03 Gen 2025
Suggestioni di Vino

Gabriele Morra già Pautasso 1880. Gabriele e Stefano: esageroma nen

 

Totò e Peppino. Gianni e Pinotto. Stanlio e Olio. Franco e Ciccio. 

Coppie della risata. Quelle che ci hanno fatto ridere senza freni. Per tanto tempo.  Con semplicità e senza eccessi. 

Non è facile far funzionare una coppia. Se è difficile tra marito e moglie pur avendo in comune una vita intera, figuriamoci tra coppie di artisti, ciascuno con la propria individualità e la voglia di emergere. Quando si capisce però che da soli si è “di meno”, ecco, li si raggiunge l’apice. Il problema è che non basta che lo capisca uno. Devono essere entrambi. Altrimenti che coppia sarebbero?

Coppie della risata, ça va sans dire. Anche perché di coppie drammatiche se ne sono viste poche nella storia. E meno male aggiungerei, altrimenti sai che valanga di tristezza!

Quando si scherza bisogna esse seri.

Il grande Alberto Sordi nella magistrale interpretazione del Marchese del Grillo ci ricorda che il lavoro di chi scherza per far ridere le persone, magari prima se stesso, occorre farlo con serietà. Occorre preparazione e tanta. Si può improvvisare, certamente, ma non verrà mai bene come qualcosa di pianificato. 

Gabriele e Stefano a vederli insieme sembrano una di quelle coppie comiche dell’avanspettacolo milanese degli anni ‘90. Quelli dello Zelig tanto per intenderci. 

Gabriele (Testa) è quello alto. Sbarbato, la faccia da bravo ragazzo. Lo guardi e dici: toh eccolo li Enrico Bertolino. 

Stefano (Campaniello) è quello meno alto. Con la barba e la faccia da meno bravo ragazzo. Lo guardi e dici: toh ecco Natalino Balasso (da giovane!). Anche se poi lo senti parlare ed è tutto tranne che nordico.

Cosa ci facciano insieme, sembra un mistero. Potrebbero essere un duo improbabile. Invece sono una di quelle coppie divertenti, scanzonate ma al contempo (proprio perché quando si scherza bisogna esse seri) preparatissimi e professionali vignaioli delle Langhe. Gabriele e Stefano sono la Cantina Gabriele Morra già Pautasso 1880.

Siamo a Macellai, una piccola frazione di Pocapaglia, in provincia di Cuneo. Nelle Langhe insomma. Qui si scherza poco in generale e con il vino ancora meno. È cosa seria. Austero e serioso proprio come i piemontesi. Sabaudi. Eppure, Stefano e Gabriele li guardi e ti ispirano subito una gran simpatia. Dei due, quello che dovrebbe essere sabaudo è Gabriele. È lui che dal nonno materno, del quale porta il nome, eredita le vigne. Di sabaudo ha la flemma e l’aspetto che sembra, da lontano, da molto lontano, un piemontese. Serio, non so. Ha il sorriso che lo si legge negli occhi. Quella voglia di fare qualche marachella che gli deve essere rimasta da quando era piccolo. La flemma però ce l’ha tutta. Sarà per questo che di coltivarle, le terre, non è che ne avesse una gran voglia. Di fare vino, benché gli piace berlo, men che mai. Oltre alla flemma ha in dote pure una certa indecisione. Di quella che lo porta, quando va al ristorante, ad ordinare sempre le stesse cose, sempre lo stesso vino. 

Stefano è il contrario di Gabriele. Sempre in movimento. Sempre a voler far qualcosa. Dotato di quella simpatia derivante, con tutta probabilità, dalla provenienza che il suo cognome non riesce a celare. Sembra serio con il suo modo di fare da navigato professionista ma poi, all’improvviso, non riesce a trattenere la battuta dissacrante. In grande amicizia! 

In comune con Gabriele, il sorriso. Stefano lo dimostra mostrando tutti i denti, Gabriele con gli occhi. Espansivo il primo, contenuto il secondo. 

Come si incontrano?

Io e Stefano ci siamo conosciuti ad un tavolo di un ristorante. Dieci anni fa. Lui lavorava, io ero cliente. 

Sono quello che lavora dei due.

È cominciata come una scommessa. Faceva il sommelier e mi fa, dopo la seconda volta che mi vedeva: vuoi scommettere che ti prendo il vino e ci azzecco sui tuoi gusti?

La verità è che lui beveva sempre lo stesso vino. Ad una certa mi sono stufato e gli ho detto: stasera ti bevi una bottiglia che dico io. Se non ti piace me la bevo io.

Così è stato. È nato tutto di li. Ci siamo conosciuti.

Bevevo una Barbera e lui mi ha proposto un Dolcetto di San Fereolo. Un produttore fuori dagli schemi. Bravo hai azzeccato i miei gusti. Bravo. Così andavamo a mangiare fuori e lui sceglieva il vino. Tanto i gusti li sai gli dicevo.

Stefano sommelier in un ristorante. Innamoratissimo delle Langhe e del Roero, si era trasferito in queste zone per lavoro. Il lavoro nel ristorante forse per darsi il tempo di trovare non la strada giusta che già sapeva quale dovesse essere. Iniziativa, intelligenza, esperienza, voglia di fare, voglia di emergere. Capacità.

Mi disse: il mio sogno sarebbe aprirmi una cantina. Guarda che mio nonno aveva una cantina. Ho tenuto tutto. Ho conservato le vigne. Adesso vendiamo le uve. È sempre stato il pallino mio aprire una cantina ma non avevo lo stimolo.

Lo stimolo. Vedi che gli manca lo stimolo a uno come Gabriele? In fondo il lavoro ce l’ha. A che gli serve sbattersi e coltivare la vigna? E poi, fare pure il vino? Troppa fatica. Sarà così ma a Gabriele manca proprio lo stimolo. Uno che gli ricordi di quanto ben di Dio abbia sotto il culo e cosa se non potrebbe fare. 

Mi affitti le vigne?

Non so se fosse una provocazione o un vero intento, però per uno intraprendente e volenteroso di spaccare il mondo come Stefano, la domanda era lecita e pertinente.

Le vigne sono di famiglia e non posso affittare le vigne ad un forestiero. 

Allora facciamo il vino insieme. 

Ditemi se non sono un duo comico Gabriele e Stefano. 

Non può non venirmi in mente la meravigliosa scena del film La banda degli onesti con Totò, Peppino de Filippo e Giacomo Furia. Sono convinto che Gabriele avrebbe detto:

Allora, siete d’accordo? 
Siete? Siamo d’accordo
Siamo!
Ah, siete d’accordo

Di li abbiamo iniziato i nostri esperimenti. Nel 2015 abbiamo iniziato l’avventura uscendo sul mercato nel 2018.

Abbiamo una idea di vino tradizionale con qualcosa di contemporaneo.

Lui innamorato dei vini. Tanto che si è speso tutto assaggiando i vini degli altri.

Fanno tutto loro. A che serve fargli domande se conducono da soli il gioco? 

Magari lo fanno inconsapevolmente o magari perché sono splendidamente affiatati, vallo a sapere. Però funzionano insieme. Si prendono in giro a vicenda senza mai accavallarsi o tantomeno offendersi. Ridono e si divertono. Una passione in comune come quella del vino coniugata con della sana e coinvolgente allegria.

Facciamo il vino per passione. Non siamo di quelli che trasformano la passione in lavoro. Ci vogliono i soldini e noi fortunati non siamo.

Gabriele lavora in ambito metalmeccanico, Stefano nella ristorazione. In vigna e in cantina dunque stanno in maniera alternata e asincrona rispetto al proprio lavoro. Stefano si dedica alla cantina di giorno perché il ristorante è aperto solo a cena;  Gabriele di sera perché di giorno si lavora in fabbrica.

Caratteri complementari, punti di vista comuni. Eppure Gabriele è quello sornione che ha preso questa avventura come un modo per fare qualcosa di diverso e utile con le vigne di famiglia. Per Stefano è una vera opportunità di sviluppo di business. È per questo che si integrano perfettamente. 

Facendo le cose per passione prendi tutto con il sorriso. Le critiche le prendi con il sorriso ad esempio. In modo costruttivo. Abbiamo cominciato e siamo felici. Barbera, Nebbiolo e Barbaresco…Poi avanti con gli altri vini.

Noi abbiamo fatto la scelta di essere degli artigiani. Non ci vendiamo come produttori di vino naturale o biologico. Ci siamo uniti con due ruoli diversi. Gabriele è la parte più manuale mentre io all’inizio di cantina. Non avendo una generazione precedente, all’inizio è stato più difficile ma allo stesso tempo potevamo fare quello che più ci piace. Abbiamo unito la nostra idea di vino e di gusto con una visione contemporanea ed esperienze. Come quelle che mi hanno portato a lavorare in Francia, Spagna. Nelle cantine all’estero in maniera convenzionale. Mi sono trovato ad avere in una estate, una reazione allergica ai prodotti di sintesi. Avevo visto in Francia una parte quasi spirituale, biodinamica, concettuale. In Spagna una realtà industriale. Con Gabriele quando ci siamo trovati abbiamo detto: facciamo un vino che ci beviamo noi per primi. Poi troviamo le persone che si innamorino del nostro vino.

Approccio in vigna e in cantina è quello della tradizione del Nebbiolo e della Barbera. Però ci piace la beva, l’eleganza, la non alcolicità. Vini da bere per essere bevuti. Siamo due bevitori e infatti siamo i migliori clienti della nostra cantina. Tra una fetta di salame e l’altra…

Quando ho assaggiato i loro vini ho in effetti ritrovato esattamente quanto dichiarato da Gabriele e Stefano. Non succede facilmente ma quando succede non si può non evidenziarlo. Eppure nessuno dei due ha un trascorso agronomico o enologico particolare. 

La mia scuola è  stata l’esperienza di vita. Ho visto di tutto. L’aver lavorato in ristorante mi ha permesso di bere vini da tutto il mondo. Anche quei vini che avrei visto solo in foto o sui social. Questo ti crea un tuo palato. In un percorso fatto di esperimenti e sbagli arrivi ad una tua visione di vita. 

La mia fortuna è la capacità di adattarmi al territorio. Ho avuto una fidanzata a Venezia, dove poi ho studiato potatura e viticoltura e per forza di cose ho imparato il dialetto. Ho un cognome del sud e il papà della morosa diceva che dal Brenta in giù sono tutti terroni. In Piemonte se parli in dialetto ti fanno lo sconto, altrimenti niente.

In fondo, se ci si pensa bene, quando non si hanno le pressioni del nome, della quantità, del conto economico, cosa si ha da perdere? Stefano lo dice chiaramente: quando non si ha una responsabilità, si può fare quello che più piace. E allora, nessun lievito, pochi trattamenti in vigna, tanta passione. Li dove tutto può essere più semplice qualora le cose vengano fatte bene, non c’è bisogno di niente altro. Si può sperimentare, si può rischiare. Ma si può fare solo qualora ci sia, e qui ce ne è, tanta consapevolezza e forza, esperienza e volontà. Trasformando tutto in quella ossessione propria di chi fa le cose con passione.

Diventa una ossessione. C’è chi ha l’ossessione delle macchine, chi delle belle donne. Noi della vigna. Lascio crescere l’erba, non concimo ecc. Ci arrivi con la consapevolezza che il grande vino lo fai in vigna. Così, dopo la vendemmia, è fatto. Metto la mia morosa a pigiare l’uva con i piedi così mette il video sui social ed è contenta. Ma la fermentazione sta andando. Facendo un pied de cuve prima non hai rischi di acetiche o deviazioni. 

Noi di tecnologia non ne abbiamo. Acciaio, cemento e legno esausto. La cantina era quella di mio nonno. Vivo sopra. Mia madre e mia zia non hanno voluto continuare quando nonno era stato male. La volevano acquistare altre cantine ma nonno diceva che il suo nome non era in vendita se la riapri deve aprirla un mio consanguineo. Qui è tradizione portare il nome del nonno dunque è per questo che mi chiamo Gabriele. Sta di fatto che la passione per il vino me l’ha tramandato. Il merito è stato di Stefano perché avevo lo stimolo ma serviva uno che mi spronasse. 

Siamo a 15 km da La Morra. Il nonno di Gabriele faceva proprio Morra di cognome. La cantina non si poteva che chiamare Morra Gabriele. Un omaggio al nonno. Un dovere per questa terra. Una furbata magari. Ma cosa importa. Morra Gabriele già Pautasso, vini dal 1880 era la cantina di nonno Gabriele. Morra ovviamente.

L’anno scorso abbiamo trovato su ebay il listino di mio nonno del 1956. Era di un ristorante. Scritto a mano da mio nonno. 

Abbiamo tre ettari e mezzo. Ventimila bottiglie. Se riuscissimo a trovare a prezzi accessibili un altro vigneto faremmo di più. Ma qui i prezzi sono inaccessibili.

Stefano ha smesso da poco la ristorazione e si sta dedicando alla cantina. Non me lo ha detto, ma so che ha iniziato anche un’altra avventura dedicandosi alle bollicine delle Langhe con Apeca.

Due guasconi. Due ragazzi di poco più di quaranta anni che iniziano insieme una avventura nelle Langhe. Qui dove tutto sa di sabaudamente serioso, solo con il loro sorriso e l’atteggiamento da scanzonati guasconi, può permettere si assorbire l’onda d’urto che la zona provoca. Perché qui, o sei grande e dal grande passato o solo un miracolo ubriaco può consentire di arrivare al successo. Però il territorio è baciato da Dio e questo agevola non poco. Almeno per ottenere prodotti di eccellenza. 

Nel 2013 e 14 abbiamo fatto tanti esperimenti con micro vinificazioni. Il 2015 è stata la prima annata di Barbaresco in commercio nel ‘18. La vigna di Barbera ci fa fare un vino da pane e salame. Il Langhe nebbiolo è un barbaresco declassato. Abbiamo iniziato a fare un vino a grappolo intero che mi ha maledetto il primo anno. Non mi piacciono i sapori e profumi acerbi o tanti tannini, dunque facciamo una fermentazione a vasca aperta con sopra del mosto. Abbiamo poi avuto la fortuna di avere una vigna di Nebbiolo a Neive e in mezzo c’erano tremila metri di Chardonnay. O prendi tutto o niente. Lui aveva il mal di pancia.

Io non sono amante dei bianchi.

Erano sull’argilla, vigne di 25 anni. Non volevamo scimmiottare nessuno, non volevamo legno. Abbiamo fatto cemento.

Basta ora però. Non abbiamo più spazio.

Cero se mi proponi un Barbaresco Rabaja, un Montestefano, un Asili, subito. Però se mi dici che uva vorresti fare ti direi Riesling. 

Guardandoli insieme, viene subito da pensare che quella della cantina sia una scusa per stare fuori casa, per fare zingarate, per divertirsi come matti. In effetti quando glielo chiedo…

È una scusa per stare fuori

Per andare a cena

Le nostre compagne lo devono accettare. Dicembre, gennaio e febbraio sono più tranquilli poi inizia la stagione.

La domenica rimane abbastanza sacra

Tranne quando viene qualcuno per la degustazione. In cantina e vigna siamo noi. Per la vendemmia ci aiutano. Prima la vendemmia la si faceva con gli amici che venivano per mangiare a fine vendemmia. Lasciavamo i fari della macchina accesi. 

I ricordi di Gabriele Morra bambino non possono che venire fuori. Nonno Gabriele, la vigna, le vendemmie, l’odore del mosto. Impossibile dimenticare. Meno facile farle emergere. Tranne quando si scioglie un pò. Dopo il nonno, con il papà metalmeccanico e la sua flemma, solo con lo stimolo di Stefano un ritorno era possibile. Meno male che le terre non hanno mai smesso di essere coltivate conferendo le uve. Solo un pò di vino per la famiglia. 

Gabriele ordina sempre le sue bottiglie quando va al ristorante.

Lui mi dice che sono un barotto, però almeno sono tranquillo che bevo bene e sto bene. Lui non lo fa mai. Perché dice che non fa figo.

Ma no, io faccio esperienze. 

Io rido. E rido davvero. Quando partono nel loro duetto non li fermi più ma nemmeno vuoi fermarli perché le battute, le prese in giro, l’autoironia, prendono il sopravvento. E coinvolgono.

A proposito, “barot” o “barotto” in lingua piemontese è il campagnolo goffo e malvestito che va in città. 

Con questo ben di Dio di territorio e soprattutto il meraviglioso atteggiamento di questi due ragazzi, può solo portare a svilupparsi degnamente.

Io comprerei una botte ma Gabriele è taccagno. Comprerei una botte da 2000 litri togliendomi i tonneau.

Nelle vigne ci sono i tartufi d’Alba. Con i cani li troviamo togliendoli dalla terra e facciamo lo scambio con le botti. Loro le danno via perché non c’è più il gusto del legno e noi le vogliamo perché non vogliamo dare il gusto pesante di legno. Serve solo per una micro ossigenazione e per una maturazione. Solo che non trovi quelli che danno via la botte grande per i tartufi.

Il baratto. Tartufo in cambio di botti. I cani da tartufo ci sono. La terra con i tartufi anche. Non serve altro se non la faccia tosta di Gabriele e Stefano. Che non gli manca di certo. Sto ancora morendo dalle risate ripensando al quando mi parlavano di questa abitudine.

Poi la trovi solo nuova. Per barrique e tonneau c’è un bel mercato di seconda mano. Le vendono per poche centinaia di euro. È giusto che il Nebbiolo stia nel legno ma non ci piace quando il legno marca il vino. Deve rimanere solo frutta, beva ed eleganza. 

Vogliamo sempre migliorare ma non cambiare.

L’idea è chiara per questi due ragazzi. Lavorare di più in vigna per mantenere le bucce sane. Non fargli prendere scottature. Si dedicano con passione e costanza. Fosse solo per avere del vino buono!

L’anno scorso abbiamo provato le alghe, poi una specie di poltiglia. 

Le annate sono devastanti per il calore. 

Facciamo un bianco e cinque rossi. 

Il bello di fare ventimila bottiglie. Fai quello che puoi e non devi scendere a compromessi con il mercato. Qui abbiamo clienti che tornano a comprare ogni anno.

Abbiamo iniziato a fare vino nel garage di casa mia. Qui era grezzo e ci abitavano i cani da tartufo. Li ha dovuti sfrattare Gabriele 

Pure garagisti. Più li fai parlare più vengono fuori aneddoti della loro avventura. 

Abbiamo rifatto il pavimento, intonacato. 

Era un garage doppio con tanto spazio. Tre vasche di acciaio, due di vetroresina, cinque barrique. Non ti giravi. I vicini erano felicissimi perché tornavo a mezzanotte dal ristorante e dovevo fare i rimontaggi. Sei in Langhe, sulla cima di una collina dove se fai uno starnuto ti sente anche quello dall’altra parte. Dovevi avere dei compromessi tanto che occorreva regalare qualche bottiglia. 

Siamo stati in garage due anni per gli esperimenti. 2013 e 2014. 

Da garagisti a vignaioli. Così si seguono le passioni. Così si risvegliano gli animi. Coltivando giorno dopo giorno i propri sogni. Gabriele la sua terra e il nonno, Stefano un futuro che vuole si concretizzi. 

 

Abbiamo investito quello che avevamo. Le vasche di cemento le abbiamo comprate in Veneto. Abbiamo sempre re investito. 

Tre sono i vini di Morra che ho assaggiato. Una Barbera, un Nebbiolo e il Barbaresco.

Partiamo dalla Barbera, annata 2022. Il bellissimo e trasparente rubino regala immediati sentori di frutta quasi matura (ciliegia, arancia, prugna) che un velo di balsamico accentua delicatamente. Erbetta fresca e floreale rendono poi il tutto più fresco e piacevole. Tutto è vero in questo vino che non anela altro di essere bevuto. 
In effetti in bocca è piacevole. Lineare e piacevole per via di una curata freschezza con i tannini presenti ma non invadenti. Persistenza non lunga e il frutto che ritorna soave. Un vino immediato, verticale e con una morbidezza appena accennata comunque in equilibrio. Si comporta da piemontese: sembra ruvido ma poi si scioglie regalando sensazioni di amicizia, di quella amicizia che porta a bere senza fronzoli. 
Mi è piaciuto per la capacità di lasciare la bocca in uno stato piacevole e di accompagnare o meno un cibo. Insomma, lo bevi e dici “buono”!

Ecco il Nebbiolo 2022. Un Barbaresco declassato direbbero i più bravi. Un Nebbiolo, dico io. Di quelli semplici e fatti bene. Solo sei mesi di botte per non togliere la croccantezza a questo centralissimo e centralissimo vino. 
Il pulito e trasparente color rubino identifica immediatamente il vitigno e la sua finezza. Il naso la conferma svelando piccoli frutti rossi, more, ribes, lamponi e ciliegie sotto spirito. Spezie e tostature molto leggere si sentono in lontananza e solo grazie ad un velo di balsamico. È come avere elementi di arricchimento della complessità olfattiva complicati ad essere decifrati. Ma presenti: noce moscata, cardamomo, pepe, tabacco. Poi sottobosco e note erbacee a rinfrescare ed impreziosire. 
In bocca arriva la spinta del tannino che comunque si esaurisce in breve tempo. Freschezza e calore arrivano a marcare il territorio contrastandosi l’un l’altro. Senza veemenza. Con calma e delicatezza. Il calore, che pur c’è, viene mitigato proprio dalla freschezza che tende a lasciare la bocca pulita e fresca con un quasi amarognolo finale. La frutta ritorna provando a creare una ampiezza che non trova spazio. Questo Nebbiolo è dotato di snellezza verticale. Non c’è opulenza. Non c’è sovrastruttura. Non c’è particolare complessità. C’è però tanta finezza, tanta eleganza, tanta sostanza. Sì beve e si lascia bere che è un piacere. 

Infine il Barbaresco, annata 2020. Qui il rubino assume riflessi granata cosa questa che promette, senza smentite, un frutto particolarmente maturo. Piccola frutta rossa, prugna, arancia sanguinella. Poi un pomodoro particolarmente maturo. La strana sensazione è di qualcosa da mordere che poi restituisce calore e dolcezza. Note di sottobosco e il legno che, pur in maniera non invadente, inizia a farsi sentire: chiodi di garofano, vaniglia, tabacco, cioccolata Mon Chèry. Un corredo olfattivo non particolarmente complesso ma raffinato. Mi rimane in testa la sensazione di frutta polposa da mordere. Incredibile.
Il sorso è di quelli che si definiscono poderosi per via di una spalla acida e dei tannini ancora forti e prepotenti. Ciò che esplode in bocca è il pomodoro buono e polposo. Poi la frutta rossa. Bilanciamento riuscito, persistenza e chiusura di bocca buona. Serve un abbinamento per gestirlo al meglio. Un agnolotto ad esempio. 
Un vino che merita una lunga attesa ancorché bevibile così com’è. Un vino fine ed elegante che non è dotato di particolare corpo ma quando è in bocca restituisce una incredibile sensazione di avvolgenza. In finale un Barbaresco non eccessivamente impegnativo e che si beve. Evviva si beve

Serve una cantina più grande però. Quella attuale dei Morra non basta più e i due ragazzi lo sanno. Solo che serve fare il passo finale. Quello di dedicarsi anima e corpo a questo progetto. Stefano è già dedicato. Gabriele nemmeno ci pensa. Un piemontese è molto concreto e sa che occorre tenere i piedi ben piantati per terra. 

Abbiamo sfruttato ogni spazio disegnando sul pavimento con il gessetto per terra. Per le nostre dimensioni funziona ma se mi dai una bacchetta magica, prendo una cantina più grande.

Quando metti i tubi vado in giro che sembro uno che fa pilates. 

La simbiosi che c’è tra di loro è pazzesca. Si divertono e non lo nascondono. Prendono le cose come vengono e si divertono. Sbagliano e si divertono. Riescono nelle cose e non si montano la testa. Continuano a divertirsi. Sanno che non cambieranno l’approccio, l’amicizia, il costo del vino. È la loro forza e se sarà anche il loro futuro, sarà il futuro stesso a dirglielo. Quello che hanno da dire è nei loro vini. Schiettezza, facilità di beva, frutto, sincerità. Quel Piemonte vero, non edulcorato, non artefatto, non modificato geneticamente. Non ecco. Proprio non. Perché Gabriele e Stefano sono un “non” positivo, un non esageriamo. Un essere realistici. Un modo di pensare che ha come fondamento il non esagerare nel valutare le cose, nel non prendersi troppo sul serio. Forse modestia. Forse prudenza. Di certo il contrario dell’arroganza. Nella vita ci vuole prudenza. Non fosse altro per la consapevolezza della fugacità delle cose e del senso del limite.

Perché, in fondo, solo cosi possono continuare a divertirsi. Tutto questo, in piemontese, è “esageroma nen!”

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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