Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius
20 Giu 2025
Suggestioni di Vino

Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius

 

Qualis pater, talis filius.
Com’è il padre, tale è il figlio. Una frase che sicuramente è capitata molte volte nelle nostre interlocuzioni, spesso per sottolineare come il figlio sia talvolta molto simile al padre. È l’educazione e la presenza nella crescita che rende le persone, carattere a parte, simili. Non serve necessariamente una paternità biologica. Nell’educazione così come nell’amore. Tanto che una estensione della locuzione latina è quella che viene altrettanto spesso citata pur se in modo non corretto:
I figli sono di chi li cresce.

Non conta il legame biologico ma l’affetto, l’amore, l’educazione che viene impartita ad un figlio perché si senta parte di una medesima famiglia.
È così che l’amore per una terra che non è di proprietà, può diventare viscerale solo vivendola, curandola, custodendola. Non serve sia propria. Serve amarla così come quella stessa terra, ama te.

Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius

Gabriele Rosi è un ragazzo che gestisce, come se fosse suo, Borgo Salcetino, un luogo incantato, parte integrante di una delle perle del Chianti Classico: Radda in Chianti.

Vengo una famiglia di operai. Non c’è un legame con il vino. Sono di Montelupo Fiorentino. Vivo fuori da casa da dieci anni esatti da quando avevo ventitré anni. Per seguire il mondo del vino. La mia passione.

Chi in queste zone non ha un nonno con la terra? Suvvia, tutti. Solo che quasi tutti la terra l’hanno lasciata coltivare al nonno seguendo certamente le orme dei padri, primi tra tutti a non sentire l’attrazione del suolo. Generazioni che hanno cercato il meglio per loro e i loro figli, nonni compresi, avendo conosciuto la fatica dei campi. Ma vaglielo a spiegare che non è tutto oro ciò che luccica e che stare in un ufficio o in una fabbrica sia proprio meglio della schiena china sui campi.
Per i nonni, portare i nipoti con se nei campi (visto che i figli non ne volevano già sapere da tempo) poteva essere solo un modo per tramandare qualcosa. Non certo il lavoro. Magari i sapori. Magari le tradizioni.

Gabriele è invece uno di quei giovani che la terra, l’hanno sentita nel cuore. Una magnetica attrazione fatta di sole e fatica così come di tanta vita libera e aria da riempire i polmoni. Come pochi della sua generazione (pochi perché piena di scansafatiche interessati più alla vita virtuale che a quella vera), sceglie di studiare agraria.

Ho fatto agraria alle superiori. Poi fino a 18 anni non è che bevessi vino e fossi interessato. Mi appassionai intorno alla maturità. Ho però sempre avuto un palato pignolo. Se mio nonno usava un latte diverso o cambiava l’acqua io lo sentito. Una predisposizione.

Il vino invece che la birra o i cocktail. Meglio un calice di vino che uno shottino. Non tanto per berlo quanto per capirlo.
Solo che se non arrivi da una famiglia dove il vino lo si produce, tutto diventa più difficile da un lato, più sentito dall’altro.

Provavo piacere a capire, conoscere. Mi sono iscritto all’università di viticoltura ed enologia. Sarebbe stato il lavoro della vita. Tre anni di università a Firenze. Durante il tirocinio ho fatto la vendemmia al Castello di Albola. Sono sempre stato innamorato del Chianti Classico e in particolare di Radda in Chianti.

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Dopo la laurea decisi di cambiare zona e ho lavorato un anno da Avignonesi. Una esperienza non solo dettata dal Sangiovese. Mi piaceva lavorare in un azienda multietnica. C’erano persone da tutto il mondo e si lavorava con macchine all’avanguardia.

Più che in cantina a fare l’enologo Gabriele sceglie di lavorare sulla terra. Per capire ancora di più. Aveva bisogno di capire cosa ci fosse a monte del vino senza pensare di poter gestire direttamente l’uva in cantina. Anche questa cosa non proprio scontata per un ragazzo di 23 anni. In genere a quell’età, o si pensa di saper tutto o di voler fare solo quello per cui si è studiato. Con le conseguenze disastrose del caso.

Loro mi offrirono di rimanere ma avevo 23 anni e mi piaceva fare una esperienza all’estero. Avevo una offerta in Australia. Una azienda piccola di una grande compagnia. In Tasmania.

Più parlo con Gabriele più mi sembra un extraterrestre. Un alieno entusiasta di capire prima di agire, impaziente di imparare e scoprire il mondo.
Ora, immaginatevi vostro figlio a 23 anni che decide di andare dall’altra parte del mondo, senza sapere la lingua ma senza un briciolo di paura, ad imparare.
Mia madre nemmeno mi fece andare a frequentare la scuola aeronautica perché avrei dovuto prendere l’autobus per un ora a tratta, figuriamoci cosa avrebbe fatto se le avessi detto che andavo per un anno in Tasmania.

Ci sono siti, pagine Facebook, ecc. Io invece mi sono scelto la zona. La Tasmania mi affascinava. Sono andato a vedere le aziende e le cercavo piccole. Mandai curricula a 50 aziende. Volevo fare una esperienza. Venni contattato da questa azienda. Feci il colloquio e mi presero.

Ecco, ma senza sapere l’inglese? Un colloquio che mi rievoca il noio vulevan savuar di Totò memoria.

Il mio inglese era molto scolastico. Non avevo un grande feeling. Mi sono preparato un pò di domande dicendo: se fossi un enologo che domande mi farei? Sono stato fortunato insomma. Ci siamo sentiti tramite email per i documenti. Mi hanno trovato una casa. Sono partito da solo. Arrivato a Melbourne mi sono fatto tutti i documenti e sono andato in Tasmania all’avventura. Non volevo un posto dove ci fossero italiani.

Non capivo nemmeno come si dicesse buongiorno perché avevano uno slang particolare. Ma in un mese imparai l’inglese. La vendemmia durava un paio di mesi. L’azienda faceva base spumante, bianco e Pinot Nero. Mi ero specializzato nel Pinot Nero anche se ero un semplice cantiniere. Esperienza incredibile.

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Quando tutti sono andati via chiesi di arrivare almeno a 90 giorni per prolungare il working holiday e rinnovarlo. Rimasi li un mese con la mia casina sull’oceano. Avevo il rumore dell’oceano e un solo disco: i Dire Straits

Una esperienza di vita. Altro che vino. Di quelle che piacerebbe fare a tutti se non fosse che per vivere così, prima devi lavorare. E sodo.

Mi sono girato un mese da solo l’Australia. Pensai fosse meglio fare una esperienza in Oregon o in California. Iniziai a mandare curricula. Mentre cercavo e valutavo risposta, mi arriva una chiamata dall’Italia da parte di Matteo Giustiniani. Lui è l’attuale AD di Avignonesi. Enologo nonché proprietario di una azienda di diciotto ettari a Lucca. Avrei bisogno di una sorta di cantiniere evoluto con predisposizione al lavoro in vigna. Ne rimasi lusingato. Volevo fare esperienza all’estero per poi lavorare in italia. Un pò ci ho pensato ma manco troppo e ho accettato.

È cosi che Gabriele va a lavorare alla Fattoria Sardi. Tre anni intensi, dal 2015 al 2018. Una grandissima scuola. Solo che uno come Gabriele ha bisogno di cominciare a dimostrare di saper fare qualcosa. Giovane si ma con tanta energia e già un pò di vendemmie sulle spalle.

Avevo 27 anni e volevo qualcosa di più. Il proprietario enologo, la moglie enologo, il consulente enologo, il direttore enologo. Dove vado io? Non ho futuro. Mi sentivo oppresso ma non ho mai cercato lavoro altrove.

Quando si semina bene, prima o poi i frutti si raccolgono. In un settore come quello vitivinicolo, di persone serie ed affidabili se ne incontrano poche. Di quelle che ci mettono l’anima anche quando le cose non sono proprie, ancor meno.

Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius

Nel frattempo mi sono fidanzato e siamo andati a convivere. Un giorno, non è ben chiara questa dinamica, mi arriva una chiamata da uno del nord: guarda Gabriele noi stiamo cercando una persona qui in azienda per affiancare il nostro direttore, poter crescere e lasciargli l’azienda in mano. Li per li dissi vediamoci, incontriamoci. Ero un pò scettico. Non so ancora come siano arrivati a me. Nelle vecchie email avevo mandato un cv ma nel 2012. Strano. Il legame forse sarà stato che quando sono andato al Castello di Albola l’agronomo, che era stato a Borgo Salcetino gli avrà detto che ero un bravo ragazzo perché di più non facevo!

Borgo Salcetino? Chiamata da uno del nord?
Borgo Salcetino è una di quelle realtà incastonate, immerse in maniera quasi invisibile, nel variegato territorio di Radda in Chianti. Proprio questa sua invisibilità la rende incredibilmente bella. Così bella che nel 1996 venne acquistata dalla famiglia friulana dei Livon, storici produttori di vini del Collio, per allargare il proprio bagaglio vitivinicolo (e la gamma). Stesso concetto poi ripetuto nel 2001 per Fattoria Colsanto, in Umbria

Feci il colloquio, poi ci risentimmo, ci incontrammo al Vinitaly. Da febbraio entrai li a luglio. Credo che io sia stato il miglior rapporto qualità prezzo.

Come dire, onestà. Che Gabriele sia piaciuto come persona, penso sia stato facile. Apprezzato come professionista, forse era ancora troppo presto. Ma la lungimiranza di un imprenditore sta anche in questo: scovare talenti cui affidare le chiavi di una azienda.

Mi affiancano al vecchio direttore. Insomma si poteva rischiare di inserire un ragazzo giovane. Mi avevano promesso di lasciarmi la conduzione dell’azienda dopo che il direttore fosse andato in pensione.

Avviene proprio così, in quella modalità che solo le aziende serie e in grado di programmare sanno fare. Nel 2018 si impara. Nel 2019 la gestione è un affiancamento tra i due con la prima vendemmi interamente affidata a Gabriele. Nel 2020, onore e oneri tutti a Gabriele.

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Nel frattempo cambiò anche l’enologo di Livon. Da una persona di oltre sessant’anni a Giovanni Genio che è la figura di riferimento.

Un meraviglioso cambio generazionale in Livon accompagnato anche dalla nomina di Matteo Livon, classe 1988 alla guida dell’azienda. Cosa questa che conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, la lungimiranza di una azienda che guarda al futuro con i piedi ben piantati nella solidità della terra che l’ha vista nascere.

In una azienda agricola, specialmente se si è a distanza e se le cose da gestire sono tante, non si può che delegare affidandosi a persone competenti.

Sono abbastanza libero in cantina. La parte agronomica, la vendemmia, la parcellizzazione, sono tutte cose che devo decidere io. Per dubbi e consigli, parlo con Giovanni essendoci anche un bellissimo rapporto di amicizia. Ci confrontiamo perché siamo una bella squadra. Quando arriva il periodo dell’imbottigliamento vengono in azienda Matteo, la proprietà e Giovanni cosi che assaggiamo insieme le masse per la gestione delle singole etichette. La cosa che mi da tanto orgoglio è che mi lasciano tanto spazio per lavorare.

Questa è la delega. Questo il modo per valorizzare le risorse umane consentendo loro di esprimere il massimo delle potenzialità facendo le cose con energia vitale e passione.

La cosa che fa onore alla famiglia Livon è che da friulani hanno voluto mettere un ragazzo toscano che conoscesse il territorio in toscana e un ragazzo umbro che conoscesse il territorio in Umbria. Fin dal primo giorno che mi hanno inserito in azienda mi hanno sempre presentato come il responsabile dell’azienda. Anche da un punto di vista enologico. Questo è molto stimolante.

Undici ettari di vigneto da gestire da solo. Una produzione di circa 80.000 bottiglie. Quattro etichette improntate al Sangiovese. Davvero una grande responsabilità per un ragazzo dell’età di Gabriele. Però è cosi che si cresce ed è cosi che si ottengono grandi risultati. Fornire stimoli continui senza per questo fornire stress.

Ho bisogno di stimoli e di lavorare in una azienda dove ci sono progetti di crescita. All’inizio ero ansioso ma ho avuto modo di imparare grazie al vecchio direttore. È stato molto stimolante. Capire guardandomi intorno. Studiare. Sperimentare. Lo spavento iniziale è presto scomparsa.

Grande energia. Precisione. Voglia di fare e farlo bene. Per se stessi certo, per l’azienda ovviamente, per il territorio di Radda.

Sono in azienda dal 2018. I primi tre anni sono di conoscenza. Poi si iniziano a capire le zone migliori cosi da vinificarle da sole. L’affinamento ti obbliga a metterli in bottiglia dopo trenta mesi. Il mio lavoro inizio a vederlo adesso. Fino ad oggi è stato tutto molto stimolante. Per ora non ho bianchi e dunque l’unica sarebbe un rosato o una base spumante di Sangiovese. Occorre però seguire le indicazioni dell’azienda. Ad oggi la volontà dell’azienda è di rimanere con questi quattro vini e per me va bene cosi. Per ora.

In verità a Gabriele dei bianchi o di ciò che non sia Sangiovese, interessa poco. L’amore è per il Chianti Classico e, soprattutto, per Radda in Chianti. Ho girato molto la Toscana come tutti quelli che amano il vino e la cultura contadina. Ogni zona ha la sua peculiarità e da giornalista mi sembrerebbe fare un torto elogiandone una piuttosto che l’altra. Radda però è forse l’areale rimasto maggiormente selvaggio e incredibilmente diversificato. Sarà per questo che il Sangiovese qui assume una espressione tutta sua fatta di finezza ed eleganza autentica e non edulcorata.

Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filiusHo provato tre espressioni diverse del Sangiovese di Borgo Salcetino. Tre interpretazioni che sembrano essere tre spartiti diversi di una medesima melodia. Come a dimostrazione di quanto la musica di un vitigno possa essere profondamente diversa quando interpretata con gli strumenti giusti.

Il primo è il RossoSole che vede l’unione del Sangiovese con il Merlot in un matrimonio solo per breve tempo (sei mesi) sedimentato in barrique. Mi è particolarmente piaciuta la freschezza dell’unione tra i due vitigni che ha generato un vino croccante e giovane sia al naso sia in bocca.

La ciliegia è croccante. La prugna e l’arancia sono appena mature. I fiori di viola e le erbe portano con se un velo di balsamico. Le spezie sono solo silenti spettatori che si godono lo spettacolo senza interferire più di tanto e quel tanto per concedere un minimo di impercettibile, seppur presente, rotondità.

Il sorso presenta tannini maturi e levigati che mantengono comunque la freschezza della frutta croccante e la goduriosa sapidità così da farne un vino immediatamente godibile. RossoSole va goduto per la sua freschezza arrotondata dal Merlot, per la sua struttura non opulenta e non importante, per la capacità di bere bene nella semplicità.

Poi il Chianti Classico 2021 che ha un periodo di affinamento in botti da 50 ettolitri per quasi due anni. Lo versi nel calice e capisci immediatamente che si tratta di un vino fine ed elegante per via di una incredibile e luminosa trasparenza.

Sentori immediatamente floreali che si uniscono alla frutta fresca e croccante. Fai un bel respiro nel calice ed ecco emergere il balsamico che pervade le narici donano leggere spezie e leggiadre tostature in una alternanza cadenzata, ritmica, danzante. Freschezza e dolcezza che si rincorrono come amanti nel prato. Amanti, non bambini. Perché si sente sostanza e corposità. Passione e intensità.

In bocca infatti avviene l’esplosione di sensi. Una immediata dolce freschezza che pervade. La ciliegia carnosa da addentare che sprigiona il suo caldo succo acidulo ma non aggressivo. I tannini infatti sono li presenti ma non fanno male: governano il sorso senza aggredire. Emerge quel senso di vegetale che intriga ed ammalia poiché rende il sorso longevo e intrigante. Grande persistenza e immensa bocca finale con quel velo di amaricante che continua ad intrigare. Tanto

La cosa che mi ha sempre affascinato è il paesaggio. Mi faceva impazzire venire qui e guardare il panorama. L’idea di biodiversità mi piaceva tanto. Così come il Chianti Classico. Radda è un paese conosciuto per il vino ma la superficie vitata è il 7%. Volevo lavorare in un ambiente variegato. Le colline di Radda mi hanno sempre fatto impazzire. La prima volta che sono venuto a Borgo Salcetino mi sono detto: io sono della zona, questo posto è fantastico eppure vivevo qui vicino. Ci sono terreni argillosi e calcarei ma anche all’altitudine. I critici di Radda dicono che la fortuna sia il cambiamento climatico perché negli anni 70 si faceva fatica a fare vini sopra i 13 gradi. Qui a Radda riusciamo ad esaltare l’eleganza del Sangiovese.

Non si tratta di essere critici ma le condizioni climatiche di Radda erano un tempo proprio quelle che, insieme alla tipicità dei territori, non consentivano elevati accumuli di zuccheri. Se questa costituiva la difficolta ad elevare il grado alcolemico, determinava al contempo la finezza ed eleganza dei vini.

Il territorio è fantastico e non grazie agli enologi ma a madre natura. Gli enologi fanno il loro lavoro in cantina. Io credo nell’affinamento in botti grandi. Utilizzo botti da 50 ettolitri per il chianti classico, 25 per il riserva.

Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filiusLucarello è il Chianti Classico Riserva 2020, Sangiovese in purezza con 30 mesi di affinamento. Deriva da una vigna specifica che i francesi chiamerebbero cru. Ma siamo in Toscana e forse, ancora, non ci si bada.

Il colore nel calice evidenza una vena granata nella intensità di un meraviglioso rubino, segno di grande maturità. Sembra così vivido ed acceso che ci si specchia dentro richiamati da un senso di profonda attrazione. Sarà anche per gli invitanti e volitivi sentori di fragola, ciliegia, prugna, scorze di arancia che aprono, grazie al balsamico, alle spezie di cardamomo, noce moscata, liquirizia, cioccolato, tabacco. Roteo il bicchiere e scorgo le mie dita nel fondo, rimanendo a godere di una inebriante finezza. La liquirizia continua a pervadermi le narici unendosi alle erbe officinali e al cuoio per un bouquet intenso e delicato.

Il sorso è vigoroso poiché fresco, con un tannino non eccessivamente invadente, caldo e appagante, sapido e sapido da essere finemente godurioso. Un sapore di frutta viva e quasi ancora acerba che rende la bocca elegantemente pulita. Un vino che sa di grande prospettiva e incredibile versatilità.

Ci sono terreni diversi in zone diverse. Ci sono anche piccole parcelle di terreno che gestisco come cru. Per me non è una varietà unica ma tante varietà in funzione del vigneto.

Gabriele parla con tanta competenza. Ama il suo lavoro. Conosce le vigne e ne sa sfruttare le caratteristiche. Sembra che ogni metro quadro sia un figlio diverso che va trattato in maniera diversa.

La mia filosofia è il legno grande perché garantisce la micro ossigenazione senza cedere componenti aromatici. Assaggiando il Chianti Classico dopo dodici mesi come da disciplinare ti accorgi che è ancora un pò duro. Per questo la scelta aziendale è di prolungarne l’affinamento. La botte da 25 ettolitri per il riserva ha un discorso diverso. Devo mettere una massa che mi permetta un affinamento più lungo. La botte da 25 ettolitri è la botte perfetta per un sangiovese di qualità. La superficie di contatto è maggiore ma è il rapporto perfetto tra legno e vino. Lavoro cosi sulla rotondità e la micro ossigenazione. Iniziamo a dare complessità al vino senza coprire gli aromi primari del sangiovese.

Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius

Sulla Gran Selezione la filosofia era 30 mesi di barrique. Io lo trovavo un pò troppo internazionale e non ci sentivo Radda. Abbiamo investito sul botti da 25 ettolitri e li invecchiamo il nostro vino. La botte nuova è invasiva ma non come la barrique. Radda ci deve stare.

Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius

Gabriele Rosi non è solo l’enologo o l’agronomo di Borgo Salcetino. Ne è l’anima e la forza propulsiva. I vini, diretta emanazione, lo confermano. Si sente la freschezza giovanile e l’orgoglio di un territorio. L’amore per la sua terra e per un territorio che deve certamente essere valorizzato ma ancor prima, custodito. Gabriele ne è custode fedele al pari di tanti altri bravi e seri vignaioli della zona. L’unica vera differenza con Gabriele è che lui non è il proprietario delle terre che custodisce. Questo lo pone in una posizione di maggiore ammirazione. Almeno da parte mia.
È proprio vero che i figli sono di chi se li cresce!

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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