Colli del Vento. Antonella e Antonio, gli immortali
Metempsicosi. Il passaggio dell’anima da un corpo all’altro. Che sia umano o animale poco importa. Un passaggio dopo l’altro fino alla purificazione.
È uno dei cardini di Pitagora (Πυθαγόρας), filosofo nato a Samo in Grecia per poi spostarsi a Crotone dove fondò la propria scuola esoterica.
Sì, è quello del triangolo e del Π greco, ma non è per questo che ci interessa.
L’uomo è mortale a causa dei suoi timori e immortale a causa dei suoi desideri.
Tutti noi abbiamo timori. Il più grosso? La morte ovviamente. Conviviamo con questa paura ogni giorno anche se in fondo sappiamo (speriamo) essere lontana nel tempo. Quando però l’età avanza e quell’inevitabile momento si avvicina sempre più, la paura aumenta. Continuiamo a conviverci altrimenti vivremmo male anche quei pochi attimi che rimangono da vivere.
Si può essere immortali? Certamente no. E con i desideri?
Ci hanno sempre insegnato come desiderare troppe cose sia sconvenevole mentre accontentarsi, sempre saggio.
L’importante è, sempre e comunque, la felicità. Questa la vera pienezza di vita.
Noi dobbiamo ragionare come se fossimo immortali. Poi quando moriamo, pace e bene. Ci poniamo obiettivi a lungo termine.
Ragionare, pensare, desiderare come fossimo immortali. Pensare, agire, realizzare progetti di vita non come se dovessero finire con noi ma perché continuino dopo di noi. Un pensiero profondo, alto, immenso. Qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’egoismo, l’auto celebrazione, il se. Semmai con il futuro. Anche quando di futuro sai di averne a tempo limitato.
Antonio (Brioschi) ha 81 anni e sua moglie Antonella (Scornajenghi) 77. Insieme sono Colli del Vento, una azienda agricola nella Maremma di Scansano (GR). Oltre 80 ettari di bosco, ulivi, seminativo e, ovviamente, vigna.

Antonella e Antonio. Una coppia simpaticissima e così attiva che quando mi dicono l’età, faccio fatica a crederci.
Ingegnere lui, neurochirurgo lei. Dalla Calabria a Milano Antonella; dalla Brianza, sempre a Milano, lui. Due storie che si uniscono per la vita. Una coppia, due figlie, i rispettivi lavori.
Io sono un ingegnere e ho fatto l’ingegnere. Mi sono laureato nel 68. Progettista di computer. Prima si progettavano e si vendevano computer. Siamo nati come Olivetti Divisione Elettronica. Poi siamo stati venduti agli americani. L’ho fatto per circa venti anni. Ho cambiato mestiere e mi sono messo a fare il progettista di reti e in contemporanea l’EDP manager. Tutto sommato quei lavori li piacevano. Mi sono piaciuti e mi hanno dato tante soddisfazioni. A 68 anni sono andato in pensione. Bisogna pure andare in pensione. Nel frattempo della vita professionale, durante le vacanze si andava in Umbria. Antonella ha parenti in Umbria. Si beveva, si parlava con i produttori, si faceva la vendemmia. Anche se ero appassionato di vino da prima. Andavo in giro per il nord a cercare un pò di vino. Stiamo parlando dell’inizio degli anni 70. Il mondo del vino era profondamente diverso. Sì andava dai contadini che ti facevano assaggiare il vino. A volte si trovava anche del vino molto buono. Sì girovagava.
Ci piaceva. Cercavamo di conoscerlo.
Antonella mi aveva già raccontato di essere stata neurochirurgo al Niguarda.
Mettendo insieme le due cose è nata la battuta: dovremmo comprarcela anche noi la vigna. La cosa è rimasta li nell’ipotetico. Fino alla pensione.
Prima della pensione eravamo stati nel Chianti a vedere delle vigne ma non prendevamo mai la decisione
Sposati nel 75. Pensate, stiamo parlando di cinquanta anni fa. Sembra anche questo qualcosa di desueto al giorno d’oggi. Eppure esiste ancora.
La chiacchierata con Antonella e Antonio è qualcosa che mi lascia a bocca aperta. Sono qui ad ascoltare due persone di una certa età che mi raccontano di come abbiano investito tutto nel loro futuro. In un progetto, come quello del vino, di lunga prospettiva. Un sogno non effimero, concreto. Qualcosa di non leggero, impegnativo. Una seconda vita. Ecco, proprio una seconda vita. Altro che pensionati che non desiderano altro che riposarsi dopo anni di duro lavoro. Loro, Antonella e Antonio, oggi lavorano più di prima. Da soli a Scansano, tra terra, fornitori, incombenze burocratiche, vendita, promozione. Li vedi che vanno da una parte all’altra senza mai fermarsi. Eppure felici. Felici e vivi.

Ero io l’avvinazzato. Lei beveva birra.
Birra, aperitivi….Ad un certo punto avevo un collega neurochirurgo che aveva una vigna del Chianti con un contadino che gli faceva vino. Portava le damigiane e ce le vendeva. Li ho cominciato ad apprezzare il vino. Il primo vino che ho apprezzato davvero è stato il Chianti
Neurochirurgo. Come Antonella. Un mestiere difficile, complicato. Di quelli che costringono ad un continuo confronto con il lato peggiore della vita. I problemi, le malattie, la morte. Forse è anche questo che ha reso Antonella una persona con la voglia di vivere. Vallo a capire. Di certo il suo modo di guardare le cose è quello di una persona che con suo marito, progetta e vive la vita. Fino in fondo e a fondo.
Bisogna dire che era Chianti Classico. Era fresco. Non come oggi barricato.
Girovagando in questo mondo abbiamo cominciato a capire. Eravamo dei bevitori. Lo imbottigliavo da me. Nella casa che ci eravamo costruiti avevo fatto una cantina.
I primi quindici anni li abbiamo fatti a Milano poi ci siamo spostati ad Arcore dove abbiamo costruito la casa.
Ho disegnato la cantina che ho cominciato ad utilizzarla prima che fosse finita la casa.

Quando uno è ingegnere lo è in ogni cosa. Forse io sono un ingegnere atipico nel senso che non mi verrebbe mai in testa di progettarmi la cantina. Al massimo monto i mobili dell’Ikea.
Vado in pensione e lei mi segue a ruota. Decidiamo di andare in giro a vedere cosa c’era. Era il 2012.
Io ero andata prima in pensione dall’ospedale. Avevo le figlie da crescere ma facevo la libera professione. Croce Rossa, invalidità. Perizie del tribunale. Di tutto di più. Fino a che mia figlia mi disse: hai una nipotina, fermati.
Cominciammo a girare dall’Umbria. L’abbiamo abbandonata perché non ci piaceva. La zona di Orvieto dove erano i parenti di Antonella. Viriamo in Toscana.
Cercavo gli annunci su Google. Ne vedevo tanti.
Girammo in Toscana vedendo cose oscene e belle. Arriviamo in Maremma. Questo posto ci è piaciuto molto.
Colline piene di fiori e un panorama bellissimo.
Non c’era niente. Non volevo un rudere ma qualcosa dove poter costruire. Qui non c’era nulla.
Vedete che l’ingegnere torna in tutti quegli aspetti che implicano un progettare e un costruire? Antonio il sogno lo ha e ben preciso. Come se tutti gli aspetti progettuali fossero già sul file e dovessero solo essere realizzati. Partire dalle fondamenta non dai muri già realizzati.
Era di un vecchio contadino. Lui non coltivava più. Ci avevano detto che tanti anni prima c’era un pò di vigna.
Abbiam detto: siamo a Scansano, terra di Morellino. Lo faremo anche noi. Abbiamo comperato i primi quindici ettari cominciando a capire cosa fare. Abbiamo contattato agronomi ed enologi che ci hanno dato un minimo di indicazione cosi da piantare viti ed ulivi. Prima tre ettari di vigna e due di ulivi. Andavamo su e giù dalla Lombardia. Quando ti metti a fare queste cose c’è da fare tante cose. Siamo stati fortunati a trovare delle persone brave che hanno fatto i lavori.

Circa quattro anni dopo abbiamo iniziato a vendere l’uva con la prospettiva che prima o poi avremmo fatto il vino. Questo l’obiettivo finale. A nove anni, con le vigne mature ci siamo detti che era il momento. Il vino ha bisogno di cure giornaliere e sei costretto a stare qui. Siamo partiti nel dire: facciamoci la casa e la cantina. Così l’abbiamo costruite.
Non è banale per nulla. Non lo è per chi vuole iniziare questo lavoro avendo una vita dinanzi e non lo è per chi vuole realizzare un sogno per una seconda vita.
Invece di scegliere una azienda con le vigne già pronte e magari il vino già provato, Antonio ed Antonella iniziano da zero. Completamente da zero. Niente vigne, niente casa, niente cantina. Nemmeno sapevano come sarebbe venuto l’eventuale vino realizzato. Anzi, nemmeno sapevano farlo il vino!
Ci siamo trasferiti nel 2020. Quando abbiamo fatto il primo vino. E poi abbiamo trovato un enologo bravissimo. Un’altra fortuna. Era delle sue parti, brianzolo. Dirige una grande azienda del Chianti. Poi abbiamo comprato altri 70 ettari.
I primi quindici si sono consumati in fretta. Bosco, ulivi, casa, cantina, strada. Siamo arrivati ad avere quattro ettari di vigna e tre ettari di ulivi. Così erano finiti i quindici ettari. Così abbiamo comprato a fianco 70 ettari.
La materia prima per fare questo mestiere è il terreno. Volendo fare il vino con la propria uva serviva terreno. Siamo partiti come biologici facendo le coltivazioni. Ci teniamo ad avere un rapporto con l’ambiente sano per avere un prodotto sano. Abbiamo piantato altri due ettari e mezzo di vigna e mezzo di ulivo.
L’anno scorso abbiamo piantato le mellifere. Ci hanno portato delle arnie e poi il produttore ci ha dato qualche barattolino.
Una visione. Un progetto a lungo periodo. Altro che pensione. Altro che vita tranquilla. Già quindici ettari non significavano per nulla una vita tranquilla ma 70 ulteriori sono un’altra dimensione. Il lungo periodo? Certo ma anche la fatica del breve. Sono sempre più affascinato.
Noi dobbiamo ragionare come se fossimo immortali. Poi quando moriamo, pace e bene. Noi ci poniamo obiettivi a lungo termine.
Stamattina stava ragionando per fare le bollicine. Un nuovo progetto. Ogni giorno si aggiunge qualcosa.

Sì aggiunge qualcosa a quello che già c’è. Non per un vezzo. Non per un capriccio. Ma per la voglia di fare qualcosa che produca felicità. Il poter fare ciò che più li rende vivi e proiettati verso il futuro. Perché è questa la vera immortalità. Progettare il proprio futuro senza porsi il freno mentale della sopravvivenza. Che è proprio la base del pensiero di Pitagora
L’uomo è mortale a causa dei suoi timori e immortale a causa dei suoi desideri.
Tutti, davvero tutti, possono fare grandi cose. Per se stessi, per gli altri. Ciò che capita però è che ci si ferma dinanzi allo scorrere del tempo. Non cominciamo neanche alcune cose perché pensiamo di non avere il tempo per terminarle, per vedere i risultati. Eppure il tempo lo abbiamo, solo che non lo utilizziamo come dovremmo. Quante volte passiamo ore intere sul divano o dinanzi a quel dannato smartphone per poi non avere nulla in cambio. Nemmeno una sorta di soddisfazione. Cosa potremmo fare del tempo se iniziassimo comunque qualcosa indipendentemente dal terminarla?
Ecco dunque l’immortalità. Ecco la capacità di attivare la mente attraverso il cuore e pensare oltre il nostro egoismo. Già, egoismo. È proprio questo che, spesso, ci limita nel fare le cose. La incapacità di pensare che non dobbiamo necessariamente essere noi a dover vedere o godere della realizzazione di ciò che è stato pensato ed iniziato. L’importante non è la meta ma il viaggio. Quel percorso mentale e fisico che ci ha fatto incontrare il tempo in ogni suo istante trascorso godendo di ogni momento perché si pensa a quello successivo. Senza bruciare quello che si sta vivendo.
Siccome sono in crisi di spazio e devo costruirmi un deposito per il vino imbottigliato e visto che siamo in ballo, mi faccio prendere da questo trip. Se riesco a berla, volentieri. Altrimenti se lo berrà qualche altro.
Eccolo Antonio. Un altro progetto che richiede almeno tre anni dal vino base ovvero non meno di quattro. Non è lo stappare la bottiglia e godersela con Antonella ciò che conta: è il viaggio, il percorso, il tempo che sta dedicando e dedicherà al suo progetto.
Mi vengono in mente le RSA, Residenza Sanitaria Assistenziale, quelle che prima si chiamavano ospizi. In Italia sembra che cambiando il nome alle cose queste cambino anche nella sostanza. Ricordo che ad un certo punto si disse che il termine “spazzino” fosse denigratorio e non esaustivo del lavoro di chi teneva pulito il contesto pubblico. Ne serviva dunque uno diverso: operatore ecologico. Bellissimo. Peccato che le condizioni e il lavoro di queste persone non sia cambiato di una virgola.
Ritorniamo alle RSA. In queste le persone anziane trascorrono il proprio tempo sostanzialmente aspettando la propria fine. Le loro giornate sono piatte e monotone. Orari da ospedale. Attività limitate. Contatti sociali assenti o comunque limitati alle interazioni tra gli “ospiti”. Perché, mi chiedo? Certo, non tutti gli anziani sono autosufficienti ma coloro che lo sono, perché sono li? Abbandonati magari ma comunque senza un progetto di vita perché credono che di vita non ne abbiano più a sufficienza. Non ne hanno più a sufficienza. Eppure ne hanno di tempo da trascorrere.
È una scommessa. È come il Vin Santo. Abbiamo rimandato. No, non ce la facciamo, non ce lo berremo mai. Invece siamo ancora qui e lo abbiamo fatto.
L’anno scorso ci ho provato ma la stagione era pessima e l’uva è marcita sulla pianta. Non è molta l’uva per il Vin Santo. Ci riproveremo.
Questo è lo spirito che ci vuole ed è incredibilmente meraviglioso ascoltare Antonella evidenziare proprio la debolezza del “non ce la facciamo”. Una debolezza che viene vinta dalla continua voglia di guardare al futuro abbandonando l’egoismo primordiale. Uno spirito bellissimo. Affascinante. L’immortalità, il pensare sul lungo periodo. Ci sarà qualche altro che potrà continuare il proprio lavoro. Come le due figlie.
Una ne ha 47, una 44. Una a Milano e l’altra in Inghilterra. Quella di Milano è molto appassionata di vino. Anche lei ha una laurea in informatica ma si è diplomata sommelier. Ci da una mano nella comunicazione. È interessata a continuare. Anche con la prospettiva di spostarsi qui.
Colli del Vento oggi produce circa 15000 bottiglie che raddoppieranno tra tre anni quando gli altri vigneti arriveranno alla piena maturità.
Sette etichette: due di bianco, una di rosa, quattro rossi. Un ulteriore livello di complicazione che può sembrare follia ma che ascoltando Antonio si capisce come sia una logica e ingegneristica conseguenza.
A me piace il Cabernet Sauvignon. L’ho dovuto piantare. Siamo in Toscana e non puoi non piantare il Sangiovese. Poi non puoi fare solo vino rosso ed ecco i bianchi con il Vermentino. Siamo a tre vini. Dopodiché abbiamo un pò di Malvasia e Trebbiano così, per diversificare, facciamo un vino con i tre vitigni. C’è il Sangiovese in purezza.
Tolomeo è il Cabernet Sauvignon in purezza che nel calice è immediatamente vegetale come se i venti della Maremma abbiano portato all’interno tutta la vegetazione delle colline. Il sole ha scaldato la frutta che è diventata matura contaminandosi con le spezie e le tostature. La ciliegia e lo zest di arancia vengono pervase dal cacao, dal pepe verde, dai chiodi di garofano.
In bocca è una folata di vento fresco con gli indomiti e potenti tannini che risaltano l’imponente vegetale. Poi all’improvviso, il vento cala e la lingua si ritrova custode di un incredibile sapore di ciliegia.
Un vino duro e determinato che coglie l’essenza della Maremma restituendo sensazioni forti. Scordatevi di berlo senza il giusto contributo di una pasta con ragù di selvaggina o meglio un cinghiale o una lepre.
Il Morellino di Scansano 2022, Sangiovese in purezza. Donna Antonietta. Una vera dedica per un vino che nel calice è rubino e croccante. Già, croccante per i sentori di frutta fresca e fiori rossi. La rosa, la violetta e la frutta che sembra già scrocchiare sotto i denti. Prugna, sottobosco, zest di arancia e un velo di balsamico che appare come vento fresco che accarezza le foglie.
Il Morellino che lui non voleva fare perché diceva che si trova anche al supermercato. Poi andavo a vendere il vino e me lo chiedevano.
In bocca è ampio con i tannini levigati. Anch’essi dal vento. Freschezza e calore sono ben amalgamati per un piacere vivo. Appagante per come la bocca rimane in quello stato di grazia difficile da trovare in un Sangiovese. È morbido nonostante l’assenza di legno. Duro il giusto, ma solo un pò. Quanto basta perché non sembri smielato. Donna Antonietta è dolce come colei a cui è dedicato ma che sa essere duro quando serve. Solo quando serve.
Morellino ovvero sangiovese in purezza. Poi un altro Sangiovese in purezza barricato. Quindi il Cabernet in purezza. Abbiamo deciso di fare il blend 50% di Cabernet e Sangiovese. Sei in ballo ed ecco il rosa con il Sangiovese. Adesso ho messo altro Vermentino che va molto bene e con l’idea delle bollicine ho messo dello Chardonnay. Poi due rossi Merlot e Cabernet Franc. Visto che la base del Supertuscan è il blend di Sangiovese e Cabernet. Vediamo cosa viene.
Il Sangiovese e Cabernet è Dicembre. Un mix che già dal colore appare evidente con il Cabernet che colora il Sangiovese. Finezza ed eleganza del Cabernet che sa di frutta matura, pastosa e melassosa; il Sangiovese con croccantezza e floreale a rendere vegetale il blend.
Arriva il peperone insieme a tostature e spezie. Blande, non invasive. Presenti, non predominanti. È cosi che i chiodi di garofano insieme alla vaniglia e al cioccolato fanno capolino. Poi un velo di rosmarino e zenzero.
Ampiezza in bocca. Di quelle che lasciano in dote, pienezza. Tannini maturi anzi, eleganti. Elegantemente vellutati. Un percorso gustativo che si palesa con la forza del Cabernet per poi lasciare spazio alla verticalità del Sangiovese. Mi piace il bilanciamento che sa di eleganza, forse non ancora di finezza. È un 2022 ed avrà tutto i tempo per evolversi come può. Anzi, come deve.
Keplero è il Sangiovese 2022. Note di colore granata evidenziano il passaggio levigante in botte. Al naso la frutta non può che essere matura, quasi cotta. La verticalità del Sangiovese senza botte si attenua così da far emergere le erbe aromatiche, la liquirizia, il ginepro, il pepe verde, i chiodi di garofano, la prugna secca, la ciliegia, il coriandolo. La violetta? Non può mancare certamente. Balsamico? Ovviamente si.
Olfatto complesso e, anche qui, mai invadente. Proprio come Antonella e Antonio.
In bocca si allarga a dismisura con un morbido calore che pervade il palato. I tannini? Levigati ma non stucchevoli. La freschezza lascia il passo alla morbidezza della prugna e della ciliegia che sembrano spremute a rilasciare il loro prezioso succo.
Il finale? Meraviglioso anche grazie ad una lunga persistenza e una sapidità che spicca. Un sorso ampio, importante, a tratti godurioso con sensazioni di assoluto appagamento. Certo, necessita di un abbinamento per essere perfetto!
Volevamo sperimentare perché il nostro enologo ci sconsigliava di piantare il Merlot. Diceva che ci vuole l’altezza. Ma altre cantine ce l’hanno In pianura verso li mare. Il terreno è cosi buono. Tutto sasso che si sgretola. Perché non provarci?
Frieda è poi il Vermentino 2023. Lo versi e sembra quasi acqua nel bicchiere. Un colore impercettibile che però al naso sa di pesca bianca e biancospino, di salvia e alloro, di pera e mela. Sono poi le note iodate a ricordare che si tratta di un vino minerale e verticale. Quasi un senso di roccia, sasso, ferrite. Intenso. Altro che acqua nel bicchiere!
In bocca appare immediatamente sapido, quasi salmastro. Secco e verticale con la bocca che produce saliva a lasciare poi, dopo una lunga persistenza, un intenso sapore di pesca bianca e pera. Fresco e armonico, vuole una pasta!
Infine VB44, il rosato da Sangiovese. È rosa antico da buccia di cipolla (di Tropea però!). Sentori di arancia, anguria, rosa, violetta. Fragoline di bosco, lampone e un limone che si inserisce in una sorta di macedonia di frutta alpina. I fiori sono tutti li, a corollario della macedonia.
Se avessi chiuso gli occhi senza guardare il colore avrei avuto la netta sensazione di rosa antico. Sapido e fresco offre una sensazione floreale che rimane a lungo. La collina della Maremma colma di fiori incontra la sapidità dei venti marini. I frutti cotti dal sole, i fiori accarezzati dal vento. Ecco cosa è questo rosato. Convincente anzi, molto convincente!
Antonella e Antonio. Sempre con il sorriso. Divertendosi. Pensando al proprio futuro senza pensare se ci sarà o meno. Tutto ciò li tiene meravigliosamente e incredibilmente attivi. Anzi no, vivi. Ecco, vivi è il termine giusto. Perché tutti noi dovremmo sentirci vivi in ogni istante della vita. Vivi e con la dannata voglia di pensare al futuro e a tutto ciò che saremo in grado di realizzare. Immaginate cosa sarebbe il mondo se tutti la pensassero esattamente come Antonella e Antonio.
Io lo rifarei anche se noi abbiamo approcciato tutto con uno spirito di incoscienza straordinario.
È il nostro giochino dico alle volte.
Altro che giochino! Impegnativo.
Una certa età anagrafica. Una esperienza di vita importante. Due figli. Nipoti. Nessuna intenzione di riposarsi. Come se la vita fosse un dono così importante da non poterlo sprecare rimanendosene seduti a giocare a carte e contemplare il nulla.
Io ero terrorizzato dall’idea di andare in pensione e sedermi sulla panchina a leggere il giornale. Avevamo il sogno nel cassetto come si usa dire e l’abbiamo tirato fuori. Sono in gamba come salute e anche mia moglie e posso tenere botta.
Essendo medico lo tengo sotto controllo.
Giro con il trattore. Sto in vigna. Tutto il lavoro manuale non lo faccio io. Ho trentaduemila viti e non ce la faccio.
Io prima stavo dando concime agli ulivi. Abbiamo belli ulivi ma sono giovani. Varietà particolari come il Leccio del Corno. Fa un olio buonissimo ma va via tra parenti ed amici.

Anche gli olivi. Piante immortali, loro si, che resistono al tempo e che solo dopo tanto tempo danno ottimi frutti. Ma poco importa anche per questi.
Nessun rimpianto nelle parole di Antonella e Antonio. Quello che possedevano a Milano e Arcore lo hanno venduto per investire qui.
Io qui sono strafelice. Ho vissuto in Lombardia ma sono calabrese e questo clima… sono felicissima.
Il tessuto sociale qui è molto lasco. Il più vicino è a cinquecento metri. Lui sta sul suo trattore e io sul mio. Dal punto di vista lavorativo. La sono più efficienti.
Una volta un contadino mi disse che la terra non è di nessuno perché puoi certamente averne la proprietà e farci ciò che vuoi, ma alla fine, è di tutti, è parte integrante del pianeta sul quale viviamo. Proprio per questo principio e per la semplice circostanza che tutti noi siamo mortali, la terra va trattata con rispetto al fine di lasciarla a chi verrà dopo di noi, nelle migliori condizioni possibili. Possibilmente meglio di quando l’abbiamo presa noi.
Un principio incredibilmente saggio e di lunga prospettiva.
Mi piace pensare che Antonella e Antonio stiano facendo proprio questo con il proprio sogno, così bello che rimarrà anche dopo di loro. Chiunque se ne occuperà.
La vera immortalità è il loro insegnamento.
PS, Antonella e Antonio sono la dimostrazione che bevendo vino si può arrivare a tarda età!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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