Francesco Crisponi. A Mamoiada si respira serenità
Cosa è la serenità?
La definizione più bella che ho trovato è stata quella che mi è apparsa appena ho cercato su Google la parola serenità
La condizione del cielo quand’è sgombro di nubi e del tempo quando il cielo è così
Sembra una banalità ma queste parole possono essere utilizzate per qualunque accezione si voglia dare alla serenità.
Si è sereni quando il nostro animo, la nostra mente, il nostro cuore, è libero da qualunque tipo di impedimento sovrastrutturale in grado di alterarne, in genere peggiorando, lo stato in cui siamo.
Essere sereni ha una immediata e importante conseguenza, il vivere bene. Forse anche più a lungo.
Seneca diceva che La vita è come una commedia: non importa quanto lunga, ma come è recitata.
Pensare di recitare per tutta la vita è complicato ma, interpretarla in un modo piuttosto che in un altro è assolutamente dirimente. Di certo, se si continua a desiderare sempre qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo, la condizione di serenità viene meno.
Disturbo nuovamente Seneca per ricordare ancora una sua espressione: Nessuno può essere felice se è costantemente immerso nei desideri.
Ecco allora, per essere sereni occorre apprezzare la propria vita. Complessa o semplice che sia.
Persone come noi vivono una vita intensa e molto bella.
È una frase che mi colpisce molto. Specialmente quando si tratta di una sorta di introduzione alla chiacchierata che sta per avvenire. Francesco Crisponi e sua moglie Patrizia. Ci siamo conosciuti ad un interessantissimo evento incentrato sui vini della Sardegna organizzato da Maurizio Valeriani e Vinodabere. Già li ero rimasto colpito dalla loro semplice serenità. Due persone, due cuori, due anime. Unite in un meraviglioso idillio di serenità.
Vivono a Mamoiada, piccolo paese del nuorese, conosciuto forse ai più per i Mamuthones, le maschere del carnevale locale di tradizione antica. Uomini vestiti con pelli di pecora e maschere nere che incedono con piccoli saltelli per le vie del paese provando a prendere al lazo le donne in segno di buon auspicio. Un rituale antichissimo che si lega a doppio filo con il vino che a Mamoiada non è solo un liquido ma ulteriore segno di una cultura millenaria.
I Mamuthones fanno la prima uscita il 16 e il 17 gennaio che ovvero quando si assaggia il vino nuovo. Si usa buttare a terra un goccio di vino per restituire alla terra il vino poiché è stata generosa proprio nel darci il vino. Il rito dei Mamuthones è propiziatorio della nuova annata. Quando non sono potuti uscire per il maltempo l’annata non è andata bene. Adesso devono uscire anche quando piove. Magari non fanno i fuochi ma escono.
A Mamoiada ci sono 380 ettari di superficie vitata. Quasi l’8% del territorio comunale. Tanti piccoli appezzamenti, tante Ghiradas, sparse un pò ovunque. In fondo ogni famiglia deve avere la sua vigna.
Mio nonno aveva i vigneti. Mio padre lavorava le vigne. Abbiamo sempre lavorato in questa realtà. Questo mondo ci appartiene. È spontaneo e normale. Dal 2000 quando la cantina sociale è fallita, ci siamo messi ad imbottigliare. A Mamoiada ci sono circa una quarantina di piccole realtà. Dalle 3000 alle 10000 bottiglie. Qualcuna anche di meno. Noi produciamo circa 4000 bottiglie.
Nei bar di Mamoiada non si parla di calcio ma di vino, di vigna, di potature. Ogni famiglia coltiva il Cannonau e la Granatza alla maniera degli anziani del paese, nobili e instancabili dispensatori di saggezza. Nessuno qui è invidioso della propria vigna e del proprio vino.
Noi veniamo da una tradizione importante. Parliamo di 40 cantine che imbottigliano ma in realtà ce ne sono duecento. Ogni famiglia produce vino. Fa parte del nostro patrimonio culturale. La vivi perché viene tramandata nei secoli. Come il vitigno Cannonau. Gli anziani sono sempre dispensatori di ottimi consigli. Hanno una disponibilità di animo incredibile. Vogliono essere coinvolti attivamente nella vita sociale. Qui ci si ferma a parlare anche se sei di fretta.
Se ti fermi a parlare con un anziano e chiedi consigli, finisci per assaggiare il suo vino nella sua cantina. L’unica cosa che non si deve mai fare è criticarlo. Il vino si intende. Gli anziani qui sono persone da rispettare, quasi venerare. Per la loro esperienza. Per il bagaglio culturale che portano con se. Per non essersene andati. Sempre pronti a condividere la propria conoscenza per il semplice piacere di farlo. Per la voglia di tramandare gli insegnamenti che loro stessi hanno ricevuto. Non per business, solo per la voglia di continuità.
Gli anziani sono molto più preparati e disposti di noi. Noi ne facciamo anche questione di business, loro no.
Il vino qui si ama per la sua spontaneità fatta di lieviti indigeni e fermentazioni spontanee. Di piante ad alberello la cui età è sconosciuta ai più. Di trattamenti in vigna quasi inesistenti. Di vinificazioni senza fronzoli e dettate solo da pulizia, amore, serenità. Ed è proprio questo che si ritrova nei vini di Mamoiada: la semplice perfezione.
Ecco perché Mamoiada è un patrimonio pazzesco. Una luogo di tradizione che deve vivere. Una radice che deve vivere. Senza la radice un albero muore
Io non vengo da questo mondo perché ho lavorato nel campo dell’edilizia e mia moglie è infermiera e lavora in ospedale. Nel 2021 abbiamo deciso di cominciare questa avventura prendendo dei vigneti e iniziando a lavorarli.
Un problema di salute costringe Francesco ad abbandonare il lavoro. Già questo potrebbe spaventare i più e, se aggiungiamo che ci sono ben otto figli (sette maggiorenni e una di nove anni), credo che in pochi sarebbero riusciti a dormire la notte.
Nel 2021 ho dovuto lasciare per un problema di salute l’edilizia. Ci siamo detti: cosa si può fare.
Il modo con il quale Francesco dice quel “cosa si può fare” è disarmante per la serenità che dimostra. Certo, c’è il lavoro di Sandra ma non è che basti. Eppure la decisione è di prendere dei terreni e lavorarli.
Qui tantissimi anziani decidono di darti questi terreni a mezzadria. Ho una casa abbastanza grande dove ho deciso di fare una cantina. Facciamo qui il vino ma non l’imbottigliamento perché viene il camion a domicilio. Abbiamo avuto anche una botta di culo di trovare dei vigneti con terreni incredibili. Lavoriamo anche un vigneto centenario. Io ho un enologo che è Francesco Sedilesu che è un pò l’iniziatore della nuova viticoltura qui. È un mio vicino di casa. Lo chiamo in ogni momento. Ci siamo immersi in questo mondo dopo aver studiato.
Ricominciare. Partendo da zero. Sì può fare se la comunità, le persone che hai intorno, sono con te. Le 2500 anime di Mamoiada sono una vera grande famiglia unita nella voglia di stare bene insieme e di pensare al bene del territorio.
Io ho avuto la fortuna di essere amministratore a Mamoiada dal 2010 al 2015. Assessore alla cultura e vicesindaco. Una predisposizione a voler bene a questo territorio. Il vino qui è una esperienza condivisa. Si cerca di ottimizzare l’esperienza di tutti. Qui non si respira rivalità e concorrenza.
Nessuna invidia. Nessuna rivalità. C’è spazio per tutti perché qui il vino è veramente cosa di tutti. Qui hanno veramente compreso come per star tutti bene occorra una rete di persone che unite, ancorché ciascuno con la propria individualità, lavorano insieme per il bene del territorio.
Ho fatto sempre le escursioni. Ma è una attività occasionale. Mamoiada sta diventando una località interessante nonostante sia una realtà di 2500 abitanti. Tanta cultura. Identità. Iniziamo i nostri giovani a questo.
Poter condividere il territorio. Condividere ciò che si fa e ciò in cui si crede. La cosa più bella. Così bella da dar vita anche ad una associazione che si occupa del vino di Mamoiada: Mamojà.
L’associazione nasce per volontà di Francesco Sedilesu. È stato uno che si è impegnato tantissimo per la valorizzazione del territorio. Il vino non è solo una bevanda ma qualcosa di radicato nella società. Con il vino viviamo tutti i momenti solenni della vita: dal battesimo al matrimonio. I momenti di festa e religiosi. Tutta la convivialità. Le nostre vendemmie sono festa.
Anche nelle parole di Francesco c’è tanta voglia di condivisione. Lui e la moglie, una cantina giovane che ha bisogno di crescere e di promuovere il proprio vino. La consapevolezza è che con solo due ettari in affitto non si va da nessuna parte. Da soli.
Sanno di avere per le mani un patrimonio pazzesco. Due vigne con piante di venticinque e oltre cento anni. Qualcosa da curare in maniera maniacale e, soprattutto, grande responsabilità.
Ci sono sempre gli agronomi che danno una mano. In anni dove ci sono state malattie legate alla vita, questi vigneti centenari hanno cosi sviluppato anticorpi che non c’è stato bisogno di fare nulla. Noi siamo in biologico. La nostra scelta è rischiare che qualche annata non sia al massimo della produzione.
Una pianta ultracentenaria è come una persona anziana della quale si ha profondo rispetto per quanto ha donato al mondo. Ha oltre cento anni ma ha ancora tanto da dare. Occorre grande cautela e accortezza per evitare che non resista alla forza di lavorazioni mal fatte. Per tutto il resto, ci pensa da sola: ne ha viste di cose nel corso della sua lunga vita. È solo cosi che ha resistito fino ad oggi: adattandosi e lottando. Ora però è stanca. Stanca per gli innumerevoli frutti prodotti, per le infinite vendemmie e per tutte le ferite inferte dalle continue potature. Avrebbe bisogno di riposo. Ma non è giunto ancora il momento.
Nella vinificazione cerchiamo di rimanere fedeli alla tradizione. Innovazione con gli strumenti ma non facciamo grandi cose. È il territorio che è generoso. Più ci metti di tuo più le cose non vanno. Poi, le rese qui sono bassissime.
Due le etichette prodotte entrambe da Cannonau. Poi un rosato sperimentale e un bianco da Granazza che prima o poi diventerà continuativo visti i nuovi impianti (oggi ci sono solo 200 bottiglie…).
Due espressioni del Cannonau che recano in se le particolarità di due Ghiradas diverse e due età diverse delle vigne. Due etichette che caratterizzano Mamoiada come l’esatta provenienza del vino: le visera, le maschere dei Mamuthones stilizzati che si congiungono ai cerchi concentrici delle pietre istoriate della Stele di Boeli, Sa Perda Pintà
Il Ghirada Elisi è qualcosa di monumentale per la capacità di essere fedele al territorio nel rispetto delle vigne centenarie dalle quali proviene. Il passaggio in botte (tonneaux da 500 litri) lo ha ammorbidito quel tanto da non farlo essere spigoloso. È giovane e vivo e il suo rubino intenso ne è fedele attestazione.
Profuma di bosco e di frutta croccante, di mirto potente e di spezie antiche, di terra bagnata e di duro pellame. Profumi che il balsamico esaltare maggiormente in maniera che quasi non ce ne si accorge.
Ogni sorso è un colpo di tamburo che accompagna il passo di un Mamuthones, ogni aroma che emerge, una maschera che cade.
Il calore si sprigiona in bocca, armonico, fresco, sapido. Avvolge, penetra nelle viscere, senza possibilità alcuna di poterne fare a meno.
Una rusticità elegante, un patrimonio da preservare come una maschera del carnevale storico. Ogni volta che se ne versa una lacrima nel calice non può che essere un ringraziamento a quelle piante che continuano a regalare cotanta meraviglia prodotta in sole mille bottiglie.
Visera è l’altro Cannonau. Proviene da vigne non centenarie ma pur sempre antiche. Non è una diminutio anche perché voglio vedere quante vigne hanno venticinque anni. Il colore è un bellissimo rubino che inizia a virare verso il granata. Limpido, bellissimo e con una vivacità che sa di eleganza e finezza.
I sentori sanno immediatamente di mirto e di un prugna matura con una vena di acerbo dato dai piccoli frutti neri e reso accattivante dall’incipiente sottobosco. Il mirto avanza assecondato da un po’ di balsamico. Qualche piccola spezia, soprattutto noce moscata, chiodi di garofano e pepe che è poi quello che svetta un po’ di più.
Il sapore in bocca è meraviglioso: c’è ampiezza e c’è un tannino maturo e non invadente anzi, gentile. La frutta, che si percepisce al contempo polposa e croccante, si espande in bocca lasciandola poi pulita in una maniera pazzesca. Sapido da provocare una lunga salivazione e un finale che fa miracolosamente mutare la prugna in secca con un senso di quasi affumicato. Interessante, meraviglioso, ampio, godurioso ma anche fine, elegante; ricco e completamente, indissolubilmente legato alla Sardegna, a questo territorio grazie alla sua inconfondibile macchia mediterranea che emerge.
Si sente la giovinezza di queste piante rispetto al centenario, ma Visera è un vino veramente fatto bene bene bene.
Bevendo questi due vini, sono rimasto appagato. Totalmente appagato. ho veramente trovato un senso di serenità nel calice (non attraverso il calice…).
l nostro motto è poco ma buono. Ma lo facciamo dire agli altri.
Ghirada Elisi e Visera, sono qualcosa in più del buono. Sono vini autentici , incredibilmente territoriali. Non impostati. Non costruiti. Non artefatti. Veri.
Le annate sono diverse ma va bene cosi. Non c’è mai un vino come l’annata precedente. Non usiamo lieviti, le fermentazioni sono spontanei, non aggiungiamo niente. I nostri vini non sono abboccanti. Ma ci piace farli cosi.
Patrizia è presente anche se in disparte. Guarda il marito Francesco con occhi innamorati. Vaglielo a dire a quelli che sostengano come l’amore si spenga con l’arrivo del figlio. Qui ce ne sono otto e a guardarli sono una coppia bellissima. Serenità. Tutto qui il segreto.
Io in primis sono un amante della natura e tante volte ho detto a Francesco di voler avere una campagna. Il toccare con mano la cura di queste vigne, la cura della pianta, del terreno, ci ha fatto bene. Prima era solo delegata agli altri ma trovare soddisfazione quando deriva dal tuo lavoro è meraviglioso. Noi facciamo tutto a mano. Anche le etichette. Quando abbiamo tempo mettiamo le etichette.
Se non sono parole di pura serenità queste allora non ho capito niente della vita.
Quando lui faceva le escursioni si andava anche in cantina di altre persone. Quando abbiamo fatto sotto casa la nostra ed è venuto il primo gruppo, è stata una grande soddisfazione. I gruppi vengono ospitati in famiglia e cuciniamo noi. Noi siamo contenti così.
Mamoiada fa parte del carnevale storico. Ospiteremo in cantina i gruppi delle maschere estere. Ho avuto l’incarico di fare uno scambio culturale per vivere il territorio.
Aldilà della politica che in questo caso c’entra il giusto, quello che continua ad essere di tutta evidenza è la capacità di una popolazione di fare fronte comune per la valorizzazione del territorio. Fronte comune che vuol dire non essere invidiosi e collaborare perché ciò che conta davvero è il bene comune. Quando c’è questo, quello individuale è solo una immediata e diretta conseguenza.
I Mamuthones, il carnevale, i percorsi, le cantine, le ghiradas, il vino, il formaggio. Tutto questo fa il territorio. Tutto questo è Mamoiada.
È qui che c’è l’azienda di Francesco Crisponi e di sua moglie Patrizia. È qui che si producono i loro vini. In un ambiente che sa di famiglia unita. Si vede. Sì respira amore e unità. Soprattutto serenità.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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