Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo
06 Mar 2026
Suggestioni di Vino

Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo

 

Accoglienza.

L’atto di accogliere, di ricevere una persona; il modo e le parole con cui si accoglie

Se ne parla in continuazione. Specialmente in Italia dove, con l’annoso problema della gestione dei flussi migratori, l’accoglienza, che sia prima o seconda o terza o chissà quale livello, è l’elemento essenziale da gestire. C’è chi accoglie spontaneamente, chi lo fa per business, chi per mantenere posizioni di potere o politiche. Sembra proprio che l’accoglienza, quella che la definizione imporrebbe, sia ormai un lontano ricordo. Eppure proprio in quella regione italiana, da sempre in prima linea nell’accoglienza, il rapporto con i diversi popoli del Mediterraneo e non, è parte integrante della cultura.
La Sicilia ovviamente.

Assabbinidica.

Che Dio ti benedica. È questa la formula arcaica usata dai siciliani per salutare le persone anziane o dotate di una certa autorità. Un modo per onorare l’ospite nella maniera più alta. Una abitudine frutto di oltre 3000 anni di accoglienza: Fenici, Greci, Romani, Barbari, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Sabaudi, Austriaci, Borboni. Popoli, persone, italiani inclusi (arrivati con lo sbarco dei Mille a Marsala), portatori della propria cultura sull’isola più affascinante del Mediterraneo.

La Sicilia è un’isola meravigliosa della quale non si può non rimanerne incantati. Qui tutto fa storia a se e ogni cosa è qualcosa che sembra una contraddizione ma contraddizione non è. Spesso, troppo spesso, ci si perde nei luoghi comuni, come quello narrato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nell’incredibile e sempre attuale romanzo Il Gattopardo

I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti…la loro vanità è più forte della loro miseria…

Luoghi comuni e falsità, proprie di chi non ha messo piede in questa meravigliosa terra oppure si è limitato a vedere quello che fanno vedere ai turisti. Addentrandosi invece nella Sicilia delle terre, delle interminabili e arse colline, dei pascoli e del silenzio che porta con se solo saggezza qualcosa si può iniziare a capire
I grandi latifondi, i nobili con i loro privilegi, la povera gente che lavorava per un tozzo di pane. Un immobilismo che non accettava cambiamenti.

In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare”
Don Fabrizio, principe di Salina parlava della volontà dei nobili siciliani di non cambiare, del voler restare ancorati al passato, agli antichi privilegi. Così che per non cambiare nulla il nipote Tancredi suggeriva

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi

La Sicilia del Gattopardo era ancora governata da nobili parrucconi dei grandi possedimenti fatti di latifondi, case, palazzi. Financo persone.
Possedimenti transitati indenni nei secoli e arrivati fino ai giorni d’oggi. Non tutti. Alcuni smembrati in tante particelle altri ceduti in toto, magari per ragioni economiche. Altri con alterne vicende.
Il Feudo Disisa, oltre 400 ettari nei pressi di Monreale, venne ceduto, insieme ad altri sei feudi, da Guglielmo II detto il buono, intorno al 1172, all’Arcivescovado di Monreale per finanziare la costruzione della stupenda Cattedrale. Guglielmo era un Altavilla, un Normanno e in quello stile fece erigere la Cattedrale. I normanni conquistarono la Sicilia nel 1060 dagli arabi, gli stessi che, insieme alle tante altre cose lasciate in Sicilia, diedero il nome al Feudo di Sisa. Sisa, zisa, cosa preziosa. Deriva dall’arabo aziz: caro, prezioso, splendido. Quando si dice ad una donna siciliana che si è azzizzata vuol dire che se ne riconosce la capacità di essersi sistemata meravigliosamente.

Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo

Feudo di Sisa diventa di proprietà della famiglia Di Lorenzo a fine ‘800 e arriva ai giorni d’oggi con Mario a gestire l’azienda. Mario Di Lorenzo, un ingegnere prestato alla agricoltura e alla Sicilia intera.

Quando ho finito la scuola in azienda c’era il nonno, ma soprattutto l’azienda era un’azienda agricola senza trasformazione di nulla. Vendevano le uve. Mio padre aveva in mano la situazione e io sono stato lasciato libero. Ho fatto i miei studi da ingegnere. Durante il periodo di dottorato, mio padre aveva sempre avuto l’idea di tornare fare vino, perché noi facevamo vino. Mio nonno ha fatto vino fino alla fine degli anni 70. Un vino da taglio, vino sfuso, quindi non imbottigliato. Con le cantine sociali si è cominciato a conferire l’uva.

Mario è una persona calma e posata. Forse una dei pochi siciliani che non si scompone rimanendo nel suo aplomb fatto di gentilezza e cordialità. Il dialogo con lui è incredibilmente rilassato. Anche se gestisce una azienda grandissima, si ferma per abbandonarsi ai ricordi di un passato che non si può che ascoltare a bocca aperta.

Feudo Dsisa non è solo un’azienda storica ma un riferimento nel territorio. Di quelli che diventano famiglia all’interno di un tessuto sociale nel quale è importante potersi riunione intorno ad un focolare e sentirsi parte di qualcosa. È cosi che qui a Disisa sia facile imbattersi in giovani lavoratori figli o nipoti di chi già lavorava qui. Una famiglia che, come nelle vecchie tradizioni contadine di un tempo, vive all’interno di un medesimo casolare.

Siamo nelle campagne del comune di Monreale, completamente lontani dalle rotte turistiche. Le distanze in Sicilia non sono mai quelle che sembrano e, in questo caso, nonostante Feudo Disisa sia nel comune di Monreale, per arrivare in paese servono non meno di 40 minuti percorrendo strade non certo agevoli. L’abitato più prossimo è Grisi che conta quasi 1000 abitanti. Tutto intorno c’è solo il nulla delle dolci colline spesso non coltivate e dei silenzi rotti dal ronzio delle grandi pale eoliche che cercano di raccogliere un po’ di energia dal vento senza che nessuno sappia dove andrà a finire.

Mio padre ha la soddisfazione che io abbia preso in mano tutto questo. Lui per tanti anni, da bambino, ha vissuto a Disisa. Era il periodo della guerra e Palermo era pericolosa per via dei bombardamenti così che tutta la famiglia si è trasferì qui. È veramente cresciuto in azienda. Andava a scuola a Grisi. È cresciuto qui e ha avuto un legame molto più forte di quello che ha avuto io. La passione che l’ha mosso è qualcosa io dico di invidiabile. Il fatto che io ci sia arrivato dopo, a lui ha fatto sempre piacere per dare continuità al lavoro fatto.

Da abitazione principale per sfuggire alla guerra a casa di campagna con l’arrivo del benessere. Un luogo dove passare le estati e staccare la spina dalla quella caotica Palermo. Palermo, casa, la città della famiglia Di Lorenzo, degli studi di Mario in ingegneria.

Sono stato lasciato libero, anche perché mio padre aveva fatto a sua volta anche altri studi. Studiò legge e lavorò alla Regione Siciliana per tanti anni. Anche lui si divideva le due cose. Dopo l’università ho fatto anche tre anni di dottorato all’Università e contemporaneamente avevo cominciato a fare libera professione in uno studio professionale a Palermo. Una visione abbastanza larga e poi, a poco a poco, ho abbandonato il tutto.

È proprio vero che spesso, quando una famiglia di città possiede una terra, per i figli questa diventa come una sorta di soprammobile, un elemento decorativo che sembra non servire. Ci si occupa di altro perché la terra, ciò che serve per lavorarla, cosa produce, ecc. è di pertinenza del padre che deve aiutare il nonno. Si certo, ci si va ogni tanto, ci sono ricordi, i momenti belli, ma non ce ne si occupa in prima persona. È capitato anche a me con le terre di mio padre per poi ritrovarmi a non saper letteralmente cosa fare quando morì improvvisamente.

Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo

Poi arrivano quei momenti quando le cose cambiano o iniziano a cambiare. Senza un perché.

Nel 2004 abbiamo ricominciato a fare vino in azienda con la nuova cantina. Ho cominciato veramente ad entrare attivamente in azienda quando costruimmo la cantina seguendone la parte ingegneristica. Mi sono seguito tutti i lavori, ho progettato gli impianti elettrici e poi ci siamo ritrovati con questa cantina bella, grande e pronta per lavorare. È stato quasi naturale, giorno dopo giorno. Sempre più coinvolto. Fino al 2009/2010 ho fatto entrambe le cose. C’era ovviamente e c’è tutt’ora mio padre che in quel periodo era sicuramente molto più attivo di adesso. Mi sono permesso di potere fare due cose contemporaneamente. Poi sempre meno l’ingegnere e sempre più coinvolto in azienda. Mese dopo mese, anno dopo anno, il coinvolgimento è stato totale.

Per le sue dimensioni, per le quantità di prodotti raccolti e, soprattutto, per il non occuparsi a tempo pieno dell’azienda, Feudo Disisa non trasformava nulla. Conferiva le proprie uve. Almeno fino a quando la voglia di cimentarsi in qualcosa di diverso fa capolino.

Da una professione in qualche modo a un imprenditore, il passo è importante. Andavo dal commercialista con mio padre e me ne andavo come come fossi stato bocciato ad un esame. Frastornato completamente.

Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del Gattopardo

Ingegnere, dottorato all’università, libera professione. Palermo. La città. Gli amici. La vita. Tutto lontano anni luce da Monreale, dalla azienda, dal Feudo, dalla terra. Dal vino. Niente, non c’era nulla in comune con una vita dalla quale Mario non voleva staccarsi. Però le cose avvengono naturalmente, senza accorgersene. Perché si è invischiati negli affari di famiglia o perché si capisce che senza quella linfa, non si è nulla. Ciò che però Mario capì è che ad una azienda così grande come Feudo Disisa, serviva un approccio diverso, meno romantico e più impegnato, fatto di testa e managerialità.

Oggi per portare avanti un’azienda, ci vuole tanto altro. Non basta più solo il vino. C’è tutto l’aspetto di comunicazione e marketing, organizzazione commerciale, ecc. Che se non sei pronto, rischi di fare un flop e di perderci i soldi. Ancora oggi noi facciamo degli investimenti per cercare di portare l’azienda ad avere dei dei degli utili. Abbiamo 120 ettari di vigneti ma parte di questi sono piante di 35/40 anni: un bassissimo livello produttivo e costi di gestione molto alti. Vitigni magari non di grande interesse. Banalmente abbiamo sette ettari di Merlot che, per quanto possa essere qualcosa di buono, alla fine non è un il vitigno siciliano e non è la Syrah che in Sicilia ha trovato condizioni pedocmatiche ideali.

Un cambio di rotta voluto fortemente dalla famiglia per passare dal vendere il 100% delle uve ancora nel 2004 all’anno successivo dove ne venivano lavorate il 50%. Oggi, quella cantina progettata e realizzata da Mario ha un potenziale produttivo di oltre 700.000 bottiglie così che Feudo Disisa produce per se e per altri produttori italiani.

Se io guardo al passato, tra quello che si faceva ai tempi di mio nonno e oggi, c’è un abisso di differenza. Questo abisso è stato costruito nel tempo. Se guardo a come si faceva il vino da noi 10 anni fa, diciamo che tendenzialmente era la stessa cosa, ma ora ci sono quei tanti piccoli accorgimenti. Siamo migliorati tanto in tanti aspetti sia da un punto di vista agricolo, sia da un punto di vista di tecnologie e know how.

Tanti piccoli miglioramenti tecnologici che una azienda come Feudo Disisa non poteva non abbracciare per arrivare a produrre, in regime biologico da sempre, vini che sanno di Sicilia anche non provenendo sempre da vitigni autoctoni siciliani.
Nello stranissimo mondo del vino italiano accade che se un grande e famoso produttore crea meravigliosi vini con vitigni internazionali viene identificato come un innovatore ma se la stessa cosa capita ad un piccolo, lo si taccia di scarsa attenzione al territorio.
Feudo Disisa ha in se la doppia anima dei vitigni autoctoni siciliani e degli internazionali frutto questo di qualcosa che molti dimenticano.

Nell’83 mio padre impiantò un vigneto sperimentale in collaborazione con l’Irpos Istituto regionale della vite dell’olio che a suo tempo era della vite e del vino. In quel tempo il presidente era Diego Planeta, amico di papà che lo coinvolse in questa sperimentazione. Si fecero cinque campi sperimentali in diverse zone della Sicilia proprio per vedere questi vitigni internazionali che risultati potevano avere.

In quegli anni il vino siciliano era considerato vino di massa e non di qualità. Le uve venivano vendute ai grandi produttori del nord per produrre vini di maggior grado alcolico. Poi arrivò anche il metanolo e serviva una soluzione per rendere il vino siciliano più adeguato ai tempo. Più internazionale magari e con lo scopo di mettere in secondo piano i vitigni autoctoni considerati (sbagliando) non di qualità. L’intuizione fu dunque il ricercare la qualità attraverso vitigni che nel mondo sono sinonimi di qualità.

Il ragionamento quindi nasceva dal falso di considerare i vitigni siciliani di secondo piano. Però dico alla fine tutto questo è servito per farci prendere consapevolezza. Quando facemmo l’esperimento in questo vigneto sperimentale, c’erano filari di Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon così come varietà che non hanno avuto successo: Riesling, Glera, Müller Turgau, Pinot Bianco.

Adottando i vitigni internazionali e capendo come questi potevano ben figurare in Sicilia, si compresero a pieno gli errori del passato.
Forse un paradosso ma i grandi investimenti contribuirono ad un maggior innamoramento del territorio, di quella terra meravigliosa transitata nei secoli delle dominazioni.

L’amore per la propria terra torna nei discorsi di Mario. Torna sovente. Il punto di riferimento per un territorio che trova in Feudo Disisa molto di più di un semplice datore di lavoro.

Noi avevamo vigneti di Catarratto e Trebbiano che producevano 300 q per ettaro. Poca qualità quindi. Facevamo la raccolta di questi vigneti in maniera separata e portavano le uva a Marsala, dove c’era la cantina sperimentale della Regione. Dopo i primi risultati, ricordo mio padre che veniva invitato dalla Regione nel mese di maggio a fare i confronti fra i risultati dei vari campi sperimentali e dal vigneto di Disisa c’era sempre la Syrah e lo Chardonnay che risultavano migliori rispetto agli altri campi sperimentali. Da un punto di vista vitivinicolo siamo stati sempre sul pezzo. In quegli anni mio padre aveva come consulente il professore Pastena che era forse uno degli ultimi ad aver fatto un trattato sulla viticoltura italiana. Era un’azienda grande che aveva sempre investito nella nella parte agricola.

René. Metodo Classico Chardonnay 2017, Sboccatura 2023, Pas Dosé

Il vino è la risposta. Qual era la domanda? Non importa. — W.C. Fields

Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del GattopardoUno Chardonnay in Sicilia, e non in qualunque Sicilia: a Monreale. Già questo è un atto di coraggio, quasi un paradosso che diventa poesia. Come un attore nordico che recita Shakespeare sotto il sole di agosto. E lo fa meravigliosamente.

Nel calice arriva vestito di un giallo paglierino brillante, vivo come l’oro antico dei mosaici del Duomo. Le bollicine salgono disciplinate, sottili, quasi timide come a non voler disturbare, a voler far assaporare un profumo tenero, senza arroganza: crosta di pane appena sfornata, pesca gialla, susina dolce. Poi quella sapidità marina che ricorda che il Mediterraneo non è lontano. Non si è mai davvero nell’entroterra, a Monreale. È se il mare sussurrasse sempre nell’orecchio.

In bocca è una rivelazione. I tanti mesi sui lieviti sono quel silenzioso miracolo che solo il tempo concede: una pienezza avvolgente, una fragranza croccante che il sole siciliano è riuscito solo ad accarezzare. Il pas dosé lascia nuda tutta la verità di questo terroir. E quella verità è bella, pulita, memorabile.

Da bere guardando un tramonto o con un piatto di pesce bianco al sale. Soprattutto, bevetelo lentamente, con rispetto.

Terra delle Fate. Fiano 2022.

Il profumo è la forma più intensa di memoria. — Jean-Paul Guerlain

Esistono vini che, quando li apri, ti fanno venire voglia di aprire anche la finestra, di uscire fuori, di alzare il viso verso il cielo e di respirare fino in fondo.

Il giallo paglierino con riflessi dorati è già una promessa mantenuta. Ma è il naso che cattura subito, senza bussare: foglie di cedro, zest di limone, biancospino, nocciola. E poi, meraviglia, la zagara, i fiori d’arancio della Sicilia con quell’aroma che sa di Conca d’Oro, di orti arabi, di sere tiepide a maggio. Uno iodio minerale che arriva dal mare come una lettera di saluti. Respirare questo calice è un gesto necessario, quasi terapeutico.

In bocca il Fiano di Monreale si trasforma in qualcosa di difficile da dimenticare. È ampio, è sapido, è ciccioso nella sua verticalità. Sembra masticabile così da lasciare in bocca la sensazione fresca e pungente di aver appena addentato un limone siciliano. Uno di quelli veri, gialli come il sole, con la buccia profumata, la parte citrina così presente, così intensa da pulire la bocca ad ogni sorso facendone desiderare immediatamente un altro.

È un vino che non vorresti mai finire. E questa, credetemi, non è una frase fatta: è la verità nuda di ciò che senti nel calice.

Dopo 5/6 anni di questo vigneto sperimentale, mio padre piantò subito 8/10 ettari fra Chardonnay, Merlot, Cabernet Sauvignon. Da quel periodo tutte le cantine siciliane che già in quegli anni vendevano il proprio vino in bottiglia, chiamavano perché volevano questi vitigni. Mi ricordo quello è stato gli anni in cui prima della vendemmia mio padre riceveva telefonata da un pò tutta l’isola per cercare di accaparrarsi queste uve. Chardonnay e il Cabernet Sauvignon venivano pagate qualcosa come 2700 lire. Che significa oggi sarebbe 1,30 €. Ovviamente con costi di manodopera di gasolio di gestione che erano un’altra cosa.

All’inizio papà si rivolse ad un enologo di fuori. Dal 2009 la scelta mia è stata di tornare su un enologo siciliano che conoscesse di più il territorio, le tempistiche, il vitigno. C’è stato un miglioramento qualitativo.

La moda, la necessità di smarcarsi con vitigni internazionali porta dietro anche quella di enologi ed esperti in genere non indigeni. Una trasmigrazione di menti che ha provocato un livellamento dei prodotti in barba al territorio. Poi, la consapevolezza che diventa forza conduce a guardarsi in casa e capire come si abbia per le mani non solo un territorio fantastico ma anche di persone che a questo territorio sono legate con un filo nemmeno poi così tanto sottile.

In quegli anni c’è stato il boom dei vitigni internazionali togliendo quelli autoctoni. Autoctoni o meno perché per dire, da noi il Trebbiano era molto presente. Una tendenza durata fino ai primi anni 2000 quando poi cominciammo a lavorare i vitigni siciliani alla stessa maniera in cui si lavoravano i vitigni internazionali (non più tendone ma soltanto spalliera e con una produzione per ettaro che difficilmente superava i 100 q per ettaro): Cataratto, Grillo, il Nero d’Avola. Vini che potevano assolutamente essere confrontabili con i vini da vitigni internazionali con la differenza che un Grillo, un Catarratto o un Perricone lo fai solo in Sicilia e non c’è in tutte le parti del mondo. Abbiamo fatto una sperimentazione sui vitigni internazionali e siamo stati fra i primi a vivere in pieno quel quel passaggio. Dal vitigno autoctono al vitigno internazionale.

Chara. Catarratto e Insolia.

La semplicità è la massima forma di eleganza. — Coco Chanel

Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del GattopardoCerti vini non cercano di impressionare. Si siedono accanto guardandoti negli occhi solo per significare che sono li. Questo è il Chara.

Un giallo paglierino scarico, quasi timido nella sua luminosità, ma con la vivacità che tradisce la propria l’energia. Al naso arriva il profumo di un pomeriggio di primavera in Sicilia: la pera Smith croccante, la mela, il lime fresco, il pompelmo. E poi i fiori di mandorlo e di camomilla che galleggiano come petali su una fontana araba.

In bocca è una danza di semplicità e carattere. Fresco, secco, sapido con quella mineralità marcata che viene dritta dal terroir di Monreale. La pera ritorna, questa volta morbida, quasi cremosa. Il finale è lungo, impreziosito da un tocco di pompelmo e mandorla che ti convince a versarne un altro dito nel bicchiere.

La sua duttilità è il suo talento più sottile: con il pesce al sale sta da Dio. Ma starebbe bene anche con un’antipasto di mare, con una pasta al branzino, con una conversazione importante sotto le stelle.

Granmassenti. Perricone 2021

Il vino rosso è il sangue della terra che ritorna a sé stessa. — Pablo Neruda

Feudo Disisa. Mario Di Lorenzo e la Sicilia del GattopardoIl Perricone è un vitigno siciliano di quelli antichi che la globalizzazione vinicola ha quasi fatto dimenticare. Granmassenti, è il grande tesoro che, secondo la leggenda locale, è nascosto nelle grotte del feudo (Lu Bancu di Disisa) e chi lo trova non riesce più a riportare fuori. Una promessa di profondità insomma.

Nel calice si presenta con quel rubino vivace che cattura la luce rimandandola indietro trasformata in riflessi che sembrano braci. Al naso è fresco, quasi selvatico: arancia tarocco, prugna rossa, ciliegie, una nota erbacea e di sottobosco che parla di vigne non domate. C’è il ribes, il mirtillo, e sullo sfondo una speziatura discreta di pepe. Niente di ostentato, solo un cenno, come un musicista jazz che cita un tema classico prima di riprendere il proprio.

In bocca la croccantezza. I tannini non aggrediscono, accompagnano, sostengono. Una sapidità diffusa, una consistenza che riempie la bocca senza appesantirla. E poi quel finale amarognolo, appena percettibile, quasi un’ombra, che invece di disturbare, intriga, stuzzica, invita a tornare. Quel velo amaro finale è la firma del Perricone, il suo modo di ricordarti che non è un vino da salotto ma un vino da tavola vera, da cibo vero, da compagnia vera.

Magari rustico, ma finemente rustico. Come un contadino che conosce Virgilio a memoria. Come queste terre che sotto la semplicità nascondono secoli di bellezza.

Mentre Mario lavora le figlie giocano felici a Disisa. Un po’ come faceva lui quando era bambino. Poi c’è Palermo con la vita di tutti i giorni, la scuola, gli amici. Le guarda con quell’amore con il quale si guardano i figli e la speranza di far si che Feudo Disisa continui ad essere un’oasi di felicità. In fondo però, lo è da sempre e non c’è motivo perché qualcosa cambi.

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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