Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vita
03 Ott 2025
Suggestioni di Vino

Barbato 1907. Raffaele, una grotta, una famiglia, la felicità, la vita

 

 

Si ‘sta voce te sceta ‘int’ â nuttata,
Mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino,
Statte scetata, si vuò stà scetata,
Ma fa’ vedè ca duorme a suonno chino!

Sono le parole di Voce ‘e notte, una meravigliosa canzone d’amore scritta nel 1903 da Eduardo Nicolardi perdutamente innamorato (e ricambiato) di Anna Rossi, figlia di un ricco commerciante che la diede in sposa ad un facoltoso cliente settantacinquenne. 

Una storia struggente che narra di come un destino avverso possa essere cambiato o cambiare esso stesso in qualche modo. Occorre far qualcosa, muoversi, rimanere svegli.

Inquadrare Raffaele Barbato Capasso non è affatto semplice. Un omone dal volto e dall’aspetto gentile che quando lo vedi versare e parlare dei suoi vini, non puoi che notarne la felicità. Felicità. Si è proprio la felicità che mi viene in mente. Gli sorridono gli occhi e non solo.

Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vitaL’ho conosciuto ad una meravigliosa manifestazione, IoVino, completamente dedicata ai vini campani e marchigiani. Era accanto a sua moglie Francesca e alla figlia Peonia che disegnava beatamente accanto ai genitori. Nonostante il trambusto che regnava nella grande sala dell’hotel, Peonia era felice, Francesca era felice, Raffaele era felice. C’era una sorta di idillio che ho preferito osservare da lontano prima di avvicinarmi. 

Poi ho capito. Solo poi, chiacchierando con Raffaele, ho capito.

Mi chiamo Raffaele Barbato di nome e Capasso di cognome. Già questo è un casino.

Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vitaIl nonno da parte di mamma che faceva vino. Loro sono i Barbato. Io però Barbato ce l’ho come nome. All’epoca non si poteva avere il doppio cognome. Nonno aveva una sola figlia femmina che poi ha fatto tre femmine e per quarto sono arrivato io. Lui era nato nel Far West del 1907 e l’azienda infatti si chiama Raffaele Barbato 1907. Fu anche l’anno in cui è stata ultimata la grotta e ultimato il palazzo.

Un doppio nome per poter conservare il cognome che altrimenti si sarebbe perso. Una di quelle cose che solo la genialità campana poteva partorire.

Siamo a Frattaminore, paesino dell’hinterland di Napoli. Giusto giusto al confine con la provincia di Caserta. Grandi distese di terre dedicate negli anni perlopiù alla canapa e intervallate dalla moltitudini di piccoli o grandi centri abitati. 

Io sono la supponta ovvero il bastone della vecchiaia, che però in effetti è l’erede morale. Sono cresciuto con lui, andavamo sempre in campagna io e lui il cane, che era un mastino napoletano e a cui mio nonno teneva, il suo trattorista Carluzzo. I primi anni della mia vita e fino ai 15 anni, sono stati così. Nonno voleva sempre un maschio ma non l’ha mai avuto. Lui mi diceva fai altre cose, studia. 

Il doppio nome e ‘a supponta. Tutto quadra. Una tradizione napoletana quella della supponta ancora oggi, manco a dirlo, ben radicata. Un modo per trasmettere non solo il nome o il cognome ma ciò che si è appreso dalla vita, ciò che dalla vita si è ottenuto.

Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vitaIl nonno di Francesco era uno che con la terra ci lavorava. Tanti ettari, tanta produzione. Si, anche il vino. Come si faceva allora. Quello che più conta per Raffaele sono i ricordi delle grandi alberate di Asprinio all’ombra delle quali se ne stava con il nonno, il mastino napoletano e gli altri personaggi dei quali il nonno si circondava per l’azienda.

I medesimi ricordi, al netto del cane, che ho anche io impressi nella mia memoria. Ricordi che sono come dolci carezze nella notte. Le passeggiate in campagna con il nonno e sotto braccio il paniere in vimini per raccogliere i fichi o le nocciole. L’ombra dei grandi alberi. Il canto delle cicale. Gli odori della campagna. 

Al bambino Raffaele cosa volete importasse del vino. Contava il contatto con il nonno e la sua realtà. Una supponta neanche scritta ma nella natura delle cose. Era lui, nonostante le due sorelle e un fratello più piccolo, quello destinato al nome. 

Il vino poi non poteva che essere quello che si faceva dall’Asprinio, vero artefice di questi luoghi. 

Nonno aveva l’Asprinio con piante vecchie di 100 anni a piede franco. Mischiava anche varietà diverse. Sopra c’era una vasca di cemento dove metteva i grappoli con il raspo. Li lasciava una nottata poi torchiava e faceva confluire il mosto in un’altra vasca di cemento a tre metri dove iniziava la fermentazione. Dopo tre giorni portava tutto in grotta nelle botti. Lui faceva la pigiatura, diciamo prima coi piedi, poi con la macchina che schiacciava solamente con con il raspo. Poi stava tutta la nottata con il raspo e le bucce poi veniva nelle botti che erano di castagno. Quindi era una Asprinio con i tannini, poi in botte di castagno. Va bene che erano in cerate però era un bel vino importante. Fermo anche se l’Asprinio avendo un residuo zuccherino tende a rifermentare un pò.

La grotta. Credo che se non la si veda non la si possa nemmeno immaginare. 

Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vitaIn questi luoghi il tufo domina il sottosuolo per via dei riporti vulcanici dei Campi Flegrei e del Vesuvio. La terra, o la sabbia, nel corso dei secoli, lo hanno solo ricoperto con diversi risultati. È cosi che ci sono zone dove il tufo lo si trova a pochi metri sotto argilla e sabbia e altri dove è più profondo. Come una sorta di gioco collinare.

Chi ha avuto la fortuna di potersi costruire la casa negli anni e secoli scorsi, mai si è lasciato scappare l’occasione di avere, realizzandola, una cantina. Non c’erano i frigoriferi e avere un luogo dove poter conservare alimenti (vino incluso) era davvero una necessità.

Mio nonno aveva la cantina. Un luogo buio e misterioso dove ai nipoti non era consentito scendere. Vi si accedeva con una irta scala completamente buia alla fine della quale c’erano altri cunicoli che portavano chissà dove. Sempre che in realtà non si fermassero dopo pochi metri. Vallo a capire. Era li che trovavamo sempre mio nonno prima di pranzo. Diceva che andava a prendere il vino ma poi rimaneva in contemplazione a farsi un bicchiere in serenità. Vai a dargli torto!

Il nonno di Raffaele più che una cantina aveva creato, sotto il grande palazzo della famiglia, una vera e propria grotta. 18 metri di profondità scavati integralmente nel tufo. 

Per scenderci c’erano le grandi scale in legno. Le stesse che gli agricoltori usavano per arrampicarsi sui grandi pioppi maritati con i filari dell’Asprinio. Oggi c’è una scala in muratura, realizzata parecchio dopo. 

È nella grotta che si stivava anche il vino. Ma non solo ovviamente. 

Il vino era l’Asprinio o il rosso di Solopaca ed è grazie alla grotta e alle botti di legno che questi vini cambiavano totalmente. Temperatura e umidità fisse, zero luce. Condizioni ideali per la maturazione. O far morire le persone. Già, perché in luoghi come questo l’ossigeno viene spesso mangiato dall’anidride carbonica. Ecco perché la grotta ha delle bocche di areazione.

Si scendeva con la candela per capire della presenza di anidride carbonica. Dalle bocche di areazione si gettavano delle fascine accese in modo che il calore potesse portare sopra l’anidride carbonica. Succedeva nelle giornate afoso e stagnanti. Si diceva: la grotta s’è mbriacata.

Purtroppo Raffaele sarà costretto a pavimentare la grotta per via della falda che si sposta verso l’alto. L’abbandono delle coltivazioni nella zona, abbandonate come gran parte delle cose qui, determina una diminuzione dell’assorbimento di acqua dalla falda che è destinata ad alzarsi. Senza una pavimentazione l’acqua allagherebbe tutto.

Mio nonno faceva l’Asprnio. Aveva una zona dietro Aversa perché migliore. Nonno è finito negli anni 90. Nelle ultime annate nonostante fossi piccolino, ero comunque quello che segnava le giornate degli operai, andava in vigna, ecc. Segnavo le pese, la qualità, portavo la contabilità, poi andavo da quello lì per i soldi. Morto nonno, mamma ha affittato i terreni. La regione Campania pagò per farli togliere i vigneti. 

Erano gli anni 80. Gli stessi dello scandalo del metanolo in Italia e dell’antigelo in Austria. L’Unione Europea corse ai ripari e cercò di ridurre le quantità prodotte con lo scopo di aumentare la qualità del vino. Ovviamente con gli incentivi all’estirpazione delle vigne. L’Asprinio, decantato da Mario Soldati nel suo viaggio Vino al vino, non aveva avuto le stesse fortune di altri. Oltretutto complicato da gestire in vigna per via delle alberate, poco di appeal come vino fermo.

Fu così che proprio al posto delle alberate si piantarono le nocciole o le pesche. Ma pure con queste ci fu lo stesso problema del vino. Non con scandali ma con eccessiva produzione. Ricordo ancora i tir pieni di pesche che venivano portate alla discarica. Sentivo gli effluvi a distanza. Belle pesche, gradi e succose, ammassate sui camion. Perché non darle ai poveri? L’Unione Europea non voleva (e non vuole per tante altre cose come ad esempio il latte….).

Poi, fine anni 90, abbiamo tolto le le pesche. Comunque con problemi. Le terre vennero vendute alle persone che c’erano dentro. Erano coloni che vendevano l’uva coltivata sui terreni dei quali lui era il proprietario. Qualche terreno è diventato edificabile. Da che avevamo 30 ettari adesso ne abbiamo 12. Due e mezzo coltivati a vigneto, mezzo lo sto seminando. Avevamo quattro alberate e adesso ne sono rimaste tre per via di un incendio nel 2021. Altri quattro ettari con 2 ad Asprinio e due a  Camaiola, Casavecchia e Pallagrello Bianco. 

La mamma di Raffaele non poteva certamente fare il lavoro del padre. 

Mio padre aveva studiato medicina e faceva il vino con mia nonno, ma erano due capatosta.

Ehhh quando due capatosta entrano in contatto, bene che vada c’è uno scontro titanico. Ma non si piò fare nulla. Oltretutto la capatosta è qualcosa di ereditario tanto che pure Raffaele lo è. 

Io ho sempre lavorato in famiglia. Sia con mio nonno che con mio padre. Il più bel periodo della vita mia sono stati i vent’anni. Un terzo andavo all’università, un terzo uscivo sul corso con le femmine dell’università, l’altro terzo passavo per lo studio, però non avevo grosse responsabilità. Poi mi sono trovato a sostituire mio padre perché fu operato. Ma io sono capatosta perché una volta assaggiato il potere, non lo vuoi mollare, capatosta lui che giustamente dice vai truvann, è roba mia… la crisi dell’edilizia negli anni pre covid, poi il covid. Io avrei fatto cose diverse ma passavamo il tempo a discutere di come avremmo fatto le cose…

La faccenda si ingarbuglia ed è meglio spiegarla così si capisce bene il personaggio Raffaele. La storia sembra proprio essere uscita da una commedia di Edoardo Scarpetta, di quelle magistralmente interpretate da Edoardo De Filippo. 

Il papà di Raffaele oltre ad aver studiato medicina, essere stato sindaco a Frattaminore ed avere una passione per i cavalli da corsa, ha una impresa edile nella quale lavora Raffale e una sorella. Le altre due sorelle sono medici e il fratello, ingegnere.

Stanno bene di famiglia i Capasso e il buon Raffaele ama la bella vita. Non lo nasconde e per sua stessa ammissione, se la gode. 

Studiavo giurisprudenza perché a me non piaceva la matematica. Non avevo la mia strada. Studiavo, mi divertivo, mi facevo le meglio vacanze. A marzo prendevo l’aereo e andavo a Miami. Mia sorella stava all’università a Miami che faceva un dottorato. Lei è pediatra. In famiglia abbiamo un pediatra, una ginecologa, due ingegneri. Io sono l’unico che ha studiato altre cose.

Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vitaInsomma, avete capito il tipo. Ciò che però manca di capire è perché proprio uno come Raffaele si sia messo a fare il vino, anzi, lo spumante. 

Qui e proprio qui sta la commedia di Scarpetta, quelle che da possibili tragedie creano una rinascita. Nello spirito, nell’animo e soprattutto nella vita. 

Per quanto uno possa stare bene economicamente e pensi di potere avere tutto dalla vita, accadono dei fatti, perché la vita è così, che fanno comprendere quanto tutto si sostenga su un sottile foglio di carta velina. 

Raffaele si sposa e proprio a ridosso del COVID, nasce Peonia. Un evento meraviglioso se non fosse che la moglie non ha esattamente un parto semplice e il COVID non aiuta. 

Stavamo chiusi dentro casa per il COVD, mia moglie aveva appena partorito e aveva avuto problemi con il parto e diciamo l’hanno acchiappata perché stava in buon ospedale se no, non so cosa sarebbe successo. Dentro casa lei allattava con la mascherina e con i guanti. Io stavo sul tavolo come imprenditore a fare il business plan per ordinare le piantine, mia figlia che mi guardava e aspettava che ogni tanto dovevo portarla ad allattare. Io stavo cagato sotto perché avevo paura che l’avrei cresciuta da solo. Da quel momento m’è scattata una molla. Ho detto voglio fare questo e mentre stavo scrivendo il business plan che si chiama ci pensa papino 2040 quando mia figlia avrà 18 anni in quell’anno è di avere una azienda che fa buoni prodotti, è conosciuta, ecc.

Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vitaNiente nella vita è semplice. Però sono proprio i momenti di difficoltà ad aprirti gli occhi e a farti pensare a quali siano realmente le cose importanti nella vita. 

La famiglia che ho visto a Roma, dietro un banco di degustazione, i sorrisi, gli sguardi, le parole sussurrate all’orecchio, le carezze per Peonia, lo stupore per i disegni che stava facendo. Piccole cose. Piccoli momenti di gioia che sanno di felicità. Ognuno può trovare questi momenti nel passato o nel presente, Raffaele lo ha trovato guardando al passato e a quando stava bene con il nonno. Il vino? Ma si, è importante ma se il nonno avesse prodotto canapa, sarebbe stato bello lo stesso. Sono le sensazioni che contano. 

Faccio questo perché sono nel mio ambiente e sto bene. Sono felice. Faccio lo spumante di Asprinio e sto cercando di uscire con il Casavecchia e il Camaiola perchè voglio essere una azienda spumantistica. Ho un legame con quello che è il mio passato, che è la mia vita con la con il vino. Io voglio ripartire da me stesso voglio, quello che mi rende felice. Voglio voglio fare quello che che mi fa stare bene. Sono felice quando mi sento me stesso. 

Spumanti. Spumanti metodo classico. Con l’Asprinio, con il Casavecchia, con la Camaiola. Il business plan di Raffaele è al 2040 con un risultato da raggiungere nel 2030. Senza fretta. Senza particolari patemi d’animo. 

Ho un terreno che da la giusta acidità. Ho l’Asprinio che è ottimo per spumantizzare. Ho la grotta. La mia situazione è perfetta per andare bene.

Tutto. Raffaele Barbato ha tutto per riuscire ed è certamente vero può permettersi di aspettare. Ma non è questo il vero motivo. Non vuole, nella maniera più assoluta, lasciare a Peonia qualcosa che non sia di eccellenza. Ha iniziato un percorso nel 2020 che si è rivelato complicato.

Nel 2021 andò a fuoco la vigna di cent’anni. Si salvò un ramo. Le ripiantai. Dopo un anno guardavo le piccoline e mancava qualcosa: l’alberata dove stavo seduto là sotto io e mio nonno Carluzzo. Era diverso, era tutto diverso. Era come quando perdi non dico familiare, ma un amico di gioventù. Dopo un anno ho accusato che mi è mancato. Poi in quel momento dissi vabbè però noi dobbiamo fare le cose nuove e belle. Il problema è che il vecchio non va bene se tu non lo rispetti. Se tu rispetti quello che ti da allora e capisci come usarlo. Così hai un amico. 

Le alberate sono così. Vecchie e difficili. Vecchie e complicate. Vecchie e desuete. Però sono le alberate. Da quelle e su quelle l’Asprinio si esprime al meglio per via delle altezze che concede minore alcolicità. 

9178 bottiglie prodotte nel 2023 che si venderanno tra qualche anno. Nel 2020 1600 bottiglie. Nel 2021 incendio. 

Nel 2022 era la prima annata con la produzione dei nuovi impianti e con l’alberata abbiamo fatto una unica produzione con una parte, quella a sei metri, un pò più matura. Io faccio il biologico e voglio meno prodotti in cantina. Così abbiamo prodotto il Gold, molto minerale cosi che profumi e colori mi ricorda l’Asprinio che conosciamo noi. Anche il profumo di miele.

Ho provato l’annata 2020.

Barbato 1907. Francesco, una grotta, una famiglia, la felicità, la vita

Nato nella grotta, dove il silenzio plasma l’eleganza luccica di oro nel calice.
Atteso per 40 mesi, così da scolpire l’anima spumeggiante.
Nel calice, la memoria di un vitigno antico, la freschezza che taglia l’aria come marmo scolpito, la mineralità che sussurra storie di tufo e radici. Sentori di crosta di pane, mela verde, agrumi canditi, una vena salina che ricorda le profondità della terra.
La sapidità pervade il sorso con le agrumate e fresche bollicine che dissetano offrendo una innata sensazione di pulizia estrema.
È un brindisi verticale, aspro, scolpito, scandito bolla dopo bolla. 

Insomma, un interessantissimo metodo classico solo per chi vuole scoprire, senza domarlo, l’impeto e la verticalità di un vitigno come l’Asprinio.

Mano mano sto cercando di capire, di avere la consapevolezza. Sicuro ho la consapevolezza di non sapere le cose. Mi informo, chiedo e mi fido di qualcuno. Pietro Ceparano è l’agronomo e enologo.

L’obiettivo è raggiungere la vendita di 12/15.000 bottiglie per anno nel 2030 attraverso una linea (Pure) di derivazione unicamente dalle alberate. Un Casavecchia blanc de noir, un millesimato e un sans année. 

Ho avuto il piacere di assaggiare il vino base delle alberate e devo dire che la differenza c’è tutta. La frutta emerge con veemenza sia al naso sia in bocca arrivando a dare sensazioni gustative interessanti. È una ottima base che darà bellissime soddisfazioni nella sua evoluzione.

Stiamo facendo delle prove. Poi 36 e 40 mesi. Per adesso un unico prodotto che mette insieme tre annate. Ho 5000 bottiglie e basta. Poi ci vorrà il 26 e 27. Arrivare, fare e 12.000 15.000 bottiglie di vendita all’anno 20.000 all’anno sarò faticoso. 

Assolutamente deciso a non intraprendere scorciatoie. Un progetto articolato e complesso che per Raffaele è o cosi o non si va da nessuna parte. Per adesso, oltre ad attendere che le bollicine prendano forma insieme al suo progetto, porta la sua meravigliosa bimba in giro con lui.

Mi porto mia figlia appresso fin da piccolina. Il sabato andiamo in campagna. La domenica al parco a farla giocare sulle giostrine. L’anno prossimo devo vedere come devo fare per seminare i papaveri o qualcosa per lei. Si chiama Peonia come prima nome poiché scelto da mia mia moglie. Le piaceva da una storia che aveva letto da piccolina. Secondo nome, Margherita come mia nonna. Dunque Peonia Margherita Capasso. Figlia di un agricoltore, perché alla fine, io sono sono imprenditore agricolo.

Ecco, questa è la meraviglia del vino. La campagna, la terra, il vivere una vita scandita dai cicli della natura. Assecondarla. Per essere felici. In questo caso, tra le bolle.

 

PS La canzone di Eduardo Nicolardi è anch’essa una storia a lieto fine che insegna come occorra provare a cambiarlo il destino piuttosto che attendere che qualcosa accada. Nel suo caso, il facoltoso cliente morì, Anna divenne sua moglie ed ebbero ben otto figli.

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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