Francesco Sedilesu. Teularju: la terra in prestito
Qualunque cosa tu faccia, amala come amavi la cabina di proiezione quando eri piccolo.
È una frase che travalica il cinema e diventa filosofia di vita. È tratta da una scena del film Nuovo Cinema Paradiso che non si dimentica mai del tutto con Alfredo, vecchio e cieco, che parla al piccolo Totò
Mentre chiacchiero con Francesco Sedilesu, titolare dell’Azienda Agricola Teularju di Mamoiada, quella frase mi torna in mente più volte. Francesco ha amato e ama la vigna esattamente così: con l’intensità di qualcosa incontrata da bambino, prima che diventasse scelta consapevole.
Mamoiada è il nome che evoca i Mamuthones, le maschere del carnevale di pietra e pelle, parte di quel rito la cui origine si perde nei ricordi degli anziani del paese. Ancor più vecchio di qualunque memoria.
Accanto al carnevale, c’è un altro rito che qui si celebra ogni anno. Altrettanto ancestrale. Altrettanto corale. È la vendemmia. Settecento nuclei familiari, duemilaquattrocento abitanti, duecentocinquanta cantine domestiche. Quasi un vignaiolo ogni dieci anime. Francesco descrive quel paesaggio sonoro con una precisione che sa di infanzia recuperata.
Da piccolo, quando hai a che fare con l’uva già in vigna, ogni profumo, ogni rumore, ogni musica che in qualche maniera viene dalla natura, ti rimane impressa… ti segna. Entra, si incarna. E quando l’uva veniva portata a casa, messa nel tino, con quei profumi, è chiaro che ti marchiano per sempre.
Proust lo sapeva. La madeleine immersa nel tè che riapre un’intera stagione perduta. Ma qui non è un dolce di pasta frolla: è il vapore acido di una fermentazione spontanea, il crepitio di una pressa, il rumore notturno di un paese che vendemmia tutto insieme.
Il periodo vendemmiale era una specie di musica. Le presse, i pigiatori, i macchinatori dell’uva. Non si dormiva. E ancora oggi i miei figli mi dicono che quella sensazione ce l’hanno. Probabilmente l’avranno anche i miei nipoti. Quella bella sensazione della vendemmia.

Il padre, i fratelli, la stanzetta di venti metri
La nonna di Francesco aveva meno di un ettaro. Il suo giardino di casa. Poi tre botti di castagno in una stanzetta di venti metri quadri. Suo padre faceva un altro lavoro. Come spesso accade nelle famiglie di queste zone interne della Sardegna, la vigna era contorno, integrazione, orgoglio domestico. Nutrimento. Perché il vino era nutrimento, non professione. Poi la vita rimescola le carte.
Mio padre in primis faceva un altro lavoro. Poi lo perse e dovette, per arrotondare, prendere dei vigneti in affitto. Alla fine della sua carriera da vignaiolo, aveva cinque ettari così che produceva un bel po’ di vino. Che vendeva ovviamente e nell’economia funzionava, dai. Ancora oggi, a novantaquattro anni, quando lo incontrano gli chiedono del vino. Gli piacerebbe venire ancora in campagna, ma non ce la fa. È sempre un piacere vederlo contento.
Gli studi agrari per Francesco non per continuare il lavoro del padre ma per seguire il mito familiare del posto fisso, la sicurezza. Sicurezza che trova nell’Agenzia di Sviluppo Agricolo della Sardegna, dove ancora lavora. Il vino, però, non l’ha mai mollato. Come un basso continuo sotto la melodia principale.
Avevo sempre il pallino di fare l’imprenditore. Il vignaiolo, in sostanza. Ma mia madre e mio padre mi hanno quasi costretto a fare i concorsi. Comunque, sono contento: in ritardo di una generazione, i miei figli hanno realizzato quello che io sognavo. Per me questa è una promessa che si compie.
Nel 2002, con i fratelli decidono di tenere insieme i vigneti ereditati dal padre e di imbottigliare. In un ex caseificio abbandonato, quello che la Cassa per il Mezzogiorno aveva costruito negli anni Ottanta accanto a una Cantina Sociale. Entrambe fallite. Francesco non ha pietà nel descrivere il vino di quella cantina sociale
Facevano un vino industriale anche perché tutti davano le uve peggiori alla cantina e le uve buone le tenevano per sé. Forse, meno male che c’è stato questo egoismo perché il paese è rimasto fermo, come in una bolla. Come gli ultimi dei Mohicani. Non era coinvolto da quello che faceva il mondo. I paesi vicini andavano dalle cantine sociali. Da noi, niente. Ed è stata una fortuna.
Nel paradosso, una vera fortuna perché quando il mercato ha cominciato a cercare autenticità, naturalità, fermentazione spontanea, Mamoiada era già lì. Intatta. Pronta. Come quei paesi di montagna che i turisti del boom avevano saltato e che ritrovano poi, con stupore, ancora vivi.

Teularju: il telaio, la trama, il Cannonau
L’azienda che si crea è dunque Teularju, il telaio. Lo strumento con cui si intreccia ordito e trama. Difficile immaginare nome più appropriato per chi ha costruito, in vent’anni, una tessitura di territorio, famiglia e comunità.
65.000 bottiglie l’anno su quattro ettari tutti a Cannonau il vitigno identitario di questa terra rossa e antica.
Solo che la scelta produttiva di Francesco e dei suoi figli è, per Mamoiada, quasi rivoluzionaria: raccogliere in anticipo, puntare su bassa alcolicità, acidità viva, frutto integro.
Passare dai 15-16 gradi ai 13, non è solo una questione tecnica è una dichiarazione di poetica.
Quando fai vini a 15, 16 gradi sono sì buoni con i nostri alimenti territoriali. Però, come espressività, sono un po’ limitati. Oggi il vino non si beve soltanto, lo si degusta. E nella degustazione mostrano tanti limiti. Invece, se si anticipa la raccolta, la spalla acida è più presente, tutto il frutto non è ancora sciupato. È tutto più delicato e secondo me è meglio.
Il processo in cantina è altrettanto radicale nella sua semplicità: fermentazione spontanea, piccoli tini da dieci quintali, follature rigorosamente a mano, nessuna pompa nella fase più delicata. L’unica pompa a disposizione entra in gioco solo sotto la pressa, per portare il vino in botte. Da lì, silenzio.
Meno lo si tocca, meglio è. Il vino ritorna in botte e poi lo si rivede dopo un anno. All’imbottigliamento. Il contatto con l’ossigeno nei tini, che sono molto aperti, lo gestiamo con un telo, aprendolo solo in base alla fase della fermentazione. Tutte fasi molto semplici, ma molto curate. Con attenzione.
Tecniche che non possono arrivare da studi enologici. Sembrano più tradizioni tramandate da saggio a saggio. Spesso senza parlare. Solo osservando.
Capita che io o mio figlio diamo una mano a qualcun altro. Tutta l’esperienza si è sedimentata piano piano, con scambi con altre persone. Non siamo egoisti perché siamo sempre disponibili ad approfondire. Ma poi si fa una sintesi, senza perdere quello che era il proprio bagaglio culturale. L’enologo magari ti dice: è impossibile che non riparta la volatile, con queste condizioni. E noi diciamo: tranquillo, poi facciamo le analisi e vediamo. E non ci credevano. Non riuscivano a capire come avessimo volatili così bassi. Se hai cura, si capisce. Soprattutto col naso.
Francesco e quella sua meravigliosa cadenza sarda. Un intercedere delle parole che sanno di saggezza e vita vissuta, calli sotto le mani, sole sulla pelle. In ogni sua movenza, in ogni piccolo cenno con il volto, nel muovere di una ruga, c’è serenità. La serenità di un intero paese. Del rispetto degli anziani e di ciò che portano con se.
Il naso è uno strumento che hai sempre a disposizione, non hai bisogno di tararlo. Entro in cantina e capisco subito se c’è un problema. È qualcosa di primordiale, ancestrale. Come lavorava mio nonno, come lavorava mio padre. Mai visto un fiasco di aceto. Eppure lavavano le botti con l’acqua e con qualche residuo di aceto come conservante. Cose che oggi una scuola di enologia ti direbbe che sono da pazzi. Eppure funzionava.»

Il vino comunitario
Nel 2015 Francesco è tra i fondatori dell’Associazione dei produttori di Mamoiada. Avevano viaggiato insieme i produttori della zona. Non si poteva non farlo per capire bene il mondo. Langhe, Borgogna, Alsazia, Francia. Avevano visto e imparato come si costruisce un territorio del vino. Erano tornati con una convinzione: anche Mamoiada ce la poteva fare.
Si andava nelle terre del Barolo, del Brunello, in Francia. Avevamo l’idea che anche il territorio di Mamoiada avesse la vocazione. Nel 2015 abbiamo creato l’associazione e in poco tempo i giovani hanno preso coraggio. Abbiamo messa a loro disposizione la nostra esperienza. Sono nate tante aziende. Oggi a Mamoiada sono quaranta le cantine. È un piccolo territorio del vino e rimane quel tessuto comunitario che è la cosa più importante.
Una parola, in tutta la conversazione, mi colpisce più delle altre. Non naturale, non artigianale, non biologico. Comunitario. Come a sostenere ancora una volta la forza di una comunità.
Il nostro è un vino comunitario. C’è una tradizione di una comunità rurale che sostiene il suo vino e il suo vino oggi si sostiene e sostiene la comunità. Così tutti questi giovani hanno lavoro e rimangono nel paese. Non sono costretti ad andare via. Mamoiada è ormai certificato come uno dei pochissimi paesi delle zone interne della Sardegna in controtendenza: non cresce, ma non cala. E già questo è un segnale. Un bel segnale.»
Bob Dylan, nel discorso del Nobel, citò Moby Dick. La nave che insegue qualcosa di impossibile e non smette mai di tracciare la rotta. Francesco non insegue balene bianche. Insegue qualcosa di più concreto e altrettanto difficile: la dignità di un territorio, la sopravvivenza di una comunità, la verità di un vino che sappia ancora di mani e di tempo.
Ma c’è anche la paura. Non del fallimento, che conosce e non teme. Paura degli investitori esterni.
Il pericolo che vedo è adesso che il territorio sta avendo successo. Arrivano gli investitori. Con tanti soldi. Comprano i vigneti non facendo parte di quella comunità rurale che sostiene il vino.
Sull’Etna da tempo sono arrivati i grandi investitori. Hanno certamente incrementato il prezzo del vino per dargli il valore che merita senza che però che di ciò le comunità locali ne beneficiassero. Se non in piccola parte. Le briciole. Si è certamente creato un movimento di persone locali che, sulla scia dei grandi investitori, hanno avuto lo stimolo di iniziare o continuare un lavoro. Ma il grosso era andato. In tutto ciò, un merito a chi ha scosso le coscienze bisogna comunque darlo.
La verità sta sempre nel mezzo. Come spesso accade.
In Costa Smeralda, l’Aga Khan è arrivato, ha costruito villaggi, ha creato sviluppo miliardario. Tutto quello che vuoi. Ma io da giovane ricordo che andavamo li e ci dicevano: nella spiaggia non potete fare il bagno. Non è casa vostra. Oggi un giovane che vuole sposarsi e farsi una casa lì non può farlo. I terreni costano troppo. Quindi tutto quello sviluppo… non so per chi.
Il problema vero è che se arriva un grande investitore, la fermentazione spontanea non te la puoi più permettere. E quella che è un’espressione del territorio viene meno. Il vero problema è che poi gli altri seguono. È che quando si crea un mondo diverso, quello più forte e più spinto ti trascina dentro. A me personalmente non farebbe un baffo — ma ho paura del movimento in generale. La terra è in prestito. Non abbiamo nessun merito particolare per essere nati qui. Abbiamo la responsabilità di conservarla. Non solo per i figli, per tutti.
Responsabilità di conservarla. Non c’entra nulla con il guadagno o la consacrazione di se stessi piuttosto che l’invidia. C’entra quel senso di comunità che Francesco più volte ripete. Qualcosa di molto più alto.

I figli, la vigna, il telaio che continua
La storia più bella però è quella di una famiglia che si moltiplica senza perdersi di vista. Francesco e Rosa hanno quattro figli e di questi, tre sono in Teularju: Giovanni con sua moglie Elisabetta, Giuseppe e Vincenza. Sei persone, tre famiglie, un’azienda. Più un quarto figlio, Simone, che ha scelto di fare un percorso tutto suo. Francesco lo ha sostenuto perché diventa una ricchezza. Per la famiglia e per la comunità. Una famiglia in più che fa parte del territorio. Che sviluppa il territorio.
Una mentalità incredibile. La capacità di guardare oltre. Non solo nel tempo ma nello spazio. Quella della comunità. Che cresce con il crescere delle persone impiegate.
Quando imbottigliavamo nel 2002, i miei figli avevano dai cinque ai tredici anni. Erano tutti lì, ognuno col suo compito. Come in Tempi Moderni ognuno aveva la sua postazione. Ed erano lì e gli è rimasta.
Un meccanismo non perfetto ma magnificamente sincrono. Un formicaio dove ogni membro della famiglia ha il suo compito preciso ancorché pronto a sostituire l’altro. Senza alcun tipo di problema.
Oggi tutti sanno fare tutto. Il bello è questo. Sono vignaioli. Mia nuora è enologa, mia figlia è filosofa, l’altra fa comunicazione e marketing. Ma tutti poi vanno in vigna. Tutti.
Voglio che i miei figli siano liberi. Il notaio, quando gli ho trasferito le quote, mi guardava come se fossi matto. Adesso sono nullatenente. Ho il mio lavoro e loro possono tranquillamente fare quello che vogliono. L’unica cosa è che mi riconoscono un’autorevolezza, da padre. Quindi mi ascoltano. Però vedo che in tante cose hanno imparato e fanno anche meglio di me.
Francesco è una persona mite e sempre sorridente. Sardo di quella Sardegna fatta di persone perbene che hanno a cuore la propria famiglia e la propria comunità. Una unione che diventa inscindibile e irrinunciabile.
Il patriarcato? Qui non sanno neanche cosa possa significare perché è l’amore che domina sopra ogni cosa. Arriva fino ai vini che sono una diretta espressione della famiglia.
Un uomo buono che vuole solo la serenità della sua vita nell’amore e unione della sua famiglia. Null’altro. Piccole cose. Accontentarsi delle piccole cose continuando a dare il proprio contributo. Fino a quando potrà.
Sono come il prezzemolo. Ci sono in tutto e do il mio contributo. Ma sono sicuro che in breve servirò a poco. Gli ho passato tutto, ho fatto tutto e continuerò a dare tutto per quello che vale. Domani faranno loro. E faranno bene. Quello che mi auguro per questa azienda?”
Ripete la mia domanda. Sorride con la semplicità di chi ha già trovato la risposta da tempo.
Fare sempre meglio. Con l’esperienza visto che l’esperienza aiuta ma anche con le intuizioni dei giovani. Pensa: il fatto di raccogliere prima, in maniera anche drastica, passare dai 15 gradi ai 13, da solo, magari non l’avrei fatto. Sono stati loro a dire: proviamoci. E funziona. Con il Cannonau funziona. Questi giovani hanno voglia di fare.
Una famiglia unita e contentissima con tutti i figli e i cinque nipoti, vicini. Una famiglia che si allarga come si allargava una volta nel silenzio lento di una terra che non si vende, non si cede, si tramanda.
È il telaio che continua a funzionare. Incessantemente. Con quel suo rumore caratteristico. Magari lo stesso che si unisce a quello della vendemmia.
Non posso dimenticare i vini ovviamente.
Quando ho assaggiato i vini di Teularju ero a Roma, in una sera che non sapevo avrei dovuto ricordare. Ocruarana e Cara’GonareMi è rimasta in bocca una sensazione insolita. Non la potenza che ti aspetti dal Cannonau ma una tensione, una vitalità quasi nervosa, un frutto che non aveva ceduto alla stanchezza. Era vivo. Preciso. Necessario.
Le due Ghiradas nel bicchiere
Ocruarana. Barbagia Rosso IGT
La pietra verde che dorme sotto il granito ha un nome antico: Ocruarana. Una parola sarda che suona come un respiro trattenuto, come qualcosa di nascosto che aspetta solo il momento giusto per emergere.
La ghirada alta, esposta a nord-ovest, pendenza media del venti per cento, suolo sabbioso di origine granitica con infiltrazioni di quella pietra metamorfica verdognola che ha dato nome al vigneto e al vino. Su questi due ettari a seicento metri di quota il Cannonau impara a non avere fretta. La fermentazione è, manco a dirlo, spontanea, i lieviti indigeni fanno il loro lavoro senza essere sollecitati, la macerazione dura poco meno di due settimane, poi il vino riposa in botte grande di rovere per un anno intero prima di incontrare il vetro.
Nel calice arriva qualcosa di non immediatamente decifrabile, qualcosa che richiede silenzio. Il colore ha profondità, non è ostentato. Al naso si apre uno scenario di macchia, di mirto e viola. La viola soprattutto, che in certi Cannonau di quota compare come una firma segreta insieme a spezie dolci che non sovrastano, accompagnano. C’è una sensazione di libertà nel senso più letterale: aria aperta, vento che scende dal monte, una complessità costruita non in cantina ma nella vigna, nelle pietre, nel tempo. In bocca l’eleganza non negozia con la potenza ma le cammina accanto: freschezza, tannino finissimo, finale che insiste su toni balsamici e speziati, con il pepe che ritorna come una nota bassa, lunga, profonda. Un vino che non urla la sua provenienza — la sussurra. E chi ascolta, non dimentica.
Cara’Gonare. Barbagia Rosso IGT
Il Monte Gonare si vede da lì. La ghirada guarda il monte, il vino porta quella direzione dello sguardo nel bicchiere.

Un solo ettaro, esposizione sud-sud/ovest, suolo sabbioso con sostanza organica e scheletro abbondante nella parte più scoscesa: la Cara’Gonare è la ghirada più raccolta di Teularju, la più protetta, quella che il sole accarezza più a lungo. Stessa cura in cantina ma il vino che ne nasce racconta un’altra storia, appena diversa nel timbro, nella temperatura emotiva.
Nel calice è un rosso che si presenta con una certa compostezza, quasi con riserbo. Le spezie dolci arrivano prima, cardamomo e chiodo di garofano, poi seguono i frutti rossi, ciliegia balsanica, piccole bacche di sottobosco. Insieme costruiscono un profumo che è maturo senza essere stanco. In bocca è ampio, sapido, con quella densità silenziosa che appartiene ai vini di altitudine. Il tannino è ancora vibrante, giovane, ma non aggressivo: è la giovinezza di qualcosa che ha davanti a sé molto tempo per diventare ciò che sa già di poter essere. Il finale è lungo, persistente, e sulla macchia mediterranea torna a chiudere il cerchio. Come se il Monte Gonare, da lì in fondo, rispondesse.
Due vini, due pezzi della stessa terra. Fratelli che si somigliano e si distinguono, come solo sanno fare i figli cresciuti sullo stesso granito.
Viene in mente una canzone di Fabrizio De André, Volta la carta: La vita è un dono, un prestito dal niente. Francesco Sedilesu, che di mestiere sviluppa l’agricoltura sarda e nel tempo libero fa il vignaiolo, o forse è il contrario, oramai quella frase la conosce senza averla mai sentita. La vive. La trasmette. La imbottiglia.
La terra è in prestito. Il vino anche. E i figli pure vengono da te, ma non ti appartengono. La vera filosofia di Teularju è anche un modo dignitoso di stare al mondo.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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