Il Roccolo di Mezzomerico. Francesca Gelmini e la responsabilità di scegliere
Francesca Gelmini ha lasciato una carriera nell’avvocatura per assumersi la responsabilità del Roccolo di Mezzomerico, accanto alla madre Margherita. Attraverso Vigna La Cascinetta, Vespolina e Valentina prende forma una storia di libertà, famiglia e futuro nelle Colline Novaresi.
Mio padre mi mandava sempre in vigna e mi diceva che partivo per la guerra
Francesca ha un sorriso sul suo volto mentre racconta un episodio intimo della sua infanzia. Un episodio che, di fatto, racchiude tutta la storia del Roccolo di Mezzomerico: un padre ingegnere che desiderava tornare alle radici della famiglia, una cascina dove un tempo stavano le mucche trasformata in casa e cantina, una madre capace di condividere quel progetto e due figlie cresciute attorno a una tavola con la televisione spenta, mentre ogni vendemmia, ogni etichetta e ogni scelta diventavano materia di famiglia.
Francesca allora pensava soprattutto a guadagnarsi qualche soldo per uscire con gli amici. Pietro la mandava tra i filari, le affidava piccoli lavori e la coinvolgeva in un’impresa che apparteneva al mondo degli adulti, mentre dentro di lei cominciava a radicarsi qualcosa di cui avrebbe compreso la forza molti anni dopo. Quella ragazza avrebbe studiato Giurisprudenza, conseguito un dottorato, frequentato un master all’estero, attraversato Milano, Roma, Parigi e Londra, lavorato nei grandi studi legali e seguito operazioni societarie complesse, costruendosi una carriera prestigiosa attraverso disciplina, lucidità e anni trascorsi a prepararsi.

Il vino, intanto, sapeva aspettare.
Anche le grandi storie di famiglia conoscono l’attesa rimanendo accanto a noi mentre corriamo altrove e ci lasciano attraversare città, professioni e vite possibili. Poi scelgono un momento preciso e inaspettato per tornare a bussare. Restano tra una vigna e una tavola apparecchiata, tra una vendemmia e un ricordo, respirano silenziosamente mentre ognuno cerca la propria direzione, fino al giorno in cui qualcuno riconosce in quel luogo il punto nel quale desidera fermarsi.
Al Roccolo ad aspettare Francesca erano rimasti anche tre vini. Vigna La Cascinetta custodiva la casa e gli anni dell’infanzia, la Vespolina portava il carattere di un territorio in cerca di futuro, Valentina aveva il nome della sorella e l’eleganza delle cose capaci di seguire un tempo personale conservando intatto il legame con la propria origine. Tre vini e una sola domanda: quanto lontano possiamo andare prima di riconoscere il luogo al quale desideriamo appartenere?

Pietro e Margherita, una strada aperta alle figlie
La storia del Roccolo attraversa più generazioni. Nel 1891 il bisnonno di Pietro Gelmini partecipò alla fondazione della Cantina Sociale di Oleggio, legando il nome della famiglia alla viticoltura di queste colline. Il nonno, medico, continuò a produrre vino per il consumo familiare, poi Pietro raccolse quel filo e, insieme a Margherita, gli diede la forma di un progetto.
Era ingegnere urbanista, abituato a leggere i territori attraverso linee, equilibri, destinazioni e possibilità. A Mezzomerico comprese che una terra possiede anche una vocazione capace di precedere qualsiasi piano regolatore e di sopravvivere alle trasformazioni. Su quella collina la vocazione aveva il colore del Nebbiolo, il profumo speziato della Vespolina e il respiro di una famiglia che cercava il modo di riavvicinarsi alle proprie origini.
Mio padre aveva sempre desiderato tornare qui. Insieme a mia mamma ha ristrutturato la cascina, ha trasformato la vecchia stalla nella cantina e ha impiantato i vigneti. Prima di cominciare hanno studiato, frequentato corsi, viaggiato in Francia, cercato conoscenza. Mio papà aveva una mente da ingegnere: quando affrontava qualcosa voleva comprenderla fino in fondo.
Il nome dell’azienda arriva dal Roccolo, l’antico edificio circondato da una siepe di carpino un tempo destinato alla caccia con le reti e oggi utilizzato per l’appassimento delle uve. Poco distante, un piccolo ponte attraversa la vecchia strada che collegava il Ticino a Ghemme, mentre la collina, a circa trecento metri di altitudine, guarda verso il Monte Rosa. La vecchia strada e quella nuova hanno sempre convissuto al Roccolo: la prima attraversava la memoria viticola della famiglia, la seconda nasceva dallo studio di Pietro e Margherita, dai viaggi, dalle prove in cantina, dagli impianti rinnovati e dalla volontà di portare il Nebbiolo delle Colline Novaresi verso un’espressione più ambiziosa.
Anche alle figlie lasciarono due strade. Desideravano che studiassero, viaggiassero, conoscessero il mondo e costruissero una professione. Il Roccolo avrebbe rappresentato una possibilità, mai un obbligo. Per questo Valentina diventò ingegnere e Francesca avvocato. Pietro e Margherita avevano creato un’azienda familiare, evitando di trasformarla in un destino imposto.
I miei genitori hanno fatto benissimo a spingerci verso le nostre strade. Se fossi rimasta qui fin dall’inizio avrei potuto chiedermi per tutta la vita come sarebbe stato lavorare a Milano o a Roma, entrare in uno studio importante, vivere quel mondo. Sono partita, ho studiato, ho fatto le mie esperienze e, quando sono tornata, sapevo che cosa stavo scegliendo.
Quella libertà avrebbe dato valore a tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Una responsabilità accettata per dovere conserva sempre una parte di risentimento; una responsabilità scelta può diventare identità.

Vigna La Cascinetta, la casa prima di ogni scelta
Vigna La Cascinetta porta il nome dell’edificio rurale di fine Ottocento nel quale l’azienda ha trovato dimora e rappresenta il punto dal quale la storia prende forma. È il vino della casa, dei primi impianti e delle stanze in cui Francesca e Valentina crescevano ascoltando gli adulti parlare di vendemmie, affinamenti, mercati e scelte produttive, anche quando quelle conversazioni sembravano appartenere soltanto al mondo dei genitori.
Io sono cresciuta qui. Durante i fine settimana lavoravo sempre in cantina, facevo le degustazioni, seguivo le vendite, partecipavo alle vendemmie. I miei genitori ci hanno sempre rese partecipi di tutte le scelte. Eravamo molto tradizionalisti: a tavola la televisione restava spenta e si parlava dell’azienda, delle linee, delle cose che dovevano essere fatte. Mio papà mi mandava in vigna e mi ripeteva che partivo per la guerra.
Vigna La Cascinetta nasce dal Nebbiolo cercandone il volto più giovane, lasciando al frutto la libertà di esprimersi prima che il tempo lo renda austero. Nel calice il rubino conserva luce e trasparenza, con il bordo ancora vivo e una mobilità che anticipa un sorso agile. Il profumo parte dalla ciliegia fresca, dal lampone e dal ribes rosso, richiami netti e immediati, attraversati da una sensazione succosa che riporta al frutto appena raccolto. La parte floreale emerge lentamente, con la rosa e la violetta che alleggeriscono il registro del Nebbiolo, mentre sul fondo affiorano la scorza d’arancia, un soffio speziato e una lieve impronta terrosa capace di ricondurre il vino alla collina.
In bocca il frutto mantiene la propria croccantezza e incontra una freschezza tesa, quasi nervosa, che allunga il sorso e gli impedisce di fermarsi sulla morbidezza. Il tannino arriva subito dopo, giovane, sottile, ancora vibrante, con una presa asciutta che ricorda la buccia della ciliegia e rende il vino profondamente gastronomico. Nel finale tornano la rosa, il ribes e un tratto agrumato, insieme a una sensazione appena balsamica che lascia il palato pulito, pronto a cercarne ancora.
Vigna La Cascinetta possiede quel qualcosa proprio delle cose destinate a crescere. Dentro quel Nebbiolo giovane vive la Francesca dei fine settimana in cantina, delle mani impegnate durante la vendemmia e dei primi soldi guadagnati per uscire con gli amici. Prima dell’avvocato, prima di Milano e Roma, prima che la responsabilità assumesse un nome preciso, esisteva già questa parte di lei, legata a una casa che le avrebbe permesso di partire continuando a custodirne il posto.
All’università i miei genitori mi ripetevano che, se volevo uscire a cena con gli amici, ormai ero diventata grande e dovevo guadagnarmelo. Allora era soprattutto un incentivo a essere più coinvolta nell’azienda. Quando sei adolescente tante cose ti interessano poco, però oggi li ringrazio, perché mi hanno permesso, anche involontariamente, di sviluppare una passione che sarebbe esplosa più avanti.

La libertà diventa responsabilità
La morte di Pietro cambiò il peso di ogni cosa. Margherita continuò a portare avanti l’azienda, sostenendo i vigneti, la cantina, i dipendenti, le vendite, gli adempimenti e una produzione ormai troppo articolata per essere vissuta come un’attività secondaria. Francesca proseguiva intanto la propria carriera, mentre il Roccolo continuava a vivere e proprio quella vitalità rendeva l’assenza ancora più presente: ogni vite potata custodiva un gesto del padre, ogni bottiglia riportava alla tavola di famiglia, ogni annata dimostrava che il tempo agricolo continua a procedere anche quando quello delle persone subisce una frattura.
Mia mamma ha portato avanti l’attività da sola dopo la morte di mio padre. A un certo punto c’era una scelta da fare, perché oggi è impossibile tenere un’azienda del genere come hobby. Se produci trentamila o trentacinquemila bottiglie, o la segui costantemente e le dai energia, rendendola autosufficiente, oppure diventa un problema. Ci sono i dipendenti, certo, però serve la presenza dei proprietari.
La continuità sembra una cosa scontata, naturale. Ma non lo è affatto. Serve presenza. Quella di una persona disposta ad assumersi la responsabilità dell’intero progetto. Francesca e Valentina. Due sorelle cresciute tra la cascina, le vendemmie e le conversazioni attorno alla tavola. Eppure ciascuna aveva maturato una propria idea di felicità.
Mia sorella lavora nella consulenza, ha due figli e oggi questa attività non le interessa. Viene sempre qui, quando ci sono le degustazioni le piace partecipare e stare con noi, però ha fatto una scelta diversa. Un domani, se dovesse esserci spazio e lei desiderasse entrare, si vedrà. Oggi la sua scelta è quella. Io sono stata più coraggiosa, forse molto più pazza, e ho deciso di venire.
Quando mi parla capisco che non c’è nessuna forma di recriminazione. Valentina aveva il diritto di continuare lungo la strada costruita negli anni. Lo stesso diritto che Pietro e Margherita avevano difeso per entrambe le figlie. Francesca riconosce la libertà della sorella ma proprio dentro quella stessa libertà c’è la propria decisione. Il suo ritorno diventa forza proprio perché rimane una scelta interamente personale, con la fatica, i rischi e la soddisfazione che ne derivano.
Mi sono messa per la prima volta a riflettere su quello che volevo fare nel mio futuro. Avevo trentaquattro anni. Comprendevo il ragionamento dei miei genitori: studia Giurisprudenza, diventa avvocato, costruisci la tua strada. Io quelle esperienze le avevo fatte, avevo preso il dottorato, avevo studiato all’estero e lavorato negli studi importanti. A quel punto mi sono chiesta che cosa volessi fare davvero della mia vita e che cosa mi rendesse felice.
Francesca possedeva una carriera riconosciuta, uno stipendio importante e una specializzazione costruita in anni di studio. Proprio per questo il suo ritorno conserva un significato profondo. Stava lasciando qualcosa che funzionava per assumersi la responsabilità di qualcosa che amava, pur conoscendone le incertezze.
Prima ancora di diventare avvocato avevo detto ai miei genitori che mi sarebbe piaciuto stare in azienda. Lavorare per qualcosa che puoi vedere nascere e crescere, fino ad arrivare a un prodotto, mi aveva sempre attirata. I miei genitori hanno fatto bene a spingermi fuori, perché se fossi rimasta qui subito avrei potuto pentirmene. Andare via mi ha aperto la mente e mi ha permesso di tornare con consapevolezza.
Anche Margherita accolse la decisione con paura. Aveva visto la figlia superare ogni passaggio dell’avvocatura, conseguire il dottorato, frequentare un master e lavorare nei grandi studi. Ora la vedeva scegliere il vino, un settore attraversato dal calo dei consumi, dai costi, dal clima, dai dazi e dalle differenze imprevedibili fra un’annata e l’altra.
Mia mamma era spaventata. Mi guardava e vedeva una carriera avviata, un bello stipendio, tutti gli studi che avevo fatto e la possibilità di entrare negli studi che volevo. Qui il vino è un’attività incerta e, in una realtà familiare, devi occuparti anche del lavoro manuale. All’inizio sono stata io a impormi. Le ho detto: va bene, io vengo.
Io vengo. Una frase secca, forte decisa. Non è solo un trasferimento. Rappresenta un cambio, radicale, di vita. Francesca raggiunge sua madre dentro una responsabilità rimasta troppo a lungo sulle sue spalle, entra nella parte concreta del sogno di Pietro e accetta che il proprio nome torni a essere legato a Mezzomerico, stavolta attraverso una decisione pienamente sua.
Quando ho superato quello scoglio, il dubbio è finito. Cambiare tutto fa paura, perché passi da Milano e Roma a una vita completamente diversa. Poi sono arrivata qui e ho sentito che le giornate erano dinamiche, che potevo seguire tante cose, incontrare persone e sviluppare l’azienda. Da quel momento ho capito che la scelta era quella giusta.
La vecchia strada rimaneva visibile: l’antitrust, le multinazionali, le operazioni societarie, Milano, Roma e una professione capace che le offriva sicurezza economica. Francesca, come solo una persona che è perfettamente conscia delle difficoltà di una impresa agricola, si lasciò all’inizio un un passaggio aperto verso la vita precedente. Lo faceva però mentre quella nuova occupava ogni giornata e acquistava sempre più consistenza.
L’antitrust è una nicchia. Lavoravo nei grandi studi e seguivo operazioni importanti, però è un mestiere al quale devi dare tutto. Inizi la mattina alle otto e finisci quando il lavoro è terminato, spesso durante il fine settimana. È difficile tenerlo come consulenza secondaria. Il mio obiettivo è chiudere quella parte e dedicarmi completamente al Roccolo.
Una convinzione che acquista forza dalla lucidità con cui Francesca riconosce la fatica della nuova vita. Il ritorno alla terra ha poco di romanticismo: significa essere i primi a svegliarsi, gli ultimi a fermarsi, potare, stralciare, legare, seguire la vinificazione, preparare le dichiarazioni, gestire l’etichettatura, il personale, le vendite, l’export, le consegne e le degustazioni del sabato.
Qui fai tutto a trecentosessanta gradi. Quest’anno ho potato per la prima volta, prima mi hanno affidato i vitigni meno delicati del Nebbiolo, poi ho stralciato e legato. Un giorno parte un ordine per l’estero, quello dopo devo fare le consegne, il sabato seguo le degustazioni. Quando hai una tua attività il lavoro continua, però senti che quello che fai appartiene a te.
La responsabilità, per Francesca, passa anche dalla conoscenza. La formazione giuridica riemerge nella necessità di risalire alla ragione di ogni gesto, mentre la vigna le insegna che lo studio deve incontrare le mani.
Io sono abituata a studiare. Prima di fare il mio lavoro avevo alle spalle anni di preparazione; qui, invece, tante volte mi sento persa perché devo affrontare cose nuove. Dopo avere potato ho cominciato a guardare i libri e a cercare corsi sulla potatura. Sto valutando di iscrivermi a Enologia, perché un domani, per dare una direzione alla cantina, devo conoscere pienamente ciò che facciamo.

Avremo sempre bisogno dell’enologo e dell’agronomo, persone che fanno quel lavoro dalla mattina alla sera e possiedono anni di esperienza. Voglio però comprendere quello che mi spiegano. Se un tecnico propone una direzione, io devo essere in grado di capire il ragionamento che c’è dietro, perché sarò io ad assumermi la responsabilità finale della scelta.
Quando curi la tua pianta, vedi il vino nascere, lo segui, lo vendi e incontri un cliente soddisfatto, senti di avere accompagnato tutto a trecentosessanta gradi. Quella sensazione non la sostituisci con niente. L’idea di far gestire questo posto a qualcun altro o di lasciarlo, per me, era fuori discussione. Questa azienda è una parte del mio cuore.
Francesca dimostra tutta la propria centralità, il proprio stato, le capacità. Soprattutto quanto l’aver studiato e provato altre esperienze rappresenti qualcosa di non banale, anzi necessario. Portare avanti il Roccolo è si una scelta affettiva ma, nello stesso momento, una responsabilità economica. Il modello creato dai genitori accompagnava le loro professioni; quello di Francesca dovrà sostenere la sua vita.
La difficoltà è trasformare qualcosa che per i miei genitori è sempre stato un hobby, un’attività collaterale capace di produrre i propri risultati, nella mia attività principale. Se questo diventa il mio unico lavoro, il modello deve cambiare. È anche qui che nasce il confronto generazionale con mia mamma, perché devo rispettare quello che è stato fatto e, insieme, creare le condizioni affinché l’azienda possa sostenersi in futuro.
Vespolina, la fermezza di chi ha scelto
Se Vigna La Cascinetta conserva la casa, la Vespolina racconta la donna che vi è tornata. Francesca la descrive attraverso il tratto più riconoscibile del vitigno, quel carattere pepato e speziato che emerge con immediatezza e sembra tradurre la sua nuova presenza in azienda: netta, energica, capace di cambiare il ritmo di ciò che incontra.
La Vespolina l’abbiamo impiantata successivamente. Noi la facciamo in purezza, scelta ancora poco comune perché spesso viene utilizzata insieme ad altre uve. Ha un carattere pepato, speziato, e sta tornando all’attenzione delle persone.
Il colore rubino conserva riflessi violacei e una brillantezza che anticipa la vitalità del sorso. Il profumo parte dai piccoli frutti scuri, ribes e mora in particolare, mantenuti su un registro fresco, quasi croccante, poi la parte floreale acquista spazio con una viola intensa che accompagna l’intera progressione. La spezia arriva subito dopo, precisa e riconoscibile: pepe nero appena macinato, un richiamo più fresco di ginepro e una sfumatura balsamica che apre il respiro.
Con l’aria il vino acquista profondità senza perdere definizione. Emergono note di erbe aromatiche, foglia e sottobosco, mentre la spezia resta il filo conduttore, mai decorativo, capace di legare il frutto alla terra. Il naso conserva movimento, alterna la pienezza della mora alla tensione del ribes, il carattere ombroso della viola alla brillantezza del pepe.
In bocca la freschezza entra per prima e attraversa il frutto, rendendolo succoso. Il tannino possiede una grana minuta e vivace, sufficiente a dare presa senza togliere agilità. La spezia accompagna il centro del sorso, si intreccia alla componente fruttata e ritorna nel finale insieme a una lieve sensazione amaricante, capace di pulire il palato e rendere la chiusura lunga, asciutta, profondamente territoriale.
La Vespolina conquista attraverso il carattere più che attraverso il peso. Lascia una sensazione energica e restituisce l’immagine di un vino consapevole della propria identità, pronto a occupare lo spazio che per molto tempo gli è stato negato. Anche Francesca avrebbe potuto restare in una posizione laterale, aiutare durante il fine settimana, partecipare alle degustazioni e conservare l’avvocatura come centro della propria vita. Ha scelto di assumere una voce piena dentro l’azienda.
Sono stata più coraggiosa, forse più pazza. Certamente ogni tanto mi fermo e mi chiedo che cosa abbia fatto, poi guardo questo posto e sento che la direzione è quella giusta. Mi piacerebbe sviluppare l’accoglienza, creare esperienze, portare qui più persone, perché quando racconti la storia e ci metti ciò che ami, loro lo percepiscono.
Nel pepe della Vespolina vive la sua idea di futuro: far crescere il Roccolo mantenendo la qualità, raggiungere nuovi mercati, sviluppare l’accoglienza e rafforzare il rapporto con i ristoratori della zona.
Per noi è un valore aggiunto entrare direttamente nei ristoranti del territorio. Quando vai a mangiare in un luogo è bello bere anche il vino di quel luogo. Consegniamo noi, conosciamo le persone e costruiamo un rapporto diretto. Vorrei che le aziende collaborassero di più e che promuovessimo insieme le Colline Novaresi, perché all’estero dovrebbero imparare a chiedere il nostro Nebbiolo, la nostra Vespolina, il vino di questo territorio.

Valentina, la libertà di due sorelle
Valentina (2019) porta il nome della primogenita e custodisce la parte più lenta della storia. Anche lei è cresciuta al Roccolo, ha partecipato alla vita della cantina e ha scelto un percorso diverso, la consulenza, la propria famiglia e due figli. Il legame con l’azienda conserva una forma affettiva, presente, libera.
Mia sorella viene qui, partecipa, durante le degustazioni le piace stare con noi e dare una mano, però oggi ha scelto la sua vita. È giusto così. I miei genitori hanno voluto che entrambe studiassimo e costruissimo la nostra strada. Lei ha seguito la sua, io ho seguito la mia.
Il Nebbiolo dedicato a Valentina racconta una fedeltà priva di possesso. Nel calice il rubino si muove lentamente verso il granato, colore che annuncia il lavoro del tempo e introduce un profilo più profondo rispetto alla giovinezza di Vigna La Cascinetta.
Il primo profumo appartiene alla rosa, stavolta più scura e matura, accompagnata dalla violetta e da una ciliegia che ha perso la croccantezza del frutto appena raccolto per acquistare densità. Il lampone e la mora ampliano il centro aromatico, poi arrivano la scorza d’arancia rossa, le erbe secche, la liquirizia e il tabacco. L’evoluzione procede per dettagli, con una speziatura delicata e una componente terrosa che appare lentamente, lasciando al Nebbiolo il tempo di raccontarsi.
L’ingresso in bocca possiede maggiore ampiezza rispetto a Vigna La Cascinetta, eppure conserva una freschezza capace di tenere il sorso in tensione. Il frutto maturo riempie il centro del palato, mentre il tannino ha grana fitta, autorevole, già levigata e ancora capace di promettere sviluppo. Il calore trova equilibrio nella freschezza, la struttura nel movimento, la profondità nella precisione.
Il finale trattiene la rosa, la ciliegia scura, la liquirizia e una vena sapida che riporta il vino alla collina. La persistenza si misura nella capacità di cambiare lentamente, lasciando prima il frutto, poi la spezia, infine una sensazione asciutta e floreale che rimane come un pensiero tornato alla mente molto dopo la fine di una conversazione.
Valentina è lineare nelle annate. Quando lo assaggi lo riconosci subito, perché possiede una personalità precisa. È il nostro Nebbiolo più importante e continua a esprimere lo stile della famiglia anche con il passare del tempo.
Valentina è il vino di ciò che rimane unito pur assumendo forme diverse: due sorelle con vite autonome, una madre e una figlia impegnate a quattro mani, un padre presente nelle scelte compiute dopo di lui. La bottiglia dedicata alla primogenita ricorda a Francesca che l’amore familiare lascia liberi e che la responsabilità acquista valore soltanto quando viene assunta volontariamente. Nessuna delle due sorelle deve qualcosa all’altra. Valentina ha scelto di continuare la propria vita. Francesca ha scelto di portare avanti il Roccolo. Il rispetto reciproco permette alla famiglia di restare unita senza trasformare una direzione differente in una colpa.

La scelta che appartiene a Francesca
La vecchia strada continua a esistere. Francesca potrebbe ancora riconoscerne ogni curva: l’antitrust, le operazioni societarie, i grandi studi, Milano e Roma. Quella vita le ha dato formazione, indipendenza e consapevolezza. La nuova attraversa i filari di Mezzomerico, entra nella cantina ricavata dalla stalla, passa accanto a Margherita e raggiunge il punto nel quale Pietro aveva cominciato. Le due strade convivono dentro di lei. Francesca rimane ferma nella decisione presa.
La cosa che più mi pesava in ufficio era sentire che il mio tempo apparteneva sempre a qualcun altro. Potevo avere finito il lavoro, avere saltato la pausa pranzo ed essere arrivata presto, eppure dovevo restare davanti al computer perché quello era il modo in cui funzionava quel mondo. Anche i partner avevano qualcuno sopra di loro. Nessuno era davvero padrone del proprio tempo.
Essere padrona del tempo significa anche rispondere del modo in cui lo si utilizza. Il Roccolo le chiede giornate lunghe, presenza, studio, energia e disponibilità ad affrontare gli errori. La libertà di Francesca ha il volto della responsabilità.
Qui lavoro tanto, durante il fine settimana ci sono le degustazioni e, vivendo nella tenuta, senti che l’attività continua sempre. Però posso leggere, riprendere il tennis, studiare finanza, coltivare le mie passioni e decidere come organizzare la giornata. Voglio diventare una persona padrona del proprio tempo. Questo, per me, conta moltissimo.
Francesca parla del futuro con la lucidità. Sembra conoscere bene la differenza tra crescita e grandezza.
Vorrei mantenere questa realtà familiare e continuare a produrre vino di qualità, facendolo conoscere di più. L’ideale sarebbe restare tra trentacinquemila e cinquantamila bottiglie, magari crescere un poco, evitando dimensioni nelle quali perdi il contatto con il prodotto. Desidero raggiungere canali internazionali, aumentare il valore, sviluppare l’accoglienza e mantenere il vino al centro.
Vigna La Cascinetta conserva il luogo dal quale è partita. La Vespolina possiede la fermezza della donna tornata con idee nuove. Valentina custodisce la libertà di due sorelle che hanno scelto vite differenti continuando ad appartenere alla stessa famiglia.
Pietro aveva iniziato il Roccolo lasciando alle figlie la libertà di seguirlo oppure andare altrove. Francesca ha accolto quell’eredità nel modo più fedele possibile, esercitando fino in fondo la libertà ricevuta.
Papà avrebbe riconosciuto la mia felicità. Quando mi vedeva costruire la mia carriera capivo la sua scelta di spingermi fuori, però oggi sentirebbe la passione con cui io e mamma portiamo avanti ciò che lui ha creato. L’idea di lasciare questo posto o affidarlo a qualcun altro, per me, rimane fuori discussione.
Avrebbe potuto continuare a fare l’avvocato, aiutare Margherita durante il fine settimana e conservare Mezzomerico come una parte affettiva della propria vita. Ha scelto di esserci ogni giorno, di imparare ciò che ancora le manca, affrontare il confronto generazionale, assumersi il rischio dell’impresa e trasformare il progetto di Pietro in una possibilità capace di attraversare un’altra generazione.
Ha scelto senza chiedere alla sorella di seguirla. Ha scelto senza attribuire alla famiglia il peso della decisione. Ha scelto per responsabilità, per appartenenza e per se stessa.
Il vino aveva saputo aspettare. Francesca, quando è arrivato il momento, ha risposto: Io vengo.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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