e da li la vita è andata in un certo modo. Fino a quando ha scelto lei e solo lei per se stessa, dimostrando come la forza di volontà, la capacità e la positività, paghino sempre. 

È così che Flavia ha percorso una traiettoria circolare che, partita dalla terra, dalla sua terra è tornata alla terra, la sua terra. Come quegli amori che fanno dei giri immensi ma poi ritornano. 

… Certi amori non finiscono
Fanno dei giri immensi e poi ritornano
Amori indivisibili
Indissolubili, inseparabili

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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