22 Nov 2024
Suggestioni di Vino

Cantina Villa Gianna. L’Agro Pontino, che meraviglia!

 

Sono proprio un imbecille e magari sono anche in buona compagnia.
Sono nato e ho vissuto per cinquanta anni a Latina. Ho amato e amo la mia terra. Il lavoro mi ha portato a fare tante esperienze diverse in diverse parti d’Italia e del mondo. Si dice che quando capitano queste cose la mente si apre. Vero. Assolutamente vero. A mio figlio consiglierei assolutamente esperienze simili.
C’è un però in questo. L’ipermetropia. Conoscete quel difetto della vista per il quale da lontano si vede benissimo ma quando dobbiamo vedere una cosa vicino appare tutto sfocato?
Allo stesso modo, quando le esperienze ti portano fuori dalla tua terra, tutto ciò che vedi è bello e nuovo. Apprezzi tutto, compreso le sfumature che i luoghi nuovi evidenziano. Quello che è vicino casa invece, quello che hai sempre avuto vicino, quelli al quale ogni tanto torni, lo dai per scontato. Con la conseguenza che non approfondisci nulla. Vivi le cose senza quel pizzico di curiosità che invece utilizzi in altri contesti. Ipermetropia. Dannata ipermetropia.

Latina. Anno di fondazione 1932. Immersa nell’Agro pontino. Quello che fu palude pontina. Poi il mare, il meraviglioso mare, è a pochi km cosi da consentire ai venti carichi di sale di arrivare fin sotto le montagne distanti quasi trenta km. Terreni fertili per via dei residui limosi della palude. Quei grandi acquitrini pieni di malaria e bonificati grazie al sacrificio di migliaia di persone arrivate dalle più svariate regioni d’Italia.

Quello che c’è, sembra poco e invece la biodiversità del territorio è pazzesca. La provincia si estende da Aprilia fino al Garigliano, fiume che separa il Lazio dalla Campania. C’è il mare con le meravigliose spiagge del litorale di Sabaudia, il Monte Circeo che sembra il volto della maga Circe. C’è Terracina e il litorale fino a Sperlonga, meta preferita degli antichi romani come Tiberio che qui costruì la sua Villa. Ci sono i castelli antichi con il feudo dei Caetani a Sermoneta, l’Oasi di Ninfa, le Abazie, i monti Lepini, Itri, Formia, Gaeta. Potrei continuare e continuare a rimango un imbecille. Perché solo un imbecille, o un ipermetrope (senza voler dire che le due cose coincidano!) non si accorge di quello che c’è attorno. Non riesce a vedere vicino e allora guarda lontano.

Ricordate la canzone Meraviglioso di Domenico Modugno?

Meraviglioso
Ma come non ti accorgi
Di quanto il mondo sia
Meraviglioso
Meraviglioso
Perfino il tuo dolore
Potrà apparire poi
Meraviglioso
Ma guarda intorno a te
Che doni ti hanno fatto
Ti hanno inventato
Il mare
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole
La vita
L’amore

Ecco, non mi sono mai accorto, veramente, di quanto sia meraviglioso ciò che ho sempre avuto sotto gli occhi. Ho girato il mondo e ho imparato a conoscere il vino di tutto il mondo. Ogni regione italiana con tutte le sue diversità in termini di vitigni, clima, territorio, persone. Ho assaggiato centinaia di vini e conosciuto centinaia di produttori. Mai però, da qui l’imbecillità, mi sono soffermato a guardare quanto di meraviglioso avevo a pochi metri da casa.

Avrò visto l’insegna della Cantina Villa Gianna migliaia di volte. Tutte le volte che ho percorso la SS148 Pontina per andare al mare in quel di Sabaudia, San Felice al Circeo, Terracina, Sperlonga. Tutte le volte che con i miei genitori andavamo al paese di mio padre o di mia madre. Tutte le volte che si andava a mangiare una pizza da Bibò, una pizzeria di San Donato. L’ho vista e l’ho snobbata. La vedevo e la ignoravo.

cantina villa gianna

Poi, in un pomeriggio di inizio estate vado all’Abbazia di Fossanova per una bellissima manifestazione invitato da Slow Food, Vini d’Abbazia. Poco prima di andare via noto tra i vari banchi di assaggio proprio Cantina Villa Gianna. La trovavo quasi fuori posto nel chiostro dell’Abbazia. Però mi dico: dai, vinci i tuoi pregiudizi e vai.

Padrone di casa, un distinto signore sempre sorridente. Alto, capelli brizzolati, abbronzato, occhiali alla moda, ben vestito nonostante le temperature. Mi presento dicendo che anche se di Latina non avevo mai avuto il piacere di provare i suoi vini.

Lui, al secolo Gianluca Giannini, amplifica il suo sorriso e mi dice: allora devi provarli tutti.
Mi versa il primo calice di Bellone, il vitigno locale per antonomasia. Vedendo sul viso un non so che di approvazione mi dice: questo è un vino del TUO territorio. Questo “TUO” mi rimbomba nella testa provocandomi un misto a fastidio e senso di imbecillità. Poi mi versa un altro bianco, Innato, blend di Malvasia, Trebbiano e Chardonnay. La mia faccia è ancora più di approvazione e lui incalza: questo è un vino del TUO territorio. La mia dose di autostima diminuisce drasticamente. Poi mi versa un rosso, Barriano, blend di Merlot, Cabernet Sauvignon e Sangiovese con 12 mesi di botte. Devo aver fatto una faccia ancora più stupita perché il copione si ripete: questo è un vino del TUO territorio. Sprofondo perché non mi capacito di quanto sia ipermetrope (non posso ripetere che sono imbecille no? Lo ringrazio e sto per andare via quando mi ferma e mi dice: aspetta, devi assaggiare un altro vino del TUO territorio. È cosi che mi versa nel calice Elogio, passito da uve Moscato di Terracina. Non posso ricordare la mia faccia ma ricordo perfettamente la sensazione di sapidità del moscato. Quella stessa sapidità che ha accompagnato tutti i vini degustati. Capisco non solo che Gianluca ha calato l’asso ma anche di quanto io sia veramente un imbecille. Adesso il quadro è chiaro.

In cantina mi accoglie Francesco, fratello di Gianluca. Loro, insieme ad Alessandra sono la terza generazione della Famiglia Giannini.

Mio nonno Domenico arrivò qui dalle Puglie intorno alla fine degli anni 50. Mio padre è del ‘43 e aveva sette anni. L’Opera Nazionale Combattenti gli assegnò il podere 1007. C’erano tanti alberi da frutto.

Il qui è tra Latina e Sabaudia. C’è solo pianura perché le montagne sono a quasi trenta km. Il mare invece è a meno di tre in linea d’aria. Prima della bonifica solo acquitrini, palude, malaria, morte. Terreni limosi, sabbiosi, argillosi emersi solo grazie alla rete di canali realizzati e gestiti dal Consorzio di Bonifica e dall’Opera Nazionale Combattenti che distribuiva le terre per coltivarle. Dopo bonificate. Nessuno, oltre i coloni che avevano contribuito alla bonifica, voleva venire a vivere qui (magari non solo qui). Si scappava dalla campagna attirati dalle fabbriche e da un lavoro che sembrava, ecco appunto sembrava, essere meno duro. Qui però non c’era nulla. Tutta campagna. Qualche borgo abitato. Tutto piatto. Il mare? Non era una risorsa. Lo era la campagna. Se ti andava di coltivarla.

Nonno Domenico, da buon pugliese, portò con se le barbatelle attratto non tanto dalla voglia di fare vino quanto di produrre uva da tavola. Coltivazioni a tendone ce ne erano già tante in queste zone. 200, 300 quintali per ettaro ottenuti grazie alla grandissima fertilità. Tanta produzione, come si usava a quei tempi, voleva dire tanta prosperità.

Era però attratto dall’uva dolce e scrocchiarella che c’era qui: il Moscato di Terracina. Pensava che fosse il futuro anche come uva da tavola. Mio padre dice sempre che la zona di Terracina aveva i terreni che arrivano fino al mare. Tra le rene e i tumuliti gli addori de li muscatelli va per la valle

Le terre che custodivano (e custodiscono) il Moscato di Terracina erano e sono dei veri e propri lingotti. Micro particelle che i contadini custodiscono in modo geloso senza nessuna idea di cedere. Ancora oggi si contano solo 49 ettari vitati a Moscato. Gioiellerie, per via di acini grandi e color oro. Gioiellerie nel loro valore intrinseco. Bigiotterie perché un territorio semi sconosciuto non riesce a farsi conoscere come dovrebbe. Se si va a cena in queste zone, con tutto il ben di Dio del territorio e del mare, ci si aspetterebbe di trovare i vini del territorio. Peccato che con la calata dei romani che chiedono solo vini non del Lazio, è difficile. Così come è difficile far raccontare a chi dovrebbe delle meraviglie che ci sono.

Nonno fece amicizia con qualcuno di loro iniziando a dialogare. Si spostò poi all’interno verso la zona di Monte San Biagio dove prese contatti più solidi. Sempre per l’uva da tavola. Tre figli, papà era l’ultimo che seguì le orme del padre. L’idea del nonno era desalinizzare l’argilla in un territorio vergine e fertile ma con una serie di problematiche. Più ci si avvicinava al mare e più i terreni, senza l’ausilio di lavorazioni meccaniche era complicato. Nonno arrivò per andare a Terracina ma gli venne assegnata la terra, dieci ettari, qui.

Nonno Domenico muore nel 1984 ed è papà Giovanni che non solo continua l’attività ma contribuisce a far crescere l’azienda con l’idea di mettere insieme i produttori con le viti a tendone. Costituisce qundi una cooperativa vinicola specializzata maggiormente in uva da tavola.

Per il vino non c’era nemmeno la denominazione. La Circeo DOC e quella del Moscato di Terracina furono le ultime del Lazio.

Non ci si credeva nel vino. Chi vuoi avrebbe mai pensato che nel giovane Agro Pontino si potesse produrre vino di qualità? Nessuno, tanto che le DOC di riferimento furono proprio le ultime del Lazio. La Circeo DOC è del 1996, quella del Moscato di Terracina del 2007. Significative due cose: la composizione delle uve della DOC Circeo (Trebbiano, Malvasia del Lazio, poi Sangiovese e Merlot con inserimenti di Chardonnay, Cabernet Sauvignon), segno evidente di contaminazioni portate dai coloni; anche per il Moscato di Terracina, rese consentite molto alte (dalle 12 alle 13 tonnellate per ettaro per il Circeo, 11 per il Moscato.) per via della fertilità di queste terre e la incapacità di pensare di come questi vini siano di qualità.

Papà conosce mia mamma Gianna, Giovanna di origini venete ma nata a Latina. Quarta di nove figli con tradizione veneto. Merlot e Cabernet insomma. Papà la conobbe e si innamorò di lei. Nasce Gianluca e la cooperativa prende il nome da lui: San luca. Il 18 maggio è stata la fondazione. Poi successe un casino nel Lazio. Tutto ciò che era eccedenza non aveva valore e lo stato pagò per l’estirpazione. Così i soci, che soci non erano perché c’era un rapporto fiduciario, si ritirarono. Papà aveva visto in quattro anni la zona di produzione della tavola bianca e rossa far aumentare quella dei mosti muti che partivano poi per il nord. Grande qualità ma bassa struttura e grado. Li comincio il bello. Si presero i soldi per estirpare i tendoni con produzione da 2/300 quintali per ettaro e misero i kiwi. La cooperativa che non ce la fa più. I soci che svaniscono. Non resta che continuare come cantina privata.

Era la fine degli anni 90. Un pò lo scandalo del metanolo, un pò per le pianificazioni sbagliate, un pò per le crisi di quegli anni, la tempesta perfetta del vino è servita e non può che colpire le cantine sociali. Quelle dove i soci conferiscono tutto il proprio raccolto. Ad aumentare la tempesta, almeno nel Lazio, due ulteriori fenomeni. Il primo, i contributi per l’estirpazione delle viti. Il secondo, la coltivazione dei kiwi, un frutto prima di allora pressoché sconosciuto ma che piantato in grandi quantità e praticamente a spese dello stato, fa fare Bingo ai coltivatori. Altro che vino.

Nasce quindi la Cantina Villa Gianna con mio fratello e mia sorella e mamma che mette bocca ovunque anche nella scelta dei vini. Una cantina a matrice femminile.

Sorride di gusto Francesco. La famiglia è così coesa che non è un problema. Ma ha ragione circa la mamma. Giovanna, Gianna, è un bella signora tutta energia che quando si fanno le degustazioni sfodera le sue creazioni. Giovanni, non è da meno (per bellezza ed energia). Lo si trova spesso (direi sempre!) all’ingresso della cantina che è indaffarato sul tavolo con una miriade di carte.

Una cantina, tanta uva, tante varietà, tanta qualità, un territorio è praticamente sconosciuto. Vendere vino è difficilissimo. Se non a basso prezzo e comunque non imbottigliato. Perfino i romani quando arrivano in quel di Sabaudia, snobbano il vino locale.

Mio padre, insieme a Bernardino Santarelli, il papà di Toni e ad Attilio Scienza sperimentarono tutta una serie di vitigni che potevano ampliare la gamma dei vitigni locali. Soprattutto gli alloctoni che entrarono a far parte di alcuni disciplinari. Petit Verdot, Cabernet, Tempranillo, ecc. Poi Sauvignon, Chardonnay, Viognier. L’idea era capire se l’Agro Pontino potesse essere ricettivo per questi vitigni

Facile (ma nemmeno tanto) trovarsi in un territorio con una storia, con tante aziende, con dei disciplinari, ma se non hai niente per le mani è complicato. Dannatamente complicato. Eppure ci si danna l’anima perché si ha la consapevolezza di quanto di buono vi sia. C’è un terreno fantastico, una esposizione pazzesca, una serie di vitigni che danno espressioni incredibili, il mare vicino, i monti a protezione, i venti termici, le brezze marine…. Cosa si può volere di più?
Occorre sperimentare e solo chi è stato pioniere lo può fare. Bernardino Santarelli creò Casale del Giglio, una azienda che ha fatto della sperimentazione la sua forza. Attilio Scienza è uno degli enologi più affermati in Italia. Giovanni Giannini dedica tutta il suo impegno in Villa Gianna.

Anche noi con Merlot, Cabernet Sauvignon e Sangiovese nella denominazione Circeo siamo dovuti andare a capire quale fosse il terreno giusto, il porta innesto ideale, ecc. Da Le Ferriere con deriva vulcanica a qui con argilla e sabbia, dopo l’Appia terreni neri e profondi, sopra Terracina carsici e rossi. Grazie a questa cosa capimmo quali vitigni alloctoni potessero essere interessanti con un occhio sempre a quelli autoctoni. Adesso abbiamo Bellone, Malvasia del Lazio, Moscato di Terracina, Trebbiano, Sangiovese, Merlot, Cabernet, Syrah, Chardonnay per le bollicine con Caprolace fatta vicino al lago. Poi a Ninfa le due Malvasia di Candia e Puntinata.

Una azienda con grandi quantitativi prodotti necessariamente orientata verso l’horeca, che nasce per un segmento più grande e che ha mantenuto, al contrario di tanti altri, i volumi. La forza di aver tentato le strade del biologico, del biodinamico e la maggiore forza nel rendersi conto come in queste zone, con l’umidità del mattino e quella della sera, fare biologico e biodinamico sia impossibile.

Due stabilimenti, uno sulla SS 148 Pontina e l’altro a Borgo San Donato, per un totale di 1.7 milioni di bottiglie.

Una scelta che ha connotato l’azienda nella mente dei consumatori. Una azienda molto presente e un rapporto qualità prezzo centrata. Lo stare nella grande distribuzione fa pagare lo scotto di una percezione strana. Roma ci assorbe il 70% della produzione. Il Moscato di Terracina finisce prestissimo con le sue 56 mila bottiglie di secco e 64 mila di amabile. Va centellinato.

Negli anni pò abbiamo costruito un segmento un segmento particolare con numeri bassi.
12 mila bottiglie di Innato. 14 mila di Barriano. 9.600 di Elogio. 3.300 di Passito. Una nicchia. Potevamo chiamarci Giannini ma abbiamo scelto di rimanere Villa Gianna. Questo ci ha creato difficoltà. Non ci siamo mai vergognati perché possiamo fare un prodotto di nicchia. Oggi ci troviamo in una nuova realtà frutto del sacrificio di otto anni dove Gianluca ed Alessandra sono stati gli interpreti nel pensare che Villa Gianna non è più una etichetta di prezzo ma una casa di ospitalità che diventa un modo diverso di comunicare l’azienda. Con il proprietario che sta vicino a te e racconta il vino. Che ti fa fare esperienze. Questo era sempre mancato. Chi ci vedeva da fuori ha mutato la sua percezione.

La struttura in effetti è bellissima e accogliente. Un grande salone per le degustazioni con tavoli alti e comodi sgabelli. Tavoli che servono per ospitare chi ama bere del buon vino e mangiare prodotti locali che prepara ancora la signora Gianna. Poi una immensa sala allestiti con tavoli tondi e una bella scenografia di botti. Qui si fanno le grandi cene. Per eventi insomma. Non matrimoni ma eventi che hanno il vino come elemento di comprimarietà.

I nostri vini non hanno dimensioni di vini costosi. Il prezzo basso dipende dalle nostre uve che hanno un prezzo basso anche per chi ci conferisce. Solo il Moscato arriva a 100 euro per quintale. Nella filosofia delle persone se un vino costa è buono ma nella logica industriale non è giustificato un prezzo alto.

Quando Francesco mi dice queste cose mi si aprono gli occhi e il cuore. Il concetto che l vino debba essere fruibile ed acquistabile da tutti dovrebbe essere sancito nella costituzione.

Già 50 euro per un cartone da sei è un prezzo importante se veni da un concetto di sfuso. È difficile scardinare questo. Gianluca non vuole nemmeno stare a queste cifre.

Abbiamo un Wine Club di oltre 500 iscritti per gli eventi che facciamo. Vogliono i servizi. Gli sconti. Le degustazioni. Questo genera un indotto meraviglioso.

La chiacchierata con Francesco è spedita, viva, concreta. Passiamo da aspetti pratici a tematiche commerciali. Dalla storia alla attualità. Passeggiamo per le vigne come per la cantina. Tutto nella normalità e convivialità che più naturale non si può.

Il moscato di Terracina ha un impatto cromatico e olfattivo importante e crea nelle persone un pò di sgomento. Quando vuoi fare assaggiare il Moscato alle persone ti rispondono “no io il moscato non lo bevo” ma che moscato lei ha in testa? Dolce stucchevole…il moscato profuma, è stucchevole e io a pranzo e cena non ce la faccio a berlo. Te lo dicono. Così l’elogio non lo vendi. Hanno amato altro.

Non siamo tanti seppur sembriamo tanti. Gianluca è l’amministratore e cura la parte commerciale
Alessandra è la parte amministrativa. Io e Alessandro (che ha sposato mia sorella) ci rapportiamo io più verso la parte della filiera produttiva e i clienti locali, lui verso il mondo horeca. La parte agricola e di cantina io con papà. 80 anni e tira ancora le redini perché ne sa di più e ha tanto da insegnarci. È ovvio che dietro di lui c’è l’agronomo e l’enologo. Abbiamo i disciplinari da rispettare. I vigneti sono gioielli perché papà ci tiene

Barriano nasce da Bassiano perché i primi caratelli di rovere venivano da Bassiano e perché la prima collaborazione che facemmo prevedeva a Bassiano le botti per l’affinamento. Poi è rimasto il nome che la ricorda. Rudestro viene dai territori del sottocolle. Qui cominciamo a cambiare impasto e sono ottimi per Merlot e il Sangiovese. Il Rudestro fa otto mesi di affinamento in botti di rovere francese e sei mesi in bottiglie.

Ecco Gianluca. Il suo sorriso anticipa sempre la gentilezza dei modi e l’eleganza. Rivedo in lui le movenze del padre che lo sovrasta per altezza. Con lui non si può non parlare del territorio. Lui che ama queste terre in maniera viscerale. Come me è nato qui ma a differenza mia, e per questo lo stimo in maniera incredibile, ha speso la sua vita qui. A realizzare impresa in un territorio giovane, troppo giovane per essere ancora conosciuto. Troppo giovane per generare sensazioni nelle persone.

Il mare, quello che è a soli tre km da qui, è incantato. La sabbia è bianca e l’acqua trasparente. Non c’è parcheggio e questo ti consente, anche in piena estate, di avere il primo ombrellone vicino almeno a dieci metri. Tutta spiaggia libera con solo qualche botteghino che oltre a vendere bibite, gelati e un pò di cibo, offre ombrelloni e lettini. Non c’è ricettività però. Pochissimi hotel. Pochi bed&breakfast. Sembra un posto per indigeni o per i fortunati che sono riusciti a farsi una casa (abusiva poi sanata) negli anni 70. E se qualcuno pensasse che sono sempre i soliti, beh sbaglia di grosso poiché proprio da queste parti e specificatamente a Sabaudia, credo che la locuzione “radical chic” sia stata coniata. E in ogni caso, si addice benissimo.

Questo è un territorio giovane che deve ancora compiere 92 anni all’interno di un palcoscenico complesso. È stato duro e l’ho vissuto in prima persona poiché è dal 1994 che gestisco la cantina e dal ’99 la parte commerciale. Dal ’94 al ’98 mi sono fatto un giro per la nostra bella Europa per capire che grado di qualità avesse la mia azienda nel mercato di riferimento. Dal ’98 al ’99 l’attenzione a riuscire a decollare è stata importante. Tanta l’attenzione del mercato ma ho notato che essere presente nel mercato servivano i numeri. Tra il ’94 e ’99 anni di tribolazione.
Poi anche noi come i somarelli ci siamo legati ad un riconoscimento tipico ovvero una denominazione. Nel ’97 nella doc Circeo e nel 2007 il moscato di Terracina. Dal ’94 lavoriamo nel campo biologico dove il primo cliente della grande distruzione è stato il sig Coop che mi chiamò a corte dicendo che mancava nell’assortimento laziale un vino biologico. L’Agro Pontino non è stato avvantaggiato in questo con l’umidità della sera e della mattina. Nel ‘98 dal biologico siamo passati al biodinamico. È durata tre, quattro anni ma poi da li ho dovuto ritrasformare il tutto verso l’agricoltura tradizionale. Mi ricordo quando tornavamo con il motorino la sera, tagliavamo la nebbia. Il mare a tre km mitiga ma oltre l’umidità arriva anche il sale.

Dopo la sperimentazione nella ricerca di vitigni diversi su un terreno sabbioso, limoso abbiamo sperimentato investendo tanto ma tanto. È stato bello navigare in queste acque pionieristiche. Mi trovo con uno zainetto pieno di informazioni. Vorremmo riabbracciare la biodiversità che con l’esperienza mi consente di avere se non altro le domande.

Mio nonno che è arrivato qui e che ho conosciuto fino ai miei 14 anni, e papà hanno coltivato un territorio che fino a ieri era sconosciuto. Oggi ai miei primi 54 anni sono soddisfatto dei trenta anni di esperienza in Villa Gianna. Nessuno ce lo ha regalato ma siamo stati noi gli artefici.

Partire da zero con la consapevolezza di essere seduti su qualcosa con un potenziale incredibile e produce qualcosa che è difficile spiegare al mondo. Questo è l’Agro Pontino. Quando avrete la fortuna di assaggiare un vino di Villa Gianna, capirete cosa vuol dire mare e sole, sabbia e sale, vento e terra. Se in genere la quantità non fa mai rima con qualità, qui e in queste terre non può invece che essere così. Perché altrimenti non si riesce nemmeno a sopravvivere nel selvaggio mondo del vino. Già il vino del Lazio è praticamente sconosciuto e considerato, sbagliando di grosso, dozzinale, figuriamoci quello dell’Agro Pontino. La conseguenza è doverlo vendere a prezzi bassi rispetto ad altri di qualità pari (o inferiore).

Con il Bellone ci siamo portati avanti con il concetto di autoctono locale. Un Bellone marino che è l’origine del Bellone. Fino a 9 anni fa, non esisteva. Ci ha dato una visione diversa. Nella mia visione dei prossimi anni c’è un altro passo da fare. È la Malvasia che dobbiamo curare. Mi piace tanto in visione degli orange Wine. Il Bellone quando arriva a maturazione diventa color bronzo con un grado alcolico superiore ai 14.5 gradi.

Vedo tanti vini. Ventitré etichette. Una vastità far pensare ad una azienda di massa e non di qualità. Fa pensare se si pensa con la solita mente e con la visione ipermetrope.

Non ho beneficiato di fare questo per hobby. Se l’avessi fatto per hobby potevamo mettere capitali e ottenere il massimo. Ma dovevo fare azienda. Noi produciamo vini eccellenti che non si possono mettere a prezzi alti. Quale è il giusto posizionamento? Quanto è disposto a pagare il consumatore o quanto vuoi che sia il prezzo? Il problema è essere conosciuti nel territorio. Non abbiamo ancora nel Lazio colui che ti propone il vino del Lazio.

Quanto è vero questo. Andate in un ristorante di Roma o della provincia e provate a vedere lo spazio che viene riservato ai vini della regione. Fate la stessa cosa in un’altra città del Lazio e saranno ancora meno. Neanche i ristoratori ci credono. Sbagliano e sbagliano di grosso.

Il nostro ulteriore problema è che abbiamo una biodiversità pazzesca tra Formia, Gaeta, Monte San Biagio, Sabaudia, Atina, Latina. È complicato e serve essere specializzati. Con tutto bagaglio dell’esperienza altrui se riusciamo a mettere un pò di dna serio esplodiamo. Cosa c’è di più eccitante nel corteggiare la tua terra?

Un entusiasta. Un positivo. Una eclettico. Una persona che non si è mai data per vinta. Che ha lottato contro tutti e tutti e ancora sta lottando. Lotta con un sistema che non crede in se stesso. Contro gli altri produttori che non riescono a fare sistema. Lotta contro il tempo per cercare di fare qualcosa e poter lasciare a figli e nipoti qualcosa nel solco del padre e del nonno.

Cantina Villa Gianna

Volevo fare il vignaiolo. Vengo dall’istituto agrario. Poi nel ’98/’99 visto che i soci non erano molto propensi al fare impresa, abbiamo, con mio padre e mia sorella, riorganizzato l’assetto produttivo.
Spacchettando l’impresa agricola dall’impresa produttiva da quella commerciale. Questo ci ha fatto gioco ma oggi dobbiamo riorganizzare il tutto per tornare sui vecchi passi per avere una azienda agricola che si approccia alla ospitalità e alla parte commerciale. La doc Circeo bianco è sconosciuta al mondo. Però se ti parlo della Maga Circe magari lo ricordi. Oggi mi rendo conto che sono tanti gli elementi a favore di una politica visionaria di un territorio e alla esperienza di altre regioni. Questo può consentire ad imprenditori di planare su una nuova dimensione.

È un imprenditore prima di tutto. L’azienda, le persone che ci lavorano, la famiglia. Poi il territorio. Ogni cosa fa di Gianluca un vero imprenditore. Con uno zainetto pieno di esperienza e una visione chiara di come vorrebbe che sia il futuro.

Oggi ho rimesso in discussione la linea enoteca perché ho bisogno di una maggiore emozionalità nelle etichette. Nel mondo della distribuzione ho bisogno di family feeling e storytelling. È come la mucca che va all’abbeveratoio: non le puoi cambiare il percorso. Le ventitré etichette dovranno essere otto. Io sono ancora giovane e se noi produttori del Lazio riuniamo le nostre capacità produttive non riusciamo a soddisfare le esigenze di Roma. E invece siamo invasi da tutto il mondo.

La virtuosità di questa azienda è il know how che ritorna nella famiglia. Dal pioniere vitivinicolo di mio nonno se ne è creato uno. Noi siamo tre figli e si è moltiplicato come se fosse un lievito. Abbiamo generato sette nipoti e un terzo di loro ha virato verso l’agro alimentare. La mia attività è diventata un lievito. Me la sento come un vestito creato su misura su un territorio che può fare la differenza per il Lazio e per queste zone. Qui non abbiamo ne un castello ne una grotta. Ho dovuto chiamare l’azienda villa Gianna. Il nome è mamma e Giovanna. La generatrice è lei.

Lascio che Gianluca si esprima perché è un lucido imprenditore. Un entusiasta. Una persona che ha voglia di costruire sopra delle fondamenta solide costruite dal padre e dal nonno, ma poco visibili dall’esterno. Non solo per Cantina Villa Gianna ma per l’intero territorio.

Cantina Villa Gianna

Investiamo per il futuro cosi che il territorio si possa esprimere. Maturità professionale in un contesto territoriale. La perseveranza imprenditoriale. Me lo sento dentro.

Magari vorreste sapere dei vini perché poi, alla fine, si può pensare che siano quelli i protagonisti. Anche se continuo a pensare che le persone siano i veri protagonisti, anche se aver conosciuto una azienda, una famiglia (Giannini), un luogo, le vigne, fanno passare i vini quasi in secondo piano, capisco che mancano i vini. Non posso esimermi dunque e ne inserisco qualcuno. È giusto condividere le incredibili sensazioni che mi hanno offerto. Per gli altri venite con me a qualche degustazione o passate in Cantina.

Cantina Villa GiannaParto da Elogio, Moscato di Terracina in versione secca. Se gli acini sono color oro, Elogio si presenta di un paglierino molto scarico. Forse è meglio così: i sentori che emergono sono già prepotenti e legarci un colore d’orato, forse spaventerebbe. I sentori dunque. Pesca bianca, glicine, biancospino, frutti tropicali, melone bianco, biancospino, salvia, timo. Un ventaglio di odori che si sprigionano ad ogni olfazione e aumentano roteando il calice. Nel sottofondo, sempre presente, sempre attivo ma mai invadente l’essenza dolce di camomilla e miele sapientemente mitigata dagli agrumi. Lime in particolare. È però la sapidità marina che esalta il naso. Quello iodio che mi ricorda l’odore del sale sulla pelle e mi fa sognare le sere d’estate in riva al mare.
In bocca è fresco, secco, sapido, piacevolmente agrumato con la nota dolce e aromatica che è latente, lontana, non invadente. Non disturba affatto. Caldo sì e dotato di buona persistenza grazie alla quale la bocca rimane in uno stato di puro godimento.
Gianluca sostiene sia nato per accompagnare il pescato locale, quello che i pescherecci di Terracina portano poi ovunque. Io però l’ho accompagnato ad un semplice broccolo romanesco ripassato in padella con aglio olio e peperoncino ed è stato da applausi. Provate a togliere il broccolo mettendo uno semplice spaghetto e….

Cantina Villa GiannaPoi arriva Innato il cui dorato nel calice non si vergogna affatto di apparire. Blend di Malvasia, Trebbiano e Chardonnay surmaturate, ha dalla sua l’immediata sapidità. Il sale marino emerge prepotente come ad affermare che gli acini e i venti del mare hanno stretto un solido sodalizio. Frutti come la pesca percoca, l’albicocca, il melone vogliono certamente esserci. Gli agrumi, che fanno da corollario al miele, emergono ma senza prevaricare. La salvia e la mentuccia non sono da meno. La mandorla, ovviamente salata, chiude il bouquet in maniera elegante.
Il sorso appare immediatamente caldo e sapido così che la sensazione è di essere in riva al mare al tramonto. Sempre in buona compagnia. E non solo del vino.
Armonico e bilanciato in maniera eccellente con la frutta che arriva accompagnata dal sale e dalla salvia in un tripudio di sapori che non invadono, accompagnano. Torna il miele con la pesca ed il melone e, in sottofondo, gli agrumi così da rendere sinfonica la bocca. Ad ogni olfazione arriva un nuovo frutto, ad ogni sorso una nuova sensazione. Insomma, i tre vitigni si sono integrati perfettamente come un pairing perfetto.
Innato risulta uno di quei vini che riesce a accompagnare piacevolmente tutto il pasto partendo dall’aperitivo. Solo che una bottiglia non sarà mai sufficiente indipendentemente dal numero di calici in cui versarlo.

Cantina Villa GiannaBarriano, il Circeo DOC Riserva da uve Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon. Un mix di uve che rappresenta a pieno la multiculturalità di questi luoghi. La caratteristica di questo vino è il suo essere vellutato tanto all’olfatto quanto al gusto.
I sentori sono immediatamente caldi ed avvolgenti grazie alla ciliegia che diventa visciola, alla prugna, al sottobosco muschiato. Poi freschi e tenui per via della violetta e dell’arancia sanguinella. Infine fini e complessi grazie alle spezie (noce moscata, noce moscata, chiodi di garofano, vaniglia) e alle tostature (tabacco da pipa, pellame). Un velo di balsamico amplifica senza rinunciare alla finezza.
Il sorso parte vellutato per poi scoprire gli eleganti tannini. Mai banale per via della freschezza che crea il giusto equilibrio. La bocca è ampia e goduriosa per via di un gusto morbido ma mai stucchevole e senza eccessi. Caldo e secco con una bella sapidità che a ricordare il camino nella casa al mare. È una carezza, come quella del sole al mare in inverno: non brucia, allieta e scalda.

Cantina Villa Gianna

Infine il Moscato Passito 2022. Se da un passito ci si aspetta dolcezza in questo si trova sapidità. Se si chiede colore in questo si trova quello del mare di una giornata assolata. La dolcezza del moscato si cela dietro lo iodio. La camomilla diventa miele, la pesca bianca, i frutti tropicali, le noci, il biancospino, la salvia, la pera Smith: tutto si fonde tra dolcezze e sapidità.
Il sorso è una meravigliosa coccola iodata. Un sole invernale che scalda senza far sudare. La freschezza che non ti aspetti. L’avvolgenza arriva senza che ce ne si accorga. Non ci sono orpelli. Non c’è opulenza. C’è tanta ampiezza. Tanta discrezione. La dolcezza intrinseca si fa ammaliare dalla fresca sapidità. La bocca, dopo una persistenza importante, si ritrova in uno stato di vera, inaspettata, grazia. Lo accompagno ad una cacio e pepe. Follia? No, meraviglia assoluta.

Ho messo gli occhiali e imparando ad osservare ciò che ho vicino scevro da pregiudizi, con gli occhi di un bambino. Ho scoperto di esserne innamorato. Forse da sempre, ma ho sempre detto a me stesso che ci sarebbe stato tempo per dirlo, per dimostrarlo. Ora che l’età è avanzata, che la maturità è arrivata, capisco quanto sia importante il tempo e con questo anche ciò che è dinanzi agli occhi. Le cose migliori, sono sempre li, dove sono sempre state. Fanno parte della nostra storia. Del dove siamo nati. Del dove siamo vissuti. Solo che dobbiamo maturare per capirlo.

Grazie Gianluca per avermelo ricordato. Grazie a Francesco per avermi illuminato. Grazie per non avermi dato ne dell’ipermetrope ne dell’imbecille. Tanto me lo sono dato da solo!

Vorrei solo che anche tanti altri vedessero, vivessero e apprezzassero questo territorio. Ne vale veramente la pena!

Cantina Villa Gianna

 

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Ivan Vellucci

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