Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale
20 Feb 2026
BlendNews

Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale

 

Roma è un museo a cielo aperto. Lo spazio urbano è l’insieme architettonico realizzato per mano dell’uomo e resistito al tempo. Dagli antichi romani ai giorni d’oggi, ogni epoca è rappresentata. Diversi stili. Diversi metodi. Diversa collocazione. Gli antichi romani costruivano sulle rovine. Strato su strato. Tanto che non è possibile scavare senza trovare qualcosa di rilevante. Ogni singola realizzazione è frutto di ingegno, progettazione, utilizzo di materiali. Tecnica consolidata. Protocolli rigorosi. Ci fermiamo a guardare il Colosseo o la Basilica di San Pietro così come le case del quartiere Coppedè e ne rimaniamo affascinati, sbalorditi. Nonostante io abbia visto questi capolavori centinaia di volte, ogni volta che neosservo uno non posso che meravigliarmi e pensare a quanto l’uomo sia dotato di ingegno, creatività, capacità. 

Poi ci sono i tramonti. Gli spazi sconfinati del mare. Le montagne. I fiumi. I laghi. Quante volte ci siamo trovati a contemplare la natura, a guardare semplicemente un fiore appena sbocciato, una collina così verde da voler rotolare sull’erba, un lago nel quale correre a gettarsi? La natura incontaminata e selvaggia. Quella che non si ha nemmeno il coraggio di fotografarla perché potrebbe rovinare la catarsi del momento.

Cosa è meglio allora? Un luogo reso meraviglioso dalla mano dell’uomo o quello dove l’uomo non è mai intervenuto?

Ognuno ha la sua opinione ma, alla fine, sono entrambi incredibili ed entrambi vanno preservati in quanto opere divine. Si, divine, perché comunque parte di un ordine divino. Che ci si creda o meno ovviamente. 

Cosa è meglio tra un vino naturale e un vino tradizionale?

I vini naturali, o meglio, i vini che scelgono la via meno interventista portano nel bicchiere fermentazioni spontanee, solfiti ridotti al minimo, nessuna scorciatoia chimica. Sono vini che accettano il rischio dell’errore pur di non tradire l’identità. Possono essere irregolari, talvolta spigolosi, ma hanno il battito del luogo. Non chiedono di piacere a tutti ma impongono comunque di essere buoni.

Il vino tradizionale, quello figlio di una tecnica consolidata e di protocolli rigorosi, è spesso un palazzo rinascimentale: proporzioni armoniche, equilibrio, affidabilità. È il risultato di secoli di sapere codificato, di controllo, di previsione. È il vino che rassicura, che replica uno stile, che promette coerenza.

Esiste poi un vino che oserei chiamare selvaggio, una rovina romantica, una vite che cresce controvento, un grappolo che fermenta con i lieviti dell’aria, un colore che a volte vira, una trama tannica che non sempre si lascia domare. È meno architettura e più paesaggio. Meno progetto, più racconto. Un vino che nasce in quella zona franca tra cultura e natura, dove l’uomo non impone ma accompagna. Dove la vigna non è un giardino geometrico ma un organismo pulsante. Il selvaggio non è l’incolto, è l’originario. È ciò che non è stato ancora levigato fino a perdere memoria. È quel vino che da naturale diventa bohémien per quella mano dell’uomo che da genio costruttore diventa un semplice narratore della natura.

Henry David Thoreau scriveva nel 1862
In wildness is the preservation of the world.
Nel selvaggio è la salvezza del mondo. 

Forse lo è anche del vino e non già perché naturale, perché non costruisce nulla ma asseconda la natura pur non rimanendo inermi e inerti (c’è sempre la tecnologia, non invasiva, che da una mano) o perché non si aggiunge nulla di chimico. No! È perché fornisce una risposta al bisogno di una interessante parte di pubblico che ama la narrazione autentica del vino e delle persone, personaggi che lo interpretano. 

Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturaleVini Selvaggi è l’evento romano e nazionale tra i più attesi dell’anno che riunisce una moltitudine di vignaioli naturali provenienti da tutta Italia e non solo. Un evento che già nel nome è una dichiarazione di intenti, quasi un manifesto: il vino, quando è selvaggio, non è addomesticato dal mercato ma dal tempo; non è corretto, è sincero; non è perfetto, è vivo.

Il suo ideatore è Lorenzo Macinanti ne è l’ispiratore e l’organizzatore insieme alla compagna Giulia Arimattei. 

Lorenzo è un ragazzone che ti fa subito simpatia per quella capacità di raccontare e raccontarsi, di saper comprendere le esigenze delle persone. Insomma, le caratteristiche che uno che possiede e gestisce una interessante enoteca romana e che offre esclusivamente vini naturali, deve necessariamente avere. Solo che Lorenzo è laureato in lettere e ha avuto una interessante carriera negli hotel (!!).

Ho fatto lettere e durante gli anni università ho cominciato a organizzare piccoli eventi. Così un po’ per gioco. Serate in discoteca, serate di concerti, eccetera. Da lì, mentre mi stavo finendo di pagare gli studi, ho trovato un annuncio che cercavano qualcuno in hotel per il classico lavoro del ricevimento. È così iniziata tutta una carriera nel mondo degli alberghi. Ho fatto il commerciale prima poi poi il General Manager. 

Nella vita accade sempre qualcosa che può cambiare o meno il corso degli eventi. Qualcuno se ne accorge, qualcuno no. Nel caso di Lorenzo, il 2017 segna uno stop forzato per i problemi di salute. 

Sono stato fermo per un po’ di mesi e dopo mi sono detto: ma io non voglio più tornare a fare questo lavoro.

Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturaleCome dargli torto. In un hotel, specialmente se è di lusso, occorre essere attenti ad ogni esigenza, celata o palese, dei clienti. Frenesia, attenzione, meticolosità, disponibilità. Tutto questo crea usura. Se non fisica, sicuramente mentale. In un hotel si viaggia per il mondo rimanendo fermi nello stesso posto. Anche questo può essere usurante. 

È così che Lorenzo, insieme ad un suo amico, decidono nel 2018, quasi per gioco di aprire Solovino. Una enoteca che voleva essere la classica enoteca di un tempo. 

Ricordate le librerie di un tempo prima dell’avvento de La Feltrinelli? Nulla da rimproverare a La Feltrinelli dove mi servo per l’acquisto dei libri, ma entrando in un negozio la prima cosa che si nota è la parete con la classifica. Potere del marketing!

A Latina, dove sono nato, prima che l’apertura de La Feltrinelli lo facesse chiudere, c’era Piermario De Dominicis. Quando avevi voglia di un libro, andavi da lui e iniziavi a chiacchierare. Piermario ti parlava dei libri che aveva letto, degli autori, delle storie. Una chiacchiera, un racconto che non poteva che accendere qualcosa in me. Un bisogno di approfondimento che lui sapeva cogliere con il libro giusto. 

L’enotecaro di un tempo era così: entravi, gli dicevi a che ti serviva il vino, cosa dovevi abbinarci e lui ti tirava fuori le bottiglie dandoti quelle spiegazioni che solo chi aveva già assaggiato poteva darti. 

Volevo un po’ riposarmi da quel ritmo frenetico di prima. Ho detto magari apriamo una cosa tranquilla. Io sto lì, mi stappo una bottiglia di vino, qualcuno compra qualcuno no. Va bene così. All’epoca quando arrivai a Via Rialto era perché facendo una ricerca sul territorio, capì che quella poteva essere una zona in forte crescita proprio per il nostro tipo di attività.

Via Rialto a Roma sorge all’ombra delle alte mura della Città del Vaticano. Un quartiere, il Trionfale, che con la storica via Cipro e Piazzale degli Eroi è salita alla ribalta con l’ascesa di Bonci e delle sue pizze così come di Stefano Callegari e il suo Trapizzino. In questo contesto Solovino appare come una classica vineria di quartiere con l’esposizione delle bottiglie e i tavoli per bersi un bicchiere con gli amici. Una atmosfera semplice e senza fronzoli per un locale dove il vino e le chiacchiere che ne fanno ornamento sono in perfetta sintonia. 

L’avevo aperta senza l’idea di vendere soltanto vino perché io sono sempre stato un appassionato, non un professionista. Dal primo giorno ho scelto di lavorare soltanto con i naturali perché erano quelli che avevo cominciato a bere già da qualche anno senza sapere neanche che si chiamassero naturali. All’epoca abitavo a Montagnola e a San Paolo c’erano un paio di enoteche dove mi servivo quasi tutti i giorni per comprare una bottiglia di vino per l’aperitivo gli amici a casa eccetera. Mi piacevano e capivo che quando poi tornavo a bere vini convenzionali ovvero con altre caratteristiche, non mi soddisfacevano. 

Niente di più che un gusto. Non una scelta di vita o chissà quale elucubrazione mentale: Lorenzo beve vini naturali perché gli piacciono. Punto.

Piacciono a tal punto che tutta la sua enoteca nasce e si sviluppa attorno ai vini naturali. Un mondo nel mondo che ha in se non solo il vino ma le storie di ogni singolo vignaiolo che ha scelto di produrre quel tipo di vino per le ragioni più disparate. Storie che cercano solo luoghi dove possono essere raccontate e persone interessate ad ascoltare. Così come ci sono persone che amano i racconti, amano l’ascolto e non si vogliono limitare a mangiare o bere bovinamente quanto gli si presenta dinanzi. 

Mi rendo conto che Roma purtroppo aveva un grande problema legato alle fiere e agli eventi di vino. Non consideravo possibile che una capitale come Roma non avesse degli eventi importanti legati al mondo dei vini artigianali e naturali. Così ho detto:  proviamo a farlo noi.

Secondo uno studio di Rasin tra il 2016 e il 2024 nei maggiori paesi del mondo è cresciuta la quantità di vino naturale proposto da ristoranti ed enoteche. L’Italia è il paese dove la crescita è stata più alta: 3482.3%!!! Ormai l’Italia è il secondo paese più interessante per il vino naturale dopo la Francia ma è ancora quello più promettente. Roma? La città con il maggior numero di locali dove poter trovare vino naturale e comunque quella con maggiore possibilità di sviluppo. 

Una analisi del genere potrebbe far convertire molti al vino naturale!

La prima edizione doveva essere qualche giorno dopo il lockdown. È stata proprio sfigatissima però abbiamo tenuto abbiamo duro nonostante abbiamo perso dei soldi perché avevamo la location pagata e tutto il resto. L’anno successivo abbiamo fatto la prima edizione totalmente all’aperto perché così ci richiedeva il governo dell’epoca. Ho comunque un ricordo positivo di quella manifestazione perché nata con la gioia di vivere dopo tanto tempo chiusi in casa. Un momento di grande formazione e di grande scambio. 

Lorenzo è un entusiasta e un positivo. Approccia così la vita e le cose che fa. Per fare qualcosa deve piacergli ma di quel piacere che non è effimero e egoistico. La sua enoteca vineria dunque Vini Selvaggi, non sono spazi per creare semplicemente business. Semmai sono ulteriori momenti di incontro con persone, anime, teste pensanti. Raccontare ed ascoltare racconti. Parlare. Ridere. Assaggiare. Questo è il reale bello della vita: accomunare le esperienze per capire quanto sia bello e vario il mondo. 

Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale

Abbiamo poi cominciato a lavorare prima presso Spazio Novecento, quindi con un ambiente più classico, tutto il marmo, molto bello. Poi abbiamo fatto anche un’esperienza a Bari in un castello Svevo. Nelle ultime due edizioni siamo arrivati invece a San Paolo District recuperando un po’ una location post industriale. Il senso di Vini Selvaggi è sempre stato quello di scardinare un pochino l’idea della fiera tradizionale in cui il produttore e l’azienda che si presenta è semplicemente una partita IVA. Volevamo il vino centrale. Non più il racconto dello stemma araldico inventato, ma l’incontro di persone vere. Quelli che producono il vino veramente. Poi, al tempo stesso, portare avanti l’attenzione del pubblico il tema che secondo me è il tema più importante ossia: cosa dobbiamo fare di questa di questa agricoltura, del nostro suolo, dei nostri territori, dei nostri paesaggi. 

San Paolo District sembra un mercato coperto. Ricordo esattamente il pensiero avuto lo scorso anno quando sono arrivato li: se ci fossero stati banchi di frutta e verdura non sarebbe cambiato nulla. Scetticismo. Prevenzione. Anche presunzione direi. Il numero di produttori mi è apparso subito impressionante: tanti, davvero tanti. Così ho cominciato a girare per le file con il solo scopo di osservare e ascoltare. C’erano giovani, tanti giovani. Molte coppie. Giovani. Anche con bambini piccoli nel passeggino. C’era allegria. Si parlava di vino. Si parlava di territori. C’era allegria e si parlava di vino. Meraviglioso. È stata la prima volta che quando mi sono avvicinato ad un banco non mi sia stato detto: cosa ti faccio assaggiare. 

Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale

Il mio background è comunque agricolo. Tutti i miei nonni erano agricoltori fino a che non si sono trasferiti a Latina e hanno fatto altri lavori. Il legame con la campagna è sempre rimasto e i miei ricordi sono in campagna. Da quando ho 22 anni sono totalmente vegetariano. Per scelta. Da un giorno all’altro ho sentito di non aver bisogno di mangiare la carne e non l’ho più mangiata.

Tutto vissuto con naturalezza. Un ragazzone che dopo un problema di salute capisce cosa realmente vuole dalla vita. Cosa voglia dire veramente la vita. Il rispetto per le persone e per l’ambiente. Tutto con estrema naturalezza e senza talebanismi. 

Se ti dovessi dire da dove provengono, non lo so sicuramente

È questa la cosa meravigliosa. Lorenzo non sa da cosa gli derivi questa sua propensione. Ma ce l’ha. E la coltiva. Con naturalezza. 

La mia attuale compagna Giulia mi sostiene in tutto anche in Vini Selvaggi. È parte dell’organizzazione e si occupa soprattutto della parte grafica e di comunicazione. 

Lorenzo Macinanti. Vini Selvaggi come scelta naturale

L’energia è la migliore delle comunicazioni. E l’energia a Vini Selvaggi è la sommatoria di tanti produttori e tanti visitatori professionisti e non. Una sommatoria che fa dell’evento qualcosa di particolare e unico. 

Sono tanti che vogliono venire e sapessi a quanti diciamo di no. Abbiamo aperto le selezioni a luglio scorso ci sono state quasi 2000 richieste. Tante non erano a fuoco col tipo di manifestazione però anche di quelle a fuoco abbiamo consigliato di non partecipare. Non sono solo i vini che contano ma la loro potenzialità a cominciare a lavorare per svilupparsi.

Ora, quasi tutti gli organizzatori di eventi che conosco, vanno in cerca di aziende produttrici come cani da tartufo e quando riescono ad arrivare ad un numero ben sotto il 100, brindano. Poco importa se sono pronte a svilupparsi. Conta che ci siano!

L’approccio di Lorenzo e Giulia è profondamente diverso. Non banale e assolutamente intelligente poiché, se produci vino, specialmente se naturale, devi essere pronto ad approcciarti al mercato. Non produci solo per te stesso o per un ristretto numero di amici. Il mercato vuole vino e vino buono.

Non si può mai togliere la parte edonistica che c’è dietro il bicchiere di vino, perché senza questa depotenziamo completamente il valore della socialità e del perché vogliamo stare insieme con un bicchiere di vino. Davanti ad un bicchiere di vino ci fermiamo a parlare di filosofia, di libri, di cinema, di musica. Parliamo di amori, di amori futuri, amori passati, parliamo di amicizie, parliamo di matrimoni parliamo anche di affari con un bicchiere di vino. Così è stato anche nella storia.

Questo vuole il mercato. Perché il mercato sono le persone che vogliono vivere il vino proprio nella maniera che descrive Lorenzo. 

Una cosa che io consiglio sempre a tutti i produttori è: vieni a Roma, vieni alla fiera, non venire solo per la fiera, fermati un giorno in più prima o dopo, fatti un giro anche nei locali lascia qualche bottiglia campione. Fatti vedere e poi dopo due tre settimane rifai un altro viaggio a Roma. Rifatti il giro di tutti i contatti che hai preso in fiera. Rifai un altro assaggio, prendi appuntamenti. Ovvero, se vuoi coltivare le relazioni in un mercato importante come Roma devi fare così e non pensare che la fiera basti.

Abbiamo capito che c’è talmente tanta carne al fuoco che non vogliamo distogliere i produttori e quindi il sabato ci sarà invece un’anteprima incentrata su momenti di riflessione di approfondimento. Ma anche di festa sana. Un modo per incontrare i produttori. Il sabato non ci saranno le classiche degustazioni al tavolo. Ci sarà una grande enoteca nella quale si potrà entrare a degustare. Ci saranno anche dei momenti di approfondimento, con degustazioni speciali e masterclass che stiamo definendo. Ci saranno tre associazioni di territorio: Ciociaria Naturale, Vulcano laziale e Senza Meja, produttori del confine sloveno italiano. Ricorre la giornata della memoria ed è interessante ricordare.

Solo a guardare la pagina delle aziende partecipanti si capisce l’energia che si ritroverà a Vini Selvaggi domenica 8 e lunedì 9 marzo (con l’evento di apertura il 7) al San Paolo Distict di Roma. Ognuna delle aziende presenti rappresenta qualcosa di unico e speciale. Una storia alle spalle. Un pensiero. Una vita. Un modo di interpretare il vino. Persone. Cuori. Anime. Con la voglia di condividere. Attraverso il vino. Ecco perché Vini Selvaggi non è solo vino. È molto ma molto di più. È un dialogo che prende la forma di una bottiglia così che non si tratterà solo di degustare. Si tratterà di chiedersi che cosa avremo voglia di lasciare della terra che abbiamo ricevuto in prestito e se vogliamo o meno che il vino resti, almeno in parte, indomabile.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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