06 Giu 2025
Suggestioni di Vino

Luca Leggero. Obiettivo minimo: 100

 

Sognare. Ad occhi chiusi. Ad occhi aperti. Sognare.
Spesso non ricordo i sogni notturni. Sì dice che è normale. Anzi, ci sarebbero anche metodi per ricordarli. Mi importa poco sinceramente visto che la mia mente è così attiva che riesce a sognare, e molto, anche durante il giorno. Spesso però sono sogni lontani, non propriamente definiti. Ne vedo il contorno, ne assaporo le sensazioni. Poi ne arriva un altro che sostituisce il precedente. Per questo forse non li realizzo. A meno che non sia qualcosa che riesco a vedere nitidamente. Allora, non ce ne è per nessuno. Vado dritto come un treno. Spesso lascio una scia. Il che non è mai troppo bello.

Fai della tua vita un sogno e del sogno una realtà

È una frase di Antoine de Saint Exupéry tratta da Il Piccolo Principe. Mi è venuta in mente mentre parlavo con Luca Leggero, vignaiolo di Villareggia, piccolo paesino della cinta torinese. Continuava a menzionare la parola sogno.

Sogno, sogno, sogno.

Non lo menzionava solo. Lo aveva visto così nitidamente nella sua mente da farlo diventare realtà. Viveva e vive nel suo sogno oggi diventato reale. È per questo che la conversazione con Luca è stata affascinante. Per il suo amore incondizionato per Villareggia e la sua storia, per la viticoltura e i vitigni che qui un tempo si coltivavano, per le vigne, per il vino. Un solo grande obiettivo: produrre il vino migliore del mondo. Con delle regole però: biologico e con un vitigno della tradizione. Senza scimmiottare nessuno ma essendo Canavese e villareggino. Oltre che Luca Leggero.

Un pazzo? Un sognatore? No, non credo proprio. Una entusiasta che con studio, perseveranza, umiltà, spirito di osservazione, senso critico, capacità di imparare dagli errori e tanta tanta determinazione, può davvero riuscire nell’intento. O comunque arrivare lontano.

Luca Leggero. Un'anima dentro il sogno del 100

Sono un innamorato di Villareggia. Tutto questo nasce per una grande passione e un amore per questo fantomatico settore che è il mondo vitivinicolo.

Luca è ancora un ragazzo visto che è nato a Villareggia nel 1990. Già a 15 anni, come normale che sia in queste zone, inizia a fare il viticoltore tra le vigne del nonno che aveva portato avanti la tradizione del Canavese.

Aveva queste due piccole vigne. Era veramente una produzione familiare. Ho iniziato a studiare i sistemi di potatura, la gestione, i trattamenti. Biologico e biodinamico che poi ho applicato a livello professionale. L’idea e il sogno che a Villareggia ci sono potenzialità che per ora sono nascoste.

Un nonno agricoltore e un ragazzo al quale piace la terra e la vigna. Nulla di strano se non fosse che il papà di Luca è medico e della terra, dunque della vigna, interessi poco. Quando sei poi figlio di un medico, l’università è d’obbligo. Medicina? No, Giurisprudenza. Scelta probabilmente dettata dal non avere ancora chiari i contorni del sogno.

Il vento spesso gira e quando gira porta cose buone e meno buone. Comunque inaspettate.

Nel 2011 grazie al collegamento e al lavoro di mio papà che si occupa di riabilitazione di disabili psichici, abbiamo iniziato un progetto di agricoltura sociale. Abbiamo recuperato una vigna di Dolcetto a Murazzano. Siamo in Alta langa, in un altro ambiente. Recupero in una ottica agricoltura sociale. Vinificavamo le uve in zona. Senza pretese.

Il sogno può anche avere dei contorni sfumati ma quando, da svegli, ne riconosciamo qualche elemento, tutto sembra più reale. Riaffiora ogni particolare sgorgando come acqua da una fontana. Un déjà vu si direbbe. Valla a capire la psiche umana!

Dopo il 2011 è partito il sogno di vedere qualcosa di concreto a Villareggia. Avevo recuperato vigne per produrre vino per autoconsumo nella cantina del nonno dove facevo esperimenti.

Quante storie ho ascoltato di nonni, esperimenti in garage, vini creati grazie alla passione. Non è cosi che si diventa grandi però. Occorre ben altro.

Grazie all’aiuto della famiglia abbiamo iniziato a piantare le prime vigne per una produzione professionale. Ho studiato la storia del territorio e ho scoperto una grande storia a partire del decimo secolo dopo Cristo fino ad arrivare alla fama di questo paese nella prima metà dell’800 dove si narra di terreni vitati dalla collina fino alla pianura sottostante con varietà autoctone. Erbaluce e Canavese Nebbiolo Picotener.

Picotener o Picotendro. Vitigno tipico della Valle d’Aosta. Non è ben chiaro se il Picotener, che sempre nebbiolo è, sia nato in Valle d’Aosta o piuttosto si stato introdotto dai francesi che dominavano tutta l’area. Poco importa francamente. Ciò che è utile sapere è che nel Canavese c’era ma era al contempo complicatissimo da gestire. Maura nen dicevano i vecchi di Villareggia: non matura.

Luca Leggero. Un'anima dentro il sogno del 100

Subito dopo essermi laureato ci siamo subito dedicati al progetto. Prima della laurea c’era fermento. Comprato il primo trattore. La prima vigna piantata nel 2016. Da li in poi un crescendo di investimenti continuando a studiare che cosa si poteva fare. Avevo già recuperato un pezzo di terra nel 2011 che oggi è quello più bello e piantato il nebbiolo. Ma il progetto professionale ancora non era partito.

Un crescendo di cose che difficilmente si riesce a frenare. Specialmente se hai un progetto in mente ben chiaro.

All’inizio pensavo ad un piccolo secondo lavoro. Poi si è trasformata e oggi abbiamo otto ettari e mezzo. Quando abbiamo iniziato a recuperare le vigna a Murazzano ci si svegliava alle 6 con gli esami da preparare. Impegnativo ma si può fare.

Parlare con Luca permette di delinearne la personalità ma soprattutto la grande energia che lo muove. Entusiasmo, voglia di arrivare e voglia di far bene. Senza trucchi o facili strade alternative. Tanta energia e tanto studio

C’erano in casa i manuali che studiavo e facevo cose. Avere tanti anni per provare e prepararsi, mi ha formato. Ogni vendemmia c’era qualcosa nuova che immaginavo e studiavo.

Se si vuole provare ad avere successo, occorre partire da lontano. Il che richiede tempo. Pochi maledetti e subito ne mondo del vino non funziona. Funzionano le facili alternative certamente. Ma poi, come le bugie che hanno le gambe corte, prima o poi tutto diventa chiaro.

Tante volte prevale la pratica. Oggi abbiamo un consulente enologo però rimane sempre un bellissimo confronto. Io sono quello che ha messo le mani per anni nel territorio e nella vigna. Il consulente esterno è più uno psicologo. Un grande amico che mi sostiene. Molto si riduce ad avere delle linee guida perché come consulente hanno una serie di dati su cui confrontarsi. Sanno interpretare l’annata per non arrivare impreparati alla vendemmia.

Pragmatico. Umile. Senza la fretta di arrivare. Sbagliare perché sbagliare è un arricchimento di cose da non fare o fare diversamente.

Il primo vino a quindici anni. La cosa bella è che rimane sempre come grande emozione della vita. C’era la classica faida con il nonno che lo faceva più buono. Mi diceva: prenditi dell’uva, fattelo per te ma il mio non lo tocchi. Il mio primo vino è stata una bacinella in cucina di casa con discrete osservazioni da parte della mamma.

Ride di gusto di questo ricordo. Non serve vergognarsi ma capire che anche quello è un piccolo grande bagaglio di esperienza senza il quale non sarebbe cresciuto.

Il primo vino buon quando avevo 21/22 anni. Continuavo a provare a Villareggia e mi sono detto: cavolo, buono! Piano piano si impara. Mi era piaciuto perché il metodo di lavoro c’era nonostante non avessi alcun tipo di attrezzatura. Facevo tutto a mano. Avevo trovato i sistemi per ridurre i difetti del vino: tutti valori perfetti e quello mi faceva sognare. Cavolo porto a casa dell’uva perfetta.

Biologico da sempre. Anzi fanatico di questo genere di agricoltura. Soprattutto come rimedi della nonna.

Ho iniziato a fare tisane, macerati, soluzioni con bicarbonato di potassio. Tutto quello che leggevo lo provavo. Dietro avevo un lavoro pazzesco perché bisogna trattare sempre. Ho imparato tanto. Costanti rischi di ossidazione ma ho sempre lavorato con solforose bassissime perché volevo un prodotto bevibili. Lieviti indigeni ovviamente.

Oggi dopo una serie di anni di aggiustamenti, Luca il macerato se lo fa in casa: ricetta Luca Leggero dice lui.

Mi sono intrippato di micro organismi e ho iniziato a fare culture. Così altro preparato ricetta Luca Leggero che spariamo nella vigna dopo la letamazione. Mi consente di avere una fertilità del suolo importante. Vedi che la vigna è prosperosa e la terra meravigliosa.

Ricapitoliamo un pò di date perché credo aiuti a capire bene cosa vuol dire partire da lontano.
La prima vigna piantata è del 2016. Si aspettano i circa tre anni canonici per arrivare a produzione (anche se nel frattempo Luca sperimentava con le altre vigne piccole). È il 2019 quando arriva la prima vendemmia e vinificazione. Nel 2020 la seconda. Nel 2021 la prima vinificazione nella cantina completata poi successivamente.

Luca Leggero. Un'anima dentro il sogno del 100

Che qualunque azienda vitivinicola abbia bisogno di una cantina, è un fatto scontato. Integrata architettonicamente nel territorio è però cosa che ho visto fare solo nelle grandi aziende. Quelle affermate. Quelle che chiamano le archistar per realizzare la cantina che poi nemmeno tanto cantina è perché ci sono sempre turisti in mezzo.

Ci abbiamo creduto. Quando abbiamo iniziato c’erano tantissime opinioni discordanti. C’era chi diceva che il vino avrebbe fatto schifo. Quando nel 2019 abbiamo vinificato abbiamo capito che c’era del potenziale. Ci abbiamo creduto. Allora lo facciamo ci siamo detti: lo facciamo fino in fondo e se dobbiamo farlo lo proviamo fino alla fine. Abbiamo chiesto ad un architetto di disegnarlo. Prima la carcassa e poi abbiamo iniziato a costruirla da soli.

Ci abbiamo creduto.

Spesso non si crede ai sogni fino in fondo. Si dice: proviamo, vediamo come va. Ma non è il modo giusto. Il rischio è che se non ci si butti a capofitto nelle cose così che tutto rimane a metà. Incompiuto. Il sogno non diventa mai realtà. Nel caso di Luca e suo fratello Davide (insieme nella società, insieme nel sogno) l’averci creduto ha voluto dire fare le cose per bene. Subito.

Abbiamo rischiato di fare 42000 bottiglia nel 2022. Nel 2023 la peronospora. Nel 2024 pioggia, poi caldo: le piante sono andate in stress con la conseguenza di calo importante.

Vedete come può essere difficile la vita per un agricoltore o viticoltore? Che tanto non fa differenza perché sempre a che fare con la terra e il clima si sta. Vaglielo a dire a loro che non c’è il cambiamento climatico.
Conta poco per Luca il numero di bottiglie. Ciò che c’è dentro. La qualità, la finezza, la capacità di resistere al tempo. Solo così si realizzano vini che devono diventare capolavori.

Se uno studia agronomia e aziende che producono prodotti fitosanitari c’è sempre qualcosa da imparare. Mi davo dei limiti per evitare gli eccessi. Volevo mantenere livelli di zolfo bassi e ciò mi costringeva a trattare spesso. Fattibile per un fazzoletto di terra ma quando hai otto ettari e mezzo devi cercare la garanzia di successo.

C’è chi trova strade alternative con il vino facendo cose strane e indicibili. Chi come Luca e Davide sfruttano il territorio per produrre qualcosa che con il vino ha poco a che fare ma produce reddito. È così che iniziano la produzione, biologica e commercializzazione delle bacche di Goji sempre a Villareggia arrivando a diventare il vivaio più grande d’Europa: Italgoji et voilà!

La vigna è altra cosa così come il vino è altra cosa. Accanto al Nebbiolo Picotener non poteva mancare la principessa che irradia luce: l’Erbaluce.
Quando si ha la fortuna di vedere un grappolo di Erbaluce non si può non rimanerne affascinati. Spiccata acidità e dolcezza degli acini ne fanno una specie affascinante. Caratteristiche queste che ne avrebbero dovuto decretare il successo se non fosse stato per quel dannato Chardonnay che lo soppiantò quasi totalmente.

La scelta dei vitigni è avvenuta studiando e credendo non solo nell’Erbaluce che è il bianco che va per la maggiore nel territorio ma anche nel Nebbiolo Picotener. Abbiamo più ettari di Nebbiolo che di Erbaluce. Cinque ettari di Nebbiolo e tre di Erbaluce. Questo perché abbiamo creduto nelle potenzialità di un clone vinificato da poche cantine e nessuno a Villareggia. C’era anche la storia che mi veniva dietro. Nebbiolo e Neretto venivano citato come colture maggiori a Villareggia.

Più parlo con Luca più capisco che la sua e di suo fratello storia è un susseguirsi di passi studiati e ponderati. Programmati direi. Una sorta di preparazione della pozione magica fatta di ingredienti, procedimenti, riti. Solo che nel caso del vino applicarli non è così scontato poiché i problemi e l’imponderabile è sempre dietro l’angolo. Però Luca intanto ci mette gli ingredienti e i processi. Per i riti non credo francamente sia il tipo.

Ecco dunque che per fare vini esaltando a pieno il territorio non poteva che esserci l’anfora (non disdegnando ovviamente la botte grande per arrotondare il Nebbiolo).

Luca Leggero. Un'anima dentro il sogno del 100

L’anfora fa parte del progetto. Abbiamo acquistato subito un anfora. Non avevo la cantina ma ho comprato l’anfora perché faceva parte del progetto. Uno studio che conducevo con il mio consulente conosciuto prima di avere l’uva. Avevamo condiviso molti aspetti tra i quali il cercare di lavorare su una identità. Trasmettere qualcosa di Villareggia. Io amo Villareggia. Portare il territorio. L’anfora in questo senso è fondamentale. Una tipologia di affinamento che riguarda sia l’Erbaluce sia il Nebbiolo. Questo ci permette di mantenere inalterato il terroir: la varietà e dove viene prodotta. Nel nostro principio di affinamento avrei dovuto usare il legno coprendo delle sensazioni tipiche del terroir. Il sogno era creare grandi vini. Noi vogliamo fare solo grandi vini. Non i interessano produzioni voluminosi. Volevamo creare da subito grandi vini. Era questo il nostro sogno. Sognare che a Villareggia ci fosse un terroir speciale e delle varietà speciali a fianco dei grandi vini da invecchiamento francesi. Immaginarlo con grande potenzialità di invecchiamento.

Il sogno. Questo è un sogno ben definito. Creare grandi vini e farlo con il territorio. Crede, ama, così tanto questa terra che è disposto a scommetterci tutto. Senza esitazione ma con tanta programmazione e fatica. Hanno sempre creduto in quello che facevano sfidando tutti e tutti e poi avuto delle gioie.

Abbiamo studiato tutto. Ho sempre studiato potatura. Tutto è stato applicato in maniera scientifica. In un anno abbiamo piantato quattro ettari. Una fatica ma adesso siamo qui a ridere. Gli agronomi mi dicevano che nelle vigne in pianura avrei fatto solo del rosè. Oggi alcune masse di Nebbiolo coltivate in pianura sono state destinate alla selezione Maura nen. Annoverato tra i grandi vini.

I grandi vini. In effetti a leggere sul web i vini di Luca Leggero hanno da subito riscosso ottimi punteggi. Sembrerebbe anche troppo in fretta ma la prima vendemmia, quella del 2019, era comunque la quattordicesima per Luca. Di sperimentazioni ne ha fatte e tante.

Il 95 è il punteggio per il Maura nen del 2021. Il riconoscimento è arrivato nel 2023. Avevamo già fatto altre vendemmie nel frattempo. Però questo non mi ha spostato. Avevo dato il massimo nelle vendemmie per avere tutto sotto controllo subito perché non volevo sbagliare in nessun motivo. Nel 2022 abbiamo lavorato meglio. Preso confidenza delle attrezzature, dei materiali e soprattutto delle masse. Questo è stato positivo. Gestire grandi masse porta meno rischi. Sono rimasto più contento nel 2022 anche per un migliore apporto delle vigne.

Insomma c’è da aspettarsi tanto dalle prossime annate.

Io ho avuto modo di assaggiare il Maura nen 2021. Si quello dei 95 punti. Non sono un tipo da punteggi ma capisco che servano in certi ambienti.

Maura nen è una statua di marmo alta e perfettamente lavorata che si staglia austera verso il tetto del tempio con la stilobate di Nebbiolo. Ogni scanalatura è un sentore che si unisce al successivo a formare un disegno perfetto. La croccantezza della frutta nera e rossa si distingue dalle spezie e dal vegetale di sottobosco accentuato dal balsamico. I fiori sono di un armonico bouquet che si fregia di cannella, chiodi di garofano, cuoio, pepe. È però la fragrante freschezza dell’anice stellato che fornisce un tocco magico.
In bocca è un taglio verticale che si espande come fosse l’acqua della cascata quando termina la sua corsa. I tannini e la freschezza sono quelle del Nebbiolo senza essere invasivi. L’espansione in bocca è incredibile anche grazie alla spiccata sapidità. Un saliscendi emotivo che parte dalla finezza dei sentori per poi manifestarsi in bocca in una irruente avvolgenza. Una domata aggressività che si trasforma in fine rigogliosità.
Vale 95 punti? Sono molto severo nei miei giudizi. Forse troppo rigoroso alle volte. Diciamo che dal mio punto di vista vi è vicinissimo. Ps nel mio blog Instagram il reel!

Maura nen vuol dire non matura. Era bellissimo girare a Villareggia ad ottobre quando c’era odore di mosto in tutte le case. I vecchi che ho conosciuto io erano della leva 1930/40. Raccontano una storia diversa da quella di duecento anni fa. La tradizione del nebbiolo si interrompe nella seconda metà dell’800. Le vigne piantate successivamente erano di Barbera, Bonarda ecc. perché garantivano una roduzione più ampia e più facile. Una di queste persone anziane mi disse: ma cosa pianti il nebbiolo che qui non matura. Loro avevano questa pianta di nebbiolo che non gli maturava rispetto alle altre. Maura nen dicevano. Erano scettici perché non conoscevano la storia. Così provocatoriamente lo abbiamo chiamato cosi perchè dopo duecento anni è tornato a maturare.

Luca Leggero. Un'anima dentro il sogno del 100Rend nen è il bianco da Erbaluce di Caluso. Che sia Erbaluce lo si riconosce subito nel calice per via di una luminosità accecante. È un vino questo che penetra nella coscienza con una sorta di infingarda eleganza strisciante. È fine? Si. Elegante? Sì. Pulito? Sì. Verticale? Sì. Insomma come tanti altri? No, per nulla.

L’Erbaluce di Caluso di Luca Leggero è qualcosa che stupisce per la complessità dei sentori che inebriano senza possibilità di capirlo in anticipo.

Fieno appena tagliato, limone, fiori di pesco e di mandorlo, acacia. Il limone piano piano diventa cedro; il mandorlo e il pesco da fiori diventano frutti e da frutti ritornano fiori. Salvia, timo, maggiorana. Una valanga di, fini, erbette, solleticano il naso.
Il balsamico infingardo. Eccolo li. Lui è il responsabile di tutto questo. Non solo balsamico. Direi balsamico minerale. Il che è anche peggio. Dannato lui, mi è entrato dentro.

Il sorso è qualcosa che lascia a bocca chiusa: non c’è fretta di deglutire!
Fresco e ampio con il limone che si unisce al mango e all’ananas con la sapidità che raccoglie ogni sentore spargendolo per la bocca. La lama verticale arriva alla deglutizione ma la bocca si è già trasformata da mango a pera Smith.
Esaltante, brioso, attivo, felice. Un vino che mi ha reso felice e meno male che la persistenza è lunga perché cosi la felicità dura da un sorso all’altro!

Rend nen. Perché non rende. Parla di un’altra storia vissuta. Trovarsi con i classici vecchietti che domandavano in piemontese ha reso? A la ren di? L’Erbaluce non rendeva mai perché aveva una buccia molto spessa che nel torchio meccanico non si riusciva mai ad asciugare l’uva che nello standard dei vecchietti dovevano prendere tutte le gocce. La spremitura del solo mosto fiore con una resa del 50%. Rend nen. Come quando avevo quindici anni non rendeva, non rende neanche oggi.

Il gioco è anche sui nomi degli altri vini.

La Vila è un omaggio al paese di Villareggia. Turciaura è torchiato. La contrapposizione del rend nen perché la turciaura era lo scarto. Oggi c’è una piccola finestra su cui operare dal fiore in poi. Seguiamo questa finestra nel ciclo della pressa e andiamo ad estrarre questa seconda parte trattenuta e utilizzata per questa bottiglia. Racconta anche un aura dell’Erbaluce.

Nell’etichetta posteriore de La Vila, Nebbiolo in purezza con parte della massa per dieci mesi in botte e parte in anfora, c’è scritto Il vino di casa mia. Quello che all’apparenza sembra un vino di casa per via di sentori di frutta matura ancora croccante, nasconde invece tanta finezza ed eleganza. Già dal colore e dalla pulizia.
La fragolina matura, la mora, i ribes si nobilitano con fiori di peonia e rosa ma soprattutto con un fine sottobosco. Tostature e spezie sono li, nel backstage. Leggeri, soavi. Presenze discrete solo per chi ha voglia e tempo per scoprirle. La dolcezza domina così da rendere il liquido, per colore e odore, quasi un succo di fragola arricchita da chiodi di garofano e pepe.
In bocca è Nebbiolo, con la sua freschezza intrinseca e i tannini arrotondati dal binomio botte-anfora. Una fine pienezza di bocca che dona piacere grazie alla frutta fresca che si spande in bocca rimanendo a lungo presente come fosse una caramella balsamica. Il calore arriva alla deglutizione donando un senso di appagamento oltre che un intrigante finale quasi amarognolo.
Un vino che si finge di casa forse per meravigliare e farsi dire che no, non è un vino di casa ma qualcosa di più. Direi che è molto di più poiché ha la doppia anima di vino semplice e croccante così di vino fine ed elegante.

Anche Turciaura, l’Erbaluce di Caluso DOCG, ha ricevuto l’affinamento misto legno/anfora. I sentori rimangono semplici, puliti, fini con il vegetale del mallo di noce e dell’acacia a prevalere. Il lime si intreccia con la pesca bianca e la salvia fornendo balsamiche sensazioni di piacevolezza. Un balsamico che fa emergere quasi dei fiori di sambuco e ginepro. Nel calice c’è la soave leggerezza si sentori che non prevalgono l’uno sull’altro ma creano un gioco di alternanza che si scoprono con il passare delle rotazioni del calice.
È così che emerge l’agrume donando una sensazione di freschezza. È così che una lontana nota di vaniglia si unisce al pepe bianco e alla mentuccia. Meraviglia!
Il sorso è immediatamente avvolgente così che qualcosa che sembrava dover essere totalmente verticale, riempie. La nota agrumata invade la bocca fornendo una piacevole sapida astringenza. Il retro olfatto di limone e mentuccia sono quasi una droga. La rotondità che ha riempito la bocca, precipita lieve e senza particolare corposità in gola così da rendere Turciaura un vino snello e piacevole. Anche stavolta il connubio anfora/legno ha sapientemente svolto il proprio compito.
Ci si può innamorare di questo vino come me ne sono innamorato io. Chiudendo gli occhi ho avuto la palpabile sensazione di essere in riva al mare a godermi un aperitivo.

Infine. In genere si scrive infine quando si vuole dire eppoi, come a dire che c’è pure questo. Quasi un intruso nel novero dei vini. Si lascia per ultimo quello che fa meno scena perché più classico o meno importante. Ho volutamente scelto di lasciare per ultimo Retrò, il Dolcetto. Niente botte. Niente anfora. Solo acciaio. Dovrebbe essere per quanto sopra il più sempliciotto ma è invece uno dei migliori Dolcetti io abbia mai assaggiato. Un vino vivo e vero. Di quelli che si versano nel bicchiere e improvvisamente l’unità di misura passa da essere la bottiglia o  calice per diventa la tanica. Semplice e giovane nonostante la versione che ho aperto era un 2023. Il colore rubino con ampie unghie porpora indica che è giovane ed in effetti, anche nei sentori, la croccantezza della frutta è evidente. Ma è questo il bello di un Dolcetto che si rispetti: aspro e pungente e con quella punta di dolcezza tale da provocare dipendenza. Giusto un velo di vegetale dato da un sottile sottobosco e qualche fiorellino di campo. Tutto qui. Niente di sfarzoso. Niente di più da andare a ricercare roteando il calice. Sì può rotearlo fino a consumarlo ma quello è.

In bocca però. Però però però. La sensazione di fresca asprezza pungente arriva quasi in contemporanea ad una piccola nota amara che fa un pò sobbalzare. Sia in termini di stupore sia per un non so che di preoccupazione: se poi continua cosi? Invece no. Ecco che vira clamorosamente verso una mezza pienezza di bocca con note che ricordano il dolce. Ricordano, altrimenti non sarebbe Dolcetto. Tannini giusti e senza un grande attacco di asprezza. Note fruttate che rimangono croccanti. Persistenza giusta e quando scrivo giusta è perché abbinando questo vino a pane e salame o formaggio nemmeno tanto stagionato, l’effetto è consumare la bottiglia. Pardon, la tanica.

Ci sono anche degli altri nomi successivi che riguarderanno anche le nostre riserve che sono in cascina. Prove per andare oltre. Non manderò mai in degustazione le mie riserve. L’obiettivo di realizzare un 100 è di realizzarlo con Rend nen e Maura nen. Non con le riserve.

Luca Leggero. Un'anima dentro il sogno del 100

Una cosa che sicuramente farò è un passito con l’Erbaluce completando la gamma con ciò che può fare l’Erbaluce. In cantina ho anche del metodo classico iniziato nel 2022. Lo faccio sempre nell’ottica di creare delle piccole perle. Ne faccio poco ma fatte bene. Poi c’è un altro grandissimo clone che sarebbe fantastico da fare su larga scala che è il Neretto del Canavese. Ci sono vari cloni: gentile, duro, nostrano, di Bairo. Tutti autoctoni del Canavese e lo chatusse che è un altro clone francese dell’arco alpino. Io ho ancora la vigna del mio bisnonno piantate nel 1920 con neretto e Chatus. Ho cloni antichi di Picotener con Neretto e Uva rara. Me li coltivo. Ho fatto selezione massale e non mi dispiacerebbe fare un neretto di Villareggia secondo le mie indicazioni.

Potrei scommettere che ogni cosa Luca abbia affermato diventerà cosa certa. Forse è un giocatore di poker che ha già in mano (o in cantina) qualcosa di concreto. Oppure il suo sogno è così vivido e concreto che la realizzazione è dietro l’angolo. Come l’imponderabile dettato dalla natura. Ecco perché, saggiamente, Luca non si sbilancia mai.

L’impressione che ho avuto in questa lunga chiacchierata è che Luca non ha avuto bisogno di convincere suo fratello Davide che si è gettato anima e corpo nel progetto. Non ha avuto bisogno di convincere il papà poiché focalizzato sulle sue attività. Non ha dovuto convincere se stesso poiché la sua determinazione era ed è tale da aver inquadrato quel meraviglioso quanto complicato obiettivo dei migliori vini del mondo. Forse ha dovuto convincere la mamma che, chissà, avrebbe voluto per Luca un futuro da avvocato. Ma, si sa, le mamme sono così: protettive e apprensive. Pronte comunque a ricredersi una volta che si accertano che il figlio sia davvero felice.

La passione smisurata per il suo territorio. Un obiettivo ben chiaro in testa. Un programma delineato e perfettamente scadenzato. Sembra qualcosa creato a tavolino per arrivare ad ottenere quel 100 di valutazione. Ma non è così. C’è un’anima dentro al sogno e l’entusiasmo, contagioso di Luca diventa all’unisono, carburante e motore in grado di alimentare il sogno stesso. Uno così ce la può fare. Io faccio il tifo per lui!

 

 

 

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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