Enrico Mandirola. Il fondo del filare
12 Giu 2026
Suggestioni di Vino

Enrico Mandirola. Il fondo del filare

 

Alle volte le domande accompagnano ogni stagione mentre le risposte non arrivano subito. Bisogna camminare, osservare, aspettare. Nel racconto di Enrico Mandirola, il fondo del filare non è una destinazione, ma un punto di vista privilegiato da cui rileggere il rapporto tra uomo, terra e futuro.

 

Ogni volta che torno a parlare con qualcuno che lavora la terra una domanda rischia sempre di farmi apparire un punto interrogativo sul viso.

Si può sapere perché ti sei fatto un tatuaggio? E poi perché proprio un punto interrogativo?
Secondo te, uno che si fa tatuare un punto interrogativo ti può dare qualche risposta?
Lorenzo Licalzi. Io no.

Ecco, quel punto interrogativo non è alla fine di una domanda sul vino, sulle rese, sull’annata. È una domanda molto più semplice e insieme quasi impossibile da rispondere: come si diventa quello che si è?

L’identità, quella vera, non si sceglie ne si costruisce a tavolino. Si forma per stratificazione, come il suolo calcareo-argilloso dei Colli Tortonesi, dove ogni anno di pioggia, gelo e sole, deposita qualcosa. Che resta. Che rimane. Che non va via. Così, quando incontri persone come Enrico Mandirola, titolare dell’omonima azienda agricola di Casasco, in provincia di Alessandria, capisci subito che sei davanti a uno di quegli uomini che non si sono inventati nulla. Che sono esattamente quello che sembrano. Né di più né di meno. Una fedeltà a sé stessi è al tempo. Che è di per se la forza più grande e, al contempo, la sfida più difficile che si trovano ad affrontare.

Enrico Mandirola. Il fondo del filare

Viviamo in un’epoca che ama i personaggi costruiti.

Il vignaiolo con la storia da film, la cantina con il castello sullo sfondo, il nonno che cent’anni fa aveva già capito tutto. Il vino oggi si vende anche con gli aneddoti giusti confezionati al momento giusto, con il lancio social impeccabile, con quella patina di autenticità che, paradossalmente, è la cosa meno autentica del mondo. Non dico che chi lo fa abbia torto. Dico solo che chi non lo fa, chi si ostina a non mettere fuori la bandiera per rivendicare ogni centimetro della propria storia, merita almeno di essere ascoltato.

Enrico non mette fuori bandiere. Ma ha storie da raccontare che non finiscono più.

In un’Italia meteorologicamente disorientata così da sembrare rispecchiare più in generale il malessere di un momento storico in cui nulla sembra trovare il suo equilibrio, ci troviamo a chiacchierare con Enrico del suo essere vignaiolo.

Mentre attendevo Enrico per la chiacchierata pensavo proprio al clima. Sapete, quando si inizia a parlare con qualcuno dopo il “come stai” il clima arriva immediatamente dopo. Sarà che è diventato il grande specchio dell’ansia collettiva. Non passa settimana senza che qualcuno ne parli con quella preoccupazione mista a rassegnazione che si riserva alle cose su cui non si ha controllo. E chi lavora la terra quel controllo lo perde per primo, e lo sente con un’intensità che chi sta negli uffici non può nemmeno immaginare.

Non va bene, perché per carità dà fastidio l’inverno, però un minimo ci vuole. Ma anche per far respirare il terreno, per dargli quel ciclo che serve.

Il ciclo che serve. Una frase piccola che contiene una filosofia intera. È profondamente saggio l’idea che anche il freddo, anche il disagio, abbiano una funzione. Che senza il buio non ci sia la luce, senza la fatica non ci sia il frutto. È una cosa che i contadini sanno da sempre e che noi continuiamo a riscoprire come se fosse una rivelazione.

Enrico Mandirola. Il fondo del filare

Enrico è figlio unico di uno di quattro fratelli maschi.

L’azienda agricola di Casasco esiste da quattro generazioni: il bisnonno, il nonno, poi il padre con i suoi fratelli, poi lui. Una storia lunga che attraversa il Novecento italiano in tutta la sua complessità, compresi i lutti: uno degli zii morto in guerra, un altro in un incidente stradale quando era ancora giovane, poi il padre nel 2010, poi gli altri due zii nell’arco di due anni. Enrico aveva trentatré anni quando si è trovato solo.

Ciò che colpisce e che lui stesso sottolinea con una forma di gratitudine silenziosa, è che nessuno di loro lo abbia mai obbligato. Al contrario.

Mio padre non ha mai dato per scontato che io dovessi lavorare qui. Anzi, ha sempre voluto che io facessi altre esperienze, che studiassi. 

È così che si è laureato due volte. agraria ed enologia. La voglia forse di rappresentare un fiore all’occhiello per la famiglia e per se stesso. Qualcosa di cui andar fiero. 

Ricordo quando mia madre si rese conto che ero il primo figlio con la laurea. I sacrifici che la ripagavano. Senza per altro farmi mai pesare nulla. 

Un atteggiamento straordinariamente intelligente. La libertà come forma d’amore più alta. L’aprire una porta e non stare lì a guardare se il figlio ci passa dentro o rimane fuori. In un settore come il vino, dove la continuità generazionale è spesso carica di aspettative esplicite o implicite, questo tipo di libertà è raro. Paradossalmente, è proprio quella libertà che ha trattenuto Enrico. Perché le cose che scegliamo davvero sono le uniche che ci appartengono fino in fondo.

Penso spesso a quanto il mondo del vino stia riflettendo su se stesso in questo momento. I consumi calano, i mercati internazionali arrancano, la comunicazione è diventata così rumorosa che distinguersi sembra quasi impossibile senza urlarsi addosso. Eppure incontri persone come Enrico e ti chiedi se forse la risposta non stia proprio nell’opposto dell’urlo. Nel radicamento. Nella scelta consapevole di chi si vuole essere prima ancora di pensare a cosa si vuole vendere.

All’asilo disegnavo il trattore con i grappoli d’uva.

Una cosa detta quasi di passaggio, come si dicono le cose che si considerano ovvie. Tuttavia è una di quelle immagini che rimangono. Un bambino che tra tutti i disegni possibili, case, automobili, astronavi, sceglie il trattore e l’uva. Non perché glielo abbiano insegnato. Perché era quello che sentiva suo.

Il DNA come destino non scritto. Non il destino fatale dei greci, quello che ti travolge e non ti chiede il permesso, ma qualcosa di più sottile: una predisposizione, un’inclinazione che aspetta solo di essere riconosciuta. L’ho letto da qualche parte. Forse era un articolo di neuroscienze, forse una cosa di Proust, che in fondo raccontava sempre della stessa cosa ovvero che i bambini manifestano le loro vocazioni prima ancora di avere le parole per nominarle. Enrico aveva quattro anni e disegnava vigne. È bello pensare che quarant’anni dopo sia ancora lì.

Enrico Mandirola. Il fondo del filare

La Mandirola è un’azienda artigianale nel senso più autentico del termine.

Dodici ettari di vigneti, tra i 300 e i 350 metri di altitudine sui Colli Tortonesi, orientati a sud-est e sud-ovest. Circa 25-30.000 bottiglie l’anno, che Enrico stesso definisce 

La metà del potenziale dell’azienda.

Le vasche in cemento sono quelle dei suoi zii. Le stesse, con solo qualche piccolo aggiornamento. Qualche macchinario pensato per migliorare i momenti critici della vinificazione, ma nessuna rivoluzione. La storia di chi non ha voluto fare di tutto buttare via tutto per ricominciare da capo con un’estetica nuova.

Ho valutato cosa doveva essere cambiato. Manca ancora oggi l’approccio commerciale e di marketing, perché io non sono bravo per niente in quello. Cerco di far tutto, ma poi…

Lascia la frase a metà. Non per reticenza, ma perché quella mezza frase dice tutto. Evidenzia come in Enrico alberghi una vera lucidità. Quella sui propri limiti che è più rara della competenza tecnica. Molti sanno fare il vino. Pochi sanno guardare con onestà le parti di sé che zoppicano e dirlo ad alta voce senza che diventi una performance di umiltà.

Il Timorasso, a Casasco, c’è sempre stato. Ma nessun altro lo faceva.

Mio padre aveva questo vino bianco, questa uva che l’aveva perché avevamo un vigneto vecchio che non era mai stato estirpato. E faceva il Timorasso come vino bianco. Era l’unico a farlo qui, perché tutti lo avevano abbandonato. Non produceva bene, aveva problemi e all’epoca non si era ancora capito la potenzialità di invecchiamento, non si era capito tante cose.

Il racconto di una scena che vorrei riuscire a restituire nella sua semplicità magnifica è quella di suo padre che mostra agli ospiti una bottiglia di Timorasso spiegando che si tratta una varietà antica, che cerca di far capire qualcosa in cui lui stesso, forse, non aveva ancora capito tutte le implicazioni. E poi, in cantina, una fotografia sbiadita con la sua grafia: imbottigliata 16.11.93. 161 bottiglie di Timorasso. Il 1991 era la prima vera vigna impiantata con questa varietà in modo più strutturato.

Tutto il resto con Walter Massa e il contributo alla comunicazione, l’esplosione del Derthona come denominazione di riferimento, l’attenzione internazionale. Tutto storia recente. Ma la storia vera, quella che viene prima, è questa: un uomo che non buttava via un vigneto perché gli sembrava giusto tenerlo, in un momento in cui nessuno capiva ancora perché.

Una fedeltà inconsapevole che è quasi commovente. Non l’intuizione del genio, non il calcolo del pioniere. Solo la testardaggine silenziosa di chi sente che una cosa ha valore anche quando nessuno ancora lo sa misurare.

Ho perso mio padre anni fa. Non lavoro in vigna, non ho i filari che lo aspettavano alla sera. Ma capisco. Chiunque abbia perso un genitore capisce cosa voglia dire voltarsi e sperare di trovarlo ancora lì. Un automatismo che fa fatica a svanire.

Enrico lo dice in un modo che mi è rimasto in testa per giorni. Non parla di dolore in astratto, non usa le parole del lutto come si usano quando si vuole essere delicati. Dice una cosa precisa, fisica, quasi pittorica.

Io lavoravo tanto sui trattori come tutt’oggi. E lui sapeva che ero là e arrivava. C’era un momento in cui magari arrivavo in fondo al filare e lo vedevo là. Ecco, quello è quello che forse come figura mi è mancata di più.

La fine del filare. Il padre che aspetta in fondo. Un’immagine così semplice che quasi fa male.

Uno degli amici del padre, anni dopo, gli aveva raccontato di una conversazione. Aveva cercato di spiegargli, in modo gentile, che forse Enrico aveva bisogno di qualche indicazione, qualche consiglio. Il padre lo aveva guardato e aveva detto

A te lo devo dire io le cose?

Enrico me lo racconta con quella fermezza con cui si custodiscono le cose preziose. Non esibendola. Tenendola.

Oggi la Mandirola produce quattro etichette di Timorasso. Il Derthona base, fatto con le uve più giovani. Poi il Meglio di me così che il nome già da solo sarebbe sufficiente per capire chi è Enrico. Il Derthona storico, dalla vigna del ‘91. Infine la vigna vecchia, vinificata a parte dal 2016: viti di circa cent’anni, acquisite da una famiglia che ne era proprietaria fino al 1990, il cui figlio è ancora vivo a 96 anni e ha scritto ad Enrico una lettera in cui racconta di quei filari, di come i più vecchi risalgano al 1920 e alcuni siano stati reimpiantati negli anni Trenta.

Una lettera bellissima che è giusto stia in un cassetto senza usarla come pubblicità. C’è tanto di intimità e di personale. Potrebbe farne una campagna da fare invidia. La vigna più vecchia di Timorasso, forse, in tutto il Derthona e lui che la custodisce come si custodisce una cosa intima. Non per mancanza di furbizia, ma per eccesso di rispetto.

È qui che l’aplomb piemontese di cui parlava Enrico. Quella parola francese che in Piemonte ha trovato casa come in nessun altro posto d’Italia che si trasforma da tratto caratteriale in quasi una postura etica. Non sbrodolarsi. Non coprire il vino di aneddoti come si copre una crepa con il trucco. Lasciare che la bottiglia parli e fidarsi che chi ha orecchie per ascoltare troverà la strada.

Ma attenzione, perché c’è un rischio in questa riservatezza. Un rischio che Enrico riconosce.

Molti che conosco mi trovano il difetto di non voler raccontare tutto quello che ho da raccontare, tutta la storia di cent’anni. Ma io penso che venga fuori da solo.

Forse si. Forse no. Il vino che non racconta la propria storia rischia di diventare un vino senza nome in un mercato affollato di vini con storie inventate. Non è giusto, ma è così. 

C’è una differenza fondamentale tra chi non sa raccontare e chi sceglie di non farlo sempre. Forse perché aspetta il momento giusto, la persona giusta, il contesto giusto. Poi, quando Enrico inizia a parlare lo devono fermare. Che ha talmente tante cose da dire che il problema è scegliere da dove cominciare. 

Per me non è facile perché ce ne sono centinaia di storie.

Ecco. Il problema non è la storia. È il coraggio di uscire e raccontarla.

Quest’anno Enrico ha comprato un terreno adiacente al suo. Era di Quinto, così si chiamava il proprietario, un uomo che Enrico ricorda fin da bambino, già anziano quando lui aveva dieci anni, che lavorava la vigna e gli spiegava le cose. Gli mostrava i frammenti di calcare che affioravano dal suolo, quei fondali marini che il tempo ha trasformato in roccia e che il gelo sgretola in particelle minerali. 

Vedi questi sassi

Gli diceva Quinto, 

sono quelli che fanno diventare buona l’uva.

Enrico aveva dieci anni e annuiva. E Quinto aveva ragione.

Enrico Mandirola. Il fondo del filare

Quel terreno, adesso, diventerà una nuova vigna. Di Timorasso, naturalmente. Forse, se la differenza con le altre ci sarà, si chiamerà col nome di quella famiglia. Come si battezza qualcosa che si è aspettato per tutta una vita.

Poi c’è il rosé per Cecilia, la figlia di cinque anni. E il vino che verrà per Francesco, nato qualche mese fa. La Barbera e il Ciliegiolo mescolati, un vino rosato che porta il nome di una bambina nata nel 2020, anno non esattamente facile da ricordare, eppure anno di nascita, quindi anno che in casa Mandirola è necessariamente un anno buono. Rappresenta, rappresentano il futuro dell’azienda

Sì, sì. Poi bisognerà vederlo. Io no, a seguire le orme di mio padre. A lasciarli andare.

Non vuole replicare il meccanismo che l’ha formato. Non perché sia stato sbagliato. Al contrario, capisce che la libertà che suo padre gli ha dato non è un metodo da copiare. È un atteggiamento da incarnare. I suoi figli non hanno gli zii che aveva lui. Quella rete silenziosa di figure che presidiano i filari, che sono sempre lì quando il padre non c’è. Tre ragazzi giovani, italiani, della zona, che lavorano in azienda e che Cecilia già cerca quando arriva in cantina.

Sono ragazzi squisiti.

Una frase che va va oltre il giudizio professionale. C’è il riconoscimento che un’azienda non è mai solo chi la possiede. È anche chi ci lavora dentro, chi ci mette le mani ogni mattina, chi diventa parte della storia anche senza portarne il cognome.

I Vini di Enrico Mandirola
Derthona Timorasso 2024 Colli Tortonesi DOC

Enrico Mandirola. Il fondo del filarePartiamo dall’inizio, da quello che in questa cantina è sempre stato il punto di partenza. Il Derthona, quello base, quello che Enrico chiama il punto di ingresso nel mondo Mandirola. Le viti hanno una trentina d’anni, il suolo è calcareo argilloso come tutto il Tortonese, l’esposizione va dal sudest al sudovest. La raccolta è interamente manuale, in piccole ceste. Il vino affina almeno dodici mesi sulle fecce nobili. Tutto come sempre. Eppure.

Il 2024 è stata un’annata complicata per i Colli Tortonesi. Siccità estiva e poi piogge concentrate, una vendemmia che ha richiesto attenzione e selezione quasi chirurgica. Nei vini che ne sono venuti fuori si sente quasi fisicamente il racconto di quella tensione: freschezze più pronunciate del solito, una mineralità che si impone subito, una struttura che tende più al verticale che all’ampio.

Il colore è paglierino luminoso, con quella trasparenza giovane che ricorda certi mattini di ottobre sulle colline del Tortonese. Al naso è ancora in una fase di raccoglimento: fiori bianchi sottili, agrume fresco, una nota erbacea pulita, e poi quella pietra focaia che è quasi il marchio di fabbrica del Timorasso quando viene da certi suoli. Non è un naso esplosivo, ma è onesto. E in questo, di Enrico, ci somiglia molto.

In bocca si fa più deciso. L’acidità è viva, il sorso è snello e diretto, con una sapidità che accompagna e non stanca. Frutto di pesca bianca appena accennato, mandorla sullo sfondo, un finale che si asciuga lentamente lasciando quella sensazione minerale che è il vero affresco di questo territorio. È un vino che ha bisogno ancora di qualche mese per trovare la sua larghezza definitiva, ma che già adesso dice cose precise su chi l’ha fatto e dove viene.

Non chiedergli troppo subito. Come Enrico, risponde meglio quando ci si mette comodi e si lascia che sia lui a prendere il ritmo.

Tantéi Timorasso Riserva 2023 Colli Tortonesi DOC

Tantéi. Il vigneto che porta il nome di quel luogo. Il cassetto chiuso di cui parlava Enrico, quello dove si tengono le lettere di Quinto e le fotografie con la data scritta a mano. Qui le viti hanno un secolo di vita, o forse più, e ogni anno che passa aggiunge qualcosa che non si riesce a descrivere senza scivolare nella retorica. Allora ci provo in altro modo: è come ascoltare qualcuno che ha visto troppe cose per avere ancora bisogno di alzare la voce.

Si versa. Il colore è un giallo paglierino bellissimo, luminoso, con riflessi dorati che si muovono nel calice come se avessero una vita propria. Già guardarlo è una promessa.

Al naso, la prima cosa che arriva è un agrume acerbo, aspro nel senso buono del termine. Uno zest di limone molto verde che quasi pizzica le narici prima ancora che si apra tutto il resto. E poi il resto arriva. Erbette di campo, fieno, paglia. Un sentore di pietra focaia che qui è più profondo che nel Derthona base, più radicato, come se venisse da sotto. E poi qualcosa che sulle prime sorprende: una nota di vaniglia, discreta, quasi timida, che si sposa con il limone creando qualcosa che assomiglia a una crema agrumata. Zenzero. Fiori bianchi freschi, appena tagliati — il tipo di profumo che senti solo se qualcuno ti ha messo in mano un mazzetto di margherite cinque minuti fa. Pesca bianca. Un soffio di melone bianco. E infine una balsamicità che apre le narici completamente, come se qualcosa si dilatasse.

In bocca è meravigliosa la tensione. Aspro e sapido e fresco e pulito, con l’agrumato che spinge insieme alla mineralità in modo tale da allargare la bocca invece di stringerla — non è la freschezza che divide ma quella che pulisce, che rivela, che mette a fuoco. Poi mandorle, poi pere. Il vino sembra voler salire in verticale — teso come una corda — e invece a un certo punto si allarga, si distende, e lascia una bocca che continua a stupirsi di quanto sia pulita. Completamente pulita. Il legno c’è stato, ma non lo senti. È passato senza lasciare tracce riconoscibili, come un ospite educato che si ritira prima che la festa finisca.

Il finale è mandorla quasi amara. Un sigillo. Non una chiusura. Una firma.

Il Tantéi 2023 è un Timorasso che mi ha fatto pensare a quella frase che Enrico ha detto quasi di passaggio, parlando di aneddoti e storie: 

l’odore non puoi studiarlo, è un ricordo.

Ecco. Questo vino è esattamente questo. Non lo bevi. Lo ricordi mentre lo bevi. E non sai ancora di cosa, ma sai che è importante.

Praie Barbera 2024 Colli Tortonesi DOC

Il rosso. E qui è giusto dire una cosa che vale per tutta la produzione di Mandirola, ma che per la Barbera è forse ancora più evidente: Enrico non cerca l’effetto. Non cerca il vino che impressiona la prima volta che lo assaggi e poi sparisce dalla memoria. Cerca il vino che ci sia ancora lì, nella testa, tre giorni dopo cena.

Enrico Mandirola. Il fondo del filareIl Praie viene da viti di quarant’anni, da quelle stesse colline tra i 250 e i 300 metri dove il suolo calcareo e argilloso racconta la stessa storia di marini antichi e geli moderni che Quinto spiegava al bambino Enrico mostrando i sassi. La fermentazione è lunga, tradizionale, poi il vino riposa in bottiglia per un anno prima di uscire. Niente di complicato. Niente di ridondante.

Nel bicchiere è rosso rubino, intenso e brillante, uno di quei colori che di notte sembrano avere una fonte luminosa propria. Al naso è fragrante e diretto: frutti rossi freschi, fragola, amarena, una nota di violetta che passa rapida ma si fa sentire. Non c’è arroganza in questo naso. C’è simpatia. Quella simpatia piemontese che si concede raramente ma quando arriva è autentica.

In bocca la Barbera mostra la sua caratteristica più bella e più incompresa: quell’acidità vivace che non stanca, che anzi accompagna il pasto come un interlocutore interessante. Il corpo è armonico, non pesante, non leggero — giusto. Note di confettura di fragola sul finale, un lieve tocco speziato, una chiusura che non si trascina e non si tronca: semplicemente finisce quando deve finire.

È il tipo di vino che mi piace portare a una cena dove non si parla di vino. Perché non ha bisogno di presentazioni. Si presenta da solo, occupa lo spazio che si è guadagnato, e fa stare bene le persone sedute a tavola. Che poi, mi viene da dire, è la stessa cosa che fa Enrico quando qualcuno riesce finalmente a farlo parlare.

Enrico Mandirola. Il fondo del filare

Dunque

Mi chiedo spesso, lavorando a questa rubrica, cosa distingue le storie che vale la pena raccontare da tutte le altre. Non è la grandezza dell’azienda, non è la notorietà del vino, non è nemmeno necessariamente la qualità che pure è importante. È qualcos’altro. È la sensazione che chi hai di fronte stia vivendo la propria vita davvero, non interpretando una parte. Che le sue scelte abbiano un costo reale, che le sue fragilità siano autentiche, che i suoi orgoglio e le sue paure coesistano senza che uno cancelli l’altro.

Enrico Mandirola, titolare di dodici ettari di Colli Tortonesi, padre di Cecilia e Francesco, figlio di un uomo che lo guardava in fondo al filare, ha quella cosa lì.

La semplicità, diceva. La semplicità come scelta, come postura, come risposta al rumore del mondo. Non la semplicità di chi non ha niente da dire. Quella di chi ha così tanto da dire che ha imparato a scegliere.

C’è una vigna di cento anni che aspetta in cantina. C’è una lettera di un uomo di 96 anni in un cassetto. C’è un terreno comprato un mese fa che diventerà una vigna nuova. C’è un rosé che si chiama come una bambina nata in un anno difficile.

Non è storia inventata. È storia vera, e per questo è più difficile da raccontare.

Ma ne vale la pena.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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