Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radici
03 Apr 2026
Suggestioni di Vino

Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radici

 

C’è un’Emilia che non finisce mai sui libri di tendenza enologica. Non quella dei Barolo e dei Brunello, non quella dei grandi nomi che campeggiano sulle guide come insegne al neon. C’è un’Emilia di pianura, bassa e nebbiosa, fatta di strade provinciali che tagliano dritto tra i campi, di autogrill aperti di notte e di canzoni che escono dal finestrino dell’auto come confessioni. È l’Emilia di Ligabue, quella di Correggio e non è un caso che la stessa città abbia generato il cantore più autentico della provincia operaia e una cantina che sa di radici, di sfida e di futuro.

Ligabue lo sapeva bene. Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è. È una di quelle frasi che non hai bisogno di spiegare se sei nato in queste zone. La Pianura Padana ha questa capacità strana di trasformarsi di notte, di diventare altro, di aprire spazi che la luce del giorno chiude. E in queste stesse notti, qualcuno in quelle campagne pensava ai vigneti di famiglia, a cosa fare con quello che aveva ricevuto in eredità, a come trasformare un peso in un progetto.

Elena Messori aveva venticinque anni quando ha preso in mano la Cantina Messori.

Non è un dettaglio secondario. A venticinque anni si è ancora fatti di desiderio più che di prudenza, di visione più che di calcolo. E ci vuole esattamente quella temperatura interiore per fare quello che Elena ha fatto: rompere con un modello consolidato. Le cooperative e quel binario sicuro di chi mette il vino in un sistema e aspetta. Scegliere invece la strada più difficile, quella della bottiglia propria, del vino identitario, del racconto di sé attraverso il territorio, non è facile. Ma se sei una ragazza sveglia, con una laurea alla Bocconi in tasca, esperienze all’estero e tanta ma tanta voglia di far bene, forse è la cosa più naturale. O forse è l’unica strada possibile. Anche se per tornare a Correggio ci vuole coraggio. Non tanto perché sia un brutto posto, tutt’altro. È che la dimensione non è quella di chi ha visto e pensato in scala cosmopolita. In grandi città del mondo.

 

Correggio è uno di quei grandi paesoni dell’Emilia.

Al vertice del triangolo che collega Reggio Emilia a Modena. Tutta pianura attraversata da quelle strade che sembrano non finire mai eppoi, ad un certo punto, svoltano con una curva che non ti aspettavi. Una vita che scorre lenta e forse senza tanti scossoni.

Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radici

Piccola città già vista
Piccola città che insiste
Piccola città con gli occhi aperti a metà
Piccola città che, sana o no, un’anima però ce l’ha
Se ripassate fra cent’anni ci trovate sempre qua

Le campagne sono pianura dove i filari delle viti, quelle colme di Lambrusco delle diverse specie, sembrano scheletri che donano colore in stagione e desolazione in inverno. Le cascine sono ovunque. Così come i caseifici che custodiscono forme di Parmigiano a respirare il tempo.

Quando ho incontrato Elena proprio a Correggio ho visto una ragazza dinamica, felice, con la voglia di vivere il mondo. Di portare l’azienda di famiglia in una dimensione diversa. Fatta si di bottiglie ma anche di quella capacità di andare oltre le bottiglie stesse.

Il magazzino è ancora in centro città. Insieme carichiamo dei cartoni per la consegna. Deve consegnare qualche cartone ad un caseificio della zona.

Chiacchieriamo tanto in macchina. La sua vita, la sorella che studia, i pregiudizi di chi non vede una donna al comando di una azienda. Ma lei se ne frega. Il suo sorriso, il suo sguardo incantevole, il suo modo di parlare che sa di emiliano forbito. Sembra volare sopra tutto. Anche alle difficoltà che si incontrano. Tanto la vita è bella. Schizza da una parte all’altra, da un impegno all’altro. Non solo l’azienda di famiglia ma anche altre attività a contorno. Instancabile perché dotata di quella energia, quella voglia di mangiarsi il mondo.

Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radici

L’azienda che ha ereditato non era uno scheletro.

Era una storia. Nel 1916, quando Abbondio Messori acquistò i terreni a Correggio, il mondo era quello che era: la Grande Guerra stava finendo di cambiare l’Europa, le campagne emiliane erano ancora scandite da ritmi antichi, e la vigna era parte di un’economia di sussistenza più che di un progetto culturale. Poi venne Zeffirino. Poi Ruggero. Poi Luca. E infine Elena. Quarta generazione, prima donna, cambio di paradigma.

Quello che colpisce, nella traiettoria di Cantina Messori, è la coerenza delle scelte varietali. In un’epoca in cui il mercato premia il cosmopolitismo, in cui si piantano vitigni internazionali per intercettare gusti globalizzati, Elena lavora solo con uve autoctone: Lambrusco Salamino, Lambrusco Grasparossa, Pignoletto. Niente Merlot di passaggio, niente Chardonnay di cortesia. È una posizione quasi militante, in realtà. È il rifiuto del travestimento, la scelta di mostrarsi per quello che si è.

E i vini che ne nascono portano nomi che dicono tutto prima ancora di aprire la bottiglia.

 

Gasato è il Lambrusco Salamino che nasce da un singolo vigneto, ed è già tutto in quel nome. Non il nome ufficiale, ma quello vero, quello che gli appartiene per natura. Gasato come chi non riesce a stare fermo, come chi ha qualcosa dentro che preme, che cerca uscita. Al naso è una notte di giugno appena prima del temporale: ciliegie nere, viola selvatica, qualcosa di ferroso e antico che viene dalla terra argillosa di queste campagne. In bocca è un lampo. Non nel senso di qualcosa che dura poco, ma nel senso di qualcosa che illumina tutto in un istante. Ha una struttura snella e senza compromessi, una freschezza che non chiede permesso. È il vino che non si accompagna, si incontra. Che non si abbina, si riconosce. Come certe persone che non hai bisogno di conoscere per sapere già chi sono. È il vino che Ligabue avrebbe portato al Bar Mario, se il Bar Mario avesse avuto una carta vini.

Spettinato è un’altra storia. È forse il vino che racconta Elena meglio di qualsiasi parola. Lambrusco Grasparossa in purezza, fermentazione in bottiglia sulle proprie fecce, metodo ancestrale. Il più antico, il più onesto, quello che non mente perché non può mentire. Il vino si completa nella bottiglia, nel buio, nel silenzio, senza correzioni e senza interventi. Quello che è, è. Esce nel bicchiere con una torbidità che non è difetto ma memoria: ogni particella sospesa è un pezzo di quella fermentazione viva, irrequieta, che non si è voluta fermare del tutto. Al naso ha la potenza trattenuta di chi sa urlare ma sceglie di mormorare: mora selvatica, viola macerata, un fondo di terra bagnata che rimanda ai filari dopo la pioggia. In bocca è tannico e vivo, con quella ruvidezza nobile che appartiene solo ai vini che non sono stati levigati per compiacere. Si evolve nel tempo, dice Elena. E ha ragione. Ma non nel senso tecnico di chi parla di polifenoli e affinamento. Ha ragione nel senso che certi vini, come certe persone, hanno bisogno di tempo per mostrare quello che sono davvero. Lo Spettinato è quel tipo di vino. Disordinato e preciso. Selvaggio e radicato. Spettinato, appunto. Come solo chi non ha paura di sé stesso sa essere. Certe notti

Certe notti fai un po’ di cagnara
Che sentano che non cambierai più
Quelle notti fra cosce e zanzare
E nebbia e locali a cui dai del tu
Certe notti c’hai qualche ferita
Che qualche tua amica disinfetterà

Ribelle chiude il cerchio, o forse lo apre. È il Pignoletto in purezza, Charmat, spumante bianco da un singolo vigneto. Il nome però. Il nome è quello di un’anima indomita, personalità senza paura di chi vuol farsi sentire. Proprio come Elena che sceglie il Pignoletto per ribellarsi al mondo. Il vitigno tra i più antichi dell’Emilia. Un color giallo dorato vira verso l’ambra evocando tramonto estivi. Le bollicine sono dolci e decise onde che scuotono come il rollio di una barca mentre solca il mare. Al naso è una vera coccola che sa di croissant burroso ripieno di confettura di albicocca. Poi mela cotogna e pesca avvolte in un velo gessoso. Una esplosione di gusto travolge la bocca: cicciotto, morbido, avvolgente, godurioso. Intenso. Le note burrose si trasformano nel morso irresistibile di una deliziosa crostata. Le bolle diventano un irresistibile richiamo di sirena. Un vino sincero e pieno, che lascia il segno.

Vieni qua:
c’è un bicchiere di vigna
e un vassoio di mais già scoppiato.
Ballaci su questa terra:
faremo un po’ piovere.
Vieni qua che c’è questo Drive in
che ha per schermo un gran cielo gonfiato.
Macchina o no c’è un bel pezzo d’asfalto
da correre.

Cantina Messori. Elena, contro la corrente, con le radiciC’è una questione più ampia che la storia di Elena Messori illumina e che riguarda il Lambrusco in generale. Pochi vini italiani hanno subito la stessa parabola: grandissima diffusione popolare negli anni Settanta e Ottanta quando il Lambrusco amabile era il vino più esportato d’Italia negli Stati Uniti. Poi la caduta nell’indifferenza critica, associato all’industrializzazione e alla bassa qualità. Poi la riscoperta, lenta e silenziosa, da parte di una generazione di produttori che ha capito che sotto quella reputazione opacizzata c’era un vitigno straordinario, capace di vini complessi, territoriali, longevi. Una riscoperta che oggi è diventata quasi un caso internazionale: sommeliers di New York e Londra che cercano Lambrusco come cercavano il Beaujolais negli anni Novanta, come cercano oggi i vini arancioni dell’Italia del Sud. Il Lambrusco è diventato cool, come si dice. Ma i produttori come Elena Messori lo erano già prima che diventasse cool. Che è l’unico modo credibile di esserlo.

I 26 ettari di Cantina Messori si distribuiscono tra Reggio Emilia e Modena, su terreni argillosi e sabbiosi, in un clima continentale che offre estati calde e inverni rigidi. È un territorio che non perdona le approssimazioni agronomiche, che chiede attenzione, che restituisce qualità solo se la qualità è stata cercata in vigna prima che in cantina. L’approccio di Elena è quello della prevenzione piuttosto che dell’intervento: fare le cose bene dall’inizio, non correggere gli errori alla fine. Anche questa è una filosofia, non solo una tecnica.

 

Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te.

Ligabue lo canta come una fortuna rara, quella di trovare qualcuno che ti capisce senza spiegazioni. È quello che i vini di Elena Messori cercano, in fondo: non il pubblico dei punteggi e delle medaglie, non l’appassionato che vuole essere guidato, ma chi ha già dentro quella sensibilità per il vino diretto, onesto, radicato. Chi capisce che la nebbia della pianura emiliana non è un difetto del paesaggio ma la sua firma.

Correggio, lo stesso paese di Ligabue, lo stesso paese del pittore Allegri detto il Correggio, quello delle Madonna e delle soffitte illusioniste. C’è qualcosa di singolare in un luogo che ha generato un pittore del Rinascimento, un cantautore rock e una vignaiola che fa Lambrusco con metodo ancestrale. Forse è la pianura stessa che li produce, questi caratteri ostinati e visionari: chi vive in un paesaggio senza rilievi deve trovare la verticalità dentro di sé.

Elena Messori l’ha trovata. E l’ha messa in bottiglia. Andando contro la corrente ma con le radici ben piantate nella sua Correggio.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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