Federico Mencaroni. Il vino è un atto di libertà
Esistono parole che rischiano di perdere significato perché vengono usate troppo spesso. Libertà non è una di queste quando viene vissuta ogni giorno attraverso le proprie scelte. Nel racconto di Federico Mencaroni, il vino diventa il linguaggio con cui affermare un’idea precisa del mondo, del territorio e del proprio modo di stare dentro le cose.
Perché?
Perché diavolo uno sceglie di fare il mestiere del vignaiolo che poi si tratta sempre un contadino?
Me lo chiedo spesso, guidando verso qualche cantina lungo una statale che taglia i campi, con la radio accesa su una stazione che trasmette roba che non conosco più. Me lo chiedo nei tratti di autostrada, nei raccordi anonimi, nei parcheggi di qualche zona industriale dove il vino si fa tra capannoni e recinzioni. Me lo chiedo anche quando, per contrasto, arrivo in un posto bello e capisco che qualcuno ha scelto di restare. Perché?
Perché uno sceglie questo mestiere? Perché lo sceglie davvero, con tutta la consapevolezza di chi sa cosa si porta dietro. La terra, la famiglia, la provincia, il rischio economico, la solitudine creativa, il confronto perpetuo con qualcosa che non controlli mai del tutto, cioè la natura. Perché?
Ciliegie e grandine. Sole e muffa. Il vino che viene, il vino che non viene. Il mercato che premia l’ordinario e ignora chi si ostina a fare le cose a modo suo.

Federico Mencaroni sta a Corinaldo, nelle Marche. Un posto che, a chi non è marchigiano, probabilmente non dice nulla. Eppure è incastonato tra Senigallia e la dorsale appenninica, con il mare che si intuisce dalla finestra e i colli che scendono dolci verso la costa. È lì che esiste la sua azienda. Undici ettari oggi, cinque ereditati da un nonno che vinificava in botti di legno e mandava il vino a Milano e Torino in damigiana, come si faceva in quegli anni in cui partivano treni carichi di vino sfuso verso le città del nord che avevano sete e non avevano vigna.
Ma Federico a Corinaldo non ci è rimasto. Prima è fuggito, come si deve e come si fa quando si è giovani e la provincia stringe. Poi è tornato. E questo ritorno, come tutti i ritorni veri, vale più della partenza.
Chi è Federico
Studiavo biologia a La Sapienza. Poi un amico al Politecnico di Milano doveva cambiare casa. Ho detto, vengo io. Così, per caso ho fatto l’esame di ammissione a enologia alla facoltà di Agraria. C’erano venti posti. Sono entrato. Da lì non ho più smesso di studiare.
Biologia. Ingegneria Aerospaziale rifiutata a favore di un esame fatto quasi per gioco. Mi sembra ci sia qualcosa di tipicamente italiano e tipicamente umano in questo percorso obliquo, in questa traiettoria che sembra casuale ma che forse casuale non è mai. Federico era cresciuto tra le botti di suo nonno.
Ci correvo sopra da bambino. Erano tutte attaccate e ci potevi camminare sopra. Era come un labirinto.
Il vino era già dentro di lui, come una lingua madre che aveva dimenticato di parlare e che un giorno, per caso, è tornata in bocca.
Quante storie ho sentito simili a questa e quante invece sono diverse. Penso al figlio che eredita e non ha altra scelta. Penso al figlio che eredita e non lo vuole e lo fa lo stesso perché nessuno gli ha detto che poteva dire di no. E poi penso a Federico, che ha detto di sì dopo aver detto forse, dopo aver visto le botti di Bordeaux, dopo aver dormito qualche notte da Selosse.
Quando non era ancora così famoso
E dopo aver capito che quella cosa lì, la fermentazione, il tempo, la pazienza, il controllo e il suo contrario, ha capito che era la cosa che voleva fare.
Il periodo milanese di Federico è un capitolo a sé. Anni in cui gira le cantine d’Italia come consulente, ricercatore sul campo, enologo itinerante: Caprai in Umbria, Mottura in Puglia, la Basilicata, la Franciacorta, il Friuli. Ogni estate parte, ogni dicembre torna. Una vita da serial killer come lui stesso la definisce ridendo
Tornavo a missione compiuta
E poi Bordeaux. Quarantacinque château visitati in una sola trasferta. Margaux, Lafite, Cheval Blanc, Pétrus.
Ti senti ancora più piccolo
Lo capisco. In certi posti c’è quella grandezza che non schiaccia ma interroga, che non toglie respiro ma lo modifica. Quegli châteaux sono la dimostrazione che l’ossessione, quella giusta, quella costruita su generazioni, quella che non ha fretta, produce qualcosa che resiste al tempo. Federico lo guarda, lo registra e lo porta a casa dentro di sé.
Nel frattempo, a Corinaldo, suo zio continua. Suo padre aiuta. Le vigne ci sono. L’azienda esiste, piccola, silenziosa, produttiva a modo suo. Federico inizia a rubacchiare spazio. Qualche etichetta di Verdicchio, qualche Rosso, bottiglie serigrafate altrove per evitare qualsiasi punto di frizione con chi già c’era.
Arrivavano in azienda già pronte con il fronte-retro. Bastava riempirle.
Un gesto di rispetto e di strategia insieme. Ma soprattutto è il gesto di chi sa già dove vuole arrivare.

Il ritorno vero avviene nel 2009, 2010. Federico lascia Milano. Sua moglie Sonia lascia Venezia. Lei, laureata in lingue orientali, giapponese, tra l’altro, ha quella competenza, che in qualsiasi altra vita sarebbe rimasta un’eleganza accademica e che invece, in questa, diventa una porta sul mercato asiatico. Federico diventa uno dei primi esportatori di metodo classico di Verdicchio in Giappone.
Ho incontrato storie simili. Una cantina marchigiana, Biancopecora, fondata da milanesi che hanno mollato tutto e sono scesi a fare vino nelle Marche. Il verso contrario della stessa traiettoria. Migrazioni interne, spostamenti silenziosi, bisogno sempre più urgente di trovare un posto dove vivere abbia ancora una scala umana.
Per me che vivo nel delirio di Roma, una vita tranquilla magari gioverebbe. Roma è una città che ti vendi come un sogno e poi non ti lascia viverla. Ce l’hai tutta, ma non la sfrutti. Stai dentro una cartolina che non riesci a leggere.
A Corinaldo, invece, si vede il mare da casa.
Federico è maniacale nelle sue cose.
Nei metodi, nella precisione, nelle parole. Tutto per ricercare non la perfezione ma il meglio. O forse per non sbagliare.
Io non ho mai detto che i miei prodotti sono buoni. Quando stappi un mio vino, è un’esperienza. Positiva o negativa, ma un’esperienza.
Una frase che vale più di qualsiasi scheda tecnica. È la frase di qualcuno che non ha paura del giudizio perché conosce così bene ciò che ha realizzato tanto da essere lui stesso il primo critico. Lui ha un giudizio che può decodificare in tempo reale, come un musicista che sente una nota sbagliata in una sala buia. Se la critica rientra nei parametri di quello che sa di aver prodotto, la valuta. Se non ci rientra, sa già che viene da altrove. Magari dal gusto personale di chi beve, dal pregiudizio, dalla fretta, da qualcosa che non ha a che fare con la bottiglia.
Come se uno salisse su una Mercedes e dicesse che è scomoda
Rido, perché è un paragone esatto. Ogni prodotto serio, ogni prodotto fatto con visione, ha una grammatica interna che o conosci o non conosci. E se non la conosci, la colpa non è della Mercedes. Ad una Mercedes-Benz puoi dire tutto ma non che non sia comoda.
Le grandi maison di Champagne costruiscono i loro assemblage, le cuvée in un modo che sembra un atto di coerenza stilistica attraverso le annate così da rappresentare una sorta di contratto implicito con chi beve. Federico non fa Champagne, ma ragiona allo stesso modo
Non ho mai fatto vini di moda. Non so neanche cosa stiano facendo gli altri. L’ho scelto. Per non essere contaminato.
Il Brut Nature. Devo parlarne.
Quarante mesi sui lieviti, Verdicchio, metodo classico. Quando Federico lo lancia, nelle Marche non c’è ancora la dicitura nel disciplinare. I legislatori gli dicono che non si può scrivere Brut Nature sull’etichetta.
Fate come volete. Se volete metterci Spumante, nessun problema. Lo vendo comunque.
Oggi quella dicitura c’è. Oggi tutti la fanno, quella tipologia. Federico lo dice con una risata che è metà soddisfazione e metà rassegnazione. È diventato simpatico a pochi e scomodo a molti.
Quando chiedi aiuto diventi simpatico. Io non l’ho chiesto.
È il prezzo dell’indipendenza. Lo pagano tutti quelli che arrivano prima. Lo pagò Selosse quando faceva Champagne in modo che sembrava sbagliato. Lo pagano i pittori che cambiano modo di dipingere quando il mercato vuole altro. Lo paga chiunque abbia la chiarezza. E il coraggio di sapere cosa vuole prima che gli altri capiscano che era quello che volevano.
Poi lo copiamo. E l’originale diventa fastidioso per quello che ha dimostrato.
Il vino che sta sui lieviti per dieci anni è un’altra storia dentro questa storia. Sua moglie Sonia, che nel racconto di Federico è una presenza concreta, determinante, ironica, ad un certo punto gli ha detto
O esce il vino o ti lascio.
Ride raccontandolo. Poi aggiunge, serio
E avendo deciso di intraprendere anche il discorso della famiglia…
Una piccola confessione domestica incastonata in mezzo ad un discorso tecnico sui mesi di affinamento. Il vino e la vita che si intrecciano senza romanzarsi, senza bisogno di enfasi. Sonia è quella che gestisce il mercato estero, che conosce le lingue, che va alle fiere mentre lui sta in cantina a sperimentare. È la metà del progetto e non solo della famiglia.
A volte chi ti sta accanto capisce prima di te cosa stai facendo.
X Pas Dosé 2015. Verdicchio. Ho assaggiato la bottiglia n. 375 di 500

Undici anni. Undici anni sotto il tappo, nel silenzio di una cantina marchigiana, mentre il mondo del vino cambiava vocabolario, inseguiva mode, scopriva e dismetteva tendenze. Questo vino non ha sentito nulla di tutto questo. È rimasto lì, a diventare quello che doveva diventare.
Il colore è paglierino carico con riflessi dorati, il perlage fine e persistente, capace, cosa rara, di pulire il palato completamente ad ogni sorso come se si riazzerasse. Al naso è una sequenza che si costruisce con il tempo nel bicchiere: prima la crosta di pane fragrante con crema di limone, poi, lentamente, quasi con ritrosia, la tartelletta che non diventa mai burrosa, il gesso, i fiori bianchi, il pepe bianco che penetra in profondità. Poi la mela cotogna, la pera, la scorza di limone che torna e chiude il cerchio.
In bocca ancora a più sorprendente: nonostante gli undici anni è freschissimo, quasi acerbo. Sapido, diretto, pieno con una cicciosità che non ti aspetti da un vino che ha passato così tanto tempo a sgrassarsi. Il finale è lievemente amaricante, preciso, pulito.
È verticale e avvolgente insieme, duro e cremosissimo nello stesso sorso. Una contraddizione che si risolve solo bevendo. E poi si ricrea. E si ribeve.
C’è una parola che mi viene per questo vino e la uso con cautela perché la si consuma in fretta: sublimazione. Il Verdicchio che sale, che lascia dietro tutto il superfluo, e arriva da qualche parte dove non arriva spesso. Federico lo sa. Per questo ci ha messo dieci anni. E per questo sua moglie Sonia gli ha detto che bastava.
Aveva ragione lei. Come quasi sempre.
Metodo Classico Extra Brut, sboccatura 2021. Verdicchio, Chardonnay, Pinot Bianco
Colgo una precisione quasi infastidita in questo vino, come di qualcuno che non ha fretta di piacere. Il colore è paglierino con riflessi verdolini, il perlage fine e disciplinato. Al naso arriva subito una mineralità secca, gessosa, che ricorda certi vini della Loira più che le Marche. Poi viene fuori la crosta di pane, la scorza di limone, un tocco erbaceo che tiene tutto in tensione. In bocca è verticale, teso, con un’acidità che non concede nulla ma non stanca mai. Il finale è lungo, amaricante nella misura giusta, come il retrogusto di un caffè ben estratto. Non è uno spumante che ti abbraccia. È uno spumante che ti interroga. E le domande che pone sono quelle giuste. Le risposte? Dipendono da ognuno di noi. Le mie sono in realtà dei grandi complimenti a Federico.
Metodo Classico Rosé, sboccatura 2025. Verdicchio e Montepulciano
Rosa antico, quasi cipria, con bollicine che salgono silenziose come se non volessero disturbare. Al naso è una sorpresa gentile: fragola di bosco, lampone appena schiacciato e poi, inatteso, un soffio di agrume rosso, quasi bergamotto, che riporta il tutto verso la tensione e lontano dalla dolcezza. In bocca è fresco, nervoso, con una sapidità che percorre il sorso da cima a fondo senza mai cedere. La struttura è leggera ma non fragile: è la leggerezza di chi sa esattamente quanto peso portare. Un vino da bere con qualcuno che non conosci ancora bene, in un pomeriggio che non ha ancora deciso cosa vuole diventare.
Isola Verdicchio dei Castelli di Jesi 2023
Il nome è giusto. Sembra un vino isolato, nel senso nobile del termine. Qualcosa che non cerca di integrarsi, di assomigliare, di compiacere. Giallo paglierino luminoso, naso che apre su fiori bianchi e frutta a polpa gialla matura, poi si schiarisce verso la scorza di cedro e una nota iodata che arriva dall’ultimo momento, come una brezza che non avevi previsto. In bocca è pieno ma non pesante, con una sapidità marchigiana schietta e un finale che torna sempre lì, sull’agrume, sul sale, sulla pietra. Il Verdicchio nella sua forma più riconoscibile ma raccontato da qualcuno che lo conosce abbastanza da non aver bisogno di spiegarlo.
Opere Verdicchio dei Castelli di Jesi 2024
Se Isola è il Verdicchio che guarda al largo, Opere è quello che guarda dentro. Stessa uva, annata diversa, intenzione diversa. Al naso è più elaborato, più stratificato: mela golden, fiori di acacia, poi una speziatura sottile come anice, finocchietto selvatico. Salgono lenti come un pensiero che non si vuole mettere a fuoco subito. In bocca ha più corpo, più rotondità, con un equilibrio tra frutto e acidità che sembra cercato e trovato senza forzature. Il finale è caldo, persistente, con un ritorno minerale che lo salva dalla compiacenza. Un vino che si fa capire, ma non tutto in una volta. Ci torna su.
Urbano 2022. Montepulciano, Merlot, Cabernet Sauvignon
Rosso profondo, quasi opaco, con un naso che non ti dà scampo: mora selvatica, prugna, spezie scure e sotto tutto un fondo di terra bagnata che sa di posto preciso, di stagione precisa, di scelta precisa. In bocca arriva con la stessa determinazione, tannini presenti ma non asciuganti, acidità che sorregge una struttura generosa senza farla pesare. Questo blend bordolese in salsa marchigiana in mano a Federico non diventa mai il vino facile che potrebbe essere. Rimane selvatico, un po’ burbero, con quel carattere che nei vini come nelle persone distingue chi ha qualcosa da dire da chi si limita a rispondere. Lunga persistenza, finale con ritorni di spezia e frutti. Un rosso che non chiede permesso. Forse perché non ne ha proprio bisogno.
Federico parla di biologia come parla di vino.
Con la stessa intensità. Sta studiando da due anni i biomeri, polimeri di cellulosa prodotti da batteri acetici che crescono nel vino, molecole biodegradabili, biocompatibili, potenzialmente utilizzabili in altri settori. Una start-up appoggiata a un politecnico.
È tornato alla biologia, come aveva detto all’inizio. Il cerchio si chiude, o meglio, non si chiude: si allarga. Perché Federico non è il tipo che chiude i cerchi. È il tipo che aggiunge spirali.
I miei figli, Marcello e Maria Sole, faranno quello che vorranno.
Nessuna pressione. Nessun destino scritto tra le vigne.
Io fuori dal lavoro sono normalissimo. Easy, tranquillo.
Ci credo, perché la maniacalità applicata al lavoro non è una condizione esistenziale. È una scelta di campo. Si può essere ossessivi in cantina e sereni a tavola. Si può volere il massimo da ogni grappolo e non volerlo dai propri figli.
Questa è maturità. O saggezza. O forse semplicemente esperienza. Quella di chi ha visto abbastanza per capire dove vale la pena mettere l’energia e dove no.

Chissà se Federico vorrà fare questo mestiere tutta la vita o si vorrà dedicare ad altro. Magari alla biologia.
Non è detto
Dice. Poi ride.
Lascerò tutto a mia moglie.
Non è cinismo. È la libertà di chi ha costruito qualcosa di vero, con le proprie mani, e sa che quello che ha fatto regge in piedi da solo. Che i vini ci sono, che l’azienda funziona, che Sonia sa vendere meglio di lui, che i bambini crescono bene tra il mare e le colline. E che lui, nel frattempo, vuole ancora sperimentare. Vuole il Vermentino, il Viognier, il Verdejo, tre varietà che iniziano con la V e che nella sua testa già formano un blend che nessuno ha ancora immaginato. Vuole uscire con un metodo classico rifermentato in bottiglia con tappo a fungo, come si faceva prima che il tappo a corona semplificasse tutto. Vuole capire cosa succede quando lasci entrare l’ossigeno invece di temerlo.
Se non trovo uno spiraglio che mi dà felicità, ho sbagliato lavoro
Federico non ha sbagliato lavoro. Ha solo scelto, per caso e poi con tutta la forza di una decisione consapevole, di fare esattamente quello che voleva. In un posto dove si vede il mare, con una moglie che parla giapponese e lo costringe a stappare le bottiglie prima che diventino leggenda.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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