Conti d’Attimis Maniago. Fabio, un passo per volta
‘O sanghe. Il sangue.
Nella smorfia napoletana il sangue fa 18 e il 18 è, notoriamente(!), tra due numeri particolari con altrettanto particolari significati: Il 17, la disgrazia; il 19, la risata. Meraviglioso a pensarci bene. Il 17, la disgrazia, richiama la morte; il 19, la risata, la gioia di vivere, la vita stessa. Il sangue è scorre tra la vita e la morte, tra l’abisso dell’oblio e la voglia di vita pura. Senza sangue si va verso il 17, con il sangue che pulsa nelle vene, verso il 19. Ed è per questo che il sangue è vita. Quella che si trasmette di generazione in generazione. Contraddistingue una famiglia, una stirpe. Financo la cittadinanza come vuole lo Ius sanguinis.
Ora vi starete chiedendo dove voglia andare a parare con questa premessa. Beh, nella vita ci sono delle coincidenze. Quelle che fanno si che un particolare non sia messo li per caso. Magari è un vero caso, però quando lo si nota, gli si da un significato particolare.
Io sono la diciottesima generazione che lavora in azienda qui a Buttrio. L’azienda è nata il 15 febbraio 1585 a seguito di un matrimonio, quando Lavinia Freschi di Cuccagna sposa un uomo che si chiama Pompeo di Maniago. Lei porta in dote l’azienda come casa forte ovvero struttura a difesa del castello che passava di linea maschile
Fabio d’Attimis Maniago è la diciottesima generazione di una nobile famiglia, i Conti d’Attimis Maniago, una azienda che produce vino dal più di 500 anni in quel di Buttrio, un piccolo comune a pochi km a sud est di Udine. Una sorta di avamposto delle colline che salgono fino all’Abbazia di Rosazzo per poi sconfinare in Slovenia. Il Friuli, quello vero.
Qui si è sempre fatto vino anche se abbiamo notizie da quando le terre entrano in possesso della famiglia. Se uno fa attenzione sulla bottiglia è citato un estratto del nostro archivio che dice che già nel 1524 si faceva vino. Il 21 giugno del 1524 un vasel di vino è stato venduto da un oste del quartiere di Udine, borgo Acquilea.
Avete mai visto qualche film della saga di Harry Potter? Il maghetto uscito dalla penna di quel genio letterario che è J.K. Rowling? Orbene, ad Hogwarts, la scuola di magia, appesi alle pareti c’erano distese di quadri fatati cha si animavano a loro piacimento. Non c’è da stupirsi quando si parla di maghi e magia.
Cosa c’entra Harry Potter con d’Attimis Maniago?
Fabio, ecco cosa c’entra. Lo guardi e, barba a parte, è lui, il maghetto di Harry Potter. Non solo per l’aspetto fisico che lo potrebbe anche accostare (ma solo da un punto di vista visivo) a Nanni Moretti, ma anche e soprattutto perché sembra quasi fuori posto, come membro di una casata nobile, ad occuparsi di vino. Il suo aspetto minuto. Lo sguardo attento dietro gli occhiali. Il sorriso delicato. I modi di fare colmi di gentilezza e affabilità.
Ecco, sembra. Perché poi ad essere attenti si capisce quanto un ragazzo di quasi ventotto anni abbia più cognizione di causa di persone con più vendemmie sulle spalle.
Sarà che è cresciuto in cantina. Tra filari e botti respirando, ancor prima del latte, gli effluvi del vino.

Quando sono arrivato in azienda, tre anni fa dopo aver studiato economia a Trento e poi lavorato per un periodo da Lunelli in Ferrari, ho controllato e visto il materiale pre esistente per farlo mio. Ho trovato una vecchia intervista del 2001. Io sono del 1997 e avevo quattro anni. Il giornalista raccontava della visita in cantina seguito da mio papà e ad un certo punto arrivano nella zona delle barrique. È un racconto. Il giornalista scrive che stavamo guardando le botti e mi spiegavano delle botti, delle preferenze per le tostature ecc. Poi, dietro una barrique ho notato che c’era una macchinina. Papà si è scusato ma io gli ho detto di non doversi scusare perché se i figli giocano già nella barricata in tenera età, crescono bene. Noi abitiamo in azienda. Per me è sempre stato un viavai di botti, trattori, vino. Giocavo in cantina. Non mi è mai stato detto che avrei dovuto fare questo. È stato tutto naturale.
Una persona posata e che posa le parole. Non le pesa. Le mette giù con garbo e delicatezza come se fossero pesate. C’è educazione e rispetto nelle sue parole. Educazione che deriva probabilmente dalla famiglia e dal contesto. Rispetto per ogni cosa che ha intorno e per la responsabilità che in qualche modo sente su di se. Portare avanti una azienda che ha così tanti anni è un onore e, soprattutto, un onere.
Ho un fratello minore che sta studiando enologia a Milano. Dell’azienda si è occupato oltre papà e nonno anche lo zio Gianfranco. È stato forse il primo che ha dato impulso alle attività. Ho avuto poco modo di conoscerlo per una questione anagrafica.
Anche se può sembrare anomalo, Conte d’Attimis Maniago è una azienda a conduzione familiare dove tutti fanno tutti e tutti hanno fatto. Lo spirito friulano in fondo.

Io mi occupo prevalentemente di estero perché prima di cominciare l’università ho fatto due anni in Inghilterra. Parlo inglese e tedesco. Papà è più di vecchia scuola perché parla il Francese che poi è la lingua del vino. Quando si parla con un distributore o un ristoratore, noi abbiamo circa ventitré tipologie di vino. Il Pinot Grigio ad esempio noi lo proponiamo in bianco e in ramato. La Ribolla Gialla ferma, Charmat e Metodo Classico. Far assaggiare tutto ad un cliente è un lavoro lungo dunque occorre intuire le esigenze del cliente. Magari gli faccio una pre selezione utile a non sbattere la testa. Ma siamo una azienda famigliare dunque faccio tutto. L’altro giorno ero a caricare cartoni per una spedizione.
Si direbbe che Fabio è uno di quei ragazzi con la testa sulle spalle. Non si scompone. Non ha tentennamenti. È deciso mantenendo comunque un aplomb invidiabile. Di certo non c’è nulla fuori posto in lui e nelle sue parole. Agisce solo quando sa di poter apportare un contributo. Grande saggezza!
Non ho una preparazione tecnica e sono molto sincero sulla cosa. Non mi sento a mio agio a influire nelle scelte tecniche. Però devo esprimere una opinione perché è necessario capire come si sta lavorando. Altrimenti tanto vale vendere CocaCola.
Deve esserci un legame con ciò che si produce. Andare a vedere cosa accade in campagna è fondamentale e Fabio non si tira indietro. Al contempo sa che poi, per intervenire, servono persone competenti. Lui lascia fare. Rispettando i ruoli.
Anche questo è educazione e rispetto per una azienda che ha fatto della sperimentazione, dunque della valorizzazione delle competenze, un vero Credo.
Siamo stati tra le prime azienda ad avere dei cantinieri in cantina. Tra i primi ad avere un enologo laureato che sapeva fare il vino da un punto di vista tecnico. Siamo stati tra i primi ad utilizzare la temperatura controllata nella fermentazione. Oggi immancabile ma negli anni 40 e 50 non era cosi scontato. Siamo stati tra i primi ad avere una linea di imbottigliamento fissa. Si sperimenta. Alcune cose vengono bene altre non necessariamente bene. Avevamo sperimentato la temperatura alta per fare invecchiare prima il vino. Oggi sappiamo che non si può fare ma lo sappiamo solo sperimentando.

Stessa cosa con la vendemmia meccanica. Siamo stati i primi in regione a comprare una vendemmiatrice meccanica perché all’epoca non si sapevano gli effetti sulla qualità della vita, sulla longevità del raccolto. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle e coinvolgendo negli studi l’istituto di Conegliano. Adesso sappiamo come muoverci. L’esperienza secolare è il vero asset di questa azienda. Una tradizione molto lunga.
Sperimentare. Certo, non è semplice farlo quando si è una piccola azienda, magari a conduzione completamente familiare. Se sei grande, almeno per il territorio che ti ospita, allora puoi fare tanto. Sì dovrebbe utilizzare il “devi”. Ma nulla è dovuto a questo mondo. Ci si affida alle persone illuminate che si incontrano sul proprio cammino.
Già nel 1630 abbiamo documenti del Conte Paolo di Magnago che ristruttura vigenti e rifà gli impianti secondo quelli che erano i dettami dell’epoca. Quella che posso definire la storia più importante, anche se è difficile parlare di storia per una azienda che ne ha tanta, è il ventesimo secolo. Dal 1900 si comincia a parlare di vino e coltivare il vigneto in maniera più scientifica. Io sono la diciottesima generazione ma il nostro enologo Francesco Spitalieri e figlio del nostro precedente enologo. Una persona che entra in azienda sapendo già tutto. Sa come si è sviluppata in un certo modo. Una visione più profonda.
Un senso di famiglia allargato che si unisce a praticità e continuità. Un modo perché ciò che fa parte della Storia non si fermi in una sorta di flusso senza fine. Succedeva spesso nell’antichità. Bello, per certi versi, sapere che accade anche oggi.
Quando si parla di sperimentazione si ha la percezione sia qualcosa che rimane a chi la fa traendone i benefici. Non fosse altro perché richiede tempo e denaro. Per Fabio e la sua famiglia è invece voluto dire mettere a disposizione della comunità ciò che si è scoperto.
Condividere dopo aver sperimentato.
A livello dimensionale andrebbero messi degli asterischi. Per il Friuli cominciamo ad essere una azienda con una superficie interessante. Non sarebbe cosi in Veneto. Eravamo a cena tre produttori veneti e tre friulani. Chiacchieravano e dicevano: quella è una cantina piccola fa solo un milione di bottiglie. Ci siamo guardati e abbiamo alzato le spalle.
I vini della Conti d’Attimis Magnago, come da tradizione friulana sono per la quasi totalità monovarietali.
Poi qualche blend lo facciamo. Il Brolio 80% Friulano e Pinot Bianco lo volevo per valorizzare i vigneti dell’azienda che hanno in media 45 anni. Abbiamo un impianto di Merlot del 1929 e non ho alcuna intenzione di espiantarlo anche se è un problema con il trattore. Abbiamo un vecchio vigneto di Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia vendemmiamo tutto assieme e vinifichiamo con la stessa massa. È stato un assaggio continuo coinvolgendo tutta la famiglia.
Questo è il Brolio. Ronco Brolio per la precisione. Un vino che ammiri già nel calice per quel suo giallo paglierino che vorrebbe essere dorato. Ma è un friulano e non deve certo farsi bello. È sostanza e questo deve dimostrare. Anche il passaggio in botte non lo scalfisce. Lo rende certo più rotondo anche nei sentori ma poi arriva la mineralità a dirti da dove proviene. La paglia, il fieno, il timo, la salvia, l’acacia. Tutto ricorda la campagna e quelle latitudini. La botte ha donato sentori di camomilla e del limone trasformato in lime, gli aghi di pino che il vento trasporta, il legno del cedro che si tende. Sentori che cambiano ad ogni sorso così che la bocca deve urlare per ricevere.
Il sorso è avvolgente e verticale. All’inizio l’ampiezza predomina sapendo di ambra antica e legni speziati. Poi trascina giù in verticale verso freddi abissi. Più che un’onda, un placido torrente che termina in una cascata, dura e verticale, a precipitare verso il basso per poi riemergere e continuare il viaggio. Come un docile compagno che non continua a stupire, ad ammaliare e a mutare ogni volta che si assapora.
La Ribolla Gialla in purezza sa di Friuli dalla bottiglia, al calice, al naso, all’assaggio. Un percorso imprescindibile e ben realizzato.
I sentori di agrumi, fieno appena tagliato, i frutti tropicali si fondono con la minerale balsamicità per un bouquet semplice e preciso. Senza fronzoli ma efficace. La pesca bianca, il timo, la salvia e la mentuccia, nobilitano, rinfrescano. Aggiungono qualcosa in maniera leggera ed elegante per poi ritrovarsi nel sorso che sa quasi di limone affumicato. Fresco e con una bella persistenza a stuzzicare il palato grazie a quella mineralità già evidente al naso.
Infine il Tazzelenge che sa in tutto e per tutto di Friuli per quel carattere intenso e duro. Ma che sa sciogliersi in un caldo abbraccio. Sono sempre stato affascinato da questo vino già dal significato tagliente del nome. Si adatta perfettamente al Friuli. Ma solo se non lo conosci e non conosci le persone. Già, perché quella asprezza è solo apparente, superficiale. C’è bisogno di conoscenza, frequentazione, tempo. Ecco allora che il Tazzelenghe di Conte d’Attimis Maniago aspetta a lungo in botti prima di essere considerato pronto. Anche se pronto per un Tazzelenghe vuol dire poco e molto.
Già il naso infatti lascia intravedere qualcosa di succoso e fine ma aspro con le fragoline di bosco, l’arancia rossa e la pesca. Certo, c’è il balsamico ad amplificare ma poi, quando non te lo aspetti, arrivano note quasi burrose di cannella, noce moscata, liquirizia, cioccolata. La ciliegia emerge prepotente insieme alla erbe alpine che si confondono in un mazzolin di fiori. Sono quasi in confusione per un Tazzelenghe se devo dirla tutta. Confusione che ridiventa certezza al sorso. È lui, è il Tazzelenghe, con il tannino che spinge e la freschezza che si fa sentire. Però poi la sensazione è quella di una caramella balsamica. Avete presente quelle caramelle dure che conservano all’interno un succo di incredibile piacevolezza? Si esatto, di quelle per le quali il morso è quasi un obbligo visto che non si riesce a succhiarle fino a rendere l’involucro così sottile da romperlo.
Arriva l’apoteosi della ciliegia e della fragola pulita dalla freschezza e ruvidità del tannino nonché dalla marcata mineralità. La persistenza non può che essere lunga ma ciò che mi rimane in bocca è una piacevolissima sensazione: come quei rossetti alla ciliegia e fragola che rimangono impressi nella memoria dopo un lungo bacio.
Determinato, deciso ma con emozioni piacevolissime.
La vasta produzione avviene grazie ad una tenuta di ben 86 ettari che ha assoluto bisogno di persone. Competenti e appassionate.
O salgo sul trattore o mi metto sul computer. Poi ci sono le competenze. Uno non può essere laureato in economia, marketing, agronomia, enologia, ecc
Una persona saggia nonostante la sua giovane età. Sì capisce che viene da una famiglia posata e con i piedi ben piantati per terra. La necessità di portare avanti un lavoro e una azienda senza possibilità di fallire. Nemmeno contemplata. Non esiste che una tenuta che ha quasi seicento anni possa in qualche modo fallire. Non è possibile. Anche se ventitré etichette sono davvero un pò troppe da gestire.
Sono troppe si. Non ho nessun problema ad ammetterlo. È frutto di una viticoltura che è da poco tempo improntata a vino di qualità. C’è stato un momento che occorreva capire cosa potesse esprimersi meglio qui. Se mi sposto di cinque km le condizioni climatiche e di terreno possono cambiare drasticamente. La scelta che prendo qui non è detto che si applichino altrove.
Sperimentazione anche in questo ovviamente. Un modo per capire cosa il territorio potesse offrire.
Sono venti anni che lavoriamo lentamente per sfoltire. Un lavoro iniziato da mio padre quando è entrato in azienda. Ha eliminato il rosato, il Traminer. L’ultimo decesso è stato lo Chardonnay.

Due linee ben distinte, Conte d’Attimis Maniago e Casali Maniago che sono emanazioni della conformità stessa del territorio. Vitigni tipicamente territoriali come Friulano, Ribolla Gialla, Pinot Grigio, Malvasia istriana tra i bianchi; Refosco, Schioppettino, Tazzelenghe tra i rossi, che si affiancano agli internazionali Sauvignon, Pinot Grigio, Merlot, Cabernet, Pinot Nero. Ovviamente non può mancare il Picolit. Siamo sempre in Friuli.
La nostra azienda si articola in un corpo unico che si divide in due pendii con composizione diversa. La parte di collina che è la tipica Ponca friulana e quella pedecollinare che ha una prevalenza di argille. Due terreni diverse e due tipologie diverse. Queste hanno dato luogo a due linee diverse con due etichette diverse per non creare confusione.
Nessuna voglia di espandersi. Nessuna necessità di andare alla ricerca di particolari cru o vitigni. Ce ne è a sufficienza. Anzi, sarà un processo di focalizzazione territoriale. Come è giusto che sia.
Lentamente elimineremo tutte le varietà internazionali per dare risalto a quelli autoctoni. Poi arriveranno i cru.
Fabio si dimostra sempre più lineare e posato. Nessun tipo di follia, grilli per la testa o alzate di ingegno. Il carattere è quello della famiglia e, come dice lui stesso La mela non cade lontano dall’albero. Ha preso una sorta di testimone dal padre. Un testimone che lui stesso dovrà custodire e consegnare. Continuità. Questo si richiede a chi fa parte di una famiglia con una storia come quella dei d’Attimis Magnago. Si può avere una visione diversa ma magari rimane nel cassetto. Solo così non si stravolge il percorso. Una sorta di crescita sobria, di quelle che avvengono senza che nessuno se ne renda veramente conto.

Quando si parla di un vino ci sono tre fattori che determinano il risultato. Il clima e sulla superficie è molto uniforme. Il terreno e abbiamo già parlato anche se ci sarebbe da parlare dell’altitudine. Poi l’uomo. La nostra produzione è diversa da altri. Ho una idea di cosa deve essere il friulano per come si esprime qui. C’è sempre una fortissima impronta stilistica data dalla azienda.
Fabio si trova a suo agio perfettamente in tutto ciò. Il futuro lo vede in continuità. Il lavoro su una azienda storica è rimanere coerenti con il passato ma sempre aggiornati. La storia si evolve.
Noi facciamo circa trecentocinquantamila bottiglie su entrambe le linee e se qualcuno mi dice come sta andando il mercato io gli dico di chiedere a qualche altro perché certamente non posso influire. Il trenta per cento venduto fuori Italia. Per una azienda storica la crescita è lenta ma costante. Un perimetro definito che è la storia e da li non si esce. Rimanere cosi come si è evolvendosi. Senza stravolgere la storia.
Una storia che deve, necessariamente, continuare. Fabio lo sa e lo vive senza alcun tipo di costrizione. È la sua famiglia. È la sua vita.
Tra venti anni mi vedo con i capelli più bianchi. Sempre qui a fare più o meno questo. Pensando a chi viene dopo di te. Un passo alla volta.
Un passo per volta. Per altri 500 anni.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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