Cantina Sant’Andrea. Andrea Pandolfo: il vino, un atto di resistenza
Quando si spinge spesso a partire, c’è chi sceglie di rimanere. Di continuare a credere in una terra, nelle sue possibilità e nella sua identità. La storia di Cantina Sant’Andrea nasce da questa convinzione e racconta il rapporto profondo tra una famiglia e un territorio che, stagione dopo stagione, continua a restituire senso alle scelte compiute.
A pochi passi dal mare di Sabaudia c’è una piccola chiesa. Si chiama Sant’Andrea. Sta lì, in mezzo ai campi bonificati dell’Agro Pontino, tra Sabaudia e Latina, con la sua facciata di pietra chiara che il vento del mare rade quasi ogni giorno. Quando una famiglia arriva in un posto nuovo, con niente in mano e tutto da ricostruire, tende a cercare segni. Segnali. Qualcosa che dica: fermatevi qui, questo è il vostro posto. La chiesa si chiamava Sant’Andrea. Il nonno si chiamava Andrea. Era già scritto.
Alcune storie di vino iniziano nel vigneto. Altre che cominciano molto prima, altrove, in un altro continente, in un’altra lingua, con un’altra sabbia sotto i piedi. La storia di Andrea Pandolfo e della Cantina Sant’Andrea comincia in Tunisia. Comincia, per essere precisi, nell’estate del 1964.
Nazionalizzazione. È una di quelle parole del Novecento che ha cambiato la vita a milioni di persone senza che nessuno chiedesse il permesso. Il presidente tunisino Bourguiba la usò quella primavera come un machete. O accettavi la lingua araba, la religione, la cultura, oppure andavi via. Non c’era una terza opzione.
Si pensava che il governo italiano intervenisse in maniera pesante
Andrea me lo dice con una di quelle mezze risate amare che arrivano solo dopo aver digerito un dolore per generazioni.
Ma conosciamo la politica estera italiana. Ci dissero: state sereni, andrà tutto bene.
L’andrà tutto bene di Stato, quello che ha accompagnato gli italiani in ogni catastrofe della storia recente. Prima un centro profughi a Tunisi. Poi una nave. Poi il porto di Napoli. Poi un altro centro profughi a Latina. E in mezzo, il niente. Perduta la Tunisia, perduti i terreni, perduto tutto quello che tre generazioni di Pandolfi avevano costruito tra Pantelleria, la Sicilia e il protettorato francese del Nordafrica.
Perché poi la famiglia era finita là, in Tunisia? Per la stessa ragione per cui tutto si muove nel mondo: convenienza e necessità. Vita. La Francia aveva bisogno di vino. Di tanto vino, di vino da taglio da spedire su navi verso i mercati del nord. Così, per incentivare le coltivazioni assegnava terreni gratuitamente per novantanove anni. Il bisnonno di Andrea era andato per primo partendo da Pantelleria. Poi erano arrivati tutti gli altri.
Producevi per il governo, fondamentalmente. Ti dicevano che vitigni piantare. Grandi produzioni, mai in bottiglia. In primavera partivano una o due navi verso la Francia e là si tagliava con altri vini, insomma.
La logica coloniale applicata alla vigna. La terra non è tua, il frutto non è tuo, la bottiglia non esisterà mai. Sei un ingranaggio, non un vignaiolo. E gli ingranaggi, quando non servono più, si buttano. Poi si prendono ad esempio i francesi senza conoscere la storia e si condannano i contadini di queste zone se ancora oggi elogiano al Fascismo.
Ripartire da zero a sessant’anni.
È straziante e grandioso pensare a un uomo che a sessant’anni si ritrova su una nave, scaricato in un porto straniero che è anche la patria dei suoi nonni ma ormai quasi una terra straniera e ricomincia. Pianta. Zappa. Non dorme.
Mio nonno morì molto giovane
Qui la voce cambia tono. Diventa più lenta. C’è dolore nelle sue parole. Non palese. Non c’è tristezza. Quella ormai è interiorizzata. Nel dna.
Si chiamava Andrea anche lui. Classica tradizione del Sud, il nome si tramanda. Lui fu quello che a cinquant’anni dovette ricominciare completamente da zero, lavorando diciotto ore al giorno.
Il nonno Andrea amava il mare. Ce l’aveva nel sangue, da Pantelleria. Non ebbe mai il tempo di goderlo. In Tunisia aveva pescato ricci con il gozzo, era andato al porto ogni tanto, aveva respirato sale. Nella nuova vita nell’Agro Pontino non ci riuscì più. C’era da inventarsi una vita e quando l’azienda iniziò ad andare, quando i sacrifici cominciarono a dare frutti, lui prese la macchina per andare a fare le analisi del mosto a Velletri visto che allora non c’erano laboratori vicini. Sull’Appia si addormentò. Stanchezza. Un colpo di sonno. Tutto finì lì. In un istante
Ascolto. Rimango in silenzio qualche secondo. Ci sono morti che una famiglia non finisce mai di portarsi dietro. Non come lutto, ma come bussola. Come sorgente. Il nonno Andrea è ancora qui, in qualche modo, in ogni bottiglia che porta il suo nome sulla facciata della chiesa.
I Pandolfi arrivarono nell’Agro Pontino nel 1964, con un parente ad Aprilia e nient’altro. Presero in affitto una terra bonificata da poco, quella terra piatta e sabbiosa che Mussolini aveva fatto strappare alle paludi negli anni Trenta dai coloni ai quali aveva poi distribuito. A quelli che erano sopravvissuti. Una terra che agli italiani del nord sembrava quasi lunare ma che a loro, figli di Pantelleria, abituati al deserto nordafricano, doveva sembrare quasi familiare.
Venivano dal deserto, quindi la sabbia era un terreno che conoscevano. E poi rimasero sconvolti dall’acqua. Là per fare i pozzi erano necessari lavori mastodontici di mesi. Qui scavavi e usciva acqua dappertutto.
Per tre o quattro anni, coltivazioni veloci: zucchine, carote, meloni. Nessuna vocazione, solo necessità. I soldi si mettevano da parte. La vigna richiede investimento, richiede tempo, richiede radici. Non puoi

piantarla se non sai se resterai. Nel 1967 i soldi c’erano, la certezza anche. Comprarono il podere. Iniziarono a piantare.
E poi la chiesa di Sant’Andrea. E il nome di famiglia. E la decisione che quella terra, quella piccola chiesa bianca, quel vento che veniva dal mare a pochi chilometri, era il posto giusto.
Economia Aziendale e vendemmia.
Andrea Pandolfi ha gli occhi di chi pensa sempre a tre cose contemporaneamente. Mentre parla, annuisce, gesticola, sorride. C’è un’energia che non si ferma mai, la stessa energia che immagino abbia spinto suo nonno a lavorare diciotto ore al giorno senza che nessuno glielo chiedesse.
Si è laureato in Economia Aziendale. Nel 1999. Qualche anno prima di me. Nel 1995. Immagino i suoi genitori che come i miei erano così fieri. Poi per Andrea matematica finanziaria, master, corsi in Toscana, corsi in Francia. Poteva fare qualsiasi cosa.
Eh no. Per questo ho detto: era una scelta. Io potevo fare altro, ma l’ho scelto. Mi è sempre piaciuto. Non è che mi sono svegliato una mattina e ho detto vado in cantina. È che non è mai venuta l’idea di fare altro davvero.
La risata secca che hanno le persone quando la risposta è ovvia ma devono spiegarla lo stesso. La sua prima vendemmia è proprio del 1999.
Oggi la Cantina Sant’Andrea ha cento ettari di vigna, un milione di bottiglie, cinquanta dipendenti fissi più i duecento stagionali durante la raccolta, un ristorante, un agriturismo. Non è più l’azienda che raccoglieva zucchine per mettere i soldi da parte. È qualcosa di completamente diverso.
Appena iniziammo ad imbottigliare facemmo trenta, quarantamila bottiglie.
Da trentamila a un milione, in venticinque anni, senza enologo. Andrea Pandolfi non ha un enologo. Fa tutto lui. È enotecnico per obbligo burocratico ma è anche ingegnere. Gli ingegneri studiano. Hanno metodo.
Mi sono dovuto fare il pezzo di carta perché sennò non potevo firmare certi documenti. Alcune cose le facciamo teoricamente sbagliate. Ma se il vino teoricamente sbagliato prende più premi di quello teoricamente giusto, qualche merito te lo puoi dare?
Il Lazio come questione aperta.
A volte, solo a volte, nel mondo del vino italiano si parla dei territori rimasti indietro. Non quelli che non hanno qualità. Spesso ne hanno moltissima. Quelli che non hanno ancora trovato il modo di raccontarsi. Il Lazio è il caso più clamoroso, perché è lì, al centro, con Roma ad essere uno dei mercati turistici più grandi d’Europa. Eppure per decenni è rimasto invisibile. Tanto che a Roma, ai turisti non viene mai proposto vino del Lazio.
Prima del Lazio non fregava niente a nessuno. Né dell’estetica né della qualità. Facevi quantità, volumi. E poi il mercato ti percepisce come cheap. Noi ci mettiamo anche del nostro, voglio dire. Ho visto che si producono vini veramente interessanti ma sei costretto a metterli a un prezzo basso, che in qualche modo vengono visti come il frutto di quindici, trent’anni di politiche a farci la guerra sul prezzo.
È un paradosso che conosco bene. Il Lazio ha tutto: diversità di vitigni, terreni straordinari, vocazioni diverse da nord a sud. Ma ha sofferto di quella malattia che affligge chi ha risorse abbondanti: la tendenza a non valorizzarle perché sembrano sempre disponibili, sempre lì, sempre a portata di mano. L’erba del vicino, ma applicata a se stessi.
Vai in Toscana e nelle carte dei vini non trovi le altre regioni. Non è che puoi scegliere. Stessa cosa in Piemonte. Hanno fatto un lavoro di territorio: siamo questo, beviamo questo, mangiamo questo. Il tizio che viene dall’America beve bene, mangia bene, e quando torna a casa chiede il vino. Ecco quello che manca qui.
Non mancano le aziende che lavorano bene e Andrea è il primo a dirlo. Manca una narrazione condivisa. Mancano i soldi investiti con logica di medio-lungo periodo. Mancano i consorzi che fanno il lavoro sporco dell’identità collettiva, quella che poi fa sì che un nome diventi sinonimo di qualcosa nella testa di un consumatore a Chicago o Copenhagen.
Il problema è convincere prima le persone di Roma. Se Roma inizia a bere Lazio, abbiamo risolto.
Roma, il mercato più grande d’Italia che beve spesso tutto tranne quello che ha sotto casa. È una storia vecchia, quasi una barzelletta, se non fosse che ha conseguenze economiche reali su centinaia di produttori.
Il Moscato e il Vermentino: due facce dello stesso mare.
La zona intorno a Terracina è una di quelle che nel mondo del vino italiano meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva. C’è il mare, ci sono le colline del campo Soriano con i terrazzamenti eroici sulle rocce, c’è la sabbia dell’Agro Pontino. C’è il Moscato di Terracina, un vitigno aromatico che in mano giusta diventa qualcosa di sorprendente. C’è il Vermentino, che Andrea coltiva nella vigna eroica di Terracina Alta.
Li assaggio entrambi.
253 Vermentino
Il nome viene dai giorni di sole che Sabaudia accumula ogni anno. O anche i giorni che servirono, durante la grande bonifica, per costruire la città di Sabaudia. Altri tempi
Duecentocinquantatré. Un numero che è una promessa, un atto di fiducia nel territorio che lo ospita.
Questo Vermentino viene dal vigneto proprio alle porte di Sabaudia. Cosa questa che si capisce immediatamente. È verticale come pochi bianchi che ho assaggiato in questa zona: acidità precisa, mineralità nitida, un salmastro quasi marino che arriva dal finale e non se ne va più. Al naso è pulitissimo con la frutta a polpa bianca, erbe mediterranee, un accenno di agrume. Senza concessioni all’esuberanza aromatica. La bocca è tesa, coerente, con una lunghezza che sorprende.
È uno di quei vini che hai come unità di misura. Uno di quei vini che dopo aver assaggiato ti rimane come riferimento, come termometro per capire cosa può fare un territorio quando viene ascoltato davvero. Identitario, salmastro, difficile da trovare altrove. Non lo trovi uguale in Sardegna, né in Liguria, né da nessun’altra parte. Metti il naso nel bicchiere e sai già dove sei.
Salmastro.
Molto salmastro. È il ritorno a Terracina. Le colline intorno al mare, il terreno, tutto insieme.
Il Moscato è l’altra faccia. Suadente, grasso, aromatico per eccellenza. Ma con quella nota di sale che emerge a sorpresa e che lo salva da ogni rischio di stucchevolezza.
Oppidum Moscato di Terracina Secco
Il Moscato di Terracina ha un problema di comunicazione. Il nome suona dolce. Suona dessert. Suona fine pasto. E invece questo Oppidum arriva al naso con quella fruttuosità aromatica che è il marchio di fabbrica del vitigno: agrumi, pesca bianca, fiori gialli. Poi in bocca succede qualcosa di diverso da quello che ti aspetti: c’è il sale. C’è davvero il sale, quel retrogusto salmastro che viene dalla sabbia e dal mare che sta a pochi chilometri, che trasforma tutto il profilo del vino e lo porta in una direzione verticale, quasi tagliente nonostante l’aromaticità del vitigno. Sarà parte delle uve provengono dai terrazzamenti a Campo Soriano, sopra Terracina.
Fermo, con fermentazione a temperatura controllata e qualche accenno di macerazione, Andrea riesce a tenere insieme le due anime del Moscato: la piacevolezza immediata e quella nota salina che è l’identità di questo territorio. Un vino che si scalda nel bicchiere e cambia continuamente: nei primi minuti è una cosa, dopo dieci minuti è un’altra. Meglio prendersi il tempo.
Non è un vino difficile. È un vino sorprendente. E la differenza, per chi ama il vino davvero, è enorme.
Anche qui vengono fuori le note di sale. È la particolarità di questo territorio. Ospita una moltitudine di vitigni incredibili e tutti danno espressioni che non trovi altrove.
Le bollicine da Moscato di Terracina sono con metodo Charmat. Una scelta che mi racconta anche di una filosofia. Anche l’Aleatico fa la stessa cosa. Strano un Aleatico in terra Pontina ma solo per chi non conosce la storia delle tante persone che da ogni parte d’Italia arrivano qui per la bonifica portando con loro ogni ben di Dio. Barbatelle incluse
Riflessi Extra Dry Rosato Aleatico
C’è qualcosa di inaspettato in questo rosato. L’Aleatico è un vitigno che nella testa di tutti vive nel dolce, nel passito, in quella dimensione avvolgente e morbida che il Mediterraneo sembra reclamare come propria. Poi Andrea lo mette in bollicina, lo fa secco, e lo trasforma in qualcosa di completamente diverso da quello che ti aspettavi.
Il colore è cerasuolo, luminoso, con riflessi che ricordano il tramonto sul Tirreno. Al naso arriva subito la frutta: piccoli frutti rossi, fragola matura, un accenno di rosa. Una leggerezza che non opprime, non satura. In bocca è vivace, fresco, con una perlage fine che porta la beva in direzione di una piacevolezza quasi irresistibile. La dolcezza residua è appena percettibile. Quel tanto che basta per far capire da dove viene l’uva. Il vino non concede niente alla stanchezza. Finisce asciutto, con un finale fruttato e pulito.
È un vino che non chiede spiegazioni. È un vino da aperitivo, da mare, da tartare di bufala come quella che mi hanno portato in agriturismo senza che nessuno chiedesse. Uno di quei vini che esistono per ricordarti che bere bene non deve per forza essere complicato.
Con vitigni aromatici lo Charmat preserva la fruttuosità. E poi perché mi piace il vino piacevole, senza troppi tecnicismi. Siamo tutti sommelier, lo so, ma la gente si è un po’ rotta di sentire parlare di sentori e sfumature olfattive.
Ha ragione, anche se detto così fa quasi ridere. Il settore del vino ha passato vent’anni a costruire un linguaggio sempre più esoterico: note di grafite, sentori di sottobosco, retrogusto di tabacco da pipa. Adesso scopre che la maggior parte delle persone vuole solo capire se un vino gli piace o no. Il piacere come punto di partenza, non come punto di arrivo dopo un corso da sommelier.
Il peso di tutta una storia.
Centoventi ettari, un milione di bottiglie, cinquanta dipendenti, un ristorante, un agriturismo. Tutto in mano a una persona sola. Il padre segue la vigna visto che l’ha sempre fatto. È la sua cosa. Ma la cantina, le vinificazioni, le scelte tecniche, sono tutte di Andrea. C’è sempre e solo lui. Come diavolo faccia non so.
Cerchi di non ammalarti. Mio padre non si ammala da trent’anni. Non c’è alternativa, fa parte dell’attività.
Ha due figli. Uno di diciannove anni, una di diciassette. La figlia studia enologia. Il figlio ha fatto la sua prima vendemmia nel 2025.
Cerco di stare buono. Se premi i figli su una cosa, fanno esattamente l’opposto. Quindi non dico né sì né no. Aspetto.
È un passaggio delicato quello che il vino italiano sta attraversando in questi anni. Non solo alla Cantina Sant’Andrea ma ovunque. Le prime generazioni che hanno costruito le aziende a partire dagli anni Settanta e Ottanta stanno invecchiando. Le seconde generazioni scelgono, spesso, altro. Quello che si rischia di perdere non è solo un’impresa ma un corpus di sapere, di odori riconosciuti la sera girando tra le vasche, di tagli fatti a intuizione dopo decenni, di fermentazioni gestite senza app né consulenti ma per esperienza pura.
La sera faccio il giro tra le vasche, dall’odore già so se questa fermenta bene o se c’è un problema. Quello è meglio che gli alzi la temperatura. Il bicchiere lo giri due secondi e capisci cos’è che serve. Valla a spiegare come si fa. Non lo sai. Lo sai e basta.
È l’artigianalità nella sua forma più pura. Non riproducibile su un manuale. Non trasmissibile se non attraverso anni di fianco a qualcuno che già sa. Spero che i suoi figli, almeno uno dei due, abbiano voglia di stare a sentire.
La Cantina Sant’Andrea non è nata da un sogno romantico. È nata dalla necessità, dal deserto, da una nave che scaricava profughi a Napoli, da un nonno che si addormentò sull’Appia perché lavorava troppo e dormiva troppo poco. È nata dalla sabbia dell’Agro Pontino che sembrava simile al deserto tunisino e dall’acqua che usciva dai pozzi a sorpresa. È nata da una piccola chiesa bianca che si chiamava come il nonno.
Non so se il nonno Andrea avrebbe immaginato che da quei ventitré ettari piantati nel 1967 sarebbe arrivato un milione di bottiglie e un milione di storie da raccontare. Forse no. Forse stava solo cercando di sopravvivere.
Ma il vino, quando è fatto così, con questa radice, con questo peso, con questa necessità, si sente. Si sente anche al primo sorso.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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