La Torre di Castel Rocchero. Il collettivo diventa poesia
Cooperativa.
Bastano cinque sillabe per costruire un muro. Il paradosso è che quel muro lo si costruisce senza aver mai stappato una bottiglia. Prima dell’assaggio. Prima dell’odore. Prima del colore nel bicchiere. Il pregiudizio è già lì, armato e pronto, che aspetta.
La usa come un giudizio, a volte come una condanna. La pronuncia con una sfumatura impercettibile di sufficienza, quasi un rictus involontario che tradisce il pensiero prima ancora che le labbra abbiano finito di muoversi.
Mi è capitato spesso, nelle mie peregrinazioni tra cantine e vigneti d’Italia, di confrontarmi con questa resistenza culturale. Di trovare persone capaci di smontarla semplicemente versando. Di parlare con produttori che portano addosso il peso di un’etichetta che non hanno scelto, che non descrive quello che fanno, eppure faticano a scrollarsela di dosso. Come un vestito sbagliato che gli altri continuano a mettere loro addosso ogni mattina.

A Castel Rocchero le colline del Monferrato hanno una qualità rara.
Non si mostrano subito. Non cercano l’applauso. Le vigne si aprono lente, quasi con ritrosia, come si apre una conversazione vera con qualcuno che non si fida facilmente degli estranei. Castel Rocchero è uno di quei luoghi del Piemonte che non urlano il proprio nome. Non hanno bisogno di farlo. Sono abbastanza sicuri di sé da potersi permettere il silenzio.
E lì, in quel silenzio, c’è La Torre.
Non è una metafora. È una torre vinaria, una delle cinque rimaste in piedi in tutta Italia. Le altre quattro, in Sardegna, a Piacenza, in Abruzzo e a Mori in Trentino Alto Adige, hanno ceduto a destinazioni diverse: ristoranti panoramici, musei, contenitori vuoti di funzione. La Torre di Castel Rocchero è l’unica, di fatto, che ha ancora il vino dentro. L’unica che ha conservato la propria ragione d’essere.
Quando ci penso, mi sembra una storia quasi allegorica. Una torre che resiste. Non per ostinazione cieca, ma per scelta consapevole. Perché c’è qualcuno, dentro, che ha deciso di non smettere.
Marta ha il tono di chi ha imparato a portare un peso senza lamentarsene. Marta Menotti è il responsabile commerciale della Cantina La Torre di Castel Rocchero. La Torre 1953

Parla con quella misura propria di chi gestisce le vendite di un’azienda e sa che ogni parola è anche un posizionamento, ogni frase una scelta. Ma quando arriva al punto — al punto vero, quello che le sta sul cuore, la voce cambia leggermente. Diventa più diretta. Quasi liberatoria.
È una cosa che devo dire. Negli anni ho lasciato in secondo piano la parola cooperativa. Perché influenzava negativamente l’interlocutore. Nonostante poi, aprendo la bottiglia, riscontrassero un vino di qualità, il preconcetto creava una barriera. Non si arrivava neanche a strapparla, quella bottiglia.
Mentre parla, mi viene in mente una cosa che sento spesso nei dibattiti sul vino contemporaneo: l’ossessione per la narrazione dell’individuo eroico. Il vignaiolo solitario. Il piccolo artigiano. Il custode. Come se la dimensione collettiva fosse per definizione nemica della qualità, dell’anima, del carattere. Come se fare il vino insieme, condividere la terra, il rischio, la vendemmia, fosse in qualche modo una resa.
È un pregiudizio figlio di un’epoca, questa nostra, che ha elevato l’unicità a valore supremo e ha dimenticato che il collettivo ha spesso generato le cose più durature e più belle. Le cattedrali. Le tradizioni contadine. Certe DOC costruite mattone su mattone da decine di produttori che avevano capito che da soli sarebbero rimasti invisibili.
Il nostro responsabile di produzione me lo dice da anni, in maniera scherzosa: Marta, un giorno mi piacerebbe che la cooperativa diventasse un valore aggiunto. Che ci distinguesse. In Trentino ci sono già realtà che l’hanno fatto. Noi qui in Piemonte siamo ancora molto indietro. Ma ci stiamo lavorando. E continueremo a lavorarci.
Federico entra nel discorso con la precisione di chi viene da un’altra formazione.
Federico Polotto è l’enologo della cantina.
Arriva dalla zona del Gavi, porta con sé un sapere tecnico affilato, una sensibilità per il prodotto che si percepisce nel modo in cui sceglie le parole quando parla di vino. È alla sua quarta vendemmia qui, insieme a Marta. E racconta di come, in questi anni, qualcosa si sia mosso.
Alcune cantine hanno chiuso. Alcune sono diventate vinificatori puri. Poche, come noi, si stanno reinventando. Stiamo cercando di prendere i punti di forza di un’azienda agricola privata e applicarli a una cooperativa che non è enorme. Non siamo un vinificatore da centomila pezzi. Questo ci rende anche un po’ attrattivi, per certi aspetti.

Centottanta soci circa, meno di trecento ettari. La più piccola cooperativa della zona, per ammissione degli stessi. Eppure, o forse proprio per questo, capace di un controllo sulla materia prima che molte strutture più grandi possono solo sognarsi.
Di quei 280 ettari, le partite migliori vengono selezionate per le nostre bottiglie. In annate difficili come le ultime, siccità, caldo anomalo, piogge sbagliate, le diverse esposizioni ci hanno permesso di avere comunque un valore aggiunto. È su questo che stiamo costruendo tutto il discorso di brand, di qualità, di valori.
Costruire. È la parola che torna più spesso. Non difendere. Non conservare. Costruire.
C’è un tema che mi porto dietro da qualche anno, e che in questa conversazione torna con forza.
Il paesaggio della viticoltura italiana sta cambiando forma, silenziosamente ma inesorabilmente. Le micro-aziende familiari, quelle in cui fratello e sorella, madre e figlio lavoravano il fine settimana tra i filari, stanno scomparendo. Non per mancanza d’amore. Per una convergenza di fattori pratici: il costo dei macchinari, la difficoltà nel trovare manodopera, le normative sul lavoro che hanno reso complicato anche solo chiedere una mano a un amico per la vendemmia.
Il macchinario costa uguale che tu abbia uno o dieci ettari. E trovare manodopera è sempre più difficile, non solo per la vendemmia, ma per il lavoro quotidiano. L’amico che ti viene ad aiutare il sabato a fare i capi di vigna non è più concesso: deve essere un dipendente in regola, con tutti gli oneri del caso.
Il risultato è una concentrazione della superficie in mano a pochi soci strutturati. Anche alla Torre, l’ottanta per cento della superficie è oggi in mano a dieci soci. Il numero totale di conferenti si è ridotto. Eppure, curiosamente, la cooperativa ha appena accolto un nuovo socio quest’anno. Marta ci tiene a raccontarlo non come dato statistico, ma come segnale.
Ci sono soci che non si limitano a conferire l’uva. Vengono agli eventi. Partecipano. Coordinano attività. Fanno la camminata tra i vigneti. Si sentono parte di qualcosa. Questo è un valore che voglio far emergere, perché è la vera anima della cooperativa: non è solo uno sbocco per l’uva. È un senso di appartenenza.
L’appartenenza. Quella cosa che il mondo del vino più trendy ha cercato di ricreate artificialmente con etichette indie, nomi bizzarri e storytelling di una sola persona sola contro il mondo. E che invece qui, su queste colline del Monferrato, esiste già, radicata nel tempo, costruita da decenni di vendemmie condivise.
Alta Langa Brut DOCG Metodo Classico Millesimato
Pinot Nero e Chardonnay con oltre 30 mesi sui lieviti

Alcuni vini che non hanno fretta. Si prendono il tempo che serve, in silenzio, al buio, nell’attesa lenta di diventare quello che devono essere. Trentadue, trentatré mesi. Il numero preciso conta meno del concetto: una pazienza che pochissimi si concedono ancora.
Nel bicchiere arriva paglierino, luminoso, con un perlage che sale tranquillo, senza urgenza. Il naso è una piccola sorpresa: la frutta lascia quasi subito spazio a qualcosa di più evoluto, di più complesso: frutta secca, mandorla tostata, un accenno di crosta di pane appena sfornato, quella nota biscottata che è la firma dei metodi classici che hanno avuto il tempo di maturare davvero.
In bocca è pieno. Sapido. C’è una struttura che non ti aspetti sempre da queste colline, un’avvolgenza che convince e non stanca. Il finale è lungo quanto basta per farti pensare al bicchiere successivo prima di aver finito il primo.
Non è una bollicina che cerca di sembrare qualcos’altro. È esattamente ciò che è: un Alta Langa fatto da chi conosce la materia prima, la rispetta, e ha avuto la disciplina di aspettare.
La Cristallina è il segno più visibile di questa reinvenzione.
Una struttura in vetro, tutta trasparente, che si affaccia su un anfiteatro di vigneti. L’hanno chiamata così perché è sulla linea della torre storica, ma guarda avanti. Guarda fuori. Dice alle colline: siamo ancora qui, e abbiamo cose da mostrare.
La cantina, oggi, non è più solo un sito produttivo. È una destinazione. È un luogo in cui portare qualcuno, farlo sedere, fargli guardare il paesaggio mentre assaggia. È la materializzazione di qualcosa che chi lavora nel vino sa da sempre ma fatica ancora a comunicare: che il vino non si capisce solo nel bicchiere. Si capisce nel luogo in cui è nato.
Abbiamo realizzato questo spazio per dare valore. Il vino abbinato ai prodotti del territorio, la vista sui vigneti, gli eventi. Non solo per valorizzare i nostri prodotti, ma tutto ciò che il territorio può offrire.
Sul fronte del vino, quello tecnico, quello che poi finisce nel bicchiere, Federico ha le idee molto chiare.

Anche quando si parla di bag-in-box, che in certi ambienti del vino italiano evoca ancora gli stessi rictus della parola cooperativa.
Il bag-in-box vuole strizzare l’occhio anche ai paesi nordici. Perché loro sono molto attenti agli aspetti ambientali. Un bag-in-box da cinque litri ha un’impronta carbonica bassissima rispetto all’equivalente in bottiglie. Meno peso, meno imballo, meno emissioni nel trasporto. Ed essendo certificati dal punto di vista ambientale, siamo sottoposti a verifiche e calcoli: ne esce sempre vincitore.
È un argomento che mi convince. Non perché sia un irriducibile fan del formato, ma perché trovo intellettualmente onesto non demonizzare ciò che risponde a esigenze reali. Un vino da tutti i giorni, di qualità, che non richiede una cerimonia per essere aperto: c’è un mercato per questo, e negarlo è snobismo travestito da estetica.
Alta Langa Brut Rosé DOCG Metodo Classico
Pinot Nero in purezza con oltre 30 mesi sui lieviti
Il rosa è sempre una dichiarazione d’intenti. Non è un bianco che ha perso qualcosa per strada, né un rosso che si è fermato troppo presto. È un colore che richiede coraggio, perché non può nascondersi dietro niente.
Questo rosé arriva con una tonalità tenue, appena accennata. Sarà il Pinot Nero che si rivela con pudore, quasi trattenuto. Il perlage è finissimo, elegante nel modo in cui solo i vini che hanno riposato a lungo sanno esserlo. Il naso ha quella dualità che appartiene ai grandi rosé da metodo classico: da una parte le spezie leggere, dall’altra la crosta di pane, il lievito che ha lasciato il suo segno prezioso.
Poi arriva la bocca. E lì il vino si racconta diversamente: fresco, sapido, con una bevibilità quasi ingannevolmente facile che maschera una complessità reale. C’è frutto rosso. Fragoline, lampone. Appena evocato, come un ricordo lontano che non riesci a mettere a fuoco del tutto.
È il tipo di vino che finisce prima che tu te ne accorga. E che poi, inevitabilmente, cerchi.
Sul fronte della viticoltura, la scelta è quella della lotta integrata. Niente biologico certificato, ma non per negligenza: per una riflessione sincera sulla realtà di un territorio a monocultura viticola.
O si convertono tutti al biologico, oppure se il vicino che confina con il mio vigneto fa trattamenti, io posso anche essere certificato biologico ma il trattamento non rimane circoscritto a quell’area. Si spande nell’aria. E quindi, bisogna essere onesti: o tutti o nessuno.
È la stessa onestà che sento quando Federico parla dei solfiti con quella pazienza di chi ha spiegato la cosa mille volte e ha imparato a non stancarsi mai.
I vini senza solfiti aggiunti sono pochissimi. Perché anche il lievito, durante la fermentazione, produce solfiti. Quindi sotto ogni bottiglia trovi scritto “contiene solfiti” anche quando non ne hai aggiunti nemmeno uno. Quel che cerchiamo di fare è essere eticamente corretti: usarli quando servono, nella misura in cui servono. Noi siamo stabilmente a due terzi del limite massimo consentito.
Chi dice che il vino biodinamico non fa venire il mal di testa ha ragione. Ma la ragione è quasi sempre una sola: ne ha bevuto poco.

C’è un vino al quale Marta vorrebbe cambiare nome.
Non la ricetta. Non il vitigno. Non il modo in cui viene fatto. Solo il nome. È un Cortese dell’Alto Monferrato DOC. Stesso vitigno del Gavi, stessa eleganza, una pulizia olfattiva che Federico ha contribuito ad affinare portando la sensibilità della sua zona d’origine. Ma in carta vini quella denominazione non convince, non scalda, non incuriosisce.
L’unico spiraglio che ho trovato è metterlo nei mesciti. Così non vedono il nome.
Ride, mentre lo dice. Ma c’è qualcosa di malinconico in quella risata. Un vino buono che fatica a farsi amare perché porta un’etichetta sbagliata. Anche questo è un pregiudizio. Anche questo è un muro costruito prima dell’assaggio.
Ca’ du Stanga Piemonte DOC Chardonnay Brut
Metodo Charmat
Prima di diventare Alta Langa, lo Chardonnay di queste colline passa attraverso un filtro: quello del tempo, delle esposizioni, delle scelte. Le uve che non salgono alla DOCG non vengono accantonate vengono reindirizzate. E questo Stanga è esattamente questo: uno Chardonnay brut da metodo Charmat che ha dietro sé la stessa cura selettiva che governa tutta la produzione.
Nel bicchiere è paglierino tenue, quasi trasparente. Il perlage è a grana fine, più che fine. Un dettaglio che tradisce la qualità della materia prima. Il profumo è fruttato, pulito, con quella nota d’uva fresca che il Charmat. Quando è fatto bene e non accelerato, riesce a restituire con fedeltà quasi fotografica.
In bocca è asciutto, fresco, immediato. Non è un vino che chiede di essere meditato: è un vino che chiede di essere goduto. Da aperitivo, su un piatto di mare, a tavola in una di quelle serate d’estate quando la luce dura fino alle nove e non si ha voglia di pensare troppo.
Il Ca’ du Stanga è onesto. Non fa finta di essere qualcosa che non è. Ha la chiarezza di chi sa esattamente dove si trova e non ha bisogno di scusarsi per quello.
Ogni enologo ha un sogno nel cassetto. Qualcosa che gli deriva dai sogni, dagli studi, dalla curiosità, dal confronto. Così, chiedere dei sogni può, nelle risposte, far rivelare l’anima senza esitare. Federico ha bisogno di un Pinot Nero
Un Pinot Nero degno di nota. Ma con le caratteristiche dell’Alto Adige. Quelle notti fredde, quei profumi primari eleganti, quella struttura che si apre lentamente. Il Trentino Alto Adige ha cooperative che vengono viste con orgoglio dalla comunità. Sono il traino del territorio. Non l’eccezione: la norma.
Un sogno concreto, quello di Federico. E anche un modello. Perché il Trentino non ha avuto successo nonostante le cooperative. Ha avuto successo grazie alle cooperative. È una distinzione sottile ma fondamentale e chi lavora nel vino farebbe bene a tenerla a mente.
Penso alla torre. All’unica torre vinaria d’Italia che ha ancora il vino dentro. Non come cimelio. Come cantina viva, che lavora, che seleziona, che imbottiglia, che porta la sua storia sulle tavole di chi sa ascoltare.
Penso a Marta che porta addosso, con eleganza e senza rancori, il peso di una parola ingiusta. E che invece di smettere di usarla, vuole trasformarla. Farne un valore aggiunto. Una bandiera, non una scusa.
Il vino italiano è fatto di storie così. Di posti che nessuno racconta abbastanza. Di persone che lavorano in silenzio, convinte che prima o poi la qualità parli da sola.
Forse sì. Forse parla da sola.
Ma non fa male darle una voce.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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