Eliseo Santoro. L’artigiano, sereno, del vino
Quando ero piccolo e avevo intorno solo bambini più grandi di me, nonna Evelina soleva dirmi
Piccolo e buono, gruoss’e fesso
Era così che mi rinfrancavo un pò. Giusto il tempo per poter andare con un minimo di carica in più da quelli più grandi. Il suo motto sottendeva al pensare che nelle cose piccole o nelle piccole cose si possa celare qualcosa di meraviglioso. Nonno Pasquale aveva un’altra frase che ripeteva spesso quando si parlava di fare qualcosa e c’era sempre il dilemma nel quante farne
Meglio una festa grande che cento festicciole
Meglio cioè fare una sola cosa in grande, fatta bene, con tutto in regola e controllato piuttosto che tante piccole cose delle quali magari non si sarebbe trovato il bandolo della matassa.
Quando pensavo alle due frasi, lo devo ammettere, andavo un pò in confusione.
In fondo, curarsi di qualcosa di piccolo è più semplice, da meno rischi, è meno dispendioso. Quando si ha a che fare con cose grandi occorre struttura, processi, controlli. Tutto per evitare che il risultato non sia all’altezza. La differenza tra industria e artigianato sta nel risultato che si realizza indipendentemente dal come viene realizzato. Il risultato sarà inevitabilmente diverso. Fino al midollo.
Mentre infatti una industria non si può permettere un risultato diverso dalle attese e diverso da quello che ha sempre prodotto, un artigiano rende unica ogni creazione perché non può non renderla diversa dalla precedente. La qualità del risultato è certamente incredibile in entrambe i casi ma la tipologia del risultato stesso varia completamente. La prima è ripetibile, la seconda no. Non c’è in questo una preferenza di parte ma una constatazione di differenza. Si può decidere, perché piace, di usufruire sempre della stessa esperienza oppure di variarla in funzione di quei tanti fattori che la natura offre. In molti potranno concordare con me nel pensare che quando un artigiano realizza un prodotto lo fa con il cuore. Ma non per questo il risultato sarà migliore. L’amore è condizione necessaria ma non sufficiente. C’è bisogno di tanto altro come le capacità, la materia prima, ecc. C’è però qualcos’altro che rende speciale il risultato: la serenità con la quale si approccia alla vita. Perché la serenità rende l’animo libero e felice. Specialmente quando si riesce ad essere felici con ciò che si ha.
La vera ricchezza è la capacità di godere di quello che si ha (Lucio Anneo Seneca)
Ho incontrato Eliseo Santoro, di Paternopoli, comune di 2500 anime in provincia di Avellino. Di origini antichissime come tutta l’area sannita è inserito tra i comuni della DOCG Taurasi.
Eliseo, persona mite, delicata, pacata è quello che si può realmente definire un artigiano del vino. Assaggiare i suoi vini vuol dire capire quanto bene si possa fare trattando amorevolmente la vigna e il prodotto che questa dona. Se si parla di filosofie di realizzazione del vino, di vino naturale, biologico, biodinamico e compagnia cantando, per Eliseo conta solo rispettare quanto abbiamo ricevuto in dono. O meglio, in prestito visto che la terra è immortale mentre l’uomo no.
Il vino in queste zone si fa da così tanto tempo da non ricordarsi più da quanto. Non è la memoria corta è che, spesso, occorre risalire almeno alla terza generazione per avere un punto di partenza.
Ho preso le redini di parte dell’azienda familiare circa 25 anni fa quando ho conosciuto mia moglie, mi sono sposato e abbiamo intrapreso insieme questa attività. In realtà, ci lavoro da piccolo. Ci sono nato nella nel nella vigna, perché i miei genitori facevano quello, mio nonno faceva quello. Veniamo da quattro generazioni di viticoltori. Il mio bisnonno all’età di 32 anni è venuto a mancare. Pigiavano l’uva con i piedi e per una sudata si è preso una bronchite. All’epoca cure non erano come oggi e se l’è portato via.
Se si vuole comprendere bene queste zone e capire le persone, occorre vederle, toccarle con mano, viverle. Ancora oggi, l’ospedale più prossimo a Paternopoli è ad Avellino per l’ospedale. 22 km che non sono molti in senso assoluto ma con un problema diventano lunghissimi. Immaginatevi quando le automobili erano diverse da quelle odierne e non tutti potevano permettersela .
La famiglia era indebitata, perché aveva acquistato appezzamenti per fare vigneti e quant’altro. Subentrò mio nonno con la vedova. Mio nonno era primogenito di sei figli e aveva undici anni di quanto è venuto a mancare il papà. Per quello che poteva nella sua giovane età si è abbracciata sta croce riuscendo a risanare i debiti familiari. Mio nonno è vissuto esclusivamente di agricoltura. Era coltivatore diretto. Nel principio produceva uva e faceva vino. Con la fillossera i terreni vulcanici erano più resistenti e si produceva ancora mentre al nord quasi nulla. Uno dei colossi del nostro territorio, Mastroberardino, andava per le campagne dai piccoli produttori e comprava direttamente il vino. Con gli asini caricavano sto vino nei nei barili e lo portavano alla stazione alla ferrovia, perché poi veniva caricato sui treni.
Quanto è strano il mondo certe volte. Per anni i produttori sono andati in giro a comprare vino. Era vino buono, prodotto senza chimica, senza lieviti aggiunti, senza nulla se non il lavoro delle persone. Lo spacciavano per proprio. Era un gran vino.
Poi, proprio nella logica del risultato atteso dal grande produttore, si è smesso di comprare vino preferendo prima la sola uva poi, accaparrandosi molti terreni, nemmeno quella.
In una logica del genere, come era normale accadesse, c’è chi ha continuato a produrre vino, chi invece si è accontentato di conferire l’uva.
Ecco così spiegato il proliferare di tante cantine artigianali. Come quella di Eliseo.
Il passaggio tra mio nonno e mio padre diciamo quasi non c’è stato per una questione di tempi. Nonno viveva di quello mentre papà era impiegato. Sono subentrato io e mio fratello che però non era interessato. quel poco di vigneto che ha che ha avuto la l’ha estirpato e messo olivi. Ho ereditato la metà della della proprietà aziendale e in più ho acquistato altri appezzamenti.
Due ettari di vigneto e un ettaro di uliveto. Davvero una piccola azienda. Come ce ne sono molte d’altronde. Qui però, si respira un’aria diversa, un non so che di serenità, di tranquillità. Di pace.
Abbiamo reimpiantato gli appezzamenti, un poco alla volta abbiamo fatto tutto il parco macchine nuovo. Vendere l’uva non rientrava nei miei canoni e mi sono messo a fare vino.
Nella cultura contadina di un tempo, specialmente durante le lavorazioni e la vendemmia, le donne partecipavano attivamente. Il lattante se ne stava buono buono (non sempre!) nella cesta e le mamme allattavano, in vigna, a tempo debito. Bambini come Eliseo hanno respirato gli odori dell’uva e gli effluvi del mosto prima ancora del latte.
Intorno ai 15/16 anni papà vedeva che mi piaceva e mi lasciava fare. Intorno al 2000 l’ho cominciato a fare proprio per conto mio proprio. Lo facevo per me e per lui. È diventato lui il mio supporto nel senso che mi dava una mano. Nel 2001 mi sono sposato.
In una azienda artigianale può arrivare il momento nel quale ti rendi conto che il prodotto che fai non è poi così male. Piace non solo a te e alla famiglia ma anche ad altri e non solo perché non vogliono dirti che non è buono. Te ne accorgi dalle facce e soprattutto se te ne chiedono ancora. È quello il momento della consapevolezza: capire che in fondo qualcosa di più, puoi fare. Ci si pensa, ci si ripensa. Ma mica è semplice lanciarsi in una avventura che prevede tempo da dedicare e investimenti da sopportare.
All’epoca lavoravano in un’azienda Paternopoli, in una marmeria. Facendo le cene con gli amici mi dicevano: per la miseria il vino è buono perché non lo imbottigli? Era surreale per me. Non avevo le attrezzature. Mia moglie mi regala il fornellino per le capsule sulle bottiglie. Io comprai i tappi. Spesi 80 € io 80 € lei. Grande spese. Ho cominciato a comprare qualche bottiglia, qualche cartone cominciando a fa queste confezioni con una con etichetta di fantasia. Vino per gli amici speciale.

Proprio l’ex titolare mio ha cominciato a regalare il vino. Dovunque ha regalato sto vino gli dicevano: e dove hai preso il vino e dove hai preso il vino. Ha cominciato ad affluire un un canale di clienti che poi i clienti hanno portato altri clienti e ho lavorato per anni con sfuso però finché è aumentata esponenzialmente la richiesta.
L’imbottigliamento, che un normale consumatore vede come una cosa banale, è in realtà un importante ulteriore scoglio per chi inizia questo mestiere. Un processo pieno di insidie tecniche, che richiede attrezzature (spesso infatti si imbottiglia altrove) e che, alla fine, comporta vedere tante bottiglie nei bancali che vanno vendute. Quel solo averle li con la consapevolezza di quanto si è investito e di quanto si spende ogni giorno, porta a fare i conti con se stessi.
Io sono vecchio stampo e le fermentazioni erano solo spontanee. Pigiavo l’uva e fermentavo. Finché lo fai a casa, per te stesso, con pochi litri, bastava uva sana e igiene in cantina. Diciamo riesci a gestire. Nel momento in cui sono cresciuto è nata l’esigenza di cominciare a capire rischiando un poco di meno. Ho cominciato a mettere un minimo di bisolfiti solo durante la macinatura senza aggiungerli mai nel vino. Per quanto riguarda i bianchi invece, siccome quando lo facevamo per noi, pochi litri, facevamo la macerazione totale con la buccia e comunque veniva scuro, per i clienti era era un poco difficile pure piazzarlo. Tramite farmacia agricole, per quello che era la mia conoscenza, ho cominciato a fa un pò di bianchi con un po’ di lieviti. Ma è una cosa ché non ho mai mandato giù,
Piccoli passi quelli di Eliseo. Uno dietro l’altro. Soldi pochi, tre figlie, un lavoro da metalmeccanico per lo stipendio che può dare. Investimenti non se ne possono fare. Però c’è il sogno della cantina. Sogno che diventa anche esigenza una volta fatta la scelta di imbottigliare.
Abbiamo osato. Abbiamo fatto richiesta al comune, ASL e quanto altro. Ci hanno autorizzati e siamo partiti. Così, dalla sera per la mattina. In quell’occasione sui social, per caso, l’enologo pubblica la foto di un vigneto Ricordi Paternopoli 202. Antonio Sebastiano si chiama. Vedo questa foto e non conoscendolo lo contatto dicendogli. lo sai che la vigna hai pubblicato è la mia?
Una coincidenza. Di quelle fortuite. Più ascolto di queste cose più mi convinco che la vita sia fatta di coincidenze, di attimi nei quali ciò che ti passa dinanzi gli occhi può essere percorso. Oppure no. La scelta, sempre forse dettata dal caso, potrà o non potrà cambiare il mondo. Nel caso di Eliseo fa scaturire un incontro.
Ci siamo conosciuti e abbiamo parlato della mia idea di vino. Gli ho rivelato il fatto che per i bianchi non mi entrava in testa di farli con i lieviti. Lui mi ha detto: eh qual è il problema, possiamo farli con il col pied de cuve. Mi ha aperto un mondo. È nata empatia e abbiamo stretto un rapporto bellissimo.
È cosi che oggi Eliseo Santoro produce tre vini sempre con lievi di spontanei non aggiungendo nient’altro se non dei solfiti. Nessuna filtratura. Solo acciaio. Un’anfora per sperimentare. Aglianico, Falanghina e Coda di Volpe: ciò che in Irpinia è di casa.
Purtroppo l’anfora costicchia.
Dai 150 quintali di sfuso (con una resa bassissima) a circa 4000 bottiglie di Aglianico, 3500 di Falanghina e 500 di Coda di Volpe.
La cantina è stata una conseguenza di quanto fatto prima. La mia passione è la vigna, il terreno, le piante. Se da tutto questo, togliamo di mezzo il lavoro in campo, per me non ha più senso. È una cosa tengo dentro me l’attenzione al territorio, alla sostenibilità, alla cura della pianta. Ci passo le ore voglio dire. Me le tocco con mano una a una. Il ciclo lo vivo interamente tutto l’anno. Pensa che quando faccio una scelta germogli, fine maggio inizio giugno, in alcune zone, dove c’è un carico abbastanza abbastanza forte di uva butto quasi il 50% a terra. Ogni anno mia moglie mi dice: ma tu sei pazzo, dice Dio te lo da e tu lo butti. Io le rispondo sempre: a te piace il risultato finale? Sì? E allora bisogna bisogna fa così.
Bisogna fare così. Anche nella assenza di sostanze chimiche, tantomeno di diserbo (non parlate poi di diserbo ad Eliseo che gli prende un senso di disgusto…). La scelta di una certificazione biologica diventa un passo da un lato scontato ma anche necessario per valorizzare il giusto lavoro. Si, è solo una etichetta, ma vuol dire molto. Vuol dire essere riconosciuto dal mondo come qualcuno che rispetta la terra che gli è stata donata e il lavoro Eliseo.
Un lavoro che per Eliseo diventa doppio. Prima in azienda, al controllo qualità, poi in vigna. Il solo lavoro della terra, il ricavato dalla azienda, non basta per mandare avanti la famiglia. Cosi però la giornata diventa di quindici, sedici, diciassette ore, togliendo spazio alla famiglia. Comprensibile che le figlie, al momento, non abbiano intenzione di continuare il lavoro del padre.
Purtroppo non mi seguono per un motivo molto semplice. Vivono il mio sacrificio, vedono un papà che alle due di notte si alza e va a fa i trattamenti. Vedono un papà che alle quattro di mattina sta in vigna a fa scelta germoglio. Vedono un papà che alle dieci di sera o a mezzanotte sta in cantina. Nei periodi di vendemmi vedono un papà che per 4/5 giorni non va proprio a dormire.
Quindi, non vedono un papà. Specialmente nei momenti topici della vendemmia o delle fermentazioni piuttosto che delle potature o dei trattamenti.
Non colgono la parte commerciale che potrebbe essere positiva. Meno male che mia moglie Ivana è comprensiva. Mi aiuta tantissimo ed in cantina è sempre presente.
Potrebbe. Dice bene Eliseo. Potrebbe essere quella più positiva ma poi ci si scontra inevitabilmente con il mercato, la vendita, i prezzi, i concorrenti, i distributori. Un mondo marcio e marcito che fagocita senza pietà.
Ho difficoltà nella parte commerciale. Nei dintorni sono riuscito individuare qualche cliente ristorazione enoteca. Dove sono entrato, ci sono pure rimasto quindi è un buon segno. Avendo poco tempo, quando mi chiamano per le consegne, magari vado con orari strani. Per per giustificare il ritardo, puntualmente mi fermo a cena, perché sennò se no mi cacciano via. E va fini che mi devono 100 € e me ne mangio 150 perché mi porto la famiglia. Tengo difficoltà a reperire nuovi clienti per questioni di tempo.
Della qualità interessa solo a pochi. Quando assaggi un vino di Eliseo capisci invece quanta bontà si possa trarre da un vitigno. Quanto un elemento ostile come l’Aglianico possa rivelarsi spettacolare anche in acciaio. Si comprende a pieno l’artigianalità, la passione, il cuore di un essere umano verso un prodotto che non è solo un prodotto.
Però poi, alla fine, tutto si infrange contro il muro di un mercato becero e ignorante nel quale tutta la filiera (ed è lunga, troppo lunga) vuole guadagnare. Una filiera alla quale non interessa un beneamato cavolo della qualità del vino. Vendere una bottiglia ad un ristoratore ad un prezzo basso così che questo, rincarandola di quattro volte se va bene, possa venderlo al commensale di turno. Quanto sarebbero belle delle leggi per il controllo del margine. Meglio che non mi faccio sentire dall’Antitrust però.
Prima o poi chi non riuscirà a capire che gli investimenti in marketing e comunicazione valgono come quelli per l’acquisto di una pressa o di un tino, non sopravviverà.
Ci credo nel futuro ancora ma la vedo dura. Quando ho cominciato con tutto l’entusiasmo del mondo, gli amici sono quelli che m’hanno snobbato. Già è partita in salita. Poi, uscendo, confrontandomi, mi sono reso conto, almeno nel piccolo, che il mercato è saturo. Ci stanno proposte di tutti i tipi, anche indecenti. Prezzi in giro, che non so come fanno. Solo di packcking pago di più e quindi no, non lo so. Trovi il commerciante che è attento al prodotto che vuole essere raccontato il progetto, prova il prodotto e lo abbraccia insieme a te. C’è chi guarda solo al guarda solo al guadagno finale. Distributori ad oggi non ne ho. Ho avuto un contatto, ma non mi è piaciuto, quindi non non l’ho assecondato.
Mi fa arrabbiare questa cosa davvero tanto. Nessuno vorrebbe vedersi diminuire lo stipendio però spinge per diminuire il margine degli artigiani. Magari quando ci riesce si vanta pure in giro. Sminuire il lavoro è una delle cose più brutta che si possa fare. Sottopagare, in ogni campo, vuol dire sminuire il lavoro di una persona. Sminuire il tempo dedicato, il sudore, le ansie, le preoccupazioni, il tempo sottratto alla famiglia.
Non ti nascondo che se riuscissi a vivere solo di quello per me sarebbe un sogno realizzato. I sogni sono belli poi confrontarti con la realtà è un pò diverso. Sto concretizzando sempre di più che forse dovrò continuare a far sempre il doppio lavoro. Almeno che con un pizzico di fortuna trovo un canale di uscita dove c’è richiesta un margine giusto.
Per adesso solo quattro vini: un Aglianico, due Falanghina, una con macerazione; una Coda di Volpe. Sempre solo acciaio e fermentazione spontanea.

Limpha è la Falanghina che ha in se peso ovvero sostanza e leggerezza. Un colore quasi dorato di una bellezza disarmante.
Profuma di pesca gialla, albicocca, camomilla e salvia. Un bouquet dolce, sfumato di mineralità proprio come l’acqua che sgorga dalla roccia, pura e sorprendente.
È una bocca pulita, sapida, larga, dritta come una linea che taglia il tempo. Sembra semplice, ma è profonda.
Un sorso che resiste con tanta eleganza da sembrare l’eco di un segreto ben custodito. La terra canta in un finale di pesca gialla che ricorda i frutti maturi dei mercati romani
Eliseo con 𝐋𝐢𝐦𝐩𝐡𝐚 non fa rumore ma lascia il segno: si beve come se fosse nulla e resta come se fosse tutto.
L’Aglianico 2022 che, nell’idea di Eliseo, affina solo in acciaio.
È un rosso che sa di artigianalità già da quel colore rubino intenso e dai freschi sentori di frutta che iniziano a percepirsi solo con la caduta nel calice. La croccantezza della prugna, dell’arancia sanguinella e soprattutto della Cerasa campana che è succosa e acidula: da innamorarsene subito. Quel velo di vegetale e di fiori rossi sta lì, nel sottofondo, a mitigare, senza disturbare. Un pazzesco mix di dolcezze e freschezze che esalta, cattura, avvolge. Un vino che sa di essere poderoso, vivo e concreto come solo un vino artigianale, fatto bene sa essere.
In bocca è decisamente coerente: bello, ampio corposo con tannini pungenti ma non cattivi. La cerasa che diventa marasca arriva in bocca con tutta la sua corposa freschezza, l’ampiezza, la sapidità. È un Aglianico che dimostra di esprimersi magnificamente grazie ad un incredibile bilanciamento e ad un finale che lascia la bocca in uno stato di vera grazia. Sarà perché è buono, davvero molto buono.
In sostanza è un vino si rustico ma con una bevibilità che difficilmente si riscontra in altri vini.
Dopo questi vini ci sarà una sperimentazione in anfora della quale non vedo l’ora di capire a cosa porti.
Molti chiedono; ma l’hai fatto perché sta facendo tendenza. La verità, no, Mo ti racconto la mia malattia: l’attaccamento al territorio. Faccio fatica pure a spiegarlo alle persone. Inevitabilmente, quando cominci a mettere il legno. Ho comprato l’anfora per cercare di capire il mio territorio.
Eliseo è così. Continua a parlare con la serenità che credo abbia sempre respirato in famiglia. Forse per via del padre, un pastore evangelico.
Non so se quell’attaccamento alla terra lo si debba proprio agli insegnamenti del padre, di certo quando glielo chiedo Eliseo risponde con un serenità che, anche se da lui me la aspetto, mi spiazza comunque.
Hai fatto una domanda sulla quale non ho mai riflettuto. Più che altro ho la consapevolezza che c’è un creato e c’è un creatore. C’è un creato che va custodito, che ci è stato dato un dono per un periodo di tempo e va custodito con dignità, con cure.
Un creato che va anche tramandato perché quello che ho imparato io è che la terra non è nostra. Noi non siamo immortali e un giorno andremo via mentre la terra, comunque, rimarrà. Abbiamo il preciso dovere di condurla nella maniera più corretta.
Siamo custodi e se tutti lavorassero bene la terra ovvero con coscienza, anche le generazioni future avranno la fortuna di goderla.
Eliseo Santoro è il custode della terra che coltiva con amore e rispetto. È l’artigiano che forgia con le sue mani i vini che produce. È il padre di famiglia, il marito che vive la vita con quella infinita serenità d’animo che ho completamente ritrovato nei suoi vini. Mi sono chiesto lungamente come riesca a farlo e mi sono ricordato di un tratto del libro di Seneca, De Tranqullitate Animi, dove nel 58 d.c. che mi ha illuminato così tanto da citarla come chiusa di questo articolo.
Chi si preoccupa solo delle cose materiali, non potrà mai avere pace dell’animo
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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