La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarie
26 Giu 2026
Suggestioni di Vino

La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarie

 

Non so se il destino esista davvero. Se la nostra vita sia già scritta così che non siamo noi a prendere delle decisioni. Magari la vita ci mette dinanzi a delle scelte e il nostro libero arbitrio ci fa decidere. Se però il destino esiste davvero, c’è un momento, nella vita di certi uomini, in cui il destino stesso smette di essere un concetto astratto e diventa un nome di persona. Per Nicolò Fenzi quel nome è Martina. Tutto il resto, La Romiglia, i diciassette ettari tra la Val d’Illasi e San Michele Extra, le venticinquemila bottiglie, il Merlot ancora in vasca che sogna di diventare il vino della sua vita, viene dopo. 

La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarie

Il modo in cui le cose più importanti capitano e solo a posteriori sembrano inevitabili sono la nostra vita.

Ma andiamo con ordine. Perché la storia di Nicolò è una di quelle che non si raccontano in due righe, e sarebbe un torto provarci.

Ho imparato, nel tempo, a diffidare delle presentazioni troppo ordinate. Quelle in cui il vignaiolo ti racconta di nonni con le mani nella terra, di una vocazione tramandata di padre in figlio come un’argenteria di famiglia. Non che siano false. Spesso sono storie bellissime e piene di sentimento. Nell’ultimo anno ho incontrato una generazione di produttori la cui traiettoria somiglia molto di più ad un percorso accidentato che a una linea retta. Gente che è arrivata al vino per vie traverse, per caso, per amore, per disperazione. Nicolò Fenzi è uno di loro. Così, quando ha iniziato a raccontarmi la sua storia, mi sono ritrovato ad ascoltarlo con quella qualità di attenzione che si riserva alle cose che non ti aspetti.

Quando parla di sé, Nicolò usa la parola schizzato con un’affettuosa autoironia che tradisce tutto il contrario. Gli occhi si muovono veloci, il pensiero ancora di più. Ha quella qualità rara nei giovani imprenditori del vino, rara in generale, di non prendersi troppo sul serio pur essendo serissimo in ciò che fa. Prima di entrare nella vigna di famiglia ha scritto software per le banche, raccolto banane nel Queensland, imparato l’inglese guardando il Gladiatore in loop, gestito uno shop e un ristorante fine dining a Melbourne, fatto il venditore di elettrodomestici. Non è una biografia. Semmai è un romanzo picaresco con un finale inaspettato. E il finale, come si diceva, si chiama Martina.

Nasce tutto quando sono andato in Australia. Avevo ventuno, ventidue anni. Prima non c’entravo niente col mondo del vino. Programmavo software per le banche. Facevo il tecnico ambientale alle superiori, poi mi sono ritrovato lì. Buono stipendio, macchina aziendale, tutto pagato. E mi ero stufato.

Come diavolo si fa a stufarsi a vent’anni di un lavoro che molti si sognano non lo so davvero. Ma se sei irrequieto, se senti che c’è qualcosa che ti da fastidio, allora la noia arriva.

È che era monotono. Ripetitivo. Io sono uno che si stanca facilmente. È il motivo per cui ho mollato le banche ed è anche il motivo per cui il vino mi ha preso: continui a imparare, i vini sono sempre diversi, le persone sono sempre diverse. Non ti fermi mai.

Licenziato a settembre, a novembre era già su un aereo per Sydney con un borsone che conteneva sei canottiere, due pantaloncini da calcio e un numero imprecisato di mutande. L’idea era starci quattro, cinque mesi. Ci è rimasto cinque anni.

L’Australia è quella grande parentesi dorata che i ventenni italiani inseguono da decenni. La possibilità di reinventarsi in un posto che non ti conosce, che non ti giudica, che ti offre uno stile di vita costruito attorno all’idea che lavorare bene non significhi lavorare tanto. Nicolò ci è entrato da cameriere e si è ritrovato in una fattoria di banane nel Queensland.

Eravamo 120 persone in un ostello provenienti da tutto il mondo. Mi ha insegnato più di ogni altra cosa, anche di umiltà

Da lì ha trovato la strada verso il vino quasi per caso, nel senso in cui le cose più importanti capitano quasi per caso.

Ho capito che in Australia gli italiani del vino erano ben visti. Siccome non parlavo inglese e dovevo impararlo, ho cominciato a studiare da sommelier. In inglese. Non sapevo ancora dire buongiorno e già studiavo enologia in lingua straniera.

Se fosse stata una strategia, allora mi trovo dinanzi un genio. Se una follia, un incredibile e simpaticissimo folle.

Entrambe le cose. Ma soprattutto mi piaceva. Era quello il punto. Poi ho imparato l’inglese guardando il Gladiatore. L’avrò visto un milione di volte tanto che Russell Crowe me lo sogno di notte.

La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarieDivertente, allegro, scanzonato. Sempre con il sorriso. Sembra un guascone ma è un ragazzo dal cuore d’oro. 

Doveva estraniarsi dagli italiani per forza. Per imparare bene l’inglese. È cosi che frequentando gli australiani e gli stranieri in generale entra in Attica, al tempo uno dei migliori ristoranti del continente australiano. Conosce persone e arriva a fare il general manager in un altro ristorante.

Poi è arrivato il bando.

Un errore del suo immigration agent, il permesso di soggiorno applicato dieci giorni in ritardo e Nicolò si ritrova irregolare sul territorio australiano senza saperlo. Lo scopre nel peggiore dei modi possibili: all’aeroporto, di ritorno da un viaggio in Italia per il diciottesimo compleanno di suo fratello, a cui aveva promesso di portarlo a Londra. Tre anni di bando dal Paese in cui stava costruendo la sua vita. Tre anni di divieto di rientro in Australia. In Australia mica sono come in Italia dove gli immigrati irregolari girano con tanto di foglio di via in mano indisturbati!

Là dovevo sposarmi. Una chef brasiliana. Stavamo insieme da quattro anni. Il viaggio di nozze era già organizzato. I biglietti erano già comprati. Ho fatto il viaggio di nozze da solo, Brasile, Perù, Argentina. Con tutti i biglietti che avevo già in mano. Cretino che non sono altro.

Lo dice ridendo anche se c’è qualcosa sotto quella risata che non è del tutto allegra. C’è il residuo di un naufragio vero e i naufragi, nella tradizione letteraria e nella vita reale, producono spesso le trasformazioni più profonde. A patto di sopravvivere alla corrente.

Nicolò è sopravvissuto. Prima con una stagione a Cervinia

Ero una mina vagante, molto bravo nel lavoro ma instabile, i proprietari mi hanno tenuto in piedi

Poi con il girovagare sudamericano, poi con cinque anni da venditore di elettrodomestici, in cui il vino non voleva più sentirlo nominare. 

Avevo troppi ricordi legati a lei. Ho cambiato completamente, non volevo più saperne.

È qui, in questo deserto volontario, che entra Martina.

Ero a un matrimonio. Avevo bevuto quei due calici in più. La migliore amica di Martina era diventata fidanzata di un mio caro amico e mi ha detto: non ho un’amica da presentarti, ma se è bionda con gli occhi azzurri dimmi che te la trovo. Ho detto: sono stufo di qualsiasi donna dunque solo se è bionda con gli occhi azzurri. E lei mi fa: ce l’ho.

Nicolò fa una pausa. Sembra ancora non capacitarsene del tutto.

Quando ci siamo presentati, mi stava sulle palle. Non le ho parlato per tutto il resto del matrimonio. Poi, non so come, alla fine della serata era rimasta impressa in tutto e per tutto. E da lì non ci siamo più lasciati.

È una storia d’amore raccontata alla rovescia, come spesso sono le storie d’amore vere. Quelle in cui l’inizio è antipatico e la fine è ancora aperta. Martina è entrata nella vita di Nicolò come entra certa luce nelle cantine: di traverso, inaspettata, e alla fine indispensabile.

Mi ha messo in riga

Nicolò non lo dice come si dice di qualcuno che ti ha addomesticato. Lo dice come si dice di qualcuno che ti ha restituito a te stesso. 

Ero sempre incazzoso. Non avevo voglia di fare niente. Lei mi ha spronato: molla il lavoro, vieni in azienda, questa è la tua cosa. Mi ha sempre appoggiato. È stata una parte importantissima.

La famiglia di Martina, il padre Paolo, il fratello Michele, coltivava vigneti da generazioni nella Val d’Illasi, quella valle lunga e appartata a est di Verona dove le colline si alternano a oliveti e ciliegi, dove il torrente Illasi scorre tra i borghi, e dove i vini possono portare il nome di Valpolicella pur vivendo in una dimensione tutta propria, lontana dal clamore della zona classica. Per generazioni le uve erano finite alla cantina sociale. Un classico. Nel 2020 Michele aveva cominciato, in conto lavorazione, a produrre qualche bottiglia in proprio.

Nicolò arriva con la sua formazione da sommelier australiano, la sua esperienza commerciale, e la franchezza di chi non ha niente da dimostrare e tutto da costruire. Il suocero Paolo gli da piena autonomia. Firma in banca inclusa. Una attestazione di stima pazzesca. Come se avesse visto in lui qualcosa di speciale. Non solo il compagno della figlia.

Non so se ce la farei a fare lo stesso con il fidanzato di Beatrice

Nicolò, si riferisce a sua figlia di sedici mesi

Perché mi ha dato tutto. Ma poi ci penso e mi dico: dipende da cosa vedi nell’altro. Lui ha visto qualcosa in me. Martina avrà fatto il suo lavoro, probabilmente. E poi bisogna avere il coraggio di fidarsi.

È forse la cosa più onesta che mi dice in tutta la giornata. Perché il coraggio di fidarsi, di un estraneo, di un vino ancora in vasca, di un mercato capriccioso, è la competenza più rara in questo settore. E anche la più necessaria.

Il primo anno ho fatto un po’ di tutto. Poi ho detto a Michele: per vendere devo dedicarmi alla vendita al cento per cento. Nel campo puoi prendere qualsiasi altra persona, perché non sono tagliato. Sono lento, non sono manuale. Alla fattoria di banane avevo una maglietta gialla con scritto ‘I like bananas’. Ecco, quello ero io nei campi.

Oggi i ruoli sono chiari come i filari in una giornata senza nuvole: Paolo nei campi, Michele in cantina, Nicolò sul mercato. E le donne, Martina e sua madre Giovanna, che assaggiano, giudicano, orientano.

Novanta volte su cento vedono più lungo loro. Tutto passa per loro. Hanno un palato ben sviluppato, e quando siamo indecisi su dove andare, ne discutiamo con loro. Poi decidiamo.

La Vigna di Domani. Nicolò Fenzi e La Romiglia: una storia di coincidenze necessarieNon c’è ombra di ironia in questa ammissione. C’è invece qualcosa di molto contemporaneo e molto sano: un uomo che sa dove stanno i talenti, i suoi e quelli degli altri e li mette al posto giusto senza fare scenate di ego.

 

I vini
Atena. Spumante Pinot Grigio

Atena è la dea della sapienza, della strategia, dell’ingegno. È con quella stessa intelligenza sottile che questo spumante si rivela nel calice, rifiutando le regole del gioco per costruirne di nuove.

Il perlage è vigoroso, insistente, ma non invasivo. Le bolle sono fini, disciplinate, come chi, avendo qualcosa da dire, lo dice con misura. Al naso arriva qualcosa di Il melograno, la mela, la pera e la prugna. Solo dopo, quell’arancia amara che ritorna con la tenacia di un’idea fissa. Frutti rossi di bosco, more, lamponi e un’abbondanza di ribes che non ti aspetti da un Pinot Grigio. Tanto meno in forma di spumante.

In bocca è secco, fresco e con un finale amarognolo che strega. Salato, rotondo, con una pienezza che riempie per poi lasciarti sospeso in una di quelle domande che sanno di senso della vita: ti piace o non ti piace? Non riesci a deciderlo così che questo è il suo sortilegio più riuscito. Un Martinotti che rifiuta di essere banale. Non è il classico metodo Charmat che scivola via senza lasciare traccia. Questo resta. Floreale, fruttato, intenso, lascia qualcosa al naso e in bocca che ti fa dire, però però però.

Non qualcosa di normale. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti ispira, nel bene.

Rionda. Garganega

La Garganega ha mille volti. Quello di Rionda, che arriva dalla collina di Canova, tra Illasi e Tregnago, a oltre trecento metri, su un suolo ghiaioso e calcareo che racconta millenni di geologia veronese, è un volto di rara purezza.

Il colore è paglierino luminoso, con riflessi dorati che evocano la calda luce di ottobre, il momento esatto in cui le uve vengono raccolte. Al naso si apre con discrezione aristocratica: fiori bianchi di campo, mandorla fresca, pesca bianca, una nota agrumata tenue che ricorda il cedro. C’è mineralità, quella mineralità calcarea del terreno che non si inventa, che si sente come il profumo della pietra bagnata dopo la pioggia.

In bocca è preciso, agile, con un’acidità netta e pulita che sorprende per eleganza. La pressatura soffice ha rispettato ogni cosa. Niente viene stravolto, niente forzato. La fermentazione in acciaio, a bassa temperatura, ha preservato quella freschezza varietale, quella croccantezza del frutto, quella sapidità finale che si allunga e ti accompagna. Mille trecentocinquanta bottiglie l’anno: quasi un segreto. Una Garganega che non cerca il palcoscenico ma, una volta che la incontri, non dimentichi.

Valpolicella Superiore 2023

Nel calice, il colore granata ha qualcosa di disarmante. È limpido, trasparente, con una finezza cromatica quasi insolita per la Valpolicella, un territorio dove i vini tendono alla corposità, alla densità, al peso. Questo, invece, è leggero di struttura ma pesante di carattere.

I sentori sono balsamici, meravigliosi: frutta tra il maturo e il croccante, fragole che emergono con allegria, frutti di bosco, ribes, lamponi. Freschi, caldi, sviluppanti. Si avverte l’erbaceo, ma non come difetto, come una nota di campo che dà freschezza, che ricorda il mese di ottobre sui colli, l’aria tra i filari. Le note speziate e legnose sono infinitesime, sullo sfondo, quasi un sussurro. Poi, inaspettata, arriva quell’arancia, una sorta di Fanta che dona un senso giocoso e solare che ti prende di sorpresa e ti fa sorridere.

In bocca mantiene quella stessa giovialità. I tannini ci sono, ma appena accennati. Una presenza gentile, non una dichiarazione. La sapidità, invece, si espande magnificamente, allargando il vino, moltiplicandolo. Fresco. Vivace. Lontano anni luce dai vini pomposi della Valpolicella, quelli che si tagliano con il coltello.

Questo è un vino che si beve, si condivide, si racconta agli amici senza pretese. Bello perché vivo. Bello perché vinoso e vivace e colorato. Bello perché non ti chiede niente. Ti dà tutto.

È un momento complicato per il vino italiano, inutile negarlo.

Il mercato rallenta, i consumi interni si contraggono, e troppi produttori cedono alla tentazione di abbassare i prezzi pur di liberare le cantine. Nicolò ne parla con la lucidità di chi conosce i meccanismi della vendita prima ancora di quelli della vigna, e con quella franchezza un po’ scomoda che si trova nelle persone che non hanno paura di dire le cose come stanno.

Una volta che hai abbassato il prezzo, hai drogato il mercato e il cliente. Se oggi un vino lo vendi a dieci invece che a venti, l’anno dopo diventa complicatissimo tornare a venti. So di colleghi che pur di vendere fanno accordi sconvenienti, si liberano le cantine a qualunque condizione. E parliamo di vini di ottima qualità. Questo mi fa piangere il cuore. I diciassette ettari ci permettono di conferire quello che non vinifichiamo e questo ci dà respiro. Non abbiamo fretta. Non dobbiamo svendere. Possiamo aspettare il momento giusto per ogni vino, ogni annata. Non tutti possono farlo, e lo capisco. Ma chi può, dovrebbe.

La gamma di La Romiglia è ancora giovane, volutamente contenuta. Ci sono i vini che piacciono alle donne di casa. A partire dal Pinot Grigio, il più venduto. Poi quelli che piacciono a Nicolò: i rifermentati, l’ancestrale, il Valpolicella prodotto su quel colle in mezzo al bosco che lui descrive come “un posto pazzesco.”

I rifermentati mi ricordano i miei nonni, perché facevano i vini così. Con altri metodi, certo. Ma quella cosa lì, quella naturalezza nel vino, me la porto dentro.

È una frase piccola che contiene un’intera storia sentimentale col vino. E mi colpisce, perché Nicolò non ha avuto un’educazione enologica classica, non ha cresciuto le papille tra le botti di papà. Eppure parla del vino con una memoria affettiva che di solito appartiene solo a chi è cresciuto tra i filari.

Il Pinot Grigio non lo bevo mai. Non perché non sia buono. Ma è più standard. È quello che piace alle fanciulle di casa, ed è il nostro più venduto. E quindi lo facciamo, e lo facciamo bene.

Poi c’è il vino del futuro: un Merlot in purezza, senza denominazione, senza annata per ora. Il 2022 e il 2023 in vasca, uno in cemento, uno in legno, il 2025 che andrà in anfora.

Sono un grande amante dei tagli bordolesi. E il Merlot è l’unico che ci permette, adesso che non siamo ancora conosciuti, di poter giocare davvero. Fare microvinificazioni, andare a brindare, starci dietro parecchio. Usciremo l’anno prossimo, quello dopo. Senza fretta.

Colgo la consapevolezza precisa del punto in cui ci si trova, senza falsa modestia e senza falsa urgenza. Senza la sindrome da protagonismo precoce che affligge tanta parte del vino italiano emergente.

Sulla filosofia produttiva, La Romiglia occupa con onestà quello spazio difficile che molte cantine faticano a abitare con coerenza: biologici in vigna, interventisti minimi in cantina, né rigorosamente naturali né convenzionali.

Dipende da quello che facciamo. La Garganega va con lieviti indigeni. Il Falco anche. I rifermentati anche. Il Pinot Grigio no. Lieviti selezionati, neutri. E lo diciamo sempre, apertamente. Più trasparenti possibile.

In un settore dove le etichette (naturale, biodinamico, convenzionale) rischiano di diventare campagne di marketing più che dichiarazioni di metodo, questa pragmatica trasparenza ha il sapore di qualcosa di raro. E prezioso.

L’importante è agire come se dovessi bere te. In vigna siamo a regime biologico perché ci cammino dentro con il passeggino di Beatrice. Filari su e giù quando non dorme. Non puoi mettere in giro roba che non vorresti respirare tu.

Ripensa all’Australia. Al permesso di ingresso negato. Al matrimonio saltato. A cosa sarebbe stata la sua vita se non ci fosse stato quell’errore commesso dal suo agente per l’immigrazione. 

Pensa a quello che non mi è stato concesso di fare in Australia. Pensa a dove sarei adesso se non mi avessero bloccato. Probabilmente non avrei Martina, non avrei Beatrice, non avrei questo. Quindi no, non tornerei indietro. Neanche un giorno.

Rimango in silenzio un momento. C’è poco da aggiungere a una frase del genere.

Il destino, si sa, non chiede il permesso. Arriva travestito da errore burocratico, da bando triennale, da matrimonio con due calici in più. Arriva con un nome di donna e una vigna di famiglia che nessuno stava ancora vinificando davvero. E se sei abbastanza sveglio, o abbastanza stanco di resistere, lo riconosci.

Nicolò Fenzi lo ha riconosciuto. E alle pendici del Monte Garzon, tra Illasi e Tregnago, tra le colline a est di Verona, le viti stanno già lavorando per la vendemmia prossima.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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