Lefiole. Silvia ed Elisa: il vino come destino, il territorio come radice
A volte bisogna andare lontano per capire da dove si arriva. È successo a Silvia Piaggi e Elisa, che dopo anni trascorsi tra grandi città e carriere consolidate hanno scelto di tornare sulle colline dell’Oltrepò Pavese. Da quella decisione è nata Lefiole, un progetto che intreccia famiglia, territorio, ospitalità e una nuova idea di impresa agricola al femminile.
Nusquam est qui ubique est.
(Chi è dappertutto non è da nessuna parte.)
Seneca, Epistulae Morales ad Lucilium, II
Fiolae. In latino significa figlie, ragazze, germogliate dalla terra. Il dialetto oltrepadano ha conservato la parola intatta attraverso i secoli come si conservano certi vini in cantina, nell’oscurità, senza che nessuno li disturbi. Poi arriva il momento di stapparli. E allora capisci che il tempo non è passato invano. Ecco che allora lefiole prende forma.
Pensavo a questo mentre Silvia Piaggi mi raccontava la sua storia. La voce che scorreva sciolta, come chi ha elaborato tutto e lo restituisce senza più peso, ma con precisione. Pensavo al latino, alla radice di quel nome che Silvia e sua sorella Elisa hanno scelto per la loro azienda: un nome che è un manifesto. Femminilità, famiglia, territorio. Tre parole che nel mondo del vino si usano spesso e si praticano raramente.
Qui invece le praticano ogni giorno. Tra le colline di Montalto Pavese, dove il 45° parallelo attraversa l’Oltrepò come un filo invisibile che unisce questo posto a Bordeaux, alla Borgogna, alla Napa Valley. La latitudine dei grandi vini, si dice. Strabone la conosceva già nel 40 a.C., quando scrisse dell’Oltrepò: vino buono, popolo ospitale e botti in legno molto grandi. Duemila anni di vocazione vinicola condensati in una frase lapidaria.

La provincia, il richiamo, la fuga
Silvia nasce nel 1982. Uno di quegli anni particolari e non solo per il Mondiale di Calcio vinto in Spagna e oggi solo sognato visto che non andremo negli USA. Quelli di chi non sta fermo pur crescendo a Montalto Pavese, mille abitanti, le corriere per Pavia alle tre del pomeriggio, i vigneti come orizzonte e come prigione. Un paese bellissimo e soffocante come tutti i paesi bellissimi.
Fino ai 18 anni non vedevo l’ora di scappare, come tutti
Senza nostalgia riveduta, senza il filtro seppia che il tempo a volte applica alle infanzie. Lo dice con quella franchezza secca di chi sa da dove viene e non ha bisogno di abbellirlo.
I suoi genitori erano in vigna tutto il giorno. Il padre Enzo, viticoltore con 71 vendemmie alle spalle. Un numero che fa girare la testa. La madre Angela anch’essa impegnata nella terra. La terra come missione, il ritmo delle stagioni come calendario. Per Silvia adolescente quello era uno scenario che non lasciava spazio. Non c’era pallavolo da giocare, non c’erano attività. Solo le colline, la luce d’autunno sui filari e quella urgente voglia di altrove.
Un altrove che arriva puntuale quando l’età necessita le scuole. Pavia per le superiori, Milano per l’università di Scienze del Turismo. Già una scelta rivelatrice. Un anno a girare le scuole italiane per un progetto universitario di promozione, la Sicilia tutta d’un fiato, l’Umbria. Poi Milano ancora, Lastminute.com, il mondo dei viaggi online nei suoi anni d’oro. Poi la svolta: Londra.
Quattro anni a Londra. Prima per un tour operator giapponese, Miky Travel, trecento dipendenti in open space sul Tamigi, colleghi da mezzo mondo, gruppi di turisti asiatici che pretendevano la vasca da bagno e la bistecca alla fiorentina per la foto. Poi come commerciale. Londra quando Londra era ancora Londra, prima che diventasse più complicata da amare.
Mi sono divertita un sacco
Si sente che è vero. Nessun rimpianto. Semmai gratitudine di chi sa che quelle esperienze hanno costruito qualcosa.
Quindi il ritorno in Italia. A Milano, per Booking.com. Dieci anni come commerciale, strutture ricettive, le Langhe come primo territorio assegnato (il destino che comincia a fare segni), il lago di Como, Genova, gli hotel di lusso milanesi. Una carriera brillante, strutturata, crescente. E nel frattempo, in parallelo, qualcosa che cominciava a fermentare.

Il nonno Guglielmo, il padre Enzo: cent’anni di vigna
Ogni storia di vino ha una radice più antica del vino stesso. Quella di Lefiole risale alla fine degli anni Venti, quando Guglielmo Piaggi, nato in Argentina da una famiglia originaria dell’Oltrepò, e tornato in Italia da bambino, cominciò a coltivare le vigne intorno a Montalto Pavese. Quasi cent’anni fa. Un’intera vita trascorsa a lavorare la terra per poi cedere le uve alle cantine sociali della zona, senza mai imbottigliare, senza mai mettere il proprio nome su un’etichetta.
La storia racconta che Guglielmo custodì gelosamente due bottiglie: una dell’annata della nascita di Elisa, una dell’annata di Silvia. Come se sapesse già che quelle ragazze avrebbero avuto bisogno di un punto di partenza concreto, di una prova materiale del legame con la terra.
Poi è venuto Enzo, figlio unico. Con lui la continuità silenziosa di chi non sceglie il proprio destino ma lo abita con dedizione. 71 vendemmie alle spalle. 71 vendemmie. Ogni anno a fare i conti con il cielo, con la pioggia, con la siccità, con la grandine, con quella trattativa continua tra l’uomo e il suo campo che è la vera forma di preghiera laica che conosco.
Mio papà lavora ancora adesso i vigneti, da solo con il trattore, 71 vendemmie alle spalle. Quando ci penso, ho una persona davanti che non riesco ad immaginare di eguagliare.
Una immagine commovente. Un uomo solo su un trattore, tra i filari, che esegue ogni anno gli stessi movimenti. Il Giappone ha una parola per questo: shokunin. L’artigiano che perfeziona un solo gesto per tutta la vita. Enzo Piaggi è un vignaiolo shokunin, anche se probabilmente non lo sa e probabilmente non gliene importa niente.
Un pomeriggio di brainstorming, un nome, un sogno: nasce Lefiole
Era il 2017. Silvia e Elisa, che nel frattempo aveva lavorato quindici anni al marketing Mondadori, si chiedevano da un pezzo cosa fare. La tesi di laurea di Silvia era stata sullo sviluppo turistico dell’Oltrepò Pavese. Vent’anni dopo l’ha ripresa in mano per curiosità: gli stessi identici problemi erano ancora irrisolti. Il territorio immobile. Il potenziale inespresso. La narrazione assente.
Il corso da sommelier FISAR a Milano, fatto insieme, Elisa con pancia incipiente di curiosità, Silvia già incinta della figlia che verrà, forse è stato il detonatore. Lì hanno incontrato un enologo, Guido Beltrami, e hanno cominciato a parlare.
Proviamo questa vendemmia
E provarono.
Per trovare il nome organizzarono un pomeriggio di brainstorming: amici, il grafico fidato di Elisa, vino sul tavolo e idee nell’aria. Quattro proposte sul foglio, una sola che risuonava. Lefiole. Le ragazze in dialetto oltrepadano. Ma anche un’eco latina: fiolae, figlie. Un richiamo a qualcosa di più antico del dialetto stesso. Un nome che pesa poco nella bocca e molto nel petto.
I vini si chiamano Elivià e Alené. Fusioni dei nomi di Elisa e Silvia con quelli dei genitori, Angela ed Enzo. Una famiglia dentro ogni bottiglia. La riserva di Pinot Nero si chiama Amadì, dedicata alle nonne Ida e Maria. Seicento bottiglie l’anno, l’hortus conclusus della produzione, il vino più intimo.
La prima vendemmia è la 2017. A metà 2018 arriva il vino: 8.000 bottiglie, poi poco più di 10.000. Due vini fermi: Pinot Grigio e Pinot Nero in acciaio. Il Metodo Classico in cantiere per farlo uscire nel 2020. Il weekend inaugurale vede 300 persone a Casa Peroni, frazione di Montalto Pavese, sotto le vigne di famiglia.
Abbiamo venduto anche un po’ di vino subito. Eravamo tutte contente. Ma poi avevamo un lavoro a tempo pieno.
Maternità, maternité, maternage: l’impresa come parto
Aprile 2018: nasce la figlia di Silvia. Due mesi prima dell’inaugurazione di Lefiole. Se cercate una metafora della doppia nascita, eccola qui, senza bisogno di cercarla altrove. Un bambino e un’azienda che arrivano insieme, che richiedono lo stesso tipo di presenza totale, lo stesso abbandono di sé in qualcosa di più grande.
Il terzo livello del corso da sommelier lo fa in parte incinta e in parte allattando, con la bambina che dorme nella fascia mentre lei prende appunti. Poi c’è la maternità, l’esaurimento, il ritorno in ufficio che si rimanda finché non si rimanda più. Marzo 2019: torna a lavorare. Ma qualcosa è definitivamente cambiato.
Non riuscivo a prendere decisioni. Ero stanca, di testa. La maternità è impegnativa, non ci sono parole per dirlo davvero se non la vivi.
L’onestà con cui le donne descrivono quella fragilità, senza bisogno di mostrarsi invincibili. Come se l’aver partorito, fisicamente e metaforicamente, avesse reso superflua la posa della fortezza.
Poi arriva il COVID. E arriva la fortuna travestita da disastro: Booking decide di tagliare il personale e propone uscite volontarie. Silvia esita. L’indipendenza economica ha un peso. Ma Lefiole esiste già, cresce, chiede più tempo di quanto ne resti la sera tra un turno e l’altro.
Fine 2020: molla. Contemporaneamente, dalla Mondadori, molla anche Elisa. Stessa dinamica, stesso coraggio, stesso salto. Le gemelle dell’Oltrepò, sincronizzate come sempre.
Ci siamo rese conto che non poteva essere un secondo lavoro. Se vuoi fare le cose vere, ci vuole tempo. Non riuscivamo a fare tutto.
Il 45° parallelo, l’Oltrepò e la geografia del vino dimenticato
L’Oltrepò Pavese è un territorio che merita qualcosa di più della nota a margine che spesso riceve. Siamo sulla sponda lombarda del Po. Anche se geograficamente l’Oltrepò guarda a sud, verso gli Appennini liguri. Il mare a 60 chilometri e quattro regioni abbracciate: Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna. Un crocevia antico.
Il 45° parallelo lo attraversa da est a ovest come attraversa la Borgogna, Bordeaux, la Napa Valley, la Georgia. È la latitudine del grande vino. Caldo abbastanza da maturare, freddo abbastanza da preservare acidità e complessità. L’Oltrepò è il terzo produttore mondiale di Pinot Nero dopo Champagne e Borgogna. Primo in Italia, con circa il 75% della produzione nazionale del vitigno.
Eppure. Già, eppure l’Oltrepò resta uno dei territori più sottovalutati d’Italia. Lo denunciava Gianni Brera nel 1973, lo denunciano ancora oggi. Paolo Conte ci ha scritto canzoni intorno
Una nebbia che sembra di essere dentro a un bicchiere di acqua e anice
Cantava di Stradella. Anche se la nebbia poetica non ha mai trasformato il territorio in una destinazione riconosciuta come merita.
Silvia, come tutte le persone che sono riuscite a fermarsi e guardarsi attorno, lo sa. Lo sa da quando ha scritto la sua tesi di laurea vent’anni fa. Quei fogli ingialliti che ha rimesso in mano di recente le hanno restituito l’immagine esatta della stasi: gli stessi problemi, le stesse diagnosi non seguite da cure. Eppure lei e Elisa non si sono rassegnate al lamento. Hanno scelto di costruire.
I vigneti di Lefiole sono a circa 400 metri di altitudine. Terreni calcareo-argillosi, esposizioni sud-est. Le correnti calde del Po e quelle fresche degli Appennini si incontrano qui, dando alle uve una maturazione bilanciata, profili aromatici elevati. Dieci ettari complessivi dei quali tre vinificati direttamente da Lefiole, sette affittati a un’azienda vicina che lavora in biologico. Come Lefiole farà presto, dopo la conversione triennale già avviata.
Fare impresa in un territorio che non si conosce ancora: la filosofia Lefiole
Siamo nel terreno della strategia e i dieci anni in Booking.com non sono stati per Silvia per nulla stati inutili. La conversazione si fa più precisa, i numeri arrivano senza esitazione.
Lefiole produce circa 10.000-11.000 bottiglie l’anno senza alcuna intenzione di superare le 20.000. Una scelta controcorrente in un mercato che premia la scala. Ma la scelta è consapevole: puntare tutto sull’esperienza, sull’enoturismo, sul margine alto.
Nel 2020 ci siamo trovate con la cantina piena e i ristoranti chiusi. Abbiamo iniziato con l’enoturismo e abbiamo visto che funzionava. Nel 2020 sono arrivate cento persone. Nel 2025, 1.300.
Il 50% del vino venduto direttamente in azienda. Una percentuale che in pochi raggiungono. Per arrivarci servono organizzazione, ospitalità, capacità di creare esperienze che vanno oltre la degustazione classica.
Io sto qui ferma a casa mia, la gente viene, paga per bere, paga per fare un’esperienza. Il margine è completamente diverso.
E allora capisco che il vino per Lefiole è davvero, come dice Silvia, “un mezzo più che un fine“. Non è riduttivo: è precisamente la visione giusta per un territorio che ha bisogno di essere visitato, vissuto, raccontato più che etichettato. Lo yoga tra i filari, la serata sotto le stelle, il trekking con aperitivo sono tutti eventi che portano persone diverse, curiose, disposte a restare. Così, mentre tutti i produttori costruiscono attività per promuovere l’enoturismo al fine di vendere il vino in maniera diretta ovvero con margini più alti, Silvia ed Elisa hanno costruito tutto in quella direzione.
Abbiamo ospitato circa 4.000 persone dall’inizio. Ci è capitato forse solo in due casi di avere qualcuno a cui non gliene fregava niente. Il resto erano tutte persone stupende.
Questo è il dettaglio più significativo. Non le bottiglie vendute, non il fatturato ma le persone. È la misura giusta per un’impresa che ha deciso di puntare sulla qualità dell’incontro.
Ho sempre pensato che il vino funzioni quando non è su un piedistallo, quando è al tavolo con le persone, comprimario di conversazioni che altrimenti non sarebbero nate. Lefiole lo sa da sempre.

Elivià, Alené, Isabèl in rosa, Amadì: i vini di una scelta coraggiosa
La scelta delle etichette rivela la filosofia meglio di qualsiasi mission statement. Lefiole produce solo Pinot Grigio e Pinot Nero, in varie declinazioni: il fermo, la riserva, il Metodo Classico bianco e rosé. Niente Riesling, che pure in quella zona, nella Valle Versa, avrebbe avuto le sue ragioni. Niente Barbera, niente varietà di complemento. Una scommessa netta.
Volevamo specializzarci in qualcosa e andare controcorrente rispetto a quello che fanno la maggior parte delle aziende dell’Oltrepò, che producono tante tipologie senza identificarsi con nessuna.
Questo mi torna utile ogni volta che cerco di spiegare il concetto di identità nel vino. Non è questione di fare il vino più buono del mondo. È questione di avere un’idea chiara di cosa si vuol essere. Le aziende con venti etichette spesso non vendono nessuna delle venti abbastanza da sopravvivere. Quelle con tre etichette, se le tre sono giuste, costruiscono un’identità che si ricorda.
Elivià è il Pinot Grigio. Il nome fonde Elisa e Silvia, le sorelle dentro ogni bottiglia. Alené è il Pinot Nero, nome che gioca ancora sui nomi di famiglia, Angela ed Enzo. Isabèl in rosa è il Metodo Classico rosé, entrato stabilmente in produzione quest’anno. Amadì, la riserva, è dedicata alle nonne: seicento bottiglie, il vino più raro e più carico di senso.
Alené. Pinot Nero Oltrepò Pavese DOC
È giusto che sia il Pinot Nero a portare il peso del nome dei genitori. Vitigno capriccioso, esigente, il più difficile da condurre alla perfezione. Forse proprio per questo il più onesto. Non mente mai. Se le uve non sono al punto giusto, il vino lo racconta senza pietà.
Qui il punto giusto c’è. Sarà anche perché ottenuto con il solo acciaio per preservare tutto ciò che il territorio ha costruito in vigna. Il colore è rubino con sfumature granate, non molto carico. In fondo il Pinot Nero dell’Oltrepò non ama eccedere nel pigmento, preferisce concentrare altrove. Al naso il ribes è il primo a parlare, poi arriva la rosa canina, le spezie, un soffio di pepe nero che percorre il fondo come un ricordo. In bocca è pieno e strutturato ma con tannini vellutati, non invasivi. Il tipo di tannino che convince anche chi di solito preferisce il bianco. Fine, equilibrato, armonico. Un Pinot Nero che conosce la propria misura e non la tradisce.
Isabèl in rosa. Oltrepò Pavese DOCG Metodo Classico Pinot Nero
Isabèl è la figlia di Silvia, la bambina che saltava tra i filari mentre sua madre prendeva appunti al corso da sommelier. Darle il nome di un Metodo Classico è un atto di tenerezza e di ambizione insieme. Perché il Metodo Classico, quello vero, quello che aspetta almeno ventiquattro mesi sui lieviti prima di guardare la luce, non ammette scorciatoie. È il vino della pazienza. E la pazienza, in una famiglia che lavora le vigne da quasi cent’anni, non è mai mancata.
Dosaggio zuccherino bassissimo, il meno possibile tra la sboccatura e il calice.
Il perlage è fine e persistente, il colore dorato con riflessi rosa tenue nei rosé. Al naso frutta bianca matura, accenni di pasticceria, quella nota di pane tostato che i lieviti depositano lentamente nelle pareti del vetro. In bocca è fresco, minerale, con una sapidità che ricorda il calcare dei vigneti di Montalto. Bevibile dall’aperitivo fino al dolce (ma non diciamolo a voce alta altrimenti qualche parruccone potrebbe indignarsi!).
Il sogno nel cassetto è un vino dolce da Pinot Grigio o Pinot Nero. Le prove non hanno ancora dato il risultato voluto
Un anno si secca, un anno marcisce
Ma la caparbietà è la stessa di chi pianta una vigna sapendo che i frutti arriveranno dopo anni.
La mentalità contadina e la via del cambiamento: fare sistema in Oltrepò
Silvia ha lavorato con strutture ricettive in tutta Italia. Ha visto come funzionano i territori che funzionano: le Langhe, il lago di Como . Ha visto come ristagnano quelli che non riescono a fare sistema. L’Oltrepò appartiene ancora troppo alla seconda categoria.
Noi abbiamo cercato subito di andare a trovare le altre aziende, di organizzare eventi insieme. Ma non viene nessuno a chiedercelo. Siamo sempre noi a fare il primo passo.
È un fenomeno noto. La mentalità del contadino. Di chi ha vissuto nel proprio podere autosufficiente. Quello de L’albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi. La mentalità che porta a pensare come il vino del vicino sia concorrenza, non completamento. Che se una persona compra la bottiglia di un altro, la tua è perduta per sempre. Anche se è esattamente il contrario. Dovrebbe essere la mentalità di fare sistema. Di riunirsi per aumentare le forze, la capacità di raccontare un territorio e la sua vera essenza.
“Una delle poche volte che mi capita“, mi aveva detto qualcuno a Roma, quando Silvia mi stava parlando bene del Pinot Nero di Mazzolino Terrazze Alte. “Una produttrice che consiglia il vino di un altro.” Come se fosse un gesto straordinario invece che il minimo sindacale dell’onestà intellettuale.
Quando ce lo ricordiamo, Silvia ride di questo aggiungendo, con quella lucidità che viene dal benchmarking
Capire gli altri vini non significa copiarli: significa capire meglio te stesso. Il terreno è diverso. Il modo di lavorarlo è diverso. Non farai mai lo stesso vino. Ma ti avvicini a capire cosa vuoi fare.
Il futuro: gli alloggi, la sostenibilità, la qualità della vita
Il prossimo passo è già chiaro nei contorni anche se non ancora nei fondi necessari: costruire gli alloggi, completare la trasformazione in azienda agrituristica piena. La sala degustazione nuova è pronta da un anno, ha rivoluzionato il lavoro. Le camere sono il passo successivo.
La cantina propria non è in programma. Le uve vengono vinificate in un’azienda vicina, biologica, con cui si è costruita una collaborazione profonda.
Un macchinario lo devi prendere lo stesso, ma non lo sfrutti abbastanza per 10.000 bottiglie
Pura logica industriale applicata al vino artigianale. Il contrario dello spreco.
La conversione al biologico è avviata e mancano due anni al certificato. Le vigne in questi anni sono state lavorate con agricoltura integrata, che già esclude i trattamenti chimici di sintesi. È una coerenza che si vede nella vigna e si sente nel vino.
La vita, intanto, si organizza. Silvia ha la sua casa a Milano, la figlia a scuola lì. D’estate si trasferisce a Montalto Pavese, il compagno fa avanti e indietro. Un Google Calendar condiviso tiene insieme tutto: gli eventi in azienda, la scuola, i weekend di vendemmia. Elisa, senza figli, ha più flessibilità, è spesso in azienda.
Ho una qualità della vita diversa. Più lenta. Senza dipendere da nessuno. Senza lo stipendio fisso, certo, senza le ferie pagate, senza la malattia. Me li sognerò per i prossimi dieci anni
Ride di gusto. Ma lo dice come chi ha fatto i conti e ha deciso che ne vale la pena.

Nusquam est qui ubique est
Chi è dappertutto non è da nessuna parte. Silvia e Elisa sono state ovunque. A Milano, Londra, le Langhe, Genova, i corridoi di Mondadori, gli uffici di Booking.com sul Naviglio. Alla fine sono tornate a essere da qualche parte precisa. Un posto di mille abitanti, un vigneto di dieci ettari, una vista sugli Appennini liguri che si vede dalla sala degustazione.
Non è una rinuncia ma un’elezione. La differenza è enorme e si sente nel modo in cui Silvia ne parla: senza rimpianti, senza retorica dell’escapismo rurale, senza quella posa bucolica che a volte ammanta le storie di ritorno alla terra. Solo la chiarezza di chi sa dove sta e sa perché.
Il nonno Guglielmo, nato in Argentina e tornato in Oltrepò da bambino, ha custodito le bottiglie dell’anno di nascita delle nipoti come un atto di fede nel futuro. Enzo ha coltivato le vigne per settant’anni senza mai metterci sopra il suo nome. Lefiole, il nome delle figlie, delle ragazze, il nome latino che non muore ha cominciato a raccontare il territorio con la voce di chi lo conosce dall’infanzia ma lo guarda con occhi di chi ha visto il mondo.
A volte il destino non ha bisogno di essere cercato. In certi casi, e questo è uno di quelli, ha bisogno solo di essere riconosciuto.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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