Federico D’Alessio. Il Bottino della vita
13 Mar 2026
Suggestioni di Vino

Federico D’Alessio. Il Bottino della vita

 

Abbiamo due vite. La seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una. Confucio

Non ho mai capito quando si realizza la consapevolezza cui Confucio fa riferimento. Magari non si realizza proprio. Si percorre la propria esistenza senza rendersi conto che non è quello il binario giusto. Alle volte capita di accorgersene troppo tardi. Però, se veramente capita e si ha ancora il tempo per cambiare strada valorizzando quella che si ha, l’unica che davvero si ha, allora il premio è davvero incredibile. Un premio o magari un bottino. Chi lo sa.

Per renderci conto della nostra vita, di quanto sia sul binario giusto, forse dovremmo guardare a quella degli altri. Anche se, una cosa che ho imparato nella vita è come non ci siano due vite uguali. Ognuno ha la sua storia. Magari somiglia a quella di qualche altro per qualche elemento, qualche tratto. In realtà, è unica. Non ve ne è un’altra uguale nella sua totalità. Nessun copia e incolla nonostante tanti tentativi di chi desidera tanto essere nei panni di qualcun altro. Ogni vita presenta aspetti così particolari da renderla perfettamente distinguibile dalle altre. Aspetti che meritano perlomeno di essere ascoltati, in pochi casi raccontati. Tutte le vite possono essere oggetto di spunti, idee e riflessioni. Anche insegnamenti.

Insegnamento. Ciò che viene insegnato (indipendentemente dalla capacità o volontà di apprendere), anche in modo occasionale

Quella di Federico D’Alessio, ragazzo nato e cresciuto a Lanuvio, in provincia di Roma, sembra una storia come tante altre. Normale si direbbe. Spesso però si guardano le storie delle persone dal buco della serratura, dai social, da chissà dove senza mai interrogarci sul cosa quella persona stia provando. Alle volte mi capita di guardare qualcuno per strada, una persona a caso e chiedermi cosa stia provando, dove sta andando, chi lo aspetta, cosa ha fatto ieri. Domande che rimarranno senza alcuna risposta. Ognuno di noi entra in contatto con migliaia di persone durante la vita ma solo di poche, spesso di nessuna, ne sa veramente tanto.

Lanuvio è uno dei 16 paesi dell’universo dei Castelli Romani.

Tranquillo, a tratti troppo tranquillo. Fuori dalle rotte degli avventori delle tipiche fraschette, rimane un pò in disparte nonostante il suo importante passato. Venne infatti scelto come residenza da imperatori romani come Augusto e Marco Aurelio e diede i natali a Commodo e Antonio Pio. Da sempre a vocazione agricola per la coltivazione di kiwi, grano, uva. Tanta uva, tanta quantità ottenuta dalle classiche coltivazioni a tendone. 

Negli anni 60 e 70 sì sono piantate uve atte a produrrei vini di buon grado alcolico, facili da bere. Vigneti che rendessero tanto con tanta Malvasia di Candia, Trebbiano Toscano, Merlot, Sangiovese. Si piantava Merlot è Sangiovese per dargli un pò di spinta acida. Non c’è stato mai stata un’evoluzione vera e propria nell’agricoltura e nel modo di fare vino.

A Lanuvio il tempo sembra essersi fermato a qualche decennio fa.

Con i pregi e i difetti di una simile circostanza. Con le tradizioni e i valori tanto forti da rappresentare una calamita per gli abitanti. Solo dopo una sorta di maturità e non certo per i ragazzi per i quali c’è, purtroppo, poco. Sia come attività sia come futuro. 

Sono di quella generazione nella quale i padri e le madri hanno detto: studia, vattene diventa avvocato, dottore, trova di un lavoro migliore di quello che abbiamo avuto noi. Papà è stato operaio è stato operaio per 43 anni in fabbrica, in una catena di montaggio; mamma, maestra elementare. 

Una vita normale, in un paese normale, con una famiglia normale.

Eppure, nei modi di fare di Federico, nella dialettica, nei gesti, si intuisce come sia una persona che, ancorché giovane, abbia tanto da raccontare e al contempo da vivere. Padroneggia il linguaggio, usa riferimenti storici e culturali appropriati, è posato. Cosa diavolo c’entra con il vino?

Sta proprio qui la magia della vita delle persone. Quella che può sembrare qualcosa di normale, ad un certo punto rischia di virare completamente. O parzialmente. Ci si trova a capire come la normalità tanto sbandierata abbia sempre e comunque piccoli o grandi elementi dirompenti. 

Le scuole superiori vissute con i problemi che può avere qualunque ragazzo anche grazie a docenti in grado di creare passioni o odi per le materie. Non è sempre colpa dei ragazzi se qualcosa va storto. 

Andavo a scuola contro voglia. Fortunatamente in quarta mi sono appassionato alla chimica. Mi facevo i fuochi d’artificio da solo. Volevo capire come funzionavano dall’interno. La chimica degli esplosivi. Feci una tesina molto particolare entrando in classe con un fornello bunsen facendo cambiare colore la fiamma bruciando vari tipi di elementi così da spiegare il fenomeno molecolare che avveniva, ovvero la transizione elettronica sugli orbitali atomici di questi atomi. Da lì mi sono agganciato a tutta la fisica quantistica che c’è dietro l’atomo, i fuochi San Giovanni quindi Cesare Pavese e il contesto agreste. 

Ferma ferma. Fornello bunsen, atomo, fisica quantistica? 

Non sono certo discorsi di un ragazzo di sedici anni. Semmai di qualcuno che queste materie le ha studiate davvero. In ogni modo Federico è l’esempio di come i ragazzi stimolati e compresi nelle loro attitudini possano fornire contributi pazzeschi. Occorrerebbero docenti capaci, non svogliati, attenti e dotati di grande spirito di autocritica. È cosi comunque che dal fornello bunsen Federico si iscrive all’Università con due ammissioni in tasca: Chimica e Biotecnologie Agro Industriali. 

Ho capito che la chimica mi sarebbe piaciuta ma sarebbe poi diventata ad un certo punto estremamente teorica, mentre le biotecnologie mi davano la possibilità di applicare i miei interessi nella chimica nella biologia. Potevo in qualche modo innovare o provare a portare innovazione in un settore così tradizionale come quello che c’era in questo territorio.

Il territorio è quello di Latina e dalle grandi pianure pontine ricche di tante realtà agricole sviluppatesi grazie ad un’agricoltura prettamente di tipo convenzionale e volta a produrre grandi quantità di prodotti alimentari per la grande distribuzione o per i mercati rionali. 

Il ragazzo di Lariano, dopo la laurea inizia il dottorato in biochimica per spostarsi all’Università di Bologna per proseguire il percorso accademico. 

Il percorso formativo offerto a Bologna aveva un approccio maggiormente pratico rispetto a quello di Roma dove era un po’ un minestrone. La tesina la feci con un professore che assecondò la mia passione per l’enzimologia ovvero l’utilizzo degli enzimi come catalizzatori di reazioni non necessariamente naturali, facilitatori. Delle figure microscopiche, anzi nanoscopiche di quello che poi vogliamo fare noi nella vita. Io faccio l’ottimizzazione dei processi, quindi facilito la vita a degli industriali. Gli enzimi fanno questo nella natura: facilitare.

Federico D’Alessio. Il Bottino della vita

Lui lavorava appunto nell’enzimologia e mi poteva dare la possibilità di esplorare l’enzimologia dei batteri. Aveva dei dei progetti molto particolari perché lavorava prevalentemente su due molecole: uno era una polimerasi cui stavano modificando alcuni attivi per vedere come si comportava, perché le polimerasi umane per poter fare il loro lavoro, hanno bisogno di uno stampo a doppia elica di DNA. Aveva trovato il modo di modificare questa polimerasi affinché non avesse bisogno più del doppio stampo.

Lo so, non ci state capendo nulla. In un articolo che dovrebbe parlare di vino ci si imbatte in enzimi, polimerasi, DNA, stampi di reazione.

Aiutoooooooo.

Se non capite, non importa.

Non è detto lo capisca bene anche io e non serve comprendere nel dettaglio il significato di termini tanto astrusi. Importante è comprendere come la vita di un ragazzo di Lanuvio, bocciato in quarto superiore e presentatosi in classe con un fornello bunsen, si sia evoluta così incredibilmente da portarlo fare il ricercatore, lo scienziato. Non proprio l’ultimo dei mestieri ne tantomeno il più semplice. Laboratori in giro per il mondo, analisi dalla mattina alla sera, attività, progetti. 

A Cipro usavo le alghe e l’acqua di mare per produrre bio gas, bio metano. Ero partito da dei fanghi attivati, quindi dal rifiuto dei depuratori. Ho prodotto una miscela composta per l’87% da metano e per il 13% da azoto. Un prodotto che in realtà era vendibile già in Olanda. 

Uno guarda Federico dietro il banco di degustazione di un evento del vino e vede un ragazzo sorridente, semplice, allegro, disponibile. Ti parla dei suoi vini, di Lanuvio, della vigna del padre. Nessuno e dico nessuno immaginerebbe di avere davanti una persona che ha nella mente enzimi e polimerasi qualunque cosa vogliano dire. 

Ad un certo punto ho sentito il bisogno di ritornare in Italia così che vengo a fare il dottorato a La Sapienza. Per tre anni mi formo e allo stesso tempo capisco che l’Università e la vita accademica, non fanno per me. 

Uno dei tanti. Uno dei tanti ragazzi fagocitati dal sistema universitario della ricerca, basato su concorsi, contratti temporanei, progetti e tutte le precarietà possibili. Giochi di potere, nepotismo, amichettismo. Nulla sembra avere un senso se non per chi continua ad essere parte del sistema. Chi non digerisce più, va via. Proprio come Federico. 

Federico D’Alessio. Il Bottino della vita

C’è un meccanismo sporco e che soprattutto funziona tanto più quanto è grande il tuo network. Se sei in gruppi già grandi, è facile che tu emerga se stai in gruppi piccoli, non emergerai mai. Io ero in un gruppo piccolo che, tra l’altro, faceva ricerca . 

La ricerca sembra essere interessante solo per vive per la ricerca.

Non per chi deve finanziarla. Finanziare qualcosa che ha a che fare con il cancro può anche essere mediaticamente vendibile ma se l’oggetto è il il metabolismo della vitamina B, non gliene frega niente a nessuno. Questo il dramma della ricerca in Italia dove ogni cosa è governata dalla politica che, non sapendo di cosa si tratti, si fa tirare la giacchetta dall’amico di turno.

Ho capito che non avrei avuto un futuro lì. Nel frattempo avevo ripreso in mano i vigneti di di famiglia. Quelli che mio padre aveva sempre avuto. Erano gli anni in cui le cooperative fallivano e lui voleva estirpare tutto. Io gli dissi: facciamo una cosa diversa e cominciamo a vendere ai privati le uve mentre una parte ce la vinifichiamo noi. La biochimica dei metabolismi dei lieviti è la stessa usata in laboratorio. Tanti vivono di vino, perché non possiamo farlo noi e dare un senso a questo territorio. 

Aldilà di qualunque poesia che il vino può offrire o suscitare, la crescita delle piante è un fatto scientifico. Il trattamento in vigna è un fatto tecnico. La fermentazione è un fatto scientifico. L’affinamento, le filtrazioni, i batonnage, e ogni piccolo pezzo del processo di produzione del vino è un fatto scientifico. Chiaro che Federico senta di avere le competenze. Non solo per produrre vino ma anche per cambiare qualcosa da sempre realizzato allo stesso modo. 

Nel 2017 ho cominciato a gestire la produzione in vigna.

Un ettaro.

Un solo ettaro al quale Federico applica le proprie conoscenze scientifiche aiutato dal papà che, come si usa da queste parti e in qualunque cultura contadina, ha ricevuto il testimone dal proprio padre e così via fino alla notte dei tempi. 

Il nonno ha insegnato a papà quello che era il suo modo di potare e papà lo ha insegnato a me. In inverno gli do una mano così per la potatura verde. Io porto quelle conoscenze di fisiologia vegetali così che laddove mio padre usa un modello per tutte le varietà riesco a fargli fare cose diverse.

La prima bottiglia nel 2020 con l’Avvio. Un vino vecchio stile seguito nel 2021 con la sperimentazione dell’Orange. 

Avvio 

Federico D’Alessio. Il Bottino della vitaIl colore è un giallo che non sa decidersi se essere paglierino o dorato, proprio come il sole sui Castelli Romani nel tardo pomeriggio, quando la luce è ancora alta ma l’aria ha già smesso di bruciare.

Al naso arriva prima la pesca, matura ed estiva. Poi la ginestra, il tiglio, una brezza di camomilla e salvia. Le scorze di mandarino aprono uno spiraglio agrumato subito ammorbidito dalla Malvasia. E poi ci sono loro, mandorla nocciola, discrete ma persistenti, che crescono mentre il vino si apre e si intrecciano con fiori e frutti costruendo qualcosa di coerente e bellissimo.

È il profumo degli alberi di mandorlo in fiore. È l’ombra fresca sotto cui ci si siede d’estate senza dirsi niente, perché non c’è niente da dire.

Trebbiano Toscano e Malvasia di Candia: due anime, un solo vino. La Malvasia porta la sua dolcezza avvolgente, quella carezza che ti fa stare bene senza sapere perché. Il Trebbiano risponde con la sua spinta acida, precisa e onesta, ristabilisce l’equilibrio e rimette il mondo in ordine. Il sorso è ampio, fresco, con una sapidità che insiste e torna come il mare che risale sulla riva e non si stanca mai.

E quel finale di mandorla. Lungo, gentile, quasi affettuoso. Come il finale di una bella conversazione, quando ci si saluta ma la voce dell’altro ti resta ancora nelle orecchie.

La bottiglia si svuota e non sai come. Non perché sia banale, tutt’altro. Perché è vero. Ti lascia stare, ti lascia ridere con chi hai accanto, spezzare il pane, guardare il tramonto. Uno di quei vini che non fanno finta di essere qualcosa che non sono. E questa, nel mondo del vino di oggi, non è una virtù minore. È una virtù rara.

Avvio. Il nome non mente. È un inizio di un pasto, di una serata, di un’estate.

Prima ancora di produrlo, il vino l’ho bevuto. Ho cominciato a bere il vino a sei anni con mia nonna paterna, nonna Rosa. Era molisana e mi dava un dito di vino rosso e diceva: bevi che sei pallido. Era il vino rosso che facevamo noi in casa a partire da Sangiovese mischiato con Malvasia e Trebbiano. Un vinaccio che era buono per sei mesi, poi prendeva l’aceto. 

Nelle zone di Lanuvio così come in tutta l’area dei Castelli Romani, bere vino sfuso era ed è la normalità. Berlo in bottiglia, qualcosa di poco usuale fatto un pò per cercare di evolversi, per darsi un tono, per sperimentare. Si beve di tutto con le poche risorse che si hanno a disposizione.

I miei anni a Bologna da questo punto di vista sono statiti formativi. Ho trovato delle compagnie che mi portavano a bere nelle enotechine giuste. Con il professor Hochkoeppler facevamo le nottate in laboratorio e poi andavamo a cena fuori nelle piccole trattorie della Bologna non turistica così da bere delle produzioni molto particolari di vari vitigni emiliano/romagnoli. Cominciai a sperimentare i vini non convenzionali dei piccoli produttori. Sono tornato, ho continuato a bere meno e meglio fino a che poi non ho cominciato a produrre vino facendo anche il corso da sommelier. 

Un modo magari per istituzionalizzare il vino evolvendosi da semplice appassionato a produttore consapevole. Gli eventi, il confronto con gli altri produttori, il mercato. Tanto da imparare per chi proviene da un mondo così profondamente diverso e arriva invece in un altro dove la competizione è tanta al pari dell’ignoranza. 

Dopo averli prodotti ho cominciato ad andare in giro per i ristoranti facendo il classico porta a porta. Tanto nella mia vita ho fatto di tutto. Ho cominciato a lavorare a 15 anni con mio zio che aveva un negozio di elettrodomestici facendo assistenza dei frigoriferi e lavatrici a casa delle persone. Con la transizione dall’analogico al digitale terrestre eravamo come i gatti e stavamo sui tetti del paese a montare le antenne. Ho fatto il pizzaiolo e consegnato pizze. A Bologna facevo il barista. 

Nel 2020 la prima etichetta, nel 2021 l’Orange sempre vinificate conto terzi. Troppo poco un ettaro per permettersi una cantina. Adesso di etichette ce ne sono tre. Ma sempre troppo poche le bottiglie prodotte. 

Ho trovato questo vinificatore che mi ha detto: senti, vieni, porta l’uva da me che ho un serbatoietto da 2000 litri. Feci 2214 bottiglie il primo anno (2020). Dopo il lavoro andavo in giro per i ristoranti bussavo: ciao senti, sono un piccolo produttore dei Castelli Romani, vuoi provare il mio prodotto? Ti va? Lasciavo la bottiglia da assaggiare spiegando il progetto. Poi capisci che era meglio aprire le bottiglie insieme a loro per farle assaggiare. Il primo anno vendo i tre quarti della produzione. Il resto mi rimase sul groppone. 

Per un piccolo produttore iniziare a vendere dopo il covid, con tutti i medio grandi produttori con i magazzini pieni e la possibilità di fare sconti, non deve essere stato per nulla semplice. Federico come tanti. Tanta buona volontà, tanta voglia di fare bene, tante bottiglie rimaste nei magazzini. Anche fino a tutto il 2024.

Avevo prodotto l’Orange perché avevo assaggiato i vini di Gravner e mi erano piaciuti. Feci 300 litri per gioco e ho venduto praticamente solo quello. Nel 2022 lo rifaccio e ha ancora un gran successo.

Mille e una Vite è l’orange wine.

Una di quelle etichette che già nel nome promette complessità e racconto. E lo fa davvero. Divisivo come non mai. Lo potreste trovare meraviglioso come orrendo. Ma ciò che conta è che la sua nascita che è arte e l’arte nasce sempre dall’unione di cose che sembrano distinte. Come Mille e una Vite, costruito sull’unione in parti uguali di cinque uve autoctone: Trebbiano Toscano, Trebbiano Giallo, Malvasia di Candia, Malvasia Puntinata e Bellone. Cinque voci diverse che Federico ha scelto di far cantare insieme, macerandole sulle bucce, lasciando che il tempo facesse il suo lavoro. Perché è questo, in fondo, ciò che distingue un orange wine da tutto il resto: la pazienza ovvero il coraggio di aspettare.

Quando il vino entra nel calice, il primo pensiero è il colore: un oro caldo e profondo. È il colore del miele d’estate, dell’ambra antica, della luce che filtra attraverso le veneziane di una casa di campagna nel tardo pomeriggio. È già una promessa.

Il naso è generoso senza essere stancante. Arrivano profumi di albicocca e pesca gialla disidratata, come se la frutta avesse attraversato un processo di concentrazione, di essenzializzazione. Poi la papaya, esotica e la frutta secca, mandorle, noci che richiamano quella mineralità tostata propria dei terreni vulcanici. C’è anche zenzero, una nota piccante e fresca che sorprende e, sullo sfondo, delle erbe di campo quasi secche, come l’odore di un prato d’agosto, quando l’estate ha già tolto l’umidità all’erba e ne rimane solo la memoria aromatica.

Nel sorso, questo vino si apre come si apre una conversazione tra persone che si conoscono bene: con calma, senza forzare. C’è un ingresso sapido che prepara la strada, poi una progressione onesta, lineare, che porta a un ricordo di cedro e frutta secca nel finale. Non è un vino che cerca di essere quello che non è. È rustico, sì ma di quella rusticità che ha dignità, che non si scusa, che sorride di se stessa. Il tipo di carattere che si incontra raramente e che, quando si incontra, non si dimentica.

È un orange wine di approccio. Non costruisce labirinti né esige decifrazione. Si siede accanto a te, ti accompagna durante un pasto o in un aperitivo, e lo fa con una naturalezza che è, essa stessa, una forma di eleganza.

Mille e una vite non è un vino da meditazione. È un vino da compagnia ma come tutte le compagnie, occorre scegliersele. 

Anche per quelle che sembrano poche bottiglie, Federico si impegna.

Ognuno ha una molla che lo spinge a fare le cose.

Per Federico è quel senso di precarietà latente che lo pervade. Lasciata l’università, entra prima in una azienda di ricerca poi inizia a fare il consulente. Etica, insofferenza per ciò che non gli va giù, idealismo, capacità di analisi del contesto. Tutto genera malumore, precarietà. Un ragazzo di poco più di trent’anni, con un figlio e una moglie avrebbe bisogno di maggiore stabilità. Forse è la vigna, il vino, quella stabilità ricercata. Non a titolo esclusivo ma, un supporto. Un elemento di stabilità in tanta instabilità. Un solo ettaro può bastare per iniziare un progetto. Magari per poi espandersi, per crescere, per credere che qualcosa di diverso, sia possibile. In fondo, i vini arrivano anche a Copenaghen. Quasi per caso, dopo aver letto un commento di un importatore su Facebook, Federico gli invia del vino. Piace subito. L’importatore gli dice di andarlo a trovare quando passerà per Copenaghen. Già, ma non è che uno ci passa così per caso.

Mi chiama un mio amico e mi fa: senti, voglio andare a vedere il concerto di Placebo. Dove lo fanno? A Copenaghen. Così ho risentito l’importatore e gli ho detto: senti io sto venendo a Copenaghen per un concerto. Se vuoi, vengo un giorno prima, ci sediamo attorno a tavolo, assaggiamo i vini e facciamo due chiacchiere. Da lì è nata questa piccola collaborazione. 

Cinque enoteche in giro per Copenaghen, distributore per alcuni ristoranti italiani e di cucina contemporanea a Copenaghen. 

A Copenaghen si aggiungono altri clienti di Roma. Le cose iniziano a girare.

3800 bottiglie. 2200 di Avvio, 1300 di Mille e una vite, 500 di Cesanese, poi 300 rifermentato in bottiglia.

Origine 2024 è il Cesanese che nel calice arriva con quel suo rubino semplice, sbarazzino, senza fronzoli, vivace e luminoso.

Non cerca di impressionare. Non ha quella densità opaca di chi vuole fare a tutti i costi la figura del grande vino. È trasparente, quasi sincero. Si lascia guardare attraverso, come si lascia guardare attraverso la luce del pomeriggio di aprile sui Castelli.

Poi al naso arriva la freschezza che non ti aspetti, o forse sì. Ma solo se conosci queste terre. Frutta rossa croccante, quella che ti viene voglia di mordere direttamente dalla pianta. Sentori balsamici vinosi, un verde vegetale che non è stanchezza ma vitalità. Un profumo che sa di vigna ancora addosso, di uva appena pigiata, di estate che finisce. C’è qualcosa di scrocchiarello in tutto questo, qualcosa di vivo e immediato, come mordere un grappolo direttamente dalla vite al tramonto.

In bocca, Origine si rivela senza sovrastrutture. La sapidità è la prima cosa che parla,  decisa, vera. Una sapidità minerale che ti dice chiaramente da dove viene, su quale suolo si sono formate le radici. Poi la freschezza, che abbraccia tutto e un calore gentile che non brucia ma accompagna. I tannini? Ci sono, ma non fanno i prepotenti. Stanno al loro posto come gli ospiti educati di una cena semplice e buona.

Origine non ha l’ambizione di essere il vino della vita. Ha qualcosa di meglio: la generosità di chi non ha nulla da nascondere. È il vino del tavolo apparecchiato in fretta in giardino, quello della bottiglia stappata senza cerimonie, di quell’ora tra il lavoro e la sera in cui hai voglia di qualcosa di vero. Lo apri, lo bevi, lo finisci. E se ne avanza, lo richiudi. Poi lo riapri. E ancora via.

Poche, dannatamente poche le bottiglie, ma utili per ricavarne, lavorando in totale economia e senza grilli per la testa, un piccolo reddito. Per alleviare quel senso di precarietà. Di grilli per la testa Federico non ne ha. Non è tipo. Non è da lui. 

Comprare un trattore costerebbe come una vettura ma io non c’ho mai avuto una macchina nuova. Ho cominciato girando con la vecchia Panda di mio nonno. Poi ho preso la macchina di mia madre. Adesso mi sono comprato l’Opel Corsa usata di una signora che mi ha fatto un prezzo d’occasione. Mi serve la macchina che mi porta un posto all’altro. Non ho bisogno di una macchina costosa. Il grosso delle riparazioni me le faccio da solo. Il tagliando me lo faccio da solo; il cambio come me faccio da solo.

Io non rifiuto l’intervento sui vini quando c’è bisogno, perché chiaramente tu devi dare prima di tutto una bevanda potabile alle persone. Tutto quello che non è necessario non viene dato per non influenzare l’espressione. Le fermentazioni sono spontanee ma possono essere innestati lieviti se c’è bisogno di terminare la fermentazione per evitare il residuo zuccherino. Sul bianco, per esempio, innestiamo un lievito che abbiamo selezionato anni fa e che riportiamo avanti negli anni. La spumantizzazione è fatta con un lievito selezionato per realizzare uno stile di vino che piace a me.

Federico è uno scienziato e la sua mente non può che ragiona in un maniera razionale.

Parla di vigna e di vino estraniandosi dai fronzoli di una narrazione poetica priva di concretezza e riscontro scientifico. 

Gli impianti hanno settant’anni e cominciano ad avere i loro anni. Per quanto sia bella la poesia di avere un impianto di settant’anni è un impianto che comunque prima o poi dovrò cambiare. La generazione di mio padre era la generazione del primo dopoguerra, che vive unicamente sulla tradizione e che accetta malgrado la raccolta meccanizzata. 

Ma la raccolta meccanizzata, in un’epoca in cui non ci sono più i braccianti agricoli, diventa fondamentale. In questo scenario va preso in considerazione anche l’idea di impostare i filari in maniera da poter, nel giorno in cui non la possibilità di raccoglierla a mano farlo a macchina senza rovinare il prodotto. 

Zero fronzoli e solo scienza. Magari poca poesia ma ineccepibile dal punto di vista razionale. Senza braccia di supporto, raccogliere a mano vorrebbe dire portare l’uva in cantina a temperature poco consone ad un processo qualitativamente corretto. Cosa che Federico non transige: i suoi vini devono essere qualitativamente ineccepibili. 

I miei vini sono identitari perché da vitigni autoctoni. Lavoro quasi esclusivamente in blend. Con il Cesanese in purezza, solo per motivi commerciali per assecondare la tradizione vitivinicola di zona.

Ecco dunque Federico D’Alessio, un ragazzo di Lanuvio diventato scienziato che per sopperire parzialmente alla sua precarietà si è messo a fare vino sulle terre della famiglia. Vini che gli vengono anche piuttosto bene e che evidenziano come non serva sempre essere arsi da qualche sacro fuoco per produrre qualcosa di notevolmente interessante. Un insegnamento che dovrebbe far riflettere molto coloro che si inventano storielle per promuovere qualche realtà vitivinicola. Non serve. Non serve davvero.

Certo, continuo a pensare a cosa ci siamo persi nel non avere Federico unicamente come scienziato o nel non averlo nel produrre vino in maniera ancora più dedicata. Credo rimarrà una di quelle cose che non scoprirò mai nella vita.

PS Federico non me l’ha detto ma credo che il nome Il Bottino rappresenti una sorta di guadagno meritato, di quella soddisfazione che arriva solo dopo il lavoro duro, dopo la pazienza, dopo l’attesa. Non la vincita improvvisa, ma il raccolto, quello che si ottiene perché lo si è seminato.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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