Barbara Avellino. Era la vigna che curava me
Dalla riabilitazione psichiatrica al restauro monumentale, fino alla scelta di diventare vignaiola nell’Oltrepò Pavese. La storia di Barbara Avellino attraversa tre vite diverse e approda a Rovescala, dove custodisce una vigna del 1948, produce vini naturali da fermentazioni spontanee e conduce un’azienda biologica fondata sul rispetto della terra, della biodiversità e delle relazioni umane. Un racconto di resilienza, radici e ricerca di equilibrio, tra antiche piante madri, api, vino naturale e una felicità costruita un gesto alla volta.
Rerum natura nusquam magis quam in minimis tota est.
(La natura non si rivela in nessun luogo più compiutamente che nelle cose minime.) Plinio il Vecchio, Naturalis Historia
Ogni tanto mi trovo a pensare come studiare il latino sia davvero utile. Contrariamente a quanto tanti stolti vanno in giro a dire, i nostri progenitori, i romani, riescono ancora oggi a fornirci insegnamenti degni di riflessione. Non perché fossero migliori di noi visto che avevano schiavi, guerre, epidemie, imperatori dementi. Sapevano però guardare oltre. Oltre il proprio orizzonte in una maniera che oggi si è praticamente persa per una sorta di endemica miopia. Loro, guardavano in piccolo per vedere in grande.
Plinio il Vecchio, che morì osservando l’eruzione del Vesuvio perché troppo curioso per salvarsi, aveva notato proprio questo: la natura si rivela nei dettagli. In un seme. In una gemma. In una vecchia vigna del 1948 che sopravvive a tutto, compresi noi.

Barbara Avellino ha una vigna di Rovescala che porta iscritte nel legno le sue piante madri, trentun esemplari ancora in vita dal 1948. Da quelle gemme ha prelevato le marze per reimpiantarne altre. Ha fatto esattamente quello che Plinio avrebbe approvato: ha guardato in piccolo per capire come tenere in piedi qualcosa di grande.
L’ho conosciuta ad un evento riservato ai vini naturali, Vini Selvaggi. Dalla sua voce, dal suo sorriso e da una sorta di timidezza endemica, ho capito subito che aveva una storia. Non solo una storia sul vino.
Tre vite prima della vigna
Vuoi capire quanto sono matta?
Ride. Una risata sincera, larga, che non cerca consenso. Rivelatrice di qualcosa di essenziale su Barbara.
Nata a Milano. Famiglia mista, come dice lei con soddisfazione. Ramo paterno da Livorno, un pezzo di Svizzera nel mezzo. Radici che si mescolano come vini in assemblaggio. Un mischione, rivendicato con orgoglio. Mai e poi mai il pensiero di fare l’agricoltrice, anche se le colline della Brianza, dove la famiglia aveva una seconda casa, in qualche modo, la chiamavano.
La vita mi stupisce positivamente. Ogni volta mi sorprende. È giusto fare i programmi, assolutamente. Però poi la bellezza della vita è che i programmi te li sconquassa tutti, ti rimischia le carte.
Prima di arrivare alla terra, Barbara ha vissuto tre esistenze distinte. Nella prima, forse la più sorprendente, si è occupata di riabilitazione psichiatrica. Un diploma da educatrice e specializzazione in psicoterapia a mediazione corporea mentre, parallelamente, studiava medicina con l’intenzione di fare psichiatria. Lavoro nell’ASL, in quelli che si chiamavano USSL, a contatto quotidiano con i pazienti e con una realtà che non riusciva a guardare in faccia senza perdere qualcosa di sé.
Ho visto riscrivere le cartelle dopo che i pazienti erano morti. Ho visto cose veramente pesanti da accettare.
Nessuna enfasi drammatica. La voce si abbassa appena, poi risale. Questo è il modo in cui parlano le persone che hanno metabolizzato il dolore senza lasciarlo marcire.

Ha mollato e non certo per codardia. Stava perdendo sé stessa. Prima il part-time, poi gli studi. Non di medicina. Di restauro. Fino a che si è licenziata. Un avviso pubblicitario visto chissà dove
Non mi hai mai parlato della passione del restauro, le aveva detto la sua migliore amica.
Io ho sempre avuto la passione per l’artigianato, per mettere le mani davvero nelle cose e farle in prima persona.
E qui sento il filo. Una continuità che Barbara stessa forse non aveva visto finché non ne ha parlato ad alta voce: il restauro come cura. La psichiatria come cura. La vigna come cura. Le vite cambiano, la vocazione resta.
Restauratrice di pietre, restauratrice di vite
La seconda vita di Barbara è fatta di marne e di marmi bianchi di Carrara. Una specializzazione in materiali lapidei. Statue, paramenti murari, campanili, intonaci a strati. È così che la vita la porta a lavorare su uno dei monumenti più imponenti di Pavia: l’Arca di Sant’Agostino nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro. Una struttura medievale in marmo bianco che raccoglie da secoli le spoglie del grande padre della Chiesa, Dottore della Grazia, Vescovo di Ippona. Colui che scrisse le Confessioni parlando a Dio come se stesse conversando con un amico e che aveva capito, lui pure, che la vita non è mai il percorso che ci immaginiamo.
Attraverso il monumento impari tante cose belle della vita dell’epoca. Ci sono dettagli che solo noi che eravamo là potevamo vedere.
Ho una particolare debolezza per chi sa vedere le cose da vicino. Per i restauratori, per i vignaioli, per i chirurghi, per i cuochi: persone che lavorano con le mani e che per questo capiscono il mondo meglio di chiunque altro. Mentre la cultura del nostro tempo spinge sempre verso l’astrazione (il cloud, il metaverso, il lavoro da remoto) mettere le dita nell’intonaco del XII secolo o nel palmo di un grappolo maturo, mi da un senso di fisico. Cosa che a persone come me è rimasta solo nel non poter ancora fare a meno di leggere un libro sfogliando le pagine di carta.
Barbara in quel periodo era la referente restauratrice del Dipartimento di Scienze dell’Archeologia dell’Università di Pavia. Una bella carriera. Solida. Rispettata.
Nel frattempo, però, come le cose della vita insegnano, stava accadendo altro.

L’amore cambia la direzione
Il primo marito di Barbara era un informatico poi diventato appassionato di cibo e vino, poi giornalista di settore. Lei lo seguì. Prima come lettrice critica e correttrice di bozze, poi collaborando con la redazione del Corriere Vinicolo, infine iscrivendosi insieme a lui al corso di Viticoltura ed Enologia.
Di giorno frequentavamo l’università, le lezioni, i laboratori. Poi la notte io andavo in redazione perché quella avevo. La notte, il sabato, la domenica. E incastravo anche il restauro.
Una vita frenetica, bella nella sua complessità che poi, come accade nelle storie vere, subisce una deviazione. La malattia del marito. Una malattia psichiatrica. Quasi una crudele ironia del destino rispetto al primo capitolo professionale di Barbara. Lei, che aveva già curato altri, doveva scegliere se salvare sé stessa o tentare di salvare il marito.
Meno male che c’era un’azienda. Perché l’azienda aveva la necessità delle piante. Quelle necessità mi distoglievano. Mi davano la forza. Dicevo che andavo in vigna ad occuparmi della vigna. Era la vigna che curava me.
Ho sentito molte cose in tanti anni di questo mestiere. Ma questa frase, la vigna che la curava, è una di quelle che restano. Come certi vini che non dimentichi: non perché siano perfetti, ma perché ti hanno trovato in un momento preciso e ti hanno detto qualcosa di vero.
Rovescala, la terra che non si lascia dimenticare
Per capire Barbara bisogna capire dove vive. E dove vive non è un posto qualsiasi.

Rovescala è un borgo dell’Oltrepò Pavese orientale, quasi al confine con la provincia di Piacenza, nella piccola valle del torrente Bardonezza. Il suo nome compare per la prima volta in un atto del X secolo come possedimento della chiesa pavese di San Giovanni. Nel 1164 Federico Barbarossa cedette l’intero territorio a Pavia. Nel 1192 una pergamena documenta concessioni di terreni vitati. A Luzzano, frazione di Rovescala, nel 1961 furono trovate tombe longobarde del VII secolo. Quattro guerrieri sepolti con le loro armi: scramasax (che era l’arma dei longobardi), spade, scudi, punte di lancia.
Questi paesini dell’Oltrepò hanno radici che sprofondano in qualcosa di primordiale. La vite qui non è arrivata con i Romani. Era già presente e lo testimoniano ritrovamenti fossili nei pressi di Casteggio. Strabone nel I secolo a.C. attribuì all’Oltrepò addirittura l’invenzione della botte. I monaci dell’abbazia di San Pietro in Ciel d’Oro, quelli stessi che custodivano le spoglie di Sant’Agostino e di Severino Boezio, possedevano vigneti in Valle Staffora dall’862.
Non voglio narrare l’archeologia del vino che ha in se anche il rischio di annoiare. Però, quando si parla di una persona che sceglie di radicarsi in una terra, vale la pena capire in quale terra si radica. L’Oltrepò è quella virgola di Lombardia a forma di grappolo d’uva che sta tra Piemonte, Emilia Romagna e Liguria, a quarantacinque gradi nord, il parallelo del vino. Non è una terra con i comunicatori che ha il Barolo o la mitologia del Chianti. Ha però qualcosa di quietamente potente: una continuità colturale e culturale che dura da oltre un millennio.
I terreni di Rovescala oscillano tra i 125 e i 340 metri sul livello del mare. Sono in prevalenza argillosi e marnosi, con depositi alluvionali recenti, sabbie e limo. Una struttura geologica che, per analogia, ricorda il Monferrato e la Bassa Langa. Terra da rossi, dice Barbara. E lo dice con la certezza di chi ci è arrivata per vie traverse, ma una volta arrivata ha capito.

L’arrivo: un segnale inatteso
L’acquisto della vigna, ovvero i primi tre ettari, arriva nel 2008. In modo quasi improbabile. Barbara era a Rovescala per la convalescenza del marito. Faceva un tirocinio in un laboratorio d’analisi del vino e un giorno si era detta che poteva anche cercare lì la vigna per il suo progetto. Il giorno dopo, in laboratorio, qualcuno le disse:
Sono in vendita tre ettari vicino a casa tua. Ti interessa?
La vita attraverso tutti gli eventi inattesi mi ha condotto qui.
In questo momento della chiacchierata, la voce di Barbara diventa qualcosa di particolare. Forse quell’idea, proprio cara ai Romani quanto ai moderni, che esistano dei segni. Non soprannaturali. Semplicemente coincidenze che hanno la forma della risposta. Nel latino che mi piace ricordare, signum non era la freccia di un cartello stradale. Era un segno nel senso profondo: qualcosa che indica una direzione.
La proprietaria della vigna la chiamò in pieno inverno. Le disse che la vigna doveva essere potata. Le propose di iniziare di decidere solo dopo se acquistarla o no.
Mi sono sentita supportata. Ho detto: ok, non sono da sola. Così ha comprato.

Foresta, donna, straniera in terra
L’integrazione non è qualcosa di indolore. Barbara è milanese, quarantenne all’arrivo, separata, con un marito malato a carico e un’azienda appena aperta. Nella comunità agricola locale veniva osservata con la cortese diffidenza riservata agli estranei.
Ero sorvegliata speciale. Mi chiamavano per dirmi: Sei in vigna, nevica, ti è successo qualcosa?
Un collega le offre una vasca nella sua cantina per la prima vinificazione non ufficiale, sperimentale, fatta in parte nella cantinetta di casa. È il 2008 e il vino che ne esce le piace moltissimo. E qualcosa si illumina.
Ho scoperto che avendo cura di quelle piante, di quei grappoli (e per cura intendo guardarli, osservarli, capire se porti a casa un frutto maturo) veniva fuori qualcosa di buono.
Trovare una cantina in affitto, per una donna, era qualcosa di impossibile. In Oltrepo come in qualunque altra parte d’Italia. Dannati pregiudizi!
Piuttosto lasciavano cadere gli edifici, ma non li affittavano a me.
Forestiera, donna e straniera in terra: le tre condizioni che in certi territori rurali ancora oggi pesano come macigni primordiali. Un affitto mai realizzato. Il sogno di costruire la sua cantina nel terreno di casa con il cantiere ancora fermo nonostante otto anni di blocco, sette team di progettisti avvicendatisi e un’udienza in tribunale. Barbara lo racconta con la stanchezza di chi ha pagato cara la propria solitudine in una terra che non perdona l’ingenuità.
Sono sopravvissuta. Sono decisamente più povera di prima. Ma è formativo.

La filosofia del non aggiungere nulla
Il suo primo vino non ufficiale, vinificato nella vasca da dieci ettolitri che ancora conserva, è stato fatto senza aggiungere nulla. Per intuizione più che per ideologia. Almeno all’inizio.
All’università ti dicevano che non potevi fare vino senza aggiungere lieviti selezionati. Ma il professore di microbiologia enologica ci aveva condotti a capire che la distribuzione percentuale dei microrganismi utili e dannosi è direttamente proporzionale alla sanità delle uve e alla conduzione del vigneto.
Se l’uva è raccolta al momento giusto, nelle condizioni giuste, la popolazione microbica naturale ha già una larga maggioranza di microrganismi favorevoli alla fermentazione. L’università le aveva dato la base scientifica per fare qualcosa che sembrava controintuitivo: non intervenire.
Oggi la produzione dell’Azienda Agricola Barbara Avellino è biologica certificata. Tutti i vini, ad eccezione degli spumanti, nascono da macerazioni e fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, senza aggiunta di solfiti né filtrazioni. I frizzanti e gli spumanti sono affinati sui propri lieviti. Ogni bottiglia è diversa dalla precedente, ma condividono un’anima comune: il rispetto per quello che la terra propone.
Non voglio aggiungere niente che non sia uva. È un prodotto sano. Alle persone che non sanno cosa sia il vino naturale, arriva comunque il benessere. Che sia il mio intento, che sia un augurio, è comunque qualcosa che non gli fa male.
I Vini: terroir allo stato grezzo
Caotico. Provincia di Pavia Croatina IGP
Il nome è un vero e proprio manifesto. Viene imbottigliato prima ancora che la prima fermentazione si chiuda. Cosa questa che consente una evoluzione continua. Non è un rifermentato nel senso classico del termine. È semmai qualcosa di più radicale. Croatina 85%, Barbera 15%, da vigne di oltre trent’anni. Macerazione lunga e intensa, presa di spuma in bottiglia durante il completamento della fermentazione primaria, non sboccato, non filtrato. Il risultato è un vino che vive, cambia, sorprende: torbido, scuro, con una spuma generosa e una complessità che ha spiazzato più di un degustatore abituato alla geometria del vino convenzionale. Chi lo trova per la prima volta tende a restarne disorientato, poi conquistato. Sembra quasi rappresentare quel meraviglioso caos che contraddistingue Barbara. Un caso che conquista. C’è poco da fare.
Zephyro 2018. Riesling italico (bottiglia 143 di 600)
Zephyro è la forma arcaica di Zefiro. Un Dio greco del vento portatore di fiori ma anche Zephyros, favorevole ai navigatori. Magari è la stessa cosa ma in entrambe i casi, Barbara c’entra e tanto. Il suo carattere delicato e misurato è ciò che trovo nel calice. Il colore è aranciato, ambrato. Sa di vissuto, di vita vissuta ma al contempo fresco e con tanta voglia di vivere. I profumi richiamano l’arancia, l’arancia caramellata, i fiori intensi e avvolgenti. i fiori bianchi, la mela fresca e una leggera nota agrumata che ne accompagna l’evoluzione. Il sorso rende chiara la sua grandezza, la potenza, la voglia di essere fresco e al contempo vissuto. C’è volume, ampiezza e sapidità così che il finale è ampio e avvolgente. Non si può che immediatamente a tornare al calice.
Alla fine non un vino essenziale ma complesso come complessa è Barbara. Complessa ma delicata e con un cuore immenso che lasciare spazio all’uva e all’annata, senza sovrastrutture. Un macerato longevo, con tanta altra strada ancora da percorrere trovando, passo dopo passo, la forza dell’equilibrio, della naturalezza e in quella capacità sempre più rara di risultare autentico dal primo all’ultimo sorso.
Venerdì 13. Provincia di Pavia IGP
Barbera 60%, Croatina 30%, Uva Rara 10%. Macerazione lunga, affinamento esclusivamente in acciaio. Il nome porta in sé una piccola sfida alla scaramanzia. Barbara è esattamente il tipo di persona che prende quella scaramanzia, la guarda dritto negli occhi e ci fa un’etichetta. Un vino di buona struttura dove la Barbera porta acidità e freschezza, la Croatina aggiunge corpo e tannino, l’Uva Rara, vitigno antico e rarissimo, come il nome suggerisce, dona quel tocco di ruvidezza gentile che appartiene solo a certi posti del mondo.
Le Lame 2017. Pinot Nero (bottiglia 56 di 743 prodotte)
Dodici mesi in botte piccola, dodici mesi in bottiglia. Rosso rubino impenetrabile. Naso fine con piccoli frutti di bosco, china. Tannini di buona fattura, sicuramente il più timido vino dell’Azienda. È il Pinot Nero che sorprende per la sua contenutezza espressiva: non gliene frega nulla di essere Borgogna, non ha quella pretesa. È un Pinot Nero di collina padana, con i suoi modi discreti, la sua profondità misurata. Beverino più in ritardo rispetto agli altri, come certi caratteri che si aprono lentamente, che hanno bisogno di tempo e di quel tempo che scorre in campagna nei pomeriggi di autunno. O di quell’inverno che sembra non finire mai. Ma un calice di Pinot Nero, scalda e rende allegri. Intenso, come intensa è Barbara.
Le vigne del 1948 e la genetica del posto
Una delle scelte più significative di Barbara riguarda il reimpianto dopo la frana del 2009, che portò via un ettaro e mezzo di terreno non adeguatamente drenato dai proprietari precedenti.
Quella vecchia vigna con anno di impianto 1948, da quella vigna ho preso le gemme, ho fatto le marze e ho reimpiantato con le figlie delle piante madri. Trentun piante madri. Sembrava di trafficare droga, tanta era la burocrazia per ottenerlo.
Il ragionamento è tanto semplice quanto profondo: se quelle piante sono lì dal 1948, si sono adattate al terreno. Alla siccità, all’eccesso di pioggia, ai cambiamenti climatici. Sono già passate attraverso tutto quello che quella collina ha da offrire. Una barbatella prodotta in Veneto da marze siciliane non porta con sé nessuna di quelle memorie.
Una lealtà non sentimentale ma biologica, genetica, al territorio. E c’è anche, direi, qualcosa di profondamente femminile nel senso migliore del termine: la capacità di trasmettere, di conservare, di fare da tramite tra generazioni di piante.
Api, gatti e custodi silenziosi
La vigna di Barbara non è un monocoltura. È un ecosistema. Convive con apiari da poco unificati nell’azienda con il nuovo marito, che ha la sua attività apistica. Con olivi, piante aromatiche e officinali. Il vigneto è diventato quasi un parco. I clienti che vengono a trovare Barbara restano per ore. Qualcuno deve essere quasi cacciato via.
Alcune persone stanno in mezzo ai millefiori, stanno bene. Per mandarli a casa devo spingere.
È il benessere che trasmette quella vigna è qualcosa di misurabile, anche se non in unità di misura convenzionali.
La scelta di non usare prodotti chimici è anche la scelta di proteggere le sue api. Nel 2017 un gatto rimase intossicato dallo zolfo rimasto su una vigna trattata da altri. Guarito, ma a prezzo di un’esperienza devastante. E di una riflessione che Barbara porta ancora dentro:
Il capriolo, la volpe, il cinghiale, il tasso e tutti gli altri: è proprio giusto che noi facciamo così in modo indiscriminato? Secondo me no.
Aldo Leopold, l’ecologo americano che negli anni Quaranta scrisse A Sand County Almanac (un libro che nessuno leggeva quando uscì e che ora viene considerato il testo fondativo dell’etica ambientale moderna). Leopold aveva un concetto, la land ethic: la terra non è solo una risorsa, è una comunità di cui facciamo parte. Ogni elemento ha un ruolo. Noi non siamo i padroni, siamo i membri di una comunità più grande.
Non so se Barbara abbia letto Leopold. Magari si. Sicuramente, lo vive.
La scelta della misura
Cinque ettari. Cinquemila bottiglie come obiettivo. Una cifra che nel mondo del vino di comunicazione, quello dei brand, delle guide, delle cantine-albergo con spa incorporata, fa veramente sorridere. Eppure è una cifra precisa, ponderata, scelta.
Con cinquemila bottiglie riesco a stare bene. Non sono più la Barbara partita da Milano. Ho necessità diverse, molte meno.
Ci sono stati anni di grandinate devastanti (cinque nella sola 2022), zero vendemmia nel 2024, annate difficilissime per tutto il nord Italia nel 2023 e nel 2025. Barbara ha scelto di non entrare in vigna con il trattore in continuo mentre i colleghi spendevano in fitosanitari cifre superiori al prezzo dell’uva che avrebbero venduto.
Primo: hanno fregato il mondo. Secondo: hanno ammazzato le mie api. E hanno portato a casa uva che faceva cagare.
Quando parla così Barbara la abbraccerei davvero. La sua è sensibilità pratica, coerenza e saggezza contadina che non si impara all’università ma arriva dal sapere quando non fare.
Non voglio forzare quello che la natura mi dà. Continuerò a fare vino se la natura me lo farà fare. Se no, venderò giornate in natura.

Il vino, un pretesto
Il vino da soli è tristezza. È da sfigati.
Ridiamo insieme a sentirci male. Per persone come noi per le quali il vino non è mai stato un oggetto da studiare, da valutare in solitaria, da conservare in cantina come un investimento. È il pretesto per la convivialità, per la condivisione. È quello che fa sì che Cipriano, il suo collaboratore romeno tornato in patria, la segua ancora su Instagram e le mandi messaggi. È quello che porta i clienti a restare ore nei millefiori.
Perché mai cedere a bieche considerazioni intellettuali che potrebbero portare a bere da soli in silenziosa contemplazione della propria sensibilità? Barbara che viene da Milano, che ha curato psicotici e campanili e marmi medievali, sa che il vino ha un compito più semplice e più grande: tenere insieme le persone.

La terza vita, quella definitiva
Essere agricoltore è una scelta di vita, non un lavoro. Siamo custodi di una serie di altre cose che vanno molto oltre.
Le ho chiesto se questa fosse la sua vita definitiva.
Ha fatto una pausa breve, poi ha detto sì. Di getto. Semplicemente. Convintamente. Barbara ha smesso di cercare e ha trovato.
Non è la vignaiola che ha vinto la sua sfida. È qualcosa di più quieto: è una persona che ha capito dove stare. In mezzo alle sue fioriture. Con i suoi gatti, il suo cane, le sue api, il suo marito che quando non può aprire le arnie va a potare. In quella frazione di Rovescala che si chiama Cà Nova e che è diventata il suo centro di gravità.
Mi sento in vacanza tutti i giorni. Non ho la necessità di andare a fare il weekend.
Il cantiere è ancora fermo. C’è un’udienza in tribunale. La vita non è risolta, né netta, né facile. Ma Barbara Avellino ha capito una cosa che molti impiegano decenni a imparare, se la imparano: la felicità non è l’assenza di problemi. È sapere perché vale la pena rimanere.
Come scriveva Virgilio, un altro pavese di adozione, visto che riposa a Napoli ma è nato a Mantova, a pochi chilometri dall’Oltrepò, nelle Georgiche: O fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolas. Troppo fortunati, i contadini, se conoscessero la loro fortuna.
Barbara la conosce. Ed è per questo che quella vigna del 1948, con le sue trentun piante madri, continua a dare gemme.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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