Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adesso
16 Gen 2026
Suggestioni di Vino

Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adesso

 

Chissà perché a mia figlia di due anni e mezzo, piace il lupo. Oltre a chiedere spessissimo di vedere i cartoni animati dove il lupo è protagonista, allo zoo ha sorvolato su tutti gli animali per poi fermarsi, a lungo, al recinto dei lupi.

Incredibile davvero quanto i bambini possano stupire.

Cosa c’entra il lupo? C’entra, c’entra. Dove c’è un lupo ci sono i tre porcellini. Un binomio perfetto per le favole. È proprio in una di queste che narra di come i tre porcellini si cimentino nella costruzione delle proprie case.

Il primo porcellino viene descritto come colui che non ha voglia di affaticarsi più di tanto essendo interessato solo al gioco. Costruisce allora, in breve tempo, una casa di paglia che gli altri due porcellini giudicano poco sicura.

Il secondo porcellino, più posato del precedente, costruisce la propria casa con il legno. Più laboriosa certo e sicuramente più efficace per la difesa dal lupo. Anche se il terzo porcellino non ne è che ne sia proprio convinto.

L’ultimo porcellino si arma di tanta pazienza e forza di volontà per costruire una bella e solida casa in mattoni. Impiega tantissimo tempo così che gli altri lo prendono in giro per essersi tanto sbattuto.

Quando il lupo si palesa, la casa di paglia viene spazzata via dal suo poderoso soffio in un battibaleno. Stessa sorte, con leggero sbattimento per il lupo, spetta alla seconda, quella di legno. Dove il lupo non riesce a far nulla è per la casa in mattoni. Indispettito cerca di entrarvi attraverso il camino ma ad aspettarlo c’è un bel catino pieno di acqua calda che si scalda ulteriormente grazie alla legna che arde. Vi lascio immaginare il finale e i sorrisi di mia figlia.

Devo essere sincero: la favola è indubbiamente ben comprensibile ai bambini poiché insegna come una casa di mattoni sia maggiormente stabile e duratura di una in paglia (o di legno). Non sarebbe però meglio che i bambini si ponessero qualche domanda in più? Per esempio: è sempre utile avere una casa stabile? È possibile avere una casa di paglia stabile? Perché scegliere paglia o legno? Quale delle tre case è più ecosostenibile?

Sarebbe bello insomma se i bambini si (e ci) facessero domande in genere. Vorrebbe dire avere una coscienza critica. Speriamo almeno si sviluppi con il crescere.

Chi studia antropologia ed etnologia sa benissimo come le case di paglia, piuttosto che quelle di fango, siano tipiche di tante popolazioni. C’è chi le realizza con sassi, chi con foglie, chi persino con il ghiaccio. Senza divagare, a guardar bene quel cartone animato, l’impressione è che possa essere stato commissionato da imprenditori edili. 

Suvvia, sto scherzando ovviamente. Eppure, i bambini cresceranno con il pensiero anzi, con la certezza, che una casa di paglia sia poco sicura. Meglio dunque non farla.

Però, oggigiorno, con l’attenzione alla sostenibilità ambientale e il diffondersi della bio edilizia, le case di paglia non sono più ne un tabù ne ad appannaggio di porcellini scansafatica. Certo, non è che siano realizzate completamente in paglia ma con l’uso di legno e di terra cruda, la casa è presto (si fa per dire) fatta. Isolamento termico e acustico, protezione dall’umidità, i principali vantaggi. 

Cosa diavolo c’entrano ora i tre porcellini e la casa di paglia con il vino?

Eh, lo so, complicato a capirsi. Almeno all’apparenza però.

Il vino da sempre matura e affina in contenitori. Dalle qvevri georgiane al cemento, dal legno all’acciaio, dal vetroresina al coccio. Sempre e comunque, nelle bottiglie di vetro. Ognuno di questi contenitori ha un suo grado di “neutralità” intendendo per questo la capacità di creare interazione tra il contenitore stesso, l’ambiente circostante dunque il vino. 

Partiamo da qui. Perché proprio disquisendo di contenitori di ceramica a forma di uovo mi sono imbattuto in Giorgio Migliasso e la sua Azienda Vinicola Bricco Visconti

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Tutto nasce dall’azienda di famiglia che ora non c’è più, ma diciamo che fino ai miei 28 anni c’era un’azienda di famiglia a Ferreira nell’astigiano. Io nasco proprio in questa azienda e come unico maschio ero destinato ad entrare in tutte le botti nelle quali non entrava più nessuno e pulirle. Mamma si metteva a fare la maglia e io dentro queste botti a quattro anni. Non capivo cosa ci facesse sempre davanti al bocchettone. Poi ho capito…

Insomma nel vino da sempre, si può dire. Poi gli studi a Torino in Scienze Politiche con i classici ritorni a casa nel fine settimana. Studi mai finiti purtroppo anche se di esami ne mancavano davvero pochi. Sarà per via della vita da fuorisede che, ovviamente, piaceva, del militare come intermezzo, di altri interessi. Bighellonando, non è che gli esami si facessero da soli. Quando parlo con Giorgio, intuisco la sua propensione al divertimento tra amici. Sobria, per via del suo essere piemontese, ma comunque sia, cazzeggio.

Anni particolari quelli. A Torino specialmente. Potevi finire bene o male in un attimo. Gli amici di Giorgio, come li definisce lui stesso, illuminati e appassionati di bioedilizia, iniziano a costruire case in paglia e a coinvolgerlo. All’età di 28 anni si ritrova in Svizzera a studiare e lavorare proprio nel campo della bioedilizia. Un mondo strano, particolare, unico, che diventa vera professione apparentemente lontana dal mondo del vino. Apparentemente. 

Paglia, coccio pesto, terre crude. Materiali con capacità di adattarsi a qualunque tipo di utilizzo.

Ero sempre insieme a questi due amici. Uno di questi nel frattempo, anche lui  appassionato di vini, inizia a farsi anche lui il suo vino con il suo percorso. Iniziamo quindi, insieme, a fare un vino con contenitori differenti, che non fossero contaminanti. 

Le vigne di famiglia racchiuse in un singolo ettaro. Giorgio, solo per passione, il vino continuava a farlo, in maniera artigianale e con l’aiuto di mamma e papà. Un vino di casa, fatto anche un po’ controvoglia. Metodi tradizionali e poca propensione a quel tipo di attività. Per uno, quasi scappato da quelle terre e in cerca di qualcosa di più attrattivo, l’interesse per la terra ed il vino erano legati unicamente alla famiglia. Non certo a se stesso. Almeno fino a quando quella cultura, quasi filosofia, legata al mondo della bioedilizia fa breccia penetrando fortemente li dove meno te lo aspetti. 

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I contenitori che utilizzavo come cemento e vetroresina piuttosto che il metallo mi venivano un po’ stretti. Imparavo che i nuovi materiali avevano un PH diverso, una traspirabilità diversa, una contaminazione quasi inesistente anche a livello chimico. Imparando un po’ questi materiali siamo arrivati alla porcellana con il passeggio precedente con il grès. 

Un po’ nella cantina di Giorgio, un po’ nella cantina dell’amico. A Barbaresco. Piccoli alchimisti che sperimentano non tanto il vino quanto i contenitori e i materiali. Scegliere contenitori che non potessero subire alcun tipo di contaminazione esterna o intrinseca del materiale stesso.

Per intenderci, quando si parla di contaminazione, non dobbiamo pensare solo al legno che rilascia tannini o sostanze in grado di conferire note particolari al vino, ma anche a quei materiali che lasciano permeare umidità, temperatura, cariche elettrostatiche. Qualunque cosa che possa, in un modo o nell’altro, influenzare la maturazione del vino. Oltre l’ossigeno ovviamente. Perché se è vero che l’ossigenazione delle masse rende vivo il vino stesso, una eccessiva esposizione rende il vino ossidato; una scarsa esposizione, ridotto. 

Il vino aveva la caratteristica di essere molto ridotto, per cui non non di pronta beva come un vino normale. Essendo ridotto, doveva stare più tempo in bottiglia e abbiamo capito che in bottiglia aveva poi il suo sviluppo maggiore.

Un vino ridotto nel peggiore dei casi saprà di uova marce. Non proprio qualcosa di cui vantarsi. Complicato correggerlo e non sempre la decantazione (o una soluzione cuprica) fornisce risultati apprezzabili. Strano dunque immaginare come la permanenza in bottiglia possa aver corretto la riduzione generata da contenitori ermetici. 

C’è però una differenza sostanziale rispetto a tutte le altre situazioni: le case di paglia al cui interno non è praticamente presente umidità. Era in questi ambienti che i contenitori venivano stivati. Un connubio che poteva indurre a pensare come qualcosa di diverso si stesse realizzando.

Quel secco si è sposato perfettamente coi nostri contenitori tant’è che ho iniziato all’interno del salone di casa mia i primi esperimenti su queste uova a temperature costante.

Nessuna traspirazione dei contenitori. Nessuno scambio con l’esterno. Nessuna influenza del contenitore con ciò che c’è intorno. Un materiale che fa e non fa la differenza nella trasformazione del vino. 

Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adesso

Un concetto che ha radici nell’antichità con i georgiani che l’avevano già capito migliaia di anni fa (anche se in quel caso invece del ridotto c’era l’ossidazione). Loro usavano le grandi qvevri di terracotta interrate, Giorgio e i suoi amici dei contenitori ceramici a forma di uovo. L’uovo, una forma ancora più particolare di una sfera. Qualcosa che rasenta il divino o meglio, rappresenta l’imperfezione umana della perfezione divina della sfera. 

Uno degli amici si era appassionato di ceramica. Lui si faceva i suoi corsi ceramica in Cina e si era addirittura comprato un vigneto proprio in Cina. Tra Nepal e Cina. Un pazzo scatenato. Ha trovato questi mastri ceramici che realizzano capolavori. Pezzi comunque costosi. Ha seguito in questa bottega la costruzione delle uova. L’idea della forma è stata di avere un contenitore privo di angoli morti all’interno. L’esperienza di vita che il vino ha nei contenitori include sempre angoli morti dove il vino è fermo. Nelle uova c’è sempre un leggero movimento. Il vino può muoversi. Siamo andati all’estremo. Magari erano pippe mentali, però ci piaceva.

Micro movimenti. Pressioni. Non saprei dire se questo fisicamente si realizzi e se possa o meno avere una certa influenza nella maturazione del vino. Ciò che ho imparato negli anni di frequentazioni legate a questo mondo è solo ed esclusivamente conferma di quello che dall’antichità ci viene trasmesso: il vino è materia viva. 

Un concetto non banale e di altissimo valore filosofico che implica come non vi sia mai una soluzione giusta o una sbagliata quando si trasforma l’uva in vino. Ci sono modalità diverse che permettono di sognare, vivere, morire. Ogni modalità diventa flusso energetico per consentire alla materia viva di esprimere ciò che ritiene possibile. Ogni elemento diverso funge da abilitatore a qualcos’altro. Ogni piccolo, magari insignificante, particolare, anche emotivamente personale, diventa fondamentale elemento. Che cosa sia, cosa produce, occorre solo scoprirlo. 

Volevamo una sfera, una superficie sferica. Ma il vetro non andava bene perché faceva penetrare la luce. Adesso i francesi hanno creato delle damigiane da 250 litri, costose come il fuoco e rifrangenti, cioè non entra più la luce. Anzi, la riflette all’esterno. Però a fronte di 6000€ di contenitore, non so chi ha questi soldi.

Quando il vino è rispetto per la natura, per i materiali che si trovano spontaneamente, per case tirate su nella totale simbiosi con il Creato, il transito verso l’agricoltura biodinamica diventa un passo che, oltre che essere breve, è quasi scontato. Se non obbligato.

Ormai compio 10 anni da quando non metto più solforosa nei miei vini. Ma zero. Vuol dire rischiare tantissimo. Siamo sbarcati anche sul propoli. Dipende dall’annata. Il 2023 è stato un anno molto solare. Ha piovuto pochissimo e in vigna sono entrato, pensa, due volte. Abbiamo raccolto tantissimo ed è stato bellissimo. Nel 2024, 50 giorni di pioggia. Alcuni alcuni dei miei conoscenti che sono andati in vigna tipo 27 volte biologici. È morto soltanto il Nebbiolo e l’Alba rossa. Sono riuscito a raccogliere tranquillamente il Grignolino e la Freisa.

Fermatevi un attimo a questo punto e riflettete sul potere delle amicizie e delle frequentazioni. Come possa cambiare la mente alle persone il frequentare alcune persone rispetto ad altre. Nessun giudizio di nessun tipo ma ciò che Giorgio ha oggi in se, ciò che oggi è, lo deve all’incontro con quelli che ancora oggi sono gli amici più cari. Poco importa aver finito gli studi. Ciò che conta è quello che la vita gli ha insegnato.

Un incrocio di destini che porta a percorrere determinati binari della vita. Magari, in un altro luogo della vita, Giorgio avrebbe comunque incontrato quei binari, chi lo sa. Ciò che conta è che oggi li stia percorrendo in un solco di qualcosa ove si sente felice e a proprio agio. Meraviglia pura!

Oggi siamo ancora qui a sperimentare. Ho avuto pienamente i permessi, perché finalmente costruirò la la prima cantina in paglia dove queste uova staranno al meglio. Siamo riusciti a stoccare il metano per cui io d’estate produco 6/7 m³ al giorno di metano. Ho delle padelle sul fuoco che continuano a bollire. Quando riesco, la maggior parte cibo, sennò acqua perché non posso stoccarlo. Ne stocco 24 m³ con dei palloni cinesi nel sotto. La mia compagna dice prima o poi scoppiamo tutti quanti. Sperimentiamo tutto nelle nostre case.

Siamo sempre tre amici che ci troviamo. Quando uno ha una idea ci troviamo. Tre più un quarto che gira il mondo. Due producono vino e un altro è un architetto che ha comprato delle case ad un euro e lo sta rimettendo a posto.

La decisione di lasciare il lavoro con la bioedilizia e dedicarsi unicamente alle vigne, diventate di circa due ettari e mezzo per via di un lascito parentale, manco a dirlo, dopo il covid. Nessuna voglia di produrre tanto, di arricchirsi, di avere successo. Al contrario, l’unico vero obiettivo è quello di non superare le 7000 bottiglie. Insomma, non un numero utile per sbarcare il lunario.

In questi 25 anni di lavoro ho costruito abbastanza. Ho anche diciamo i piedi in più scarpe, nel senso che ho delle case in affitto. Tra queste cose e la sperimentazione sono le fonti di reddito. Ma certo non vivo nell’oro. 

Non vive nello sfarzo, anche perché non gli piacerebbe. La vigna si potrebbe anche sostenere ma lui non ne ha voglia. 

Ho deciso di avere questa politica di non dare bottiglie ai distributori, perché quando mi avvicinano, le vogliono comprare al 45% in meno. Ne faccio sinceramente a meno e le lascio ai miei figli. La mia politica è incontrare enoteche e ristoranti.

È meraviglioso parlare con Giorgio. Scanzonato, flemmatico, sembra quasi un guascone. Invece è una persona splendida. Di quelle con la quale dialogheresti per ore di qualunque cosa. La natura certo. Le cose belle della vita. L’amicizia. Il vino. Si anche anche il vino. Che sia un po’ un mezzo, un po’ un fine. Un mezzo per fare altre cose; un fine per realizzarlo e usarlo con gli amici.

Lo sforzo è tantissimo perché comunque lavorare in vigna, terreno c’è tantissimo lavoro e sei sempre in balia appunto di questo clima. Però quello che faccio io alla fine, non so nemmeno se faccio il 5% del totale. Il resto lo fa la natura. 

Una sorta di consacrazione di quanto la natura è in grado di fare e non fare ma, soprattutto, una filosofia che non prevede interventi particolari in vigna e nessuno in cantina.

Il fatto di essere tornato a fare il vino dopo gli anni che ho lasciato l’azienda di famiglia, mi dà molta come dire, soddisfazione. Carica anche. Che in fondo non lo so ho cercato di eliminare il fatto dì essere un agricoltore per fare il borghese. Invece sono contento di essere ritornato qua. Con una mentalità molto differente. Un approccio completamente nuovo.

In fondo è quello che hanno fatto in tanti oltre a Giorgio. Scappare dalle campagne perché attratti da una vita diversa. Borghese, come la definisce lui. La città, i locali, la vita diversa immaginata come meno difficile per poi scoprirla alienante, uguale, ossessiva, compulsiva, priva dei ritmi naturali e del calore del sole. Oltre che della gente.

Tornare ai lavori basici mi dà sempre una sensazione di avere i piedi per terra.

Gli studi portano lontano dalle origini. Solo i principi sani riportano invece alle radici di noi stessi. I valori che consentono di costruire qualcosa di solido e duraturo nel tempo. 

Ho un figlio che sta studiando in Svizzera e non sa bene se vuole tornare o no. I figli della mia compagna vivono a Torino e li vediamo nel fine settimana.

 

Io sono sempre un po’ sognatore. Non so neanch’io sé rimarrò ancora tanto qui. Sono da sempre innamorato della Grecia e volevo prendermi un grande barcone. In un bel porto che abbiamo trovato sarebbe fare il vino sulla barca. Questo rollio che culla il vino…

Non è un underwater wine ma un pensare al rollio che possa agevolare il rimescolamento e far sì che tutte la massa e tutte le componenti all’interno di siano sempre in continuo movimento. In fondo ci sono delle macchine che fanno questo mestiere. Farlo fare alla natura, perché no?

Io immagino il vino come noi. Se stiamo fermi ci si irrigidisce, se ti muovi c’è più dinamismo. 

L’idea anche di cambiare idea. L’idea di cambiare perché uno invecchia. Vivere dove i confini tra cielo e mare non ci sono più. Silvia, la compagna ama la Grecia e lo ha sempre portato in Grecia. Nella luoghi non turistici. Specialmente nel Peloponneso dove c’è l’anfiteatro greco pazzesco di Epidauro.

È bellissimo. È ancora tutto intero ed è emozionante cioè stare lì è veramente. Credo nelle cose che sto facendo e vorrei solo esprimere quello. Non devo insegnare niente. I miei vini non è che devono piacere. Non piacciono neanche a tutti, per cui non ho nessun problema.

I vini? Eh parlare di vini con Giorgio è come parlare di un singolo pezzo della sua vita. Importante certamente, non fondamentale. Tanto che non produce sempre gli stessi. Dipende. Dipende dalla annata ma anche da come gli va quell’anno. Ne produce poche (440 per anno), davvero poche bottiglie e tutti con i vitigni tipici del territorio. 

Posso solo giusto spostare il vino da parte all’altra della cantina. Posso fare un assemblaggio. Posso fare una fermentazione in base al clima. In questi ultimi due anni mi è capitato che si facesse tutto in quattro giorni per cui non sono riuscito a fare alcuni vini. Per esempio, ti parlo di un vino che per me è uno dei migliori vini, come capacità di modificarsi e essere buono: il Grignolino. Puoi fare il base, il secco, l’ancestrale o il rifermentato in base al clima. Io guardo anche molto alla stagionalità per quello che mi arriva. Dipende da cosa mi trovo e poi dipende da cosa mi lascia la natura. L’altro anno il Nebbiolo neanche me lo fatto assaggiare. Però questo ti dà possibilità di giocare sulle tue cose, nel senso perché di assecondare più che altro.

Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adesso

 

Miass, il Dolcetto (bottiglia 44 di 440, anno 2021), è un vino che non nasconde le sue spigolosità, la sua struttura rustica e schietta. Non è un addomesticato per piacere a tutti. Almeno subito. È austerità iniziale che diventa accoglienza. L’effluvio balsamico di frutta secca, di scorza di arancia, di sottobosco, si fa casa. La sua profondità intrigante non è un mistero per soli iniziati, ma un dono per chi si ferma ad ascoltare. È un vino libero che non aggiusta il carattere con solfiti, non ammorbidisce le sue idee per compiacere. I tannini vibrano, ma si addolciscono come pietre levigate dall’acqua. La fresca sapidità irrora la bocca e lascia una scia luminosa, come la promessa di un ritorno. Affinato in un uovo di ceramica, si è evoluto protetto ma libero, seguendo solo la sua natura.

È la prova che la vera bellezza, a volte, ha un accesso spigoloso. Ma è proprio lì, nel suo cuore autentico e per tutti, che si trova l’appagamento più vero. Dalla sua austera complessità trae la ragione di essere condivisa.

Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adessoSofi è il rosso da Grignolino. Bottiglia 49 di 440 anno 2023. Un vino che respira e aiuta a respirare. Il rubino che da spazio al granato avvolge il naso con tanta frutta fresca che il balsamico agevola non poco. Nel sottofondo c’è quel velo di sottobosco che lo rende intrigante. I fiori concedono un po’ di finezza ad un Grignolino che già come è al naso, berrei tutto. 

In bocca la voglia di finire la bottiglia aumenta esponenzialmente. Fresco e godurioso con i tannini che decisamente affievoliti. La ciliegia si spande in bocca tanto che sembra amabile ma amabile non è proprio. Secco e sapido arriva in bocca che sembra caldo ma caldo non è visto che i gradi sono solo 12.5. Ciò che alla fine rimane in bocca è solo il desiderio di un altro calice. Peccato la bottiglia sia solo 0.75l.

Luis, bottiglia 327 di 440, anno 2021 è la Freisa. Così se ci si aspetta un vino semplice, poco impegnato e magari popolare, la delusione è dietro l’angolo. Oppure lo stupore per un vino che mantiene quel marchio di fabbrica di Giorgio: freschezza, frutta e sottobosco in sottofondo. Stavolta però il sottobosco è bagnato. Emerge, a poco a poco, il floreale così da farlo diventare elegante, altro che popolare. 

In bocca c’è un qualcosa che mi fa ricordare che la Freisa rimane comunque rustica. Ma chissenefrega perché Luis si beve e si beve bene grazie al suo essere decisamente fresco e sapido con un calore poco percepibile. Il tannino c’è ancora ma la snellezza non ne viene compromessa. Fine e delicato con una frutta che rimane in bocca delicatamente, senza eccessi. Sarà veramente diventato elegante?

Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adessoPoteva mancare il Dio Nebbiolo? Non scherziamo. Fatto alla maniera di Giorgio però. Pit è dunque il Nebbiolo 2020, bottiglia 142 di 440. Elegante e granata come i nebbiolo che si rispettino con qualche anno sulle spalle. Eppure gli anni non bastano a far maturare la frutta al naso. Un velo di balsamico e tante erbette di campo contribuiscono a dare un senso di aspra freschezza bagnata. 

Così, mentre ti prepari a ricevere in bocca qualcosa di aspro, eccolo li che Pit ti sorprende per la piacevolezza di tannini ben addomesticati (miracolo dell’uovo di ceramica) che si sono avviluppati alla frutta. Sa di vino genuino (e vorrei vedere visto il Credo di Giorgio) con un senso di affumicato. Sapidità interessante così come la inaspettata rotondità. Insomma, un vino che non ha dimenticato di essere un Nebbiolo così da essere a tratti spigoloso ma al tempo stesso garbato. Come se la potenza del Nebbiolo incontrando le rotondità dell’uovo di ceramica abbia deciso di smussarsi. 

Bricco Visconti. Giorgio, la vita è adessoSofi ha il suo rosato: è la bottiglia 94 di 440 anno 2023. E che rosato!

Sembra proprio qualcosa di diverso rispetto al rosso. Sentori di pesca e albicocca con un tocco di alloro, basilico e menta. Poi fiori di camomilla e di zagara. La sensazione? Non sa di vino. Tutto è così tenue ed elegante, delicato e fresco che ti penetra tutto dentro senza che te ne accorgi. Una coccola con i suoi 11 gradi. 

Il sorso, con la sua freschezza e un grado alcolico basso lo rendono una chicca. Si, magari non ha un corredo aromatico pazzesco ma è proprio questo il bello: lo si beve senza pretese ed è così buono e fresco che la bottiglia si finisce. 

Anche Pit ha il suo rosato. La bottiglia 155 di 440 2023 nel calice sa immediatamente di frutta croccante e di qualche erbetta di orto. Insomma freschezza che poi in bocca si ritrova totalmente: è un Nebbiolo e non è che si spenga così facilmente. Dimostra un suo calore intrinseco così da renderlo particolarmente avvolgente. Se è un vino estivo non lo da particolarmente a vedere ma secondo me è un po’ per tutte le stagioni regolandosi con la temperatura di servizio. Sul rosato di Pit a 8 gradi in estate si finisce la bottiglia. In inverno a 10/12 la sorte diventa la stessa. 

Tutti i vini che ho assaggiato hanno la particolarità che si finiscono. Non c’è stata una bottiglia che non avrei finito e in alcuni casi, non da solo, ciò è accaduto. Rosso o rosato che sia, un sorso tira l’altro. 

Poi c’è anche da dire che uno fa una cosa diversa, la sbaglia e magari ti viene fuori un vino migliore dell’altro. Però devo dirti che la cosa più incredibile di tutti i miei vini è che ogni volta che imbottiglio dico questo è proprio il peggiore. Mi capita con quasi con tutti i vini tranne forse quelli rosati. Con rossi lo prendo, lo metto in cantina, perché hanno questo problema di riduzione, va nell’angolo più buio della cantina. Lo metto in castigo, perché pensavo venisse meglio. Assaggiando un anno, secondo anno, magari diventa il migliore. Hanno una evoluzione che è sempre una sorpresa.

Questa la meraviglia di un uomo, della sua filosofia, della sua vita, dei suoi vini. Affascinante meraviglia si ma ingestibile da un punto di vista di impresa. Non sapere se e come produrrà un vino. Non sapere se e come si evolverà un vino. Far in modo che la natura faccia sempre e comunque il suo corso. Non aggiungere nemmeno un microgrammo di solforosa. Tutto, tutto, dannatamente tutto va contro corrente.

Di certo, quando si beve un vino di Giorgio Migliasso, si ha la certezza di un vino non omologato, che non è sempre lo stesso. Qualcosa che non si sa se si potrà più ritrovare simile. Ma nemmeno importa, perché le emozioni vanno provate quando ci sono.

È per questo che l’unicità è nel momento. Come la vita. Che c’è ora, adesso e dopo non si sa.

Occorre viverla. Rispettando la preziosa unicità che rappresenta.

Sei tu che porterai il tuo amore per cento e mille strade
Perché non c’è mai fine al viaggio anche se un sogno cade
Sei tu che hai un vento nuovo tra le braccia mentre mi vieni incontro
E imparerai che per morire ti basterà un tramonto
In una gioia che fa male di più della malinconia
Ed in qualunque sera ti troverai non ti buttare via
E non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso
Figlio di un cielo così bello, perché la vita è adesso

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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