I Doria di Montalto Pavese. Daniele Manini, la vita che scegliamo
Daniele Manini è arrivato in Oltrepo’ per caso dopo un pezzo di vita che avrebbe voluto altro. Nell’azienda I Doria di Montalto ha trovato forse ciò che cercava e che, alla fine, si è scelto.
Non si sceglie di nascere, ma si sceglie come vivere la vita che ci è toccata.
Jean-Paul Sartre
Sartre era convinto che l’esistenza precedesse l’essenza, che nessuno arrivasse al mondo con un destino già scritto e che l’identità prendesse forma attraverso le scelte, gli inciampi, le deviazioni e le notti in cui il sonno cede il posto alle domande. L’essenza viene dopo, modellata dal vissuto. Pensando a Daniele Manini, questa idea perde il tono astratto della filosofia e assume la consistenza della terra, delle mani e delle strade percorse senza sapere ancora dove porteranno.
Nessuna famiglia di vignaioli alle spalle, nessuna cantina ereditata, nessun filare attraversato da bambino con il profumo del mosto addosso. Daniele Manini nasce a Viterbo, nella Tuscia, e davanti a sé sembra avere una vita già disegnata in una rotta di volo: l’Accademia Aeronautica, la divisa, la carriera. Poi sceglie di uscire da quel disegno, affronta la fatica di spiegare alla famiglia una decisione che incrina aspettative profonde e ricomincia da Agraria con risorse limitate, sostenendosi come muratore, autista, cameriere, meccanico di supporto e monitoratore di centrali nucleari in disattivazione. Mentre altri avanzavano lungo gerarchie già definite, lui imparava che ogni lavoro possiede dignità e che sporcarsi le mani può essere un modo molto concreto per restare liberi.
Arrivo al vino quasi per scivolamento.
Nel suo dizionario emotivo, scivolare non significa arrendersi: significa seguire una pendenza che si rivela soltanto durante il percorso. Quella pendenza conduce verso una vigna, una collina e un luogo che allora gli appariva lontanissimo: l’Oltrepò Pavese.

La telefonata delle dieci di sera
La svolta entra nella sua vita alle dieci di sera, con una telefonata della titolare dell’azienda Doria, una voce mai ascoltata prima che lo chiama per nome e va subito al punto:
Ho sentito parlare di lei.
Daniele accoglie l’imprevisto con l’ironia istintiva che ancora oggi accompagna il ricordo
Signora, per me l’Oltrepò Pavese va da Milano a Capo Nord. Mi dica dove siete.
Dall’altra parte arriva una risata e poi una frase che sembra già conoscere l’uomo al quale è rivolta
Mi avevano detto che era un po’ pazzo.
La risposta parte prima di qualunque calcolo
Se vuole, da domani e per i prossimi vent’anni sono da lei.
Il mattino seguente la richiama alle otto. Daniele è già ad Arezzo, con la strada davanti e il resto ancora avvolto nell’incertezza.
Come mai?
chiede lei, sorpresa.
Sto arrivando.
Tra Viterbo e l’Oltrepò, in quel momento, non esistono ancora vigne da curare, vini da immaginare o quote societarie conquistate con gli anni; esistono soltanto una promessa pronunciata la sera prima e un uomo deciso a darle immediatamente un corpo. Per pensarci un giorno in più, dirà poi, cosa sarebbe cambiato? Alcune svolte non chiedono di essere comprese in anticipo, chiedono soltanto il coraggio di muovere il primo passo.

L’estraneo che cambia tutto
Quando arriva in azienda propone tre mesi senza stipendio e offre ciò che possiede davvero: uno sguardo estraneo alle consuetudini e una mente abituata a osservare i sistemi.
Vi faccio un’analisi di quello che vedo. Magari di vino non capisco nulla, ma so fare un po’ di gestione.
All’enologo che gli domanda cosa distingua un bianco da un rosso risponde con disarmante precisione
Il colore. Mi fermo qui.
Un mese dopo viene assunto.
La rivoluzione comincia dai gesti quotidiani: i passi inutili nei cicli di lavorazione, i movimenti ripetuti, la stanchezza scambiata per dedizione. Daniele porta in cantina la logica della qualità e recupera tre ore al giorno attraverso una diversa organizzazione del lavoro. Quelle ore diventano riposo, concentrazione, attenzione.
Quando si è stanchi si fanno soltanto danni
In un’azienda agricola, fermarsi sembrava quasi una bestemmia. La sua idea di miglioramento continuo nasce prima dei nomi con cui verrà definita: osservare, correggere, semplificare, ricominciare.
Alla fine degli anni Novanta quella stessa logica raggiunge la vigna e assume la forma di una domanda radicale: si può produrre un vino che custodisca il benessere di chi lo beve? Nel 1998 un simile pensiero suonava estraneo a una cultura enologica convinta che ogni uva potesse essere aggiustata in cantina. Daniele rovescia la prospettiva: se la correzione diventa necessaria, il lavoro a monte merita di essere ripensato. Anche il legno, nella sua visione, rimane uno strumento da utilizzare con misura, mai una copertura. L’obiettivo si sposta dalla semplice produzione di alcol all’estrazione rispettosa di ciò che l’uva custodisce, a partire dai polifenoli, dalla ricchezza aromatica e dalla possibilità di accompagnare il vino verso una vita lunga e integra.

Il castagno, i Cimini e un filo diventato storia
Anni dopo, tornando a Canepina, ai piedi dei Monti Cimini, Daniele incontra Gustarello, un bottaio ormai novantenne che lo ferma per chiedergli dove lavori.
Al nord, vicino Voghera. A Casteggio.
Il nome riaccende nel vecchio un ricordo
A Casteggio portavo le botti.
Erano botti di castagno dei Cimini, lo stesso legno che le ricerche conservate negli archivi del CNR avrebbero indicato tra i più adatti all’impiego tecnologico grazie al terreno vulcanico, alla crescita lenta, alla bassa umidità e alla sua densità.
Quelle botti avevano raggiunto proprio l’azienda Doria. Adriano Doria, padre degli attuali soci, aveva lavorato con il professor Scienza e il professor Valenti al recupero delle vecchie varietà dell’Oltrepò e conservava un legame profondo con il castagno. Daniele, arrivato dalla Tuscia senza conoscere questo intreccio, si ritrova così dentro una storia cominciata prima di lui. I ricordi di Gustarello e i documenti d’archivio uniscono Canepina a Casteggio, i Cimini alle colline pavesi, la memoria artigiana alla ricerca contemporanea. Il castagno torna a vivere senza nostalgia, come scienza applicata alla memoria e piacere autentico di restituire futuro a ciò che il tempo aveva lasciato ai margini.

L’identità dell’Oltrepò
La storia dei Doria parte dal 1800, data confermata da un premio della Camera di Commercio di Pavia consegnato nel 1975 per celebrare centosettantacinque anni di attività. Al suo arrivo Daniele trova Cabernet, Merlot, Chardonnay e Riesling italico, varietà capaci di parlare al mercato ma troppo distanti dal racconto profondo dell’azienda. La scelta è netta: recuperare il centro della propria identità. Gli impianti internazionali lasciano spazio alla Croatina, al Riesling renano, memoria della presenza asburgica in Lombardia, e al Nebbiolo dell’Oltrepò recuperato grazie al lavoro di Adriano Doria con Scienza e Valenti.
Questa è un’azienda storica. La traccia che deve avere non sono i vitigni internazionali. C’è una storia e questa storia deve essere il perno di tutta l’apologia aziendale.
Li tirano via tutti. Il Cabernet, il Merlot, il Riesling italico, lo Chardonnay. Restano il Riesling renano come vestigia dell’occupazione austriaca della Lombardia. Quel dominio asburgico che ha lasciato tracce profonde nella viticoltura pavese insieme al Nebbiolo autoctono, recuperato attraverso il lavoro di Adriano Doria insieme ai professori Scienza e Valenti.
Siamo stati i primi a fare nebbiolo nell’Oltrepò Pavese. Abbiamo ottenuto l’IGT Provincia di Pavia per il Nebbiolo, la categoria riserva per il Riesling.
Il Nebbiolo in queste colline non è lo stesso del Barolo o del Barbaresco. Non è il grande rosso piemontese da cui molti lo distinguono come si distingue un dialetto da un altro della stessa lingua. Eppure Daniele mi fa notare qualcosa che mi colpisce
Il Nebbiolo e il Pinot nero dello Champagne hanno le stesse analisi. Caratteristiche da spumante straordinarie.
Ed ecco il secondo asse della sperimentazione: la spumantizzazione. Non del Pinot nero che qui è tentazione ovvia ma non necessariamente la scelta migliore. Del Riesling Renano e del Nebbiolo stesso. L’autoclave usata come una bottiglia da 5000 litri, la presa di spuma gestita con la logica del metodo classico. E poi il vero metodo classico, con rifermentazione in bottiglia, sboccatura, dosaggio studiato fino all’essenziale.

I vini de I Doria di Montalto
Le Briglie. Bonarda dell’Oltrepò Pavese Rosso
La Croatina è il vitigno su cui si fonda l’identità rossa dell’Oltrepò Pavese. Uno dei 169 autoctoni che questa terra custodisce con una generosità poco pubblicizzata. Le Briglie è una Bonarda che non ha nulla della ruvidezza spigolosa che spesso caratterizza le versioni meno curate di questo vino. Il rosso è intenso, viola nel cuore: già nel colore parla di una sovramaturazione ragionata e non forzata. Al naso arriva una confettura di frutti rossi maturi, more e prugne, con una speziatura delicata che sembra provenire non dal legno ma dalla buccia stessa dell’uva. Da quei polifenoli estratti con pazienza e metodo. Il finale mandorlato è il segno della Croatina autentica, il biglietto da visita di chi la conosce davvero. In bocca è mediamente tannico. Tannino levigato così che la morbidezza prevale senza essere sdolcinata. Come da tradizione pavese con i salumi è stato incredibile ma dove mi ha stupito è stato con la zuppa di pesce.
AD Nebbiolo
Il nome AD è un tributo ad Adriano Doria, il ricercatore-viticoltore che aveva sognato questo recupero. C’è qualcosa di commovente nel fatto che Daniele, arrivato da fuori, dall’Aeronautica, da Viterbo e da mille altri posti, sia poi quello che ha realizzato il sogno di qualcun altro. Come se l’azienda aspettasse la persona giusta per compiere il suo destino.
Il Nebbiolo dell’Oltrepò ha qualcosa di diverso dal suo cugino piemontese. È più morbido all’attacco, meno intimidatorio nella struttura tannica giovanile, eppure il colore granato intenso e il profumo di frutti rossi in confettura con spezie fini e note floreali rivelano un’uva che ha raggiunto una maturazione completa sul 45° parallelo. L’affinamento in tonneau per oltre due anni ammorbidisce senza omologare. Un nervo scoperto nella filosofia di Daniele: il legno come strumento, non come scopo. Vellutato, persistente, con un tannino che si scioglie lentamente nel sorso, l’AD è un vino da meditazione o da cacciagione.
Riesling Le Briglie
Il Riesling renano dell’Oltrepò Pavese è storia. La storia degli agronomi austriaci che qui cercavano l’uva per la classe dirigente della Milano asburgica che amava i vini bianchi strutturati e longevi. Il Riesling dei Doria porta ancora addosso questo carattere: oro con riflessi verde-salvia da giovane, con quella nota di salvia e buccia di agrumi che è il marchio del vitigno in queste colline. Tempo due o tre anni e la pietra focaia comincia ad emergere con quel carattere idrocarburico che nei grandi Riesling d’Alsazia e di Mosella è sinonimo di nobiltà. Sapido, acido, lungo. Un vino che non vi lascia andare dopo il primo sorso. Versatile.
Roncobianco. Riesling Riserva
Il Roncobianco è il Riesling nella sua forma più evoluta e riflessiva. L’oro con note ossidative che portano al miele racconta anni di bottiglia, raccolta tardiva, vigne calde. Le note di idrocarburi e pietra focaia che i grandi Riesling maturi esibiscono come medaglie qui sono protagoniste indiscusse. Al palato la struttura è fine, elegante, con l’acidità non aggressiva ancorché sostenuta, come la colonna vertebrale di un testo ben scritto: invisibile ma fondamentale. Va servito non freddo con tutto quello che ha bisogno di un vino capace di reggere struttura e sapore senza sovrastarli. Un vino per chi ha pazienza.
Contessa. Spumante Metodo Martinotti Riesling
Pensare a uno spumante da Riesling renano nell’Oltrepò è un esercizio mentale che sorprende anche i palati più navigati. Eppure la logica è ineccepibile: alta acidità di partenza e grado alcolico controllato. Le caratteristiche ideali per una base spumante vengono naturalmente dalle uve coltivate in biologico su questi terreni marnosi-argillosi con sali di origine marina. Il Contessa ha un oro brillante con sfumature verde smeraldo, un perlage fine e persistente e, al naso, una commistione affascinante tra agrumi, salvia e quella nota di crosta di pane che la fermentazione spumante aggiunge come firma. In bocca la sapidità è protagonista, il sorso è lungo e l’acidità crea una freschezza persistente che pulisce e invita.
1800. Riesling Metodo Classico
Il nome è un atto di consapevolezza storica: l’azienda Doria produce uva e vino dal 1800, già prima delle guerre di Indipendenza, già sotto l’amministrazione del Regno Lombardo-Veneto. Il 1800 Metodo Classico è la sintesi di questa storia lunga duecento anni: lo stesso vitigno, lo stesso territorio, tecnica più raffinata e paziente che esista nel mondo della spumantistica. La rifermentazione in bottiglia, il contatto sui lieviti, la sboccatura eseguita almeno tre mesi prima della messa in commercio. L’oro brillante è netto e pulito. Il naso apre su note di salvia e erbe provenzali con quella crosta di pane che il lungo affinamento sviluppa come un tema musicale che torna, riconoscibile e trasformato. Sapido, lungo, persistente: un grande spumante che si misura con i migliori dell’Oltrepò e vince la sfida dell’identità. Bevendolo capirete cosa significa bere storia.
AD. Nebbiolo Brut Metodo Classico
Ed ecco il capolavoro della sperimentazione: il Nebbiolo vinificato in rosé, rifermentato in bottiglia, sboccato dopo minimo due anni di contatto sui lieviti. Il colore pesca tenue, quasi impalpabile, racconta la raccolta precoce. Al naso è la sorpresa raffinata data dai frutti esotici in confettura, dalla frutta secca, dalla nocciola. C’è quella fine complessità che il metodo classico aggiunge come firma di nobiltà. Al palato è morbido, vellutato, con le bollicine fini che portano una freschezza inaspettata per un rosé spumante. Daniele sostiene che il Nebbiolo e il Pinot Nero da Champagne hanno le stesse caratteristiche analitiche. Bevendo questo AD Brut, capisco esattamente cosa intende. È un vino che sfida le categorie e le supera.
Turais Moscato secco
Niente dolcezze accomodanti, nessuna ricerca dell’effetto facile. Solo il respiro dei fiori bianchi, un soffio di salvia, la freschezza degli agrumi e una trama sapida che attraversa il sorso come una corrente silenziosa. È un vino che sembra camminare leggero tra i filari, con la grazia discreta di chi conosce il proprio valore e non sente il bisogno di esibirlo. Ogni sorso lascia una sensazione di pulizia, di aria aperta, di estate che non ha fretta di finire. Il Tourais ricorda che anche il Moscato sa essere essenziale e che, a volte, la vera eleganza consiste proprio nel togliere, fino a lasciare soltanto l’anima del vino. Insomma, non tutti i profumi nascono per sedurre. Alcuni nascono per evocare. Tourais fa entrambe le cose, ma con la leggerezza di una brezza che passa, lascia il segno e sparisce prima che tu possa trattenerla.
Il biologico come contratto di onestà
Sono un fondamentalista del biologico? No. Uso la certificazione perché un ente terzo può verificare l’onestà del mio lavoro.
In una sola frase Daniele libera il biologico dall’ideologia e lo restituisce alla trasparenza. La certificazione diventa un contratto con il consumatore: ciò che accade in vigna e in cantina viene dichiarato e qualcuno, dall’esterno, può verificarlo. Nel 2024 la peronospora ha cancellato l’intera produzione, trasformando una scelta etica in una perdita economica durissima. La risposta è stata organizzativa: ampliare i vigneti da dodici a ventisette ettari, costruire scorte capaci di assorbire le annate difficili, utilizzare la cantina come ammortizzatore senza cedere sulla coerenza del lavoro.
Anche l’iperossigenazione del mosto segue questa ricerca di stabilità attraverso processi fisici e interventi misurati. I vini aspettano due o tre anni prima della vendita, fino a quando i profumi primari cedono spazio ai secondari e ai terziari che interessano davvero Daniele. Il mercato può avere fretta; il vino conserva un altro calendario e arriva al pubblico quando ha trovato la propria voce.

La scienza incontra l’uva
Agronomo, enologo e nutraceuta, con una formazione anche nella valutazione di impatto ambientale e nella gestione dei sistemi agricoli, Daniele porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: ridurre istamine, ocratossine e residui, valorizzare i polifenoli, osservare gli effetti del vino con strumenti che vanno oltre la degustazione. Una docente universitaria lo chiama dopo aver analizzato un suo vino: il campione risponde in modo opposto al dato cercato e mette in discussione anni di lavoro. Quell’esito porterà il vino dentro una pubblicazione medica
Mi chiama una professoressa, una docente universitaria. Mi dice: lei mi ha rovinato vent’anni di lavoro. Perché su una quantità di vini analizzati, il suo vino risponde in maniera opposta al dato cercato. Il suo vino sembra far bene alla salute.
Ha un master in nutraceutica, oltre a quelli in valutazione di impatto ambientale e in gestione di sistemi agricoli. Agronomo, enologo, nutraceuta. Non un erborista nell’accezione romantica del termine, ma qualcuno che porta in cantina la logica dell’estrazione dei principi attivi: togliere le istamine, eliminare le ocratossine, ridurre i residui di fitofarmaci, massimizzare i polifenoli.
Voglio guardare negli occhi il mio cliente e dirgli che, nel limite sempre migliorabile della mia conoscenza, ogni volta provo a metterci qualcosa in più.
La forza di questa frase vive nel limite dichiarato. La conoscenza resta incompleta, dunque richiede studio, responsabilità e la disponibilità a correggersi. È la stessa postura con cui Daniele affronta la vigna: nessuna certezza esibita, soltanto il dovere di comprendere meglio e di trasformare ciò che impara in cura.
Diventare socio, prima ancora di esserlo
Daniele diventa socio attraverso una fiducia costruita nel tempo, molto prima che la quota societaria renda formale quel legame. Guida fino in Germania e in Belgio per vendere senza addebitare le spese di viaggio, ripara invece di sostituire, tratta ogni euro risparmiato come un gesto di rispetto verso l’azienda. Quando arriva una proposta dalla California sceglie di restare e lega definitivamente il proprio futuro ai Doria. La partecipazione societaria diventa così la conseguenza di una condotta: per anni ha agito come se l’azienda gli appartenesse, custodendone il bene comune prima ancora di possederne una parte.
Questa attenzione potrebbe sembrare rigore ma in Daniele assume invece una forma affettuosa, la stessa che affiora nel sorriso che parte dagli occhi e raggiunge parole e movimenti. È una di quelle persone con cui accetteresti volentieri di sederti a cena perché senti che la conversazione troverebbe sempre un’altra strada, un collegamento inatteso, una domanda capace di arrivare più in profondità.

“Ti voglio bene”: la rivoluzione più semplice
Dopo ore trascorse tra polifenoli, castagno, gestione, fermentazioni e memoria, la frase che resta più a lungo dentro di me riguarda tre parole semplicissime. Daniele le pronuncia con il tono di chi sta ancora imparando a concedersi una verità essenziale.
Da qualche anno mi sto sforzando di dire: ti voglio bene. In un mondo fatto di individualismi, un ti voglio bene è dirompente.
Intende voglio il tuo bene, una forma d’amore che libera invece di trattenere e che chiede presenza, attenzione, responsabilità. I cuori digitali scorrono veloci e le parole rischiano di consumarsi nell’abitudine; dirle guardando qualcuno negli occhi restituisce loro peso. In quel momento la sua filosofia produttiva e quella umana si toccano: prendersi cura della terra, del vino, dell’azienda e delle persone appartiene allo stesso gesto. Anche l’amore, come il vino, trasforma qualcosa di grezzo in una sostanza capace di nutrire, purché il tempo e la sincerità ne custodiscano il significato.
Il sogno futuro
Il futuro di Daniele passa perfino dalla fisica quantistica applicata alle fermentazioni. Gli studi di ingegneria iniziati durante gli anni dell’Accademia riaffiorano quando il figlio diciassettenne gli chiede aiuto con i compiti e quelle equazioni, rimaste in silenzio per decenni, tornano disponibili. Lo affascina il tunnel quantistico coinvolto nei processi della fotosintesi e immagina che una simile chiave possa aprire nuove domande sul vino. Il militare, il muratore, il cameriere, l’agronomo, l’enologo e il nutraceuta continuano così a convivere dentro lo stesso uomo, non come vite superate, ma come strumenti di una curiosità che rifiuta di fermarsi.
Nella fotosintesi clorofilliana le energie in campo non sarebbero sufficienti affinché il fotone permetta al sistema di produrre zuccheri. Eppure funziona. C’è un tunnel quantistico che viene utilizzato per evitare di far risalire tutta la cresta dell’energia.
L’essenza viene dopo
Alla fine della nostra conversazione torno con la mente a quella telefonata delle dieci di sera, a una voce sconosciuta, a una promessa pronunciata quasi d’istinto e a un uomo già in viaggio all’alba. In quel momento Daniele non stava semplicemente andando verso l’Oltrepò o verso il vino: stava scegliendo la materia con cui avrebbe costruito sé stesso.
Sartre scriveva che l’esistenza precede l’essenza. Nella vita di Daniele quella formula diventa carne, terra, stanchezza, studio, errori, mani sporche, vigne perdute e ricominciate, botti di castagno che attraversano regioni e generazioni, vini attesi fino al giorno in cui sono pronti. Diventa anche il coraggio di dire ti voglio bene, offrendo alle parole il peso di una scelta e non la leggerezza di un’abitudine.
Forse il destino non è un luogo preparato per accoglierci, ma la forma che assumono le decisioni dopo essere state attraversate dal tempo. Daniele ha lasciato una rotta già tracciata e ne ha composta un’altra senza mappe, seguendo una telefonata, una curiosità instancabile e la responsabilità verso ciò che avrebbe incontrato lungo il cammino. Oggi ogni bottiglia dei Doria custodisce una parte di quel viaggio, eppure il lascito più profondo rimane altrove: nella prova che una vita può cambiare direzione senza smarrirsi, perché a volte per ritrovarsi bisogna avere il coraggio di abbandonare la strada che tutti avevano scelto per noi.
Quando ci salutiamo, porto con me l’immagine di quel ragazzo partito da Viterbo senza sapere in quale uomo si sarebbe trasformato. Mi piace pensare che, se potesse incontrarlo oggi tra i filari di Montalto Pavese, Daniele gli poserebbe una mano sulla spalla e gli direbbe soltanto di partire, perché la paura passerà, la strada resterà e un giorno, dentro un bicchiere sollevato alla luce, riconoscerà finalmente tutte le persone che è stato. Poi forse aggiungerebbe quelle tre parole che ha imparato a pronunciare tardi e che, proprio per questo, possiedono la forza delle cose attese a lungo: Ti voglio bene. Non come commiato, ma come promessa. Voglio il bene dell’uomo che sei stato, dell’uomo che sei diventato e di quello che, scelta dopo scelta, avrai ancora il coraggio di essere.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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