Luca e Giuliana. Non separi l’uomo ciò che la Falanghina unisce
Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi.
È nel Vangelo secondo Matteo (19,6) che questa frase viene usata da Gesù per sottolineare l’indissolubilità del matrimonio
Mi tirerò certamente dietro le ire di chi votò a favore del divorzio nel referendum abrogativo del 1974. I “no” del 59.3% degli aventi diritto sancì come in uno stato laico non servisse Dio per sciogliere un matrimonio.
Se riuscirò a sopravvivere alle ire dei favorevoli al divorzio, non è detto che sopravviverò a quelle di chi considererà blasfemia l’utilizzo di un vino in una frase direttamente tratta dal Vangelo.
Eppure, la storia che spero vi appresterete a leggere, parte proprio dalla Falanghina.
Solo che in questa storia le storie sono due. Quella di Giuliana e quella di Luca.
Vediamo di raccapezzarci qualcosa.
Luca Paparelli è di Galluccio un piccolo paese del casertano ai piedi del vulcano spento di Roccamonfina. Uno di quei posti che fa parte della mia memoria per via dei racconti di zio Pasquale che era solito andarci in bici per le sue scampagnate. Al ritorno non faceva che narrarne le bellezze.
Luca è figlio di commercianti di prodotti agricoli con, manco a dirlo, la passione del vino. Da queste parti non sei nessuno se non hai almeno un paio di ettari di vigneto.
Non è un chiacchierone e non si perde in tante parole. Ha l’aria pacifica tipica di chi ama starsene per i fatti propri a lavorare su ciò che gli piace. Come la vigna.
Dopo le scuole superiori, vuole costruirsi un mestiere e se ne va in Trentino e Friuli Venezia Giulia ad imparare. Visto che è pure meticoloso, la laurea in enologia e viticoltura se la prende per poi continuare ad imparare con diverse esperienze sia in Italia sia all’estero.
Prevalentemente al sud d’Italia. Dopo la laurea in viticoltura ed enologia inizio a lavorare in diverse cantine, tra cui una non molto lontana da da Galluccio, Tenuta Adolfo Spada, dove oggi produco i miei vini, i miei spumanti.
Insomma una vita tranquilla in un paese tranquillo. 40 anni di vendemmie e non perché sia anziano ma perché i suoi inizi risalgono alla tenera età di cinque anni. Tanta dedizione. Tanto amore per un mestiere che Luca interpreta con quella flemmatica serenità tipica di questi luoghi. Attenzione però a confondere un modo di vita con qualcosa che non ha niente a che vedere con la capacità e l’operosità. Perché qui ce ne è da vendere.
Giuliana è l’esatto opposto di Luca. Lui non parla. Lei si. Lui è sintetico, lei no. Lui sembra flemmatico, lei una esplosione.
Una sorta di compensazione. Compensazione che è motivo ricorrente della loro storia. Ma non è così che si formano le coppie migliori?
Proviene da una famiglia da sempre nel mondo dell’enogastronomia.
Il papà Luigi era per tutti Gigino Cucchiaro, storico ristoratore di Bacoli. Da parte invece di mamma, da tre generazioni nella distribuzione. Dei vini ovviamente.
Lei? Avvocato.
Se ve lo starete chiedendo, si, è una anomalia ma una anomalia per una storia che vuole parlare di vino. Comprendendo bene il contesto nel quale Giuliana è cresciuta, non lo è per nulla. Per i figli, i genitori sperano e cercano sempre un futuro diverso e migliore. Gli ambiti della ristorazione o della distribuzione (con fratelli e sorelle della mamma a riempire la compagine societaria) non sono particolarmente agevoli.
È spesso la vita a decidere cosa sarà del proprio futuro e per Giuliana la vita decide per il fratello Emanuele.
Mio fratello Emanuele decise di iscriversi ad agraria. La sua era una passione per la campagna e i vigneti in particolare. Con mio padre acquistarono già del 2009 dei terreni a Sessa Aurunca impiantando dei vigneti. Nel 2014 la prima vendemmia poi dopo due anni è finito.
Giuliana usa un termine particolare per indicare la morte del fratello. Un evento tragico preceduto da un periodo nel quale Emanuele non poteva recarsi in cantina per via della malattia. Nella tragicità delle cose, è Giuliana chiamata ad effettuare le operazioni di cantina che il fratello le indica. Lo fa con amore e passione. Verso il fratello e probabilmente per rispetto di colui che ha fortemente voluto qualcosa che non riuscirà a vedere realizzata.
Veniva e mi diceva quello che io dovevo fare. Stava lì, insomma, tipo carabiniere a dirmi: devi fare così, devi fare così. Mi ha insegnato chiaramente una serie di cose. Prima di finire mi ha affidato a Bruno de Conciliis e nel 2017 ho fatto la mia prima vendemmia.
Luca entra in questa storia silenziosamente e casualmente. Senza volerlo. Perché anche nel suo caso, il destino decide per lui. È infatti il 2016 quando Giuliana, necessitando di Falanghina aveva chiesto ad un su amico dove potesse acquistarne un pò. Un amico che suggerì proprio Luca per la bontà del suo prodotto.
La Falanghina di Luca mi colpì particolarmente e abbiamo quindi cominciato praticamente poi a conoscerci. Alla fine, insomma, le due cose in qualche modo si sono si sono intrecciate.
Una conoscenza che porta Giuliana, nonostante avesse dei consulenti a passare sempre da Luca prima di imbottigliare.
Chiaramente volevo il suo parere. Al di là comunque del del sentimento che ci lega professionalmente, avevo all’epoca e ho ancora oggi una grandissima stima di Luca. Come enologo e come produttore. La verità è che lo fa con tantissima passione. Quindi riesce anche a far diventare liquidi quelli che sono i miei pensieri.
Ne ho sentite tante di frasi di apprezzamento verso il proprio partner. Dalle più tenere alle più volgari. Fa parte del gioco dell’amore.
Quella che però Giuliana utilizza, oltre ad essere meravigliosa e decisamente carina, disegna anche un punto interrogativo sul mio volto tanto che lei si affretta a specificare.
Allora, ti spiego anche il perché di questa definizione. Non essendo comunque del mestiere, non avendo comunque una preparazione adeguata, io posso avere dei pensieri, delle opinioni sul vino, su quello che poi gli imbottiglia, su quello che deve arrivare insomma il cliente, su come voglio che sia il prodotto ma, tecnicamente ho necessità comunque qualcuno che si metta lì vicino a me con santa pazienza e arrivi ad immaginare insieme a me, a costruire insieme a me quello che può essere il risultato finale. Luca riesce effettivamente a rendere liquidi i miei pensieri. Mi trasforma in una versione liquida. Per me, almeno fa veramente la differenza.
Giuliana è così. Dinamica, forte, determinata. Una donna del sud che sa farsi valere. Lo fa con la sua forza. Lo fa con la dialettica. Lo fa con la dolcezza. Intorno a lei continua a fare capolino la piccola Livia. Una bambina dolcissima, timida solo all’apparenza. È il frutto di quella che è l’amore tra Giuliana e Luca.
Ah l’amore, l’amore. Solo che Luca oltre ad essere stato accalappiato sentimentalmente da Giuliana, ha anche subito una captazione professionale.
Cerchiamo di fare chiarezza.
Luca la sua azienda l’aveva comunque creata prima di Giuliana: Luca Paparelli viticoltore in Galluccio. Cinque ettari e circa 25.000 bottiglie essenzialmente di bollicine da Asprinio, Aglianico, Piedirosso e Falanghina. Si, proprio quella Falanghina galeotta….
Le vigne a Galluccio e la cantina nei locali di quella che era l’azienda per la quale lavorava.
Ho la fortuna di avere i vigneti a Galluccio che sono distanti circa due, tre km e una cantina enorme. La proprietà ha circa 25 ettari che gestisco io ma non producono più vino dal 2021. Dal rapporto, diciamo di fiducia e di stima che c’era tra me e i proprietari, oltre oltre a condurgli i vigneti, mi hanno dato in comodato d’uso la cantina che è di 1.200 metri quadri con 2500 ettolitri di capienza. Quindi ho spazio.
L’azienda di Giuliana invece è Torelle e ha le vigne (quattro ettari) in quel di Sessa Aurunca, piccolo paese del casertano con la cantina a Cascano, poco distante. Due paesi, anche questi nella mia memoria. Quando andavamo al paese dei miei nonni, Camigliano, papà, da Latina prendeva sempre l’Appia nonostante l’autostrada fosse decisamente migliore. Un viaggio che riesco ancora oggi a ripercorrere con la memoria transitando per la costa con Terracina, Sperlonga, Gaeta, Formia, Scauri. Poi, una volta attraversato il Garigliano l’Appia che si inerpica per i paesini dell’entroterra casertano. Il paesaggio da marino diventava collinare e boschivo. Dalle spiagge alle terre in un solo valicar di fiume. È sull’Appia che incontravamo Sessa Aurunca e Cascano.
Dicevamo di Torelle. Una piccola cantina in un casolare dell’800 dove ci si sta stretti. Ma che per adesso basta.
Il territorio identifica direttamente il prodotto. Torelle è un territorio più da rossi, da rossi importanti mentre Galluccio riesce a conservare molto di più l’acidità. Per questo ho cercato di iniziare con le bollicine.
Due territori diversi. Due aziende diverse. Differenze tutte da valorizzare.
Torelle (circa 20.000 bottiglie) con i rossi e il rosato da Aglianico. Poi la Falanghina. Si proprio quella Falanghina galeotta…
Luca Paparelli per gli spumanti.
Diciamo che siamo complementari anche sotto questo punto di vista. Torelle si concentra sui fermi e Luca sulle bolle. D’altro canto c’è questa distinzione comunque importante che ci viene data in maniera del tutto naturale dal territorio. Quindi, in realtà è stato tutto assolutamente casuale. Non c’è stata una scelta ben precisa né di tipo commerciale né altro per riuscire a distinguere le due aziende. Si sono completate a vicenda.
La sorte è che quella Falanghina che li ha fatti incontrare, si quella Falanghina galeotta si chiama Roccamonfina. Non conoscendo il territorio può non dire nulla però, il vulcano spento di Roccamonfina e il paese che da questo prende il nome, è proprio a metà strada tra Cascano e Galluccio. Più che un anello di congiunzione appare un compromesso, un meraviglioso venirsi incontro. Come per chi si sceglie.
Ci siamo conosciuti volevo proprio lì. È per la Falanghina che ci siamo conosciuti e la Falanghina poi ci ha anche uniti.
La Falanghina IGP Roccamonfina Torelle ha il riflesso chiaro della pietra baciata dal sole. Profuma di frutta bianca, di mango maturo, di agrumi ed erbette. La sua è anima minerale che incanta per l’accenno ferroso che sembra fuso nel vino.
Nel calice la semplicità si fa miracolo: è come se un piccolo frammento di metallo antico si fosse sciolto nel liquido. Come se le radici delle viti siano arrivate nelle profondità del vulcano spento succhiandone l’essenza. È così che quel metallo adesso si fa strada tra la pesca bianca e il mango esaltando la sapidità di un vino che è fusione. Semplicità e forza. Dolcezza e determinazione. Sapidità e verticalità. Una fusione tra roccia e cielo, tra terra e fuoco, tra Giuliana e Luca.
Poi devo dire la verità, una cosa che a me diverte tantissimo, io amo assaggiare. Lo facevo sin dall’inizio di andare ogni tanto in cantina da Luca a disturbarlo mentre lui era lì, intento a lavorare in modo serio. All’improvviso irrompevo, prendevo i bicchieri e cominciavo praticamente a farmi a tappeto tutti i serbatoi. Devo dire che poi fatto in questo modo, in realtà il nostro lavoro è anche divertente. La scelta comunque di unire il lavoro e la famiglia è stata secondo me poi anche una scelta vincente perché riusciamo comunque attraverso il lavoro, a divertirci a stare insieme.

Non è un lavoro sostanzialmente neanche adesso è un lavoro. Come devo dire uno si vuole perfezionare nelle annate. Un passettino in più ogni anno. La cosa che mi entusiasma sempre di più è che comunque la qualità dell’uva che si riesce ad ottenere da queste vigne..
Tra i due si percepisce come Luca sia quello tenero, riflessivo, attento; Giuliana spigliata e determinata. Una crasi perfetta poiché Luca si dedica alle vigne e alle cantine per ottenere prodotti davvero eccellenti mentre Giuliana è l’anima commerciale, l’immagine della azienda. Insieme sono qualcosa che vale il prezzo del biglietto.
Giuliana ama stare in cantina mentre in campagna meno.
Sono un pò più cittadina probabilmente come dice Luca. Il problema è che a me stare lì da sola, io e le vigne, nel senso che non posso parlare con mezzo mondo, non posso avere tutti i miei contatti sociali….Mi manca un pò l’aria. Quando ci vado e ci vado anche volentieri, devo dire la verità, avendo comunque una bimba piccina, lei va seguita e dobbiamo dividerci.
Luca se ne sta in campagna tranquillo e rilassato. Nel suo mondo. Con i silenzi e i rumori della natura.

Mi rilassa molto la campagna. È un lato che mi piace tanto perché si ritrova un pò sé stessi sostanzialmente. La natura che si ripete. Accudire le la vigna. Perché comunque la vigna va accudita come tanti piccoli bambini. Ogni passo che si fa a lungo il vigneto fa emergere le differenze che forse altri non noterebbero. Ogni vite dev’essere curata in modo diverso per portarle tutte ad avere lo stesso risultato. A me rilassa tanto. Ci sono i picchi di lavoro che sono stressanti, ma non così tanto diciamo. Il periodo della potatura verde, il periodo della vendemmia…
In vendemmia ci vado eh! In vendemmia vado anche in campagna oltre che in cantina.
Nella cantina di Torelle, quella di Cascano in un casolare del 1800, gli spazi piccoli così che i serbatoi e la barricaia sono incastrati nel tufo di Sessa Aurunca.
Ogni operazione dev’essere fatta chirurgicamente. Come giocare a Tetris.
Il lavoro per entrambi può essere folle con mesi particolari come agosto e settembre scanditi settimanalmente. Sull’azienda Torelle si inizia con il rosato. Poi si prosegue con la Falanghina. Quando si iniziano i rossi a Torelle poi sono quasi pronte le uve a Galluccio. Alternanza tra Sessa Aurunca e Galluccio. Oltre che dai Campi Flegrei dove vivono (così Luca viaggia tra vulcani!).
La prima in assoluto è l’Asprinio per la quale non si va oltre i primi giorni di settembre. Per due mesi Giuliana non lo vede proprio. Spesso non torno a casa per un mese intero. Ottobre il mese nero perché vanno gestite anche le fermentazioni.
Anche perché finché la bambina era piccola, riuscivamo a trasferirsi tutti quanti a Cascano. Iniziando la scuola è diventato problematico.
Semplicità. Finezza ed eleganza nella semplicità. Forza e determinazione. Schiettezza e territorialità. Queste non sono solo caratteristiche dei vini delle due aziende ma anche di Luca e Giuliana. Manca l’estrosità che non si immaginerebbe possa risiedere in Luca. Però sono proprio le persone come Luca, quelle che pensano molto, quelle che riflettono e sognano ad occhi aperti, ad avere la maggiore dose di creatività.
Luca usa quello che tecnicamente si chiama processo di reverse engineering. In genere, per creare un vino, si parte da ciò che si vuole ottenere: caratteristiche gusto olfattive, possibilità di abbinamento, colore, pubblico. Insomma quando si ha una idea si comincia a dare a questa una forma. Luca invece parte da quella che per il resto del mondo del vino è l’ultima cosa: l’etichetta. È davvero l’ultima cosa alla quale in genere si pensa. Nome ed etichetta.
Per Luca non è una esigenza di carattere commerciale. Nella mente di un sognatore quale è Luca, l’etichetta diventa il manifesto d’amore, la dedica non solo di una bottiglia ma di un pensiero. La narrazione che spesso è più viscerale, intrinseca e intima lo porta proprio a raffigurare nella sua mente l’etichetta. Da li parte tutto. Non arriva, parte.
Funambolo ad esempio è l’Asprinio delle Alberate di Luca Paparelli, l’antico metodo dei contadini delle Terre di Lavoro che legavano i tralci ai pioppi così che si sviluppassero in altezza. Bellissimi a vederli e con la rigogliosità che solo uno sviluppo in verticale a catturare sole e salubrità può offrire. Ma scomodi da morire. Dai trattamenti alla vendemmia occorre salire su incerte scale di legno alte fino a venti metri. Arrampicarsi come dei ragni a rischio di cadere da un momento all’altro.
L’Asprinio è uno di quei prodotti che offrono sensazioni incredibili e che solo grazie a viticoltori come Luca non perde la propria identità nota sin dai tempi dei Borboni.
Funambolo dunque è una dedica proprio a quei contadini eroi che rischiano ogni volta che solo pensano di dover salire su quelle scale. Dovreste davvero vederle le scale e io me le ricordo bene perché le aveva anche mio nonno. Non mi ci faceva salire per nessun motivo al mondo e quando, di nascosto, provavo autonomamente, non andavo mai oltre il secondo gradino: traballava tutta!!!
Funambolo non si perde nella ricerca di lunghi affinamenti da metodo classico. L’Asprinio ha la sua particolarità nel frutto aspro e nella capacità di essere verde al naso così come in bocca. Per questo motivo Luca usa il metodo Martinotti. La base è Asprinio all’85% poi Falanghina, si, la Falanghina galeotta. Una base che affina sui suoi lieviti per un anno prima di passare in autoclave per 60 giorni. Un metodo affascinante e ricercato in grado di donare allo spumante una vera autentica e fine unicità.
Il colore è quello dell’ambra che risplende al sole. Il sentore è della pesca gialla percoca di questi luoghi, dell’albicocca disidratata, del limone maturo che non punge, accarezza. Un equilibrio raro, di quelli che non tremano nemmeno su una scala di legno incerta.
In bocca il Funambolo cammina sul filo di una bollicina fine, impalpabile, che non esplode ma accompagna sfidando le rudezze con eleganza, rotondità, senza pesantezza. Un frutto che si fa seta sciogliendosi in una carezza, lasciando pulizia e quel desiderio folle di un altro sorso.
Ogni sorso è un passo sul filo disteso tra cielo e terra che trasforma semplicità in stupore.

Ho fatto anche una bollicina che si chiama Maruzzè, dedicata a Giuliana. Quando ci siamo conosciuti con Giuliana, avevo soltanto due etichette: il Funambolo e il Disincanto che erano uno a base Asprigno e l’altra base Falanghina. Non amavo molto i rosati. Li consideravo un pò dà completamento di gamma, molto di moda.
Ride di gusto Giuliana guardando Luca che parla del vino che le ha dedicato. Lei che invece ama i rosati si diverte a sentire Luca che non amava i rosati
Lei aveva una passione particolare per i rosati provenzali e tra una vacanza a Ischia e l’altra a Ventotene ho creato dall’etichetta un rosato spumante a base Aglianico. Dall’etichetta perché su questa c’è Giuliana in tutù.
Maruzzè è 90% Aglianico e 10% Piedirosso. Uno spumante che ha una lavorazione ancora più particolare fatta di due annate diverse assemblate e rifermentate in breve tempo. 45 giorni al massimo.
Uno spumante Rosè anche se Torelle, un rosato, da Aglianico, lo aveva già.
Il Rosato di Torelle sente e fa sentire l’Aglianico. Non lo nasconde, anzi, lo esalta. Rosato? Si ma molto scarico, alla Provenzale come piace a Giuliana. Luminoso al limite del brillante fa sentire subito di che pasta è fatto con sentori avvolgenti e precisi, delineati come i tratti di una statua di marmo. La rosa, la pesca, le piccole fragoline di bosco. Il floreale che impazza esprimendo una freschezza che il velo di balsamico e la grande, grandissima mineralità, esalta. Una sensualità diffusa da quella statua di marmo che si fa levigata e voluttuosa. Ma determinata anche grazie ad un fresco agrume.
Al sorso, la determinazione appare ancor più evidente. Si tratta pur sempre di un Aglianico e i tannini non possono scomparire così, d’amblè. Verticale e deciso come l’abbraccio di incontro atteso da tempo; avvolgente e passionale come ciò che continua. Sensazioni che proseguono per via di una lunga persistenza e di una sapidità che porta ad avere in bocca il suo sapore anche quando pensi di averlo dimenticato. Finale preciso e caratterizzante di un rosato che ti lascia il ricordo. Per sempre.
In realtà mio fratello ne fece uno nel 2014, ma era della stessa idea di Luca. Quindi, insomma, brutte persone. Questa passione per i rosati in realtà arriva da mia nonna materna. Non passava pranzo o cena che non si beveva almeno un bicchiere di vino. Al deposito, mia mamma dice sempre che i corrieri la prendevano un in giro dicendo: la signora oggi ha bevuto di nuovo acqua Sangemini. Scendeva con queste due schiocche rosse e per lei il vino era immancabile. Amava i rosati della Provenza. Mia madre idem. Anche a me giustamente che non è che insomma avessi questa cultura del vino mi divertiva l’idea del vino rosa. Amavo tanto il colore che mi ha sempre colpito. Quindi, nel 2017, alla mia prima vendemmia, la priorità era fare un rosato di Aglianico ma che fosse scarico come un provenzale. È stato un terno al lotto perché all’epoca non avevo il serbatoio per la fermentazione a temperatura controllata. Cominciamo con questo rosato è in realtà poi venivo un pò derisa per il colore, perché all’epoca nel 2017 ancora non erano di moda i vini provenzali. Nel rosato rivedo una parte di me, soprattutto in quel momento, nel 2017, quando poi ho iniziato a fare questo lavoro. Adesso è il vino praticamente a cui io tengo probabilmente di più e che coccolo di più in assoluto.
Il Maruzzè va beh anche quello.
Il mio rosato è Giuliana messa nella bottiglia. Apparentemente fragile, apparentemente vulnerabile, soprattutto nel momento in cui avevo perso mio fratello. Però poi, quando si assaggia quel rosato, così come quando poi, insomma, si conosceva anche me, in realtà, ci si rendeva conto e ci rende conto ancora oggi che comunque quel rosato arriva dall’Aglianico si sente tutto. Ha tutta la potenza e tutta la forza che comunque un Aglianico deve avere. Potrei quasi definirlo donna perché è astuto e furbo. Ti frega senso che all’apparenza pensi vabbè, ma questo vino è un vino facile è un vino che mi bevo, insomma in maniera anche veloce senza dover necessariamente mangiare un pasto completo. Alla fine invece non è così
La forza di Giuliana c’è e c’è tutta. Caparbietà, ostinazione, forza. Tra le difficoltà si va avanti.
Una forza che ho ritrovato nell’Aglianico Taurasi del Falerno del Massico Torelle. Un vino che dal 2017 con solo un anno di botte grande dimostra come sia ancora un giovanotto indomito.
Rubino intenso e impenetrabile ancorché si capisca quanto sia elegantemente rustico nei suoi sentori. Un vino vegetale e fruttato con la ciliegia ad emergere prepotente. Sentori caldi di cannella, noce moscata, chiodi di garofano e quel gradevolissimo balsamico che diventa mineralità armoniosa, ampiezza che sa di famiglia, di camino, di giornate di festa. Emergono i lamponi, il tabacco trinciato. La ciliegia si fa visciola e sempre quel vegetale rende un vino di una certa età, fresco e vivo.
Sorso ampio, importante a riempire la bocca, a renderla colorata e calda. I tannini che sono li presenti come guardiani di passo. Guardano, osservano ma senza essere aggressivi. La bocca è ampia e si bea di una piacevolezza dove la ciliegia continua a farsi sentire. Senza essere stucchevole perché fresca e quasi croccante.
Ampio e godurioso nonostante un carattere che può sembrare rustico ma non lo è perché vero e in grado di donare uno strano senso di verità, di importanza, di non banalità ovvero di concretezza. Rimane a lungo in bocca accompagnando un pensiero che vola verso ricordi di infanzia, di chiacchiericcio nelle domeniche a tavola, di nonni che ti parlano, di sorrisi e rincorse attorno al tavolo.
Sono certo ci sia anche un vino da dedicare alla piccola Livia.
Ho tante etichette nel cassetto. Cercavo una etichetta che parlasse di Livia e alla fine si dovrebbe chiamare Lotti perché è cosi che chiamavamo Livia nei nove mesi di gravidanza. Quando non sapevamo se fosse maschio o femmina.
L’abbiamo saputo dopo
La vedo con un fondo bianco e un otto messo in orizzontale ovvero con il simbolo dell’infinito tutto con i colori dell’arcobaleno.
Sicuramente utilizzeremo le uve di entrambi. E se Luca ha fatto finta di dimenticarsene io glielo ricordo.
Una giusta crasi tra le due aziende. L’anello di congiunzione di quella Falanghina che si chiama oggi Livia. Un vero blend tra Giuliana e Luca, frutto del loro amore.
Una coppia unita nel vino e con il vino. La passione di Luca, il suo garbo, la grande competenza. La dolce determinazione di Giuliana, la forza che la porta anche a cercare di dissociarsi dalla distribuzione di famiglia. Come se ricercasse una propria identità. Sua e della sua attuale famiglia. Per vincere tutti i pregiudizi di chi non pensava che una donna, avvocato, figlia di persone del campo, non possa farcela da sola. Sola con Luca.
Sì sono trovati, si sono scelti riuscendo, intelligentemente, ad integrare, senza integrarle, le due aziende. Una integrazione nella gestione mantenendo inalterate le peculiarità dei due territori, un sogno nel cassetto: una cantina comune.
Già, perché quella di Cascano è troppo piccola e quella di Galluccio è in affitto. Qualcosa di proprio nella quale Luca possa continuare a sognare etichette e studiare nuovi vini, Giuliana accogliere le persone e assaggiare i vini di Luca, Livia…beh Livia è ancora troppo piccola e sarà lei a scegliere se lasciarsi rapire da un Aglianico o una Falanghina.
Falanghina….galeotta fu la Falanghina!!!
Con questa frase almeno ne i divorzisti ne i cattolici mi odieranno.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
