Giorgio Gianatti. Le bottiglie che aspettano
Per avere pazienza, ci vuole pazienzaE quando la perdi, ci perdi anche tu!Per avere pazienza, ci vuole pazienzaE quando la perdo… la perdi anche tu!
La pazienza è una virtù particolare. Capacità di vivere in armonia con ciò che ci circonda. Senza stress. Lasciando che lo scorrere del tempo faccia il suo corso così che la foglia di gelso si trasformi in seta. Un processo naturale che può essere solo contemplato o interrotto per mano dell’uomo.
La pazienza è l’arte di accettare di non interferire in ciò che la natura compie. Contemplarne il ritmo, l’incedere degli attimi evolutivi ognuno diverso dal precedente. Aver la forza d’animo di rimanere distanti eppure immersi in questo incredibile e incantevole processo.
So che non far per me. Per una persona che va a mille e che considera ogni istante non vissuto al massimo come un istante perso. Ma è bello che ci siano invece persone che quando vedono che il mondo crolla, si spostano quel tanto che serve per non farsi colpire. Ma non è che scappano, si scansano e basta.
Giorgio Gianatti, dalle sue vigne a Montagna in Valtellina sopra Sondrio, non solo produce vini, li aspetta. Per anni, senza fretta. Perché il tempo dia a questi il modo di esprimersi al meglio.
Lo fa da sempre. Con una serenità invidiabile.
Incontro Giorgio ad una degustazione dove si parla di Nebbiolo, Nebbiolo nel cuore, organizzata a Roma da Marco Cum. Mi colpiscono immediatamente due cose. La prima è la sua espressione serafica. La seconda l’età dei suoi vini: non ce ne è uno con meno di quattro anni.
Contadino da sempre. Anzi no, da quando aveva quindici anni e di andare a scuola non gli andava proprio.

Io vengo da una famiglia contadina. Mio papà e mia mamma avevano una azienda agricola quindi con anche le mucche. Prati, vigne, mucche. Una azienda familiare. Io sono del 62. Ho fatto le scuole fino alle medie. Poi volevo fare il ragioniere ma dopo due anni e mi sono accorto che facevo troppa fatica a studiare. Non ero attratto dalla terra.
Il paesino è di quelli piccoli (poco meno di tremila anime). Circondato da montagne scoscese di grumo (la roccia dalla quale deriva il nome Grumello) offre certamente paesaggi e scorci degni di Heidi ma, oltre questo, poco altro. Figuriamoci negli anni 60 e 79 quando Giorgio era piccolo. Doveva comunque aiutava il papà e poi c’erano i compiti. Almeno fino a quando decise che di studiare non ne aveva voglia. Nel frattempo gli amici che giocavano a pallone in strada (così si faceva anche in città un tempo che tanto di macchine non ne passavano).
Dai vieni Giorgio a giocare.
Giocare ogni tanto ci voleva. Anche quando, non andando più a scuola, occorreva lavorare in azienda e seriamente. Lui, il maschio di casa e con due sorelle più grandi, una insegnante e l’altra infermiera, se lo era scelto il suo futuro.
Nell’aprile del 78 ho iniziato a lavorare in azienda. Era faticoso per via del lavoro manuale.
Se lo sceglie Giorgio il suo lavoro. Ma d’altronde, se vedeste questi luoghi e conosceste Giorgio, capireste che il binomio è perfetto.
I dirupi scoscesi, dove le terre coltivabili devono essere strappate ai grumi e terrazzate, sono luoghi mistici fatti di natura e silenzi spezzati solo dallo scricchiolio delle proprie scarpe o dal chiurlo degli uccelli. È qui che Giorgio passa le sue giornate. Nelle sue vigne. Due ettari di terra che chiunque maledirebbe per la difficoltà che comportano. Su e giù. Giù e su. Ci vorrebbe uno ski-lift ma non si può. Ha disegnato le sue vigne prima nella sua testa poi cucendo i singoli appezzamenti di terra presi un pò per volta da chi, al contrario suo, era stufo di andare su e giù.
Nel 79 papà ha avuto problemi di salute e si è assentato per la malattia. Quasi un anno. Gli amici di papà, i vicini, gli amici, hanno aiutato a lavorare e fare vendemmia. Vendere vino era difficile. Tramite una persona qui ero andato alla Negri e venduto 100 ettolitri di vino. Avevo 17 anni e due mesi. Ero un bambino. Quando c’era papà era venuto uno che voleva il vino ma da Negri spuntai 5000lire in più ad ettolitro.

Grande è la fierezza con la quale Giorgio parla di quel momento. C’era la preoccupazione per il padre ma anche la solidarietà delle persone. C’era la necessità di vendere quel vino prodotto e la soddisfazione di averlo venduto ad una azienda importante. 17 anni e due mesi per fare un affare. Qualcosa che lo accompagnerà per tutta la vita. Ancor oggi infatti vende vino alla Negri.
Papà cosi mi lasciò spazio. Qualche anno dopo abbiamo fatto la prima etichetta di Grumello e da quel momento papà ha passato l’azienda a me per poter imbottigliare. I primi anni 80. Nell’83 si inizia ad imbottigliare.
Una scelta quella della bottiglia, utile per far conoscere il prodotto con il proprio nome. Non il primo in valle ma sicuramente tra le prime tre aziende della provincia di Sondrio.
Avevamo la cantina sotto casa. Delle botti in legno. Un pò di cemento. C’erano le scale ripide che portavano in cantine.
La prima annata 3000 bottiglie. Che sembrano poche ma provate voi a portarle su e giù per le ripide e buie scale di una cantina, vedrete quante ve ne sembreranno.
Da quel primo anno ad oggi sono passati quarantadue anni e di bottiglie se ne sono aggiunte poco più di 8000.
Ancora adesso vendo vino alla Negri, 30/40 ettolitri. Mio papà ha sempre fatto vino. Da solo. Negli anni 60 lo mandava sfuso in Svizzera. Sì muoveva in provincia. A me è sempre mancata l’esperienza in qualche azienda.
Già papà Silvio metteva il vino nelle botti. Qui si è sempre fatto cosi. Senza un passaggio in botte sarebbe stato impensabile bere il nebbiolo di montagna. Venderlo dunque, impossibile.
Ho cambiato il legno dal castagno alla rovere per renderlo meno austero. Diversa tostatura. Il tino di cemento era grande e scoperto. Poi ho messo i tini in acciaio. Ma non ho cambiato più di tanto. Ricordo quando pulivo le botti da bambino. Papà era fissato con la pulizia.
Ricordi semplici. Modifiche semplici. Giorgio è una persona semplice. Che non si vanta anzi, si nasconde e si emoziona. Per lui il vino è quello che ha sempre fatto. Niente di più, niente di meno. Lo ha sempre fatto in quel modo. Lo ha sempre aspettato. Senza fretta. Con pazienza. Come gli ha insegnato il padre.
Per essere un vino completo, per uscire bene, deve avere un pò di anni. Se bevi un Grumello dopo due anni, non è completo. Ha bisogno di maturare. Se vuoi venderlo per i soldi puoi farlo, ma non è completo. Il Rosso di Valtellina puoi venderlo dopo sei mesi ma io adesso sto vendendo il 21 e inizio il 22.Non sono diventato miliardario ma sto bene.
Non sono i soldi quelli che muovono persone come Giorgio. Certo che sono importanti perché si deve pur campare e supportare la famiglia (anche se la moglie lavora come biologa all’ospedale di Sondrio e la figlia studia alla Luiss di Roma), ma non sono la vera ragione di vita.

Provate a chiudere gli occhi e a pensare di trovarvi in montagna. Il sole che vi scalda il viso, l’aria fresca che infonde i polmoni, il silenzio, i profumi dei fiori e dell’erba, il cinguettio degli uccelli. A che servono i soldi quassù?
A nulla. Non servono a nulla. Non c’è la fretta di guadagnare perché non c’è quella di spenderli. Ecco allora che le bottiglie possono aspettare. Il vino può aspettare. Non c’è necessità alcuna di avere fretta.
Nel 2009 ho fatto la cantina nuova e si lavora molto meglio.
Almeno ha smesso di andare su e giù per le scale. Non per le vigne.
Con le vigne ho fatto un gran lavoro. Papà aveva un ettaro e mezzo ed erano sparse. Almeno venti appezzamenti. Qui sono tutti pezzettini piccoli. La vigna Sassina, dove faccio il Grumello, era di circa 2000 mq. Adesso sono a quasi due ettari di vigneto unico. Quelle in alto sono state abbandonate perché erano vicino il bosco. Tutti abbandonavano quelle. Nel Sassina le ho messo insieme. Un bel lavoro. Ne sono orgoglioso. C’è voluta molta pazienza.
Una attività rigorosa e paziente. L’ultimo pezzettino comprato appena due anni fa.
Qui tutto è dannatamente difficile. Una volta preso un pezzo di terra occorre fare le terrazze e non sempre si può entrare con gli scavatori. Sì deve fare a mano per via delle pendenze estreme. Occorre arrampicarsi.
Ho dovuto portare l’escavatore con l’elicottero. Mi è costato tantissimo ma adesso riesco a lavorarlo. Era una pendenza pazzesca e c’è voluto un lavoro altrettanto pazzesco. Ho creato una strada nelle vigne per transitare in sicurezza.
In vigna va ancora da solo. È lui che si occupa dei trattamenti. Non è in biologico ma agisce come tale. Complicato quando sei da solo. Complicatissimo in queste zone. Per le condizioni climatiche si può fare certo ma con più persone e più trattamenti.
I vini di Giorgio rispecchiano pienamente quel binomio territorio-vignaiolo che si chiama terroir. Aspettare perché il vino sia al momento giusto. Avere pazienza, senza patemi d’animo. Senza fretta. Lasciando che il tempo scorra.
Mio papà aveva una piccola vigna a Sassina. Ai tempi andarci non era facile per via della particolarità. Mi è sempre piaciuta e mi sono affezionato tanto. Ero e sono un testone. Il Grumello era quello meno noto e questo non mi piaceva. Questa vigna me la sono immaginata come la volevo. Volevo fare vino li. C’è voluto tempo, pazienza e soldi. Sono appezzamenti di 110 metri quadri. Solo che costava più il notaio.

Fino al 2010 ho fatto solo un vino. Con la nuova cantina ho iniziato a fare il San Martino e il Rosso di Valtellina. Più di tanto non voglio fare. Cosa posso fare? Il rose? Il vino in anfora? Adesso con il rosso mi faccio il rose? Ma scherziamo?
Il San Martino è un vino da farci un monumento. Un Nebbiolo Grumello del 2012, dimostrazione che i vini di Giorgio devono aspettare per essere bevuti: 40 giorni di appassimento e due settimane di fermentazione. Poi un passaggio in acciaio e infine per 15 mesi in botticelle di rovere. Infine bottiglia, per anni.
Il colore granata parla di già di qualcosa di bello ed elegante. È un Nebbiolo in fondo e la montagna gli ha donato qualcosa di diverso rispetto ad altre zone. Lo si percepisce dal balsamico che emerge dal calice e lascia scoprire una elegante e raffinata frutta sotto spirito: ciliegia, prugna, zest di arancia. Le spezie cominciano a fare capolino così che il cardamomo, i chiodi di garofano, il pepe, la cannella, il coriandolo emergono fiere senza paura. Poi le tostatura con tabacco e cioccolato che si fondono nel Mon Chéry. Fiori rossi, anice stellato e muschio selvatico arrivano per donare fresca dolcezza. Quasi pungente.
È un incredibile bouquet, perfettamente bilanciato e dal quale emerge un sussurro di dolcezza. Insomma, un calice dal quale non toglieresti mai il naso ma al contempo vuoi farlo perché la curiosità logora!
In bocca è come se il Nebbiolo di montagna volesse rappresentare tutta la sua imponenza e forza. Quella frutta sotto spirito adesso diventa aspra, quasi dura che in bocca si scioglie come neve al sole donando sensazioni meravigliose di freschezza e avvolgenza. Soprattutto finezza ed eleganza. Il tannino c’è. Raffinato, nobile. La bocca è in uno stato di grazia ancorché il San Martino è forte, deciso, determinato. Di montagna. Quella montagna, impervia e fredda, che ha vinto anche sull’appassimento delle uve lasciando la dolcezza sottesa, non stucchevole. Ampio, complesso, intenso. Avvolge e stupisce e avrei bisogno di un camino e di un sigaro insieme ad un quadrotto di cioccolato. Ma anche di un arrosto con castagne.
Un vino che mi ha assolutamente meravigliato e che merita di essere annoverato tra quelli memorabili. Lo si può, anzi, lo si deve aspettare.
Che meraviglia Giorgio! Nessuna intenzione di andare fuori dalle righe. Nessuna voglia di ingrandirsi o di seguire le mode. Tre vini, rossi, bastano e avanzano.
A dire il vero io ho sempre il sospetto che quella vendita a Negri sia sempre per lui la soddisfazione più grande. Certo i propri vini, con la propria etichetta. Ma vendere a Negri spuntando un prezzo migliore di quello del padre…
Il vino deve essere Valtellina. Un vino tradizionale. Non c’è la mia mano perché si fa cosi da anni. Il mio vino non è lo stesso tutti gli anni. Lo lascio il vino sulle bucce per 40 giorni mentre da Arpepe, che sono miei amici, lo lasciano per anche quattro cinque mesi. Ma io non sono convinto.

Sassina è il Valtellina Superiore 2017. Un vino memorabile. Raramente ho degustato un Nebbiolo che già dal bicchiere meraviglia per quel suo essere completamente trasparente. Granata si ma trasparente. La sensazione non può che essere di eleganza e finezza congiunta.
Al naso continua la meraviglia. La frutta, ciliegie, lamponi, prugna, è matura. Il balsamico fa emergere con grazia la parte alcolica e, soprattutto, quella minerale. Si respira il sole che cuoce i sassi di montagna fatti di calcare e minerali ferrosi, di muschio e di fiori. Poi le spezie che il legno ha donato insieme alle tostature. Lievi, sottese, eleganti. Tutto l’olfatto sa di dolce e soave freschezza. Una sensazione che so già non poter ritrovare in bocca.
Però è ancor meglio poiché l’impalpabilità del colore si trasforma in energica danza sinuosa per via di una freschezza viva e un tannino che sa di roccia levigata dal vento. Sassina è verticalmente ampio. Un ossimoro che trova verità in quella vellutata sensazione che si spande in bocca per poi essere memorabilmente verticale. La durezza di un Nebbiolo di Montagna scivola via sui pendii fatti di prati e neve. C’è da rimanerne incantati anche per via di una persistenza che non è particolarmente lunga in bocca ma che rimane indelebile nella mente. Mi sono innamorato!
Il terzo dei tre è Rosso, il Rosso di Valtellina 2021. Forse è proprio lui il vino della gente, quella che si riunisce al bar dopo il lavoro o in trattoria per un pasto in compagnia. Chiavennasca e un sussurro di Rossera e Pignolo con sei mesi tra acciaio e legno (poco) per un vino fresco e croccante che offre sentori di frutta nera e rossa come prugna, lampone, mora, ribes e fragoline di bosco accompagnati da fiori e un muschio verde. Il balsamico, marchio di fabbrica, c’è sempre e apre il naso ancorché in maniera non prepotente come gli altri vini della gamma. Sentori comunque semplici che non risentono minimamente del legno.
In bocca sa di montagna con i tannini ben saldi e presenti che accompagnano il sorso fio alla fine legandosi ad un incantevole amarognolo. Fresco e tagliente come un sasso mal levigato e con una croccantezza che rimane inalterata dall’olfazione alla deglutizione. Semplice, dinamico, vero. Non particolarmente caldo, piacevole per la leggerezza con la quale si propone e la doppia anima: da una parte la durezza di una lama, dall’altra il gusto di fragoline di bosco che rimane in bocca a dispensare carezze. Insomma, davvero un vino nel quale ho trovato montagna, roccia, durezza ma anche il caldo del sole nelle giornate di primavera
Ride Giorgio. Una risata composta come composto è lui. Lo vedi che è sereno e felice. Che non ha bisogno di nulla se non di ritornare tra le sue montagne. Vive con la moglie a Sondrio e torna a Montagna ogni giorno. Ci sono le sue vigne e c’è la mamma ormai splendida novantaquattrenne. Torna perché questo è il suo mondo.
Non sa cosa ci sarà dopo di lui. Gli piacerebbe che qualcuno continuasse, che magari la figlia si innamorasse di qualcuno che ama questi luoghi come lui. Ma sa che è una remota ipotesi. C’è un velo di tristezza nel tono di voce, negli occhi, ma lo scaccia per non farmi vedere. Orgoglio magari, chissà. Di certo, appena Giorgio ritornerà tra le sue vigne godendosi il paesaggio sottostante, ogni pensiero svanirà all’istante cadendo giù per i grumi. Se farà un tonfo appena arrivato a valle, non lo saprà mai. È troppo in alto.

PS il testo all’inizio è tratto da una meravigliosa canzone cantata dai bambini dello Zecchino d’Oro che sarebbe bello non solo ascoltare con attenzione ma ascoltarla con l’animo di un bambino. Farà bene al vostro!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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