La Sughera. Francesco Welti e la vigna sott’occhio
Chi è Francesco Welti e come nasce La Sughera? Un viaggio tra Sardegna e Svizzera alla scoperta di una piccola cantina artigianale che valorizza vitigni autoctoni come Caricagiola, Bovale, Cagnulari, Vermentino e Arvesiniadu attraverso una produzione naturale e profondamente legata al territorio.
Ogni cosa che ho fatto nella vita l’ho fatta per poterla avere sott’occhio.
Quanto sono complicate le vite delle persone. Più ascolto racconti di vita e più mi rendo conto che certe esistenze non procedono in linea retta. Fanno dei giri immensi e poi ritornano. Vanno in una direzione per poi virare. Anzi, se dovessimo vederle in maniera tridimensionale, sono vite elastiche: si tendono, tornano indietro, ripartono, si lasciano strattonare dal destino e poi lo strattonano a loro volta. La storia di Francesco Welti è così: un continuo su e giù tra Svizzera e Sardegna, tra la pagina e la vigna, tra la disciplina e l’istinto.
Mentre lo ascolto rimango affascinato da quella che si rivela una chiacchierata vera, di quelle che ti fanno sentire il peso e il senso delle cose. Capisco che La Sughera non è solo un luogo o soltanto un’azienda. È un gesto. Un’idea di vita messa in pratica. È una di quelle follie che, se non le fai, ti rimangono dentro come una musica interrotta.
Capita così che, ripensando oggi alla lunga e profonda chiacchierata avuta con Francesco, ciò che mi rimane in mente non è un’immagine di vigne, non è il mare di Aglientu che d’estate sfuma nel turchese tra le rocce di granito. È lui in inverno, sul confine svizzero-tedesco dove è cresciuto, che da bambino guardava verso la Germania come verso una promessa incompiuta. E poi lui oggi, in Sardegna settentrionale, che dalla finestra di casa guarda la vigna. Lo stesso gesto. La stessa necessità profonda di tenere il proprio mondo nello spazio di uno sguardo.
Francesco ha la doppia cittadinanza.
Padre svizzero, madre italiana, cresciuto sul confine. Una qualità che vede. Quella qualità rara nelle persone di frontiera: la capacità di guardare da due lati senza appartenere del tutto a nessuno. Il che non è una forma di sradicamento. Magari di libertà. È la libertà di scegliere dove piantare le radici non per caso, non per eredità. Per visione.
Proprio di visione si tratta. Anche se Francesco comincia a raccontarsi sembra un uomo che scivola nelle cose
Sono un po’ scivolato nel vino
Nessuno scivola mai a caso nelle cose. Figuriamoci nel vino dove hai bisogno di sporcarti le mani e i piedi nella terra. Il suo è forse si uno scivolamento, ma studiato. Come se ogni deviazione avesse una direzione. Il giornalista diventato vigneron, lo svizzero trapiantato in Sardegna, il cronista divenuto contadino-filosofo, era sempre la stessa persona, con la stessa bussola, anche quando cambiava strada.
Ho incontrato Francesco in una di quelle conversazioni che si fanno quando il vino ha tempo così da lasciarlo anche alle persone. Sua moglie, Regula Graf. La Cantina, La Sughera. Tre ettari ad Aglientu, nel nord della Sardegna, a dieci minuti dal mare. Tre ettari scelti con cura quasi maniacale: vicini al mare, in collina per inseguire freschezza e gradazioni meno esasperate, con un’esposizione che pareva giusta. E la vigna sott’occhio. Sempre.
Non sono partito con l’idea di fare naturale. Cercavo il minimo degli interventi perché mi sembrava congruo con come lavoravo la vigna. Se là fuori cerco un equilibrio con la natura, non ha senso che poi dentro faccio il contrario.
Non c’è bisogno di costruirsi un’identità di marca. È più importante costruirsi una coerenza etica prima che produttiva. In un panorama dove il vino naturale è diventato spesso estetica, tribù, bandiera da sventolare alle fiere, sentire qualcuno parlarne come di una conseguenza logica di uno stile di vita fa un certo effetto. Pasolini diceva che la coerenza è la virtù dei mediocri, intendendo però che la vera coerenza non è quella dichiarata bensì quella praticata in silenzio, quella che non ha bisogno di pubblico.

Francesco non ha bisogno di pubblico. Ha bisogno della vigna sott’occhio.
Le origini de La Sughera vanno ricercate a Lugano o forse prima ancora, in un ricordo di bambino nel Bellunese, dove c’era uno zio con una vecchia botte, delle vigne e un’infanzia che sapeva di mosto. Uno zio morto giovane, in un incidente e Francesco che da bambino provava a fare quel vino mettendo i piedi nell’uva e aspettando la fermentazione con la trepidazione dei dodici anni. Peccato che ritornando a Pasqua trovò solo l’aceto.
Una grande delusione
La prima produzione. Come ogni prima produzione che conta, era inevitabile che finisse male.
Poi tutto si dimentica o si stratifica sotto altro. Sotto le pieghe della vita, dei mille rivoli, delle mille svolte. La professione di giornalista in Ticino per giornali di lingua tedesca. La carriera. L’incarico di direttore di una testata.
Facevo il tuo lavoro
Sorrido, perché in quella frase c’è una fraternità improvvisa: due persone che conoscono la stessa fame di parole, lo stesso bisogno di capire.
Direttore. Poi freelance. Poi ancora libri: biografie, ricostruzioni, storie lunghe.
Finché, ad un certo punto, entra la vigna.
Ho iniziato a fare dei corsi… in Ticino c’è una scuola agricola che offre formazione sul vino. E poi ho trovato una piccola vigna in affitto e una cantina familiare dove collaborare.
Un giorno direttore, un giorno operaio in vigna, un giorno sulla sua vigna. La testa e le mani. L’inchiesta e la terra. Una doppia anima, sì, ma non come esibizione: come necessità.
E in quella necessità riconosco qualcosa di molto attuale: oggi che tutti parlano di “ritorno alla natura” come fosse una moda, Francesco racconta una cosa più scomoda e più vera:
La natura non è un rifugio, è un lavoro.
È fatica. È presenza. È rischio.
E intanto, come chi non riesce a stare fermo, una vigna in affitto cominciando a produrre Merlot, Cabernet Franc e Bondola. Bondola, l’antica uva autoctona ticinese. Quella che nessuno voleva più perché soppiantata dal Merlot certamente più facile e commerciale.
Direttore di giornale cinque giorni, operaio in vigna il sesto, vignaiolo nella sua piccola produzione il settimo.
Scrivevo i capitoli con la testa mentre lavoravo in vigna. L’unico problema era che arrivavo a casa con il novanta per cento dell’articolo già fatto.
Credo che sia un po’ filosofica l’idea che il lavoro manuale sia anche lavoro intellettuale, che zappare e pensare non siano antitetici. La stessa filosofia dei greci che camminavano mentre parlavano. Lo sapeva Thoreau Walden nella sua Vita nel bosco. Lo sa chiunque abbia mai fatto un lavoro fisico con sufficiente concentrazione da trasformarlo in meditazione.
3000 bottiglie prodotte e un inaspettato riconoscimento importante da parte di una rivista tedesca che classifica il Merlot come miglior Merlot del Ticino. Il tipo di risultato che, per molti, sarebbe un traguardo.

Per Francesco è un segnale. Non di arrivo. Di partenza.
Ho già deciso di mollare… perché fare come mi sarebbe piaciuto non era possibile, in modo ragionevole.
Quel “ragionevole” colpisce come uno schiaffo improvviso. Perché la sua storia, in apparenza, è una follia. Ma nella sua testa è quasi l’opposto: la follia è restare in una vita che non ti assomiglia più.
Insomma, il Ticino era troppo piccolo, il clima non permetteva quello che voleva fare, i prezzi dei terreni erano inarrivabili. E c’era la Sardegna, che Francesco frequentava da ragazzo, che lo chiamava con quella insistenza silenziosa che hanno i luoghi dove senti di dover tornare.
La Sughera: partire da zero per restare fedeli a sé stessi
La Sardegna per me era chiara. Come se fosse l’unica alternativa reale. L’altra sarebbe stato il Veneto, dove mia madre era di casa, ma non avrei cambiato molto dal punto di vista climatico.
Regula preferiva la Corsica. Francesco non riesce a negare la tensione che è scaturita dalle due visioni differenti. Regula era attratta dall’isola francese e la Sardegna non aveva lo stesso richiamo sentimentale. Il compromesso, pur di portarla nell’isola che voleva, è stato il vivere tra Ticino e Sardegna .
Era il suo turno di scegliere dove spostarci. Ma anche quella volta ho scelto io. Però le è piaciuta
Tanti giri. Tante segnalazioni di chi avrebbe voluto abbandonare la terra cedendola a qualcuno. La necessità di avere una posizione particolare per ottenere i vini che aveva in mente. Fino a trovare qualcosa che faceva al caso loro.
Abbiamo cercato la collina… pensando ai cambiamenti climatici e pensando di produrre un po’ meno alcolici.
Alla fine si trovano tre ettari. Una scelta precisa: non troppo vicino al mare, ma “a dieci minuti dal mare” e con un’altitudine che aiuta a ragionare sul futuro.
Inevitabilmente mi parte una divagazione mentale. La questione dell’alcol che non è solo tecnica, è cultura. È un modo di immaginare il vino nei prossimi vent’anni. Se la viticoltura continua a inseguire potenza e maturazioni estreme, rischiamo di perdere la cosa più preziosa: la bevibilità. Quella che ti fa desiderare un secondo bicchiere, non solo un applauso.

Nel 2013 i primi lavori, nel 2019 il primo vino commercializzabile.
Nel mezzo, cinque anni di attesa, di garage wine, di B&B per sopravvivere, di un progetto editoriale a Ginevra che assorbe energie. E il COVID, naturalmente, arrivato come una beffa proprio quando finalmente c’era il prodotto.
Sembrava quasi pensato
Ride Francesco. Di quel riso amaro con cui si raccontano le sfortune quando non fanno più male.
Diecimila bottiglie adesso. Sei etichette, forse sette. Nove varietà in vigna con Cannonau, Bovale, Cagnulari, Carignano, Monica, Vermentino, l’oscuro Arvesiniadu che nessuno vinificava in purezza, il Merlot arrivato quasi per gioco in un angolo nascosto della proprietà. Una lista che Francesco ha costruito come un architetto costruisce una pianta: pensando prima al risultato, poi cercando i materiali.
Ho piantato la vigna in base ai vini che volevo ottenere.
È una frase di una semplicità spiazzante. È anche la frase di qualcuno che ha capito qualcosa che molti produttori non capiscono mai: che si parte dal vino, non dall’uva. Che la vigna è un mezzo, non un fine. Che l’identità di un territorio non si eredita, si costruisce con le scelte.
Torna in mente il Cagnulari.
C’erano due produttori in tutta la Sardegna settentrionale che imbottigliavano quest’uva. Io la volevo perché era quasi sparita. Era l’uva antica della Gallura, del nord dell’isola. Non imbottigliando non la conservi.
In un’epoca in cui il vino naturale rischia di diventare un’estetica globalizzata, la stessa arancione sbiadita sull’etichetta, la stessa cuvée senza solfiti da Berlino a Tokyo, Francesco Welti, svizzero di Locarno con l’anima veneta della madre e il rigore tedesco del padre, decide di fare il custode di varietà che nessuno ricorda. Non per marketing. Non perché sia di moda. Perché gli sembrava una cosa giusta.
Il problema della visibilità, però, esiste e Francesco lo nomina con la franchezza di chi ha fatto i conti con il mercato senza perdere l’utopia.
Vendo più in Inghilterra e negli Stati Uniti che in Italia. In etichetta posso scrivere solo “Isola dei Nuraghi“. Non posso scrivere Sardegna. Dillo a un inglese, isola dei Nuraghi: non sa neanche dove sia.
È un paradosso crudele quello della denominazione italiana: un sistema creato per proteggere le tipicità locali che finisce spesso per renderle illeggibili al consumatore. Se produci un Isola dei Nuraghi con Cagnulari e Bovale o Arvesiniadu, sei tecnicamente fuori dalle DOC della Sardegna, che hanno le proprie regole sugli uvaggi. Quindi ci si rifugia nelle IGT perdendo così la possibilità di scrivere il nome dell’isola. Paradossale, sì. Kafkiano, forse. Tipicamente italiano, certamente.
Non posso scrivere il nome dei vitigni. Non posso scrivere dove sono. Il consumatore curioso che vuole sapere non ha strumenti. Chi decide di berlo lo fa quasi per fede.
Questo ci riguarda tutti. Occorrerebbe riflettere seriamente su queste regole arcaiche e senza senso. Siamo bombardati da informazioni di ogni tipo ma il vino artigianale rimane spesso opaco per scelta regolamentare. Non per pigrizia del produttore, non per mancanza di storia ma perché il sistema burocratico non ha ancora capito che la trasparenza, oggi, non è un lusso ma una necessità competitiva. Non sarà che il sistema normativo invece di difendere le tipicità locali tende a prendere le parti dei grandi produttori? Pensiamoci bene. Le grandi etichette non hanno questo problema: il nome da solo vale decenni di distribuzione. Le micro-produzioni di Francesco Welti ad Aglientu devono combattere con strumenti spuntati. Con stupidi legacci burocratici che non permettono di indicare la provenienza o l’uvaggio. Inconcepibile.
I vini de La Sughera
La praticità di Francesco e Remula è bellissima e disarmante. I vini hanno un nome che è una sorta di vezzeggiativo del vitigno dal quale derivano. Quasi per chiamarli con quel nomignolo affettuoso con il quale si chiama un figlio.
Ino è il Vermentino Isola dei Nuraghi IGT
Dodici ore di macerazione sulle bucce, fermentazione spontanea per trentacinque giorni, sessanta di battonage sulle fecce nobili. Non filtrato. Francesco ha costruito questo vino per dimostrare che il Vermentino, quando viene preso sul serio, non è solo la bottiglia fresca dell’estate sarda ma qualcosa di molto più complesso e duraturo. Così Ino non cerca di piacere subito. Non è quello il suo scopo. Si apre lentamente, come fanno le persone vere. Al naso è la Gallura che parla con la macchia mediterranea, i fiori secchi, una nota minerale che rimanda al granito di queste colline a quattrocento ottanta metri. In bocca ha tensione, ha nerbo, ha quella sapidità che non abbandona mai il finale. Uno dei migliori Vermentino assaggiati. Per un solo motivo: è vero, intenso, capace di riportarti ad un vino che bevi, guardi il bicchiere perché sembra che non hai capito qualcosa. Eppure ti piace. Così ribevi un sorso. Ti piace di più ma continui a non capire altro. Non è poco. È quasi tutto.
Iola. Caricagiola e Monica. Isola dei Nuraghi IGT
Francesco lo definisce vino estivo. Ma estivo non significa semplice. Significa che ha capito che in certi climi, certi momenti, hai bisogno di qualcosa che si beva fresco, senza cerimonie, senza aspettare. La Caricagiola è l’uva più locale di tutte, la più rappresentativa della Gallura alta, quella che il nord dell’isola custodisce come un segreto mal tenuto. Affinamento in acciaio, macerazione di dieci giorni, imbottigliamento a inizio estate. Nel bicchiere ha un colore rosso rubino vivo, quasi luminoso. Al naso aromi di ciliegia e frutti di bosco, una spezia leggera. Pochi tannini, acidità vivace, una beva che non stanca. Da servire leggermente fresco, con una pasta, un pesce cucinato senza troppi fronzoli o con niente, su una terrazza con il mare davanti. Una suggestione incredibile.
Vale. Bovale sardo, Cannonau e Merlot. Isola dei Nuraghi IGT
Il Merlot nell’angolo nascosto della vigna. Francesco lo ha piantato per vedere cosa dà, senza un progetto preciso. Poi si è ritrovato a usarlo esattamente come lo usavano nel Mandrolisai ovvero come elemento di eleganza in un assemblaggio dove il Bovale dà struttura e il Cannonau dà calore. O magari sono solo le reminiscenze della loro Svizzera. Fermentazione spontanea separata per le tre uve, il Cannonau affina in botti di castagno per alcuni mesi con battonage, Bovale e Merlot in acciaio. Non filtrato. Ovviamente. Ne risulta il vino più complesso della gamma, quello che ha bisogno di un po’ di tempo nel bicchiere per aprirsi. Se proprio non si riesce a non bere immediatamente. Al naso spezie scure, frutti neri maturi, una nota balsamica che arriva dal castagno senza coprire. In bocca è pieno, tannico ma non duro, con una lunghezza che sorprende per una cantina giovane su una vigna giovane. Il Bovale porta carattere, il Cannonau porta il sud, il Merlot porta il Merlot ovviamente. Ma con una certa grazia inaspettata.
Per aziende come quella di Francesco e Remula, il futuro è complicato.
Magari non quello del vino, non della cantina. Forse proprio del futuro vero, quello biologico e sentimentale.
Ho detto: se voglio farlo lo faccio prima dei cinquant’anni, perché il ciclo della vigna voglio seguirlo. Quando la vigna comincerà a calare, comincerò anch’io. Andiamo a braccetto.
È un ragionamento bellissimo e un po’ malinconico, come tutti i ragionamenti veri e profondi. Quelli che vengono da dentro. Dal profondo dell’animo. Francesco e Remula non hanno figli che continuino. Non sanno se qualcuno raccoglierà quello che hanno piantato.
Sarebbe bello
Lo dice con quella cautela con cui si esprimono i desideri troppo grandi per essere pronunciati ad alta voce.
Potrebbe arrivare qualcuno. Ma non è qualcosa su cui conto.
In queste zone, negli ultimi quarant’anni, l’esplosione del turismo ha generato come effetto quasi scontato, il totale abbandono della campagna. Chi se ne è andato a lavorare per gli alberghi e le spiagge, chi ha tramutato la propria azienda in agriturismo. Pieno d’estate e completamente vuoto (e desolato) in inverno.

Adesso, forse, sta tornando qualcosa. Giovani che imbottigliano vini che i loro padri conferivano alla cooperativa. Piccoli produttori artigianali che si incontrano, si confrontano, si scambiano esperienze senza quella diffidenza da trincea che si sente invece in certi ambienti del vino convenzionale.
Nel vino naturale c’è un clima completamente diverso. Più collaborazione, più voglia di sperimentare, più confronto sano. Senza la necessità di battere l’altro.
Non romantizzo. So che anche lì ci sono ego, rivalità, pretese. Ma c’è qualcosa di vero in questa osservazione: quando si opera ai margini del sistema, si tende a costruire comunità invece che gerarchie. È sempre stato così. Nei movimenti artistici, nelle avanguardie letterarie, nelle scene musicali che nascono underground prima di essere inglobate dal mainstream.
Il vino naturale ha la stessa parabola. Ed è una parabola interessante da seguire.
Francesco Welti tornerà in Ticino e poi ritornerà ad Aglientu dove c’è un bianco che sta ancora fermentando
Vediamo quando torno se ha finito
La serenità di chi ha imparato ad aspettare. In Ticino aspettano i funghi, i gallinacci arrivati finalmente a dicembre dopo anni di siccità. In Sardegna si aspetta la primavera, che è il momento in cui la vigna sott’occhio ricomincia a vivere.
Non smetto però di pensare ai confini. Al bambino sul confine svizzero-tedesco. Al ragazzo che guardava l’Italia da casa. Al produttore che dalla Sardegna vede la Corsica.
Forse fa parte del DNA
Lo dice ridendo mentre io non rido. Penso che i luoghi che abitiamo ci scelgono tanto quanto noi scegliamo loro. E che certe persone hanno bisogno di vivere sul margine per vedere tutto con più chiarezza.
La vigna sott’occhio, sempre.
Ah, dimenticavo Regula che avrebbe preferito la Corsica. Adesso pota le vigne in inverno senza paura del freddo. Adesso collabora anche in cantina. Adesso è La Sughera tanto quanto Francesco. Le persone si trasformano nei luoghi che abitano, specialmente quando quei luoghi sono scelti con intenzione.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969