Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzio
23 Gen 2026
Suggestioni di Vino

Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzio

 

Cosa è la paura?
Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso.

Per avere paura ci vuole un pericolo, anche immaginario. Qualcosa o qualcuno che ci può far male, quel male che può procurarci ansia, dolore, sofferenza. Sant’Agostino diceva:

O è il male ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura

Già, spesso è la paura stessa ad essere il male.
La casa al paese di mia mamma, Camigliano, era grande e con una corte dove tutti i nipoti potevamo giocare. Facevamo tanto di quel frastuono durante i pomeriggi d’estate che nonno Antonio saliva fin su in soffitta senza che noi ce ne accorgessimo e iniziava a lanciare giù scarpe vecchie. La nonna, Mimma per tutti i nipoti, scappava dicendo che il Gatto Stivalone si era arrabbiato per via del nostro rumore. Nessuno lo aveva mai visto ma avevamo così paura di questo essere da esserne terrorizzati. Bastava nominarlo che subito ci andavamo a rintanare da qualche parte osservando un rigoroso silenzi.
Paura di un essere immaginario. Abbiamo scoperto che non esisteva trovando il coraggio di andare in soffitta in esplorazione. Una paura vinta solo con la consapevolezza e l’affrontare le cose.

Di cosa abbiamo paura oggi?

Se pensassimo a quante cose odiamo o che altri ci inducono ad odiare, la lista sarebbe lunga. Odio sì, poiché sovente la paura ha come contro altare proprio l’odio. Ho paura dei ladri dunque li odio. Gli immigrati delinquono dunque li odio. I ricchi e i padroni sfruttano dunque li odio. Si potrebbe andar avanti per molto fino ad arrivare agli atteggiamenti personali frutto di arretratezza culturale piuttosto che di una paura recondita per la quale occorrerebbero fiori di psichiatri per arrivarne alle origini. Pensiamo all’omofobia ad esempio.

Omofobia

Paura dell’omosessualità, sia come timore ossessivo di essere o di scoprirsi omosessuale, sia come atteggiamento di condanna dell’omosessualità.

Qualunque persona sana di mente o non affetta da leonite da tastiera, non potrebbe essere omofoba. Nel mio piccolo ho sempre pensato che le persone in quanto esseri umani vadano rispettate indipendentemente dalle loro idee politiche, fedi religiose, sesso, età, razza, orientamenti sessuali e quant’altro vi possa venire in mente.

Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzio

Davide e Giuseppe stanno insieme da venti anni. Sono sposati e, sempre insieme, sono Cà du Ferrà, una meravigliosa e dinamica azienda vitivinicola in quel di Bonassola, parte integrante delle Cinque Terre.

Cà du Ferrà è un’azienda di affezione. È stato proprio un riportare alla luce l’amore per questa terra.

Davide Zuppi è originario di queste terre che per un turista possono sembrare meravigliose (e lo sono davvero) ma viverci e pensare ad un proprio sviluppo, è un pò più complicato. Specialmente se sei brillante, hai ottenuto una laurea in Giurisprudenza e Diritto Internazionale alla Cattolica di Milano e sogni di fare il magistrato.

Avevo un’idea di andare fuori, di girare. Poi ho conosciuto l’attuale mio marito. 20 anni fa.

Giuseppe Aieta è ingegnere gestionale con master in finanza. Quella che mia nonna avrebbe definito una bella testa.

Ognuno di noi aveva fatto delle attività e abbiamo poi deciso di tornare.

Tornare. Tornare a Bonassola dove i genitori di Davide avevano una azienda agricola per produrre uve da conferire e dove si erano spostati per amore di un territorio. Bonassola è uno dei quattro comuni della DOC Colline di Levanto: Albarola, Vermentino per i vitigni a bacca bianca; Bosco, Ciliegiolo, Sangiovese per la bacca nera. Una DOC così piccola che non arriva a produrre neanche 100.000 bottiglie annue. Sarà che le vigne sono veramente strappate ai pendii che degradano rapidamente verso il mare così che per coltivarle occorre tanta motivazione e passione. Di certo, se ne ricava poco. Anche se c’è molto da raccontare in questi borghi racchiusi tra cielo, terra e mare.

Volevamo mettere del nostro in un’azienda che voleva essere raccontata ma nessuno l’aveva ancora fatto. Quando abbiamo preso in mano praticamente tutto, ormai nove anni fa, l’idea era di rivoluzionare ogni cosa a partire proprio dall’implementazione agronomica ed enologica, al packaging, al marketing, al posizionamento. Un lavoro lunghissimo. Un grande puzzle di visione.

Una visione che, in qualche modo, inizia già qualche anno prima della folgorazione avuta nel chiostro del Bramante alla Cattolica di Milano quando Davide si chiede: ma chi me lo fa fare? Perché mi devo rinchiudere in un ufficio con il neon?
Nel 2013 spinge infatti il padre a chiedere alla Cooperativa di Levanto di disporre di un paio di vasche per vinificare qualcosa per loro.

Sono partito dalla terra, dal fondo, dalla trasformazione. Avere l’uva in cantina e iniziare a lavorarla. Mi sono dovuto interessare anche alla parte agronomica pur avendo collaborazione con il nostro Agronomo, Gabriele Cesolini, il nostro responsabile di campo col quale ci aggiorniamo tutti i giorni. Ho dovuto comunque imparare a capire quali sono le malattie della vite, i patogeni, gli insetti e via discorrendo.

Adesso le bottiglie prodotte sono 30.000 (e all’inizio erano solo 3600!) grazie ad un mosaico di 11 lembi di terra che dai 50 metri sul mare si inerpicano fino ai 400. Un grande puzzle, un gioco ad incastro cresciuto nel tempo fino ad arrivare ai cinque ettari attuali. Produrre qui è dannatamente complicato. Non solo le pendenze sono quelle che sono ma i lembi di terra strappati alla montagna sono sparsi un pò dovunque. Solo il costo di logistica è devastante. Ci sono vigne che devono essere vendemmiate in giorni diversi per quanto abbiano diversa altitudine.

Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzio

Mi sono avvicinato poi tardi al vino. È stata una scoperta. Oggi sono io in cantina con la collaborazione di Graziana Grassini. L’idea è stata proprio quella di fare qualcosa di totalmente nostro, di metterci un un grande impegno, una grande voglia di di rivalsa. Se vuoi di rinascita.

La rinascita del territorio come rinascita personale. Smarcare la Liguria da quella vecchia idea di lembo di terra racchiuso tra montagna e mare utile solo per far svernare gli anziani e condurla verso qualcosa di giovane, dinamico, moderno. Un racconto che è un viaggio, quello di Giuseppe e Davide, fatto non da soli ma insieme ai ragazzi incontrati lungo il loro percorso così come quelli locali. Abbracciare un progetto è abbracciare un modo di affermarsi che va aldilà di qualunque schema precostituito.

Non avrei mai fatto il vignaiolo o l’imprenditore agricolo se non avessimo avuto la voglia di lasciare un pezzo di storia nella storia, di raccontare anche un pezzettino di noi attraverso i vini. È quello secondo me che è la figura del vignaiolo. Dietro questa idea c’è il rispetto per tutti i prodotti agroalimentari, la visione del mondo di chi lo produce. Una sensibilità diversa e particolare.

Un pezzo di storia nella storia. La voglia, la necessità, il bisogno di gridare al mondo la propria esistenza come individui, come coppia, come persone che si amano senza voler cedere a nessun compromesso.

Davide ha quella finezza ed eleganza nei modi che quasi non ci credi possa esistere una persona così. Allo stesso tempo però è determinato, preciso e capace di una visione condivisa totalmente con Giuseppe.

Eleganza, distintività, presenza. Questo ho ritrovato a pieno nei vini di Cà du Ferrà.

Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzioIl primo che ho assaggiato è stato Luccicante, un Vermentino che è il raggio di sole liquido che cattura l’essenza della terra della Riviera ligure del Levante. Giallo paglierino che quasi accarezza il verde, timido all’apparenza, ma che poi brilla di luce inaspettata, proprio come la vita stessa.
Un profumo che avvolge per le sue note agrumate di lime e ananas acerba intrecciate ad un soffio di menta e alla sabbia salmastra, ricordo potente della macchia mediterranea che si posa sull’anima. E poi il biancospino, un tocco di eleganza discreta che anticipa la sua sorprendente profondità.
All’assaggio, ciò che sembrava semplice verticalità si trasforma nella incredibile polposità della pesca bianca da addentare, piena, succosa, vibrante. La sua sapidità maestosa e la pienezza riempiono la bocca: secco, eppure così profondamente appagante. Un’esplosione di eleganza e finezza, con quel accenno di menta che accarezza il palato.
Il Luccicante luccica nell’anima lasciando ricordi di bellezza e armonia che dalla terra arrivano al cuore. E un brindisi alla natura generosa, alla freschezza che rigenera e alla magia di un istante che diventa eterno.

Io non nego che Luccicante non vuole essere soltanto un grande Vermentino ma stiamo lavorando perché sia un grande vino italiano. Con il lavoro che stiamo facendo con Graziana Grassini, raggiungeremo questo obiettivo. Dobbiamo far conoscere questo territorio straordinario.

Poi Magia di Rosa, un rosato da Sangiovese, Vermentino Nero e Syrah che nel calice si illumina dello stesso colore del calar del sole. Poi i profumi di pesca e petali di rosa, il respiro di mentuccia e alloro sono profumi che conducono alla memoria dei tramonti estivi.
In bocca è teso, verticale, come l’orizzonte che si allunga, sapido come l’onda che sfiora la riva, delicato come un ricordo che non svanisce.
Un rosato che sussurra la Provenza ma che resta unico, armonico, infinito…
come questo tramonto sul mare.
Il resto, lasciamolo al silenzio. O al ritmo dell’estate. Da bere sì in estate ma anche aspettando la stagione del mare.

Bonazolae infine è il bianco che porta con se i vitigni della Liguria: Vermentino, Bosco, Albarola a formare un verdognolo di buona luminosità. Svetta il vermentino con le note salmastre di paglia, cedro, mandorla e pesca bianca. Tanti fiori che si incontrano nella pineta in riva al mare a sussurrarsi ricordi di balle di fieno, aghi di pino ed erbette di campo. 

Il sorso emo ampio e allo stesso tempo tagliente; fresco, estremamente sapido, di una sapidità che deposita sulla lingua il sale del mare. La freschezza si espande senza che la sensazione salmastra abbandoni la bocca così da lasciarla fresca e goduriosa di cedro e melone bianco. Un finale scoppiettante che intravede l’amaro della mandorla. Ampio, dinamico, stratificato per meravigliare e continuare a meravigliare. 

In tutti i vini c’è una grande stratificazione gustativa, una sapidità che diventa potenza elegante. Si vede, si sente, si percepisce che il lavoro è assolutamente maniacale. La scelta delle vigne, la scelta dei tempi di vendemmia, l’utilizzo della catena del freddo ad acino intero. Tutto per ottenere qualcosa di assolutamente studiato e voluto.

I nostri sono assolutamente vini tecnologici, se vuoi tecnici che nascono, però da un’idea assolutamente territoriale. Una stilistica di grande purezza e nessuna deroga alla qualità.

Tecnica, testa, attenzione, determinazione. Tutto sembra andare nella direzione di un progetto di vita e di azienda che non accetta deroghe e compromessi. Eppure una Davide e Giuseppe l’hanno avuta e concessa con il Ruzzese arrivando probabilmente a portare questo vino ad essere un manifesto del loro intero progetto.

Si è scritto molto recentemente di questo vitigno grazie proprio all’attività di recupero di Cà du Ferrà. Uno storico vitigno a bacca bianca presente nel volume di Sante Lancerio dei vini d’Italia che sceglieva per Papa Paolo III Farnese.

Si racconta di forme di allevamento per le quali era quasi praticamente steso a terra su questi muretti delle cinque terre; della capacità anche di evolvere; che veniva spedito sulla piazza di Roma tramite piccoli caratelli spediti via mare. C’era la narrazione che il mare perfezionava. Una narrazione anche poetica di di questo vino che era tradizionale della nostra zona e si è perso poi con l’arrivo della fillossera. Anche lì, una storia.

Cà du Ferrà. Davide e Giuseppe: zero tolleranza per il silenzio

10 anni di collaborazione partendo con due filari e 77 barbatelle per arrivare a produrre (su più piante ovviamente) 635 bottiglie in una prima vinificazione del Ruzzese in purezza fermentato e affinato in tonneaux.

Un vino straordinario perché ha questa freschezza anche con vendemmia tardiva. Grande spessore, grande pienezza di bocca. Timbrica di cedro, molto fresco, molto accattivante con una parte di erbe e resine boschive, resine di vino, salvia. Veramente particolare, molto molto intrigante. Poi l’abbiamo voluto confezionare in particolare etichetta che si chiama zero tolleranza per il silenzio.

Una doppia etichetta accoppiata con una carta di tessuto di cotone che si strappa in modo tale che ogni strappo sia totalmente diverso dall’altro. Non ci sarà una bottiglia uguale all’altra.

Il nome è Zero tolleranza per il silenzio. Un messaggio al mondo di non avere mai paura della vita. Di non avere omertà ma di vivere una vita a testa alta e di parlare quando c’è da parlare. Durante le degustazioni ognuno l’ha interpretato un pò a suo modo. Persone che avevano zero tolleranza per il silenzio contro il genocidio di Gaza, contro l’omofobia, contro i femminicidi. Zero tolleranza per il silenzio secondo me si declina anche nel proprio personale o nel nel proprio vissuto nella propria sensibilità.

Un messaggio forte. Non uno schiaffo perché la gentilezza di Davide non lo consentirebbe, ma la determinazione di chi nella vita non si arrende ne se ne vuole restare in silenzio. E perché dovrebbe poi?

Ciò che più mi rallegra è l’esser certo che Giuseppe continuerà ad occuparsi delle camere dell’agriturismo, della gestione del personale e dei mercati esteri; Davide della parte agronomica ed enologica oltre che del mercato Italia così che Cà du Ferrà possa crescere nel meraviglioso territorio di Bonazzola anche tramite l’inserimento di sempre nuovi pezzi del puzzle delle vigne. L’elemento importante però di tutto questo è che Davide e Giuseppe continueranno a stare insieme, mano nella mano, andando avanti grazie al loro amore, alle persone che amano e che li supportano (io tra quelli) così che il loro progetto dunque la produzione di vini eccellenti valorizzando il territorio ligure, non abbia fine. Senza che si spenga mai la voglia di avere zero tolleranza per il silenzio.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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