Contini 1898. La convivialità in Sardegna
La prima volta che andai negli USA era il 1988. Il matrimonio di mia cugina Patrizia fu la scusa perché mamma e papà caricassero i figli su un aereo diretto a New York. All’epoca era un’altra America e ogni cosa era grande: dalle magliette agli hamburger, dalle strade ai palazzi. Ricordo benissimo e ho i brividi ancora oggi che la mente va a quel momento, quando, uscendo dalla Grand Central Station di New York alzai lo sguardo al cielo vedendo quei palazzi che si perdevano verso l’alto. Non avevo mai visto nulla di simile. Spaventoso e al contempo meraviglioso. Chi li aveva mai visti palazzi così alti? Quando salimmo fino su in cima all’Empire State Building fu un’altra sensazione incredibile.
Il grande, la grandezza, spaventa. C’è poco da fare. Quando si è dinanzi a qualcosa che va oltre la nostra portata, le sensazioni sono quasi di scoramento. Una sorta di viaggio verso l’ignoto, di fune della quale non se ne vede la fine. Abituati a ciò che possiamo vedere in ogni sua dimensione, quando c’è qualcosa che va oltre, veniamo assaliti da sensazioni di diffidenza.
Nel mondo del vino ci sono una moltitudine di realtà e la bellezza sta proprio in una varietà presente in pochi altri settori: dal piccolo produttore che fa tutto in cantina alla grande azienda che produce milioni di bottiglie.
Spesso però, quando ci si approccia al grande, il pensiero va subito alla bassa qualità, alla mancanza di territorialità, al voler industrializzare qualcosa che è nato come artigianale.
Preconcetti? Verità? Dipende. Come sempre dipende dal tipo di approccio che la stessa azienda vuole impostare.
Nel mio girovagare per il mondo del vino ho francamente incontrato di tutto. Un tutto che ha sempre avuto una ragione di esistenza in un ambiente che necessita di servire una variegatissima tipologia di clientela.
Per capire meglio una grande realtà nel mondo del vino, la Contini 1898 di Cabras, vicino Oristano, ho incontrato Andrea Atzori, l’uomo che segue la parte commerciale dell’azienda.

Un ragazzo dinamico e diretto con la chiara inflessione sarda della quale va fiero. Ama il suo lavoro. Ama la sua terra. Con lui parliamo di Sardegna, di vino, di terra, di mare. Una chiacchierata senza un particolare scopo se non quello di conoscere meglio una azienda della quale avevo solo sentito parlare e mai assaggiato i suoi vini.
La prima cosa che imparo proprio ascoltando Andrea è che il nome dell’azienda come lo pronuncio, ovvero Contini con l’accento sulla prima i è sbagliato. Andrea mette l’accento sulla o. Non so se la pronuncia sia una questione di inflessione regionale o perché è proprio così il nome dell’azienda. Non glielo chiedo. Mi sembra brutto iniziare una chiacchierata così.
Contini in questo momento ha un percepito in Sardegna, che è il mercato che curo, importante. Negli ultimi 25 anni si è rinnovata passando da azienda familiare a industria. È una azienda che da 125 anni e cinque generazioni è di proprietà di una medesima famiglia. Nasce come Vernaccia di Oristano DOC che è uno dei nostri prodotti più pregiati al quale siamo molto affezionati. Poi si è anche adattata alle necessità del mercato. Ha saputo rinnovarsi evolvendosi dalla Vernaccia e dai vini rossi a base Nieddera che troviamo solo nell’oristanese. Negli ultimi 35/40 anni ha affiancato anche Vermentino e Cannonau che hanno permesso di approcciare altri mercati con una gamma di etichette, 22. Abbiamo a catalogo prodotti che possono stare in un importantissimo ristorante stellato come la Vernaccia a lunghissimo invecchiamento ma anche nella trattoria, nel ristorante popolare o nello scaffale di un supermercato.
240 ettari lavorati in diverse tenute per circa due milioni di bottiglie. 22 etichette che spaziano esclusivamente tra vitigni sardi: Vermentino, Nieddera, Vernaccia, Cannonau. Una attenzione alla territorialità: Vernaccia e Nieddera vicino Cabras, nella penisola del Sinis e nella valle del fiume Tirso. Vermentino e Cannonau, per circa 45 ettari, a sud verso Cagliari nel comune di Marrubiu alle pendici del monte Argi, antico vulcano spento dove sorge la tenuta Terre di Ossidiana. Sempre Vermentino e Cannonau, a nord, nella zona di Sennori, nel sassarese.

A Sennori abbiamo una piccola tenuta di Vermentino e Cannonau a conduzione biologica. Da qui arrivano le uve della linea Mamaioa che significa coccinella.
Una piccola tenuta in Gallura dalla quale arriva il Vermentino di Gallura. Poi in Barbagia tra Oliena e Mamoiada per il Cannonau riserva.
Diverse tenute, diversi terroir, diverse esposizioni, diversi climi. La forza di un grande gruppo si vede anche in questo. La capacità di diversificare tramite territori diversi. Sempre e comunque con vitigni regionali. Vernaccia e Nieddera come elementi di tradizione e fondamenta dell’intera azienda.
A guardar bene Contini, appare profondamente diversa da altre realtà che spaziano su territori e vitigni con l’unico scopo di aumentare il numero di bottiglie prodotte. In questo caso la gamma si basa solo ed esclusivamente su vitigni locali. Tradizione di una terra. Le interpretazioni certamente diverse e giustamente modernizzate per creare vini che, solo in taluni casi hanno lo scopo di avvicinare le persone a questo mondo.
Facile cadere nel banale quando si parla della produzione di oltre due milioni di bottiglie. Facile pensare che si producano vini che devono necessariamente piacere. Ma non è così per Contini.

Partiamo ad esempio dalla Vernaccia di Oristano DOC, un vino che ha maturato per quattro anni in caratelli di rovere in grado di conferirgli un bouquet pazzesco fatto di fichi secchi, mandorle, zest di arancia, cannella, mela cotta, caramello ma anche tanta freschezza vegetale. È qualcosa che sa principalmente di rotondItà che lo stupendo colore ambrato nel calice supporta una aspettativa dolciastra, quasi mielosa. Invece al palato è secco e così sapido che la bocca si riempia in maniera non stucchevole ma assolutamente appagante. Così appagante che un calice non basta. Si crea facilmente dipendenza per via delle note ossidative che si trasformano in lieve poesia. 
Tutto meraviglioso e avvincente per chi è abituato a provare tanti vini. Certamente non un vino immediato. La Vernaccia non è infatti un vino per tutti. C’è chi, annusandolo, si aspetta dolcezza e al sorso rimane deluso. Chi invece sperimenta e lo beve per un aperitivo, alla maniera dello Sherry di Jerez o chi osa come me, abbinandolo ad una Cacio&Pepe, scopre un vino decisamente fantastico.
La Vernaccia è un vino che non dovrebbe, ragionando per stereotipi, in una grande azienda. Complicato, complesso, dannatamente fuori dal contesto della massa. Eppure è qui in gamma e rappresenta qualcosa che durerà rispetto a qualunque altro vino presente.
Dal lato opposto rispetto alla Vernaccia c’è il Karmis, da Vermentino e, comunque, da Vernaccia. Semplice, pulito che già dai primi sentori ammalia. Pesca bianca, melone bianco, un pò di salvia, note floreali e salmastre a spiazzare leggermente. Ma senza eccedere.
Poi in bocca parte con una nota morbida, suadente e leggera. Un agrumato avvolgente che grazie alla sapidità non stanca, anzi, invoglia ancora. Un sorso che ne richiama un altro per via di una bocca lasciata sempre magicamente pulita. Un vino che si beve e si beve ancora. Fresco, sapido, avvolgente. Cosa si può voler di meglio per bere in compagnia dinanzi ad un aperitivo o ad un bel pesce? Scorre e scorre a fiumi.
Ecco, Karmis è facile ma non per questo meno buono e meno interessante. Per realizzarlo si sente che si sono uniti due vitigni con caratteristiche speculari. Il lavoro in cantina c’è e si sente in ogni sfaccettatura.

Nel mezzo I Giganti Rosa da Cannonau e Nieddera. Due territori diversi e due vinificazioni diverse (acciaio e barrique) che si uniscono. Ne deriva un rosato che ha quel colore buccia di cipolla che è bello e luminoso.
Sentori di mela e pesca granulose rese fresche dagli agrumi. Poi banana, melograno, anguria e erbette di campo e rosa.
In bocca è qualcosa di palpabile e vellutato con la banana che diventa quasi gelato. Fresco e sapido, lascia la bocca in uno stato di piacevolezza estrema. Uno di quei vini che non mette d’accordo tutti ma coloro che si ritrovano, non lo mollano più.
Quindi I Giganti Bianco, sempre Vernaccia e Vermentino come il Karmis ma con maturazione in tonneaux. Qui c’è intensità, corpo, struttura. Un bouquet olfattivo che oltre a quanto già trovato nel Karmis si arricchisce di piccole spaziature non invasive. Il tonneaux infatti lo ha arrotondato, senza eccedere. Non è legnoso ne forzatamente speziato. Mantiene un giusto equilibrio e la rotondità non prevale. Anche in bocca dove la sapidità marcata gioca un ruolo importante. Pienezza, avvolgenza ma anche tanta verticale sapidità per una persistenza che indubbiamente si allunga. Senza stancare.
Ecco dunque un vino importante che non si da tante arie. Da vero sardo, non vuole sembrare aristocratico. Il mare poi, si deve sentire!
Poi c’è il rosso, I Giganti Rosso Tharros da uve Nieddera, Caddiu e Bovale surmaturate e vinificate almeno 12 mesi in un misto di tonneaux e barrique. Devo dire un altro vino che non si perde tanto in sfumature stilistiche volte ad avere bouquet complessi e con sentori da decifrare. C’è la marasca, il ribes, la liquirizia e quel meraviglioso balsamico che non ti aspetti da un vino sardo volto ad esaltare fiori rossi e mirto. Le spezie arrivano ma non per esaltarsi quanto per rendere elegante i profumi. L’ematico lo riporta a terra anzi, alla terra. Il colore è un bel granata, segno di un affinamento che c’è stato e ci sarà se mantenuto, anche a lungo, in bottiglia. 
Al palato è ampio e fine. I tannini? Vellutati come è giusto che sia per un vino che vuole convivialmente farsi piacere rendendolo sinuoso e volitivo. Il tono viene comunque fornito da un discreto vegetale. Rimane a lungo in bocca lasciando quel senso di marasca speziata, quasi amarognola. Convince e convince maggiormente quando lo si abbina bene ad una carne anche in estate (bevuto alla temperatura che dovrebbe ovvero di 14-15°).
Smarcato lo stereotipo delle tipologie (ne ho provati solo pochi dei 22) c’è da vincere anche quelli relativi alla bassa qualità che una azienda grande è in grado di offrire.
I vini che ho assaggiato possono essere definiti più o meno facili ma certamente identitari e ben realizzati. La grande attenzione alla qualità che non sempre nei vini artigianali o di piccoli produttori si ritrova qui è palese.
La mia compagna ha una vigna a Mamoiada e produce circa 15 mila bottiglie. Anche in casa c’è uno scontro continuo tra azienda strutturata e piccolo produttore. Pratiche completamente differenti. L’azienda importante può fare qualità e anche altissima qualità facendo economia di scala arrivando ad un prezzo competitivo. Questo non vuol dire rinunciare alla qualità. Abbiamo quattro Vermentini con prezzi diversi da quattro vigne diverse. C’è un modo di fare qualità anche con le grandi aziende. Le piccole aziende hanno un fascino diverso che per una azienda strutturata viene un pò meno.
Diciamocelo chiaramente: non sempre il vino del contadino è buono. Aggiungo che anche quando si vuole dire sia genuino, ho qualche dubbio.

Qualunque vino proveniente da piccole produzioni, è realizzato unicamente secondo coscienza. Ho conosciuto centinaia di piccoli produttori che tengono al vino come fosse un figlio. Lo curano a partire dall’acino per poi in cantina, coccolarlo fino a quando non è in bottiglia. Alcuni pure da imbottigliato. Ma se si chiede loro quale processo abbiano utilizzato, spesso non si ha una risposta univoca. Dipende è ciò che ci si sente rispondere. Dipende dalle annate. Dipende da cosa ha detto l’enologo. Dipende da cosa mi è venuto in mente. Dipende.
Solo che “dipende” non è un processo. Non c’è un controllo di qualità se non quello dei campioni portati al laboratorio.
Una grande azienda, non si può permeare di non avere un processo, dei protocolli, degli standard di qualità elevatissimi. Il vino non può avere difetti cosa questa che porta la qualità ad un livello superiore. Anche qui, ovviamente, c’è la coscienza. Oltre che la frode in commercio per chi sgarra.
Io come azienda ho un percepito importante e non posso pensare che ci sia un difetto. Ho una platea di clienti per i quali non ci può essere un problema di qualità. Quando lavoriamo con la grande distribuzione, come noi lavoriamo in Sardegna, non posso pensare che ci sia un vino con un difetto. Mi sento di garantire che la qualità dei nostri prodotti di fascia medio alta. Questo grazie al nostro enologo Pietro Cella con il quale lavoriamo da circa 25 anni che ci da grande sicurezza.
Anche se sei l’azienda che produce due milioni di bottiglie l’anno, nulla puoi fare quando le stagioni non sono delle migliori. Occorre attivare tutti i contatti per trovare le uve per garantire comunque i contratti, ma non tutte le uve sono buone. Si cerca insomma di limitare i danni.
È complicato per la necessità di garantire dei volumi. Però abbiamo dei prodotti di eccellenza come il nostro Barrile che non escono in tutte le annate. Le Vernacce più importanti nelle annate particolari, non escono.
Andrea è un commerciale nato. Sardo che lavora in Sardegna per una azienda sarda. Quando parla si percepisce come non sia per lui solo un lavoro. Non si tratta solo di essere aziendalisti ma di amare il proprio lavoro, la propria terra, la cultura sarda. È lui il primo a crederci nel progetto. A sposarlo in pieno.

Così, quando gli chiedo quale vini porterebbe al suo matrimonio, lui risponde così
Porterei il Mamoia Bianco e come un rosso sceglierei sempre un Mamoia che fa solo acciaio e lo puoi bere. Come spumante, uno della mia azienda. Quando arriverà il momento mi metterei la casacca di Contini perché in quella occasione avrei voglia di presentare i miei vini. Vado fiero del mio lavoro.
In questa riposta c’è Andrea in tutto e per tutto. Non è ancora arrivato il momento di metter su famiglia ma quando sarà, la festa sarà grande e si dovrà bere. Ecco perché sceglie due vini che si possono bere senza avere la presunzione di qualcosa di importante. Verticali e sapidi così da accompagnare i cibi del territorio per una festa che dovrà durare a lungo. Due vini estremamente territoriali, per nulla altezzosi, per nulla iper strutturati. Sardi, come Sardo è lui.
Contini è una azienda sarda che al momento riesce a sviluppare l’80% del fatturato proprio in Sardegna. Ecco perché gli sforzi non possono che essere orientati al resto d’Italia e all’estero. Un riequilibrio necessario per crescere. Anche se poi la Sardegna, in estate, continua ad essere invasa da turisti ululanti che consumano ettolitri di Vermentino e Vernaccia (meno Cannonau e Nieddera). Turisti che adesso trovano anche l’accoglienza in cantina, a Cabras.
Negli ultimi cinque sei anni cambiamenti importanti ci sono stati. Ci siamo slegati da una azienda di famiglia. Ora ci approcciamo all’enoturismo con la creazione di locali strutturati ad hoc. Siamo anche molto più strutturati con la comunicazione con Giulia Eremita che si dedica a questo. Per il futuro sono abbastanza fiducioso. L’azienda sta investendo molto ma ci dobbiamo scontrare con le dinamiche di mercato.
Investimenti nell’accoglienza. Investimenti in comunicazione. Investimenti in nuovi prodotti.

Una etichetta in piccola tiratura è nata nel 2022. Compoidori. Il capo corsa della giostra del carnevale di Oristano. È una Vernaccia Valle di Tirso igt. Macerazione sulle bucce e sei mesi di affinamento in botti che precedentemente hanno contenuto la Vernaccia di Oristano doc. Non so se è innovativa ma va a ricalcare una Verernaccia giovane alla quale si può dare una nuova vita.
Certo che è dura la vita per un commerciale di questi tempi. Tanta concorrenza. Venti di crisi. Minor propensione al consumo di vino. Ma Andrea è un positivo. Ha nel suo caricatore ben 22 cartucce da giocare. Per certi versi un pò troppe. Specialmente quando occorre andare a presentarle. Coprono tante esigenze, è vero. Però sempre complicato. Magari qualcosa la taglierebbe. Per poi pentirsene un attimo dopo. Chi lo sa. Sempre complicato rinunciare a qualcosa.
Io dico che in questo complicato mondo del vino, aziende storiche come la Contini non solo hanno il diritto di esserci ma hanno il preciso dovere di essere promotrici dello sviluppo dei territori. Forza trainante propulsiva da incentivare e preservare. Altro che snobbare. Eppoi, lasciatemi dire in finale che i vini che ho avuto il piacere di assaggiare, lasciano il segno. L’estrema facilità di beva non deve infatti in nessun modo essere scambiata per banalità ma, al contrario, volontà di offrire prodotti in grado di allietare quel momento di convivialità che dovrebbe sempre essere il consumo del vino.
PS Proprio mentre finivo di scrivere questo articolo ho ricevuto da Giulia Eremita il comunicato stampa che informava di come la Contini 1898 fosse stata insignita insignita del prestigioso Premio Eccellenze Italiane 2025, riconoscimento che celebra le storie esemplari del panorama imprenditoriale, culturale e artistico italiano.
Il premio, conferito dal Progetto Eccellenze Italiane fondato dal giornalista Piero Muscari e alla sua nona edizione, riconosce alla cantina di Cabras un percorso imprenditoriale di oltre un secolo caratterizzato da eccellenza qualitativa, passione familiare e profondo legame con il territorio.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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