Marco Capra. Il ragazzo che non voleva studiare
Marco Capra non è mai stato il ragazzo che gli insegnanti avrebbero indicato come esempio. La scuola gli stava stretta, mentre la curiosità lo portava altrove. Il vino è arrivato molto prima delle certezze e si è trasformato nel luogo in cui carattere, esperienza e visione hanno trovato una direzione comune. La sua è la storia di chi ha imparato facendo, costruendo passo dopo passo un percorso personale e autentico.
Ogni tanto ci si imbatte in un tipo di ribellione che non fa rumore. Non sfascia niente, non urla, non brucia, non distrugge. Si manifesta in un modo molto più sottile e, alla fine, molto più efficace: semplicemente non rientra nei ranghi. Non fa quello che ci si aspetta. Prende un’altra strada, spesso senza nemmeno sapere dove porta. E poi, anni dopo, si scopre che quella era l’unica strada possibile.
Ho pensato proprio a questo mentre Marco Capra mi parlava in una chiacchierata come se fossimo due vecchi amici al bar. Che poi è esattamente l’idea con cui mi avvicino a queste conversazioni. Il bar come luogo della verità, dove le persone abbassano la guardia. Marco mi ha raccontato la sua storia con quella tranquilla disinvoltura di chi ha smesso da un pezzo di doversi giustificare. Il suo sguardo dolce, ill sorriso che si nota nonostante una barba lunga ma davvero lunga.
È un uomo che ha trovato il suo posto a Santo Stefano Belbo, nel cuore del Piemonte, tra le colline di Langa, Roero e Monferrato che l’UNESCO ha riconosciuto patrimonio dell’umanità nel 2014. Non che lui ne abbia bisogno di attestati. Le sue vigne parlano da sole.
Ho fatto dannare un po’ di gente, diciamo così.
Ride. Con quella risata breve di chi non si prende troppo sul serio ma sa benissimo di cosa sta parlando.
Scuola media, qualche lavoretto in paese. A sedici anni ero già in campagna. Studiare, beh, studiare non era esattamente la mia priorità.
Non è tipo da confessarsi e in fatti non è una confessione. È una constatazione. Quella di un uomo che a quarantacinque anni si trova alle spalle quasi trenta vendemmie, 18 ettari di vigne, ottantacinquemila bottiglie l’anno distribuite in nove etichette. Oltre alla consapevolezza serena di aver preso la decisione giusta anche quando non sembrava affatto tale.

Eppure, quando l’ho conosciuto ad evento di presentazione delle bollicine dell’Alta Langa a Roma, era impossibile non notarlo proprio per la simpatia che ispirava. Sarà forse per quella insolita barba. Sarà perché non stava mai fermo e non faceva che parlare. Sarà perché anche aveva sul tavolo una etichetta che mi colpì particolarmente colpito. Era disegnata come se fosse stato un soggetto da destinare ad una bambina. Poi il nome: Seitremenda.
Nel 2010 è nata mia figlia Elisabetta. Quale modo migliore di festeggiare se non dedicarle una bottiglia? Stavo già pensando a un Metodo Classico, un’Alta Langa. Ed è diventata lei.
Seitremenda Alta Langa DOCG, Metodo Classico
Chardonnay e Pinot Nero con 36 mesi di affinamento
Può capitare che nel momento di aprire una bottiglia di Metodo Classico, quell’attimo silenzioso che precede l’apertura del tappo (che non deve essere lo stappo rumoroso), sembra valere già tutto. È un’anticipazione. Una promessa. Spesso funziona, spesso non funziona. Con il Seitremenda quella promessa porta con sé tutto il peso leggero di un gesto d’amore che è diventato etichetta.
Le bollicine sono fini, persistenti, come pensieri che non si esauriscono. Il naso è di una pulizia che non è freddezza ma precisione: crosta di pane, fiori bianchi appena appassiti, un agrume che non punge ma accompagna, mela. In bocca la freschezza è protagonista ma non tiranna. C’è struttura sotto, una spina dorsale che sostiene senza irrigidire e un finale che si allunga con la grazia rara di chi non ha bisogno di fare rumore per farsi ricordare. Un’esplosione di carattere, una sorpresa, un gusto fresco, sapido, con l’eleganza che quando sembra verticale, arriva la rotondità. Un po’ come una figlia che incanta dopo una marachella.
Sei Tremenda conquista senza riserve.
Due anni dopo è arrivato Riccardo.
Ci sono produttori che dedicano vini a grandi annate, a personaggi storici, a luoghi mitici della viticoltura. Marco Capra ha dedicato due suoi vini, non so dire se i più importanti ma senz’altro i più sentiti, ai suoi figli. Il vino come atto d’amore, prima ancora che come prodotto. Una meraviglia senza confini.
Riccardo è più emotivo. Più riflessivo. Prende più tempo per arrivare alle cose, ma quando ci arriva, ci arriva bene. Un po’ come quel vino.
E poi ride ancora, quella risata breve.
Adesso hanno quindici anni e le etichette non gli piacciono più come quando erano piccoli. Ma magari un giorno sceglieranno loro.
È così che anche Riccardo ha avuto il suo vino. Un Nebbiolo d’Alba, longevo, riflessivo.
Testanvisca. Nebbiolo d’Alba DOC
Il Nebbiolo è un vitigno che non perdona la fretta. Lo sai già mentre lo versi, da quel rosso granato che ha già dentro di sé qualcosa di antico, qualcosa che ha aspettato. Il Testanvisca, che vuol dire testa accesa ovvero bimbo sveglio, al naso è un vino che parla sottovoce ma con autorità: rosa secca, terra bagnata dopo la pioggia, una spezia che non si impone e permea. In bocca i tannini sono presenti, vivi, eppure non aggressivi. Il tempo e la quota hanno fatto il loro lavoro, ammorbidendo gli spigoli senza cancellarne il carattere. La frutta è scura, concentrata, e lascia il posto a un finale balsamico, quasi silenzioso, che resta lì anche dopo che il bicchiere è vuoto.
Ci hanno insegnato come i vini debbano raccontare il territorio. Poi spesso si scopre come più spesso raccontino di una persona. Nel caso di Testansisca, Marco Capra, fa entrambe le cose. Insieme. E lo fa senza sforzo apparente, che è il segno delle cose vere.
Il mondo del vino, sotto certi aspetti, ti dà un privilegio strano.
Ci pensi tutto il giorno, ne parli, lo maneggi, lo vivi. Mentre gli altri mangiano e bevono per necessità, tu hai trasformato quel gesto in un universo. Marco ha l’entusiasmo genuino di chi fa un lavoro per passione. Cosa questa che consente di avere ancora questa adrenalina dopo quasi trent’anni.
È la mia passione. Che è anche il mio lavoro. Non sono tutte rose, ci sono aspetti che non funzionano, momenti duri. Ma in questo mondo sei un po’ drogato, nel senso che non ti trovi bene fuori di esso.
Il guaio più grosso è proprio questo. Non riesci a staccartene. Non vuoi farlo. Scorre dentro arrivando dal profondo. La fatica delle giornate lunghe che iniziano la mattina presto. Le maledizioni per una annata non proprio andata bene. La fatica. Il sudore. L’attesa. Eppure non riesci a farne a meno. Non una droga. Semmai proprio l’adrenalina che sgorga e qualora si fermasse renderebbe tutto nullo.
Quello che mi ha colpito di Marco è che in nessun momento della nostra conversazione ho avvertito la nostalgia di chi dice che avrebbe potuto fare altro. C’è stata solo la lucidità di chi sa di aver trovato il proprio solco.
Solco. ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων. Il carattere è il destino dell’uomo
Eraclito intendeva che l’indole, i comportamenti e la personalità di un uomo ne determinano il corso della vita e la vera realizzazione. Il solco non è solo quello che l’uomo scava nella terra ma è anche l’impronta che vuole imprimere alla propria vita. Non importa se lascerà o meno la traccia del proprio passaggio. Ciò che importa è che la propria vita abbia un destino segnato non dal fato ma dal proprio essere.
Sua nonna aveva due ettari di collina sparsa. Suo padre lavorava nei trasporti. Marco è stato una sorta di ponte tra i nonni e un futuro che i genitori non avevano ancora immaginato. A quattordici, quindici anni, con quella libertà un po’ spericolata di chi viene lasciato fare perché è l’unico modo per coinvolgerlo davvero.
Mi hanno tenuto nel giardino ma lasciandomi tanta possibilità di decidere. Anche di sbagliare. Sulla carta era sbagliato. Ma era forse l’unico modo.
È una pedagogia che riconosco. Quella che non protegge ma accompagna. Che rinuncia al controllo per guadagnare la fiducia. Difficile da praticare per un genitore, straordinariamente efficace nei risultati.
Poi c’è una cosa che Marco mi ha detto che ho continuato a rimuginare anche dopo.
Parlava dei cambiamenti nel vino, dell’evoluzione dei suoi prodotti, di come a un certo punto, era il 2008, con l’arrivo di una giovane e brava enologa, abbiano deciso di rivedere la filosofia produttiva. Non stravolgere, attenzione. Marco ha usato un’immagine bellissima.
È come la camicia bianca. La camicia bianca rimane sempre bianca. Cambia il colletto, i bottoni, la cucitura. Ma è sempre una camicia bianca. Non abbiamo cambiato tutto. Abbiamo solo smesso di portare la camicia degli anni Ottanta.
Mi ha fatto ridere. E pensare. Perché è esattamente la tensione che vive il vino italiano in questo momento. Non il problema di cosa produrre, ma di come raccontarsi. Come stare nel proprio tempo senza tradire la propria identità. Come essere contemporanei senza inseguire mode.

In questo il Piemonte sta lavorando bene, negli ultimi anni. I risultati ci sono. Ma la strada è ancora lunga. Marco lo sa.
Il problema è che per anni il vino è stato venduto come una birra.
Detto da un produttore, con quella chiarezza diretta che non lascia spazio a diplomatismi evidenzia ancor di più il carattere di Marco. Tanta verità senza peli sulla lingua. La forza e la voglia di dichiarare ciò che si pensa. Non per denigrare qualcuno. Semmai per distinguersi e raccontarsi.
Si vendeva a tanto al chilo. C’era un mercato che lo consentiva. E nessuno si è preoccupato di costruire una narrazione, di dire cosa c’è dietro a una bottiglia. Cultura, storie, persone. Quando poi qualcuno ha detto che il vino può fare male, che bisogna stare attenti, non c’era nessun substrato narrativo a reggere il colpo. E tutto è crollato più facilmente.
Due altri vini
Ci sono altri due vini che per chi vive a Santo Stefano Belbo non possono mancare. Uno è di un vitigno riscoperto, l’altro è di ciò che è la tradizione di questi luoghi. Mi riferisco alla Nascetta e al Moscato.
Langhe Nascetta DOC Conna
Mi è sempre piaciuta una parola in piemontese: conna. Indica una culla, un luogo protetto dove qualcosa cresce al riparo. Ed è difficile immaginare nome più giusto per un vino che nasce da un vitigno come la Nascetta, che per decenni ha rischiato di sparire, dimenticato tra le pieghe di una viticoltura che correva verso l’internazionale e lasciava indietro tutto ciò che non si capiva subito.
Oggi la Nascetta è una delle storie più belle del Piemonte bianco. Marco Capra la coltiva sulle sue colline tra i 350 e i 650 metri, e il risultato è un vino che ha la consistenza di qualcosa ritrovato, non inventato.
Al naso è floreale e con una profondità insolita per un bianco: fiori di campo, erbe aromatiche, una mineralità che ricorda la pietra al sole. In bocca la freschezza è affilata, non tagliente. Una sapidità persistente che spinge a tornare sul bicchiere ancora una volta, poi ancora e ancora. Il finale è lungo, pulito, con quel retrogusto lievemente ammandorlato che è il sigillo riconoscibile del vitigno.
Bere il Conna è capire perché valeva la pena aspettare. Alcune cose non si inventano. Si ritrovano.
Moscato d’Asti DOCG Bricco delle Merende
Il Moscato d’Asti è il vino che più di ogni altro in Italia divide. C’è chi lo guarda con la sufficienza di chi lo ritiene troppo semplice, troppo dolce, troppo immediato. Come durante le feste quando si chiede dolce o secco? Come se poi si dovesse scegliere visto che sul dolce va il dolce! Lo so che il Moscato paga lo scotto di prodotti da supermercato venduto a pochi spicci ma quando se ne incontra uno fatto bene occorre fermarsi e chiedersi come sia possibile che qualcosa di così apparentemente leggero riesca a essere così preciso, così esatto nel raccontare un posto e un momento.
Il Bricco delle Merende di Marco Capra è uno di quelli che convincono anche i diffidenti.
Il nome evoca già qualcosa di intimo come la merenda, il bricco, la collina. Il vino mantiene quella promessa di domestica gentilezza. Al naso è un’esplosione controllata: pesca bianca matura, fiori d’arancio, salvia, un miele che non appesantisce ma profuma. In bocca la dolcezza è bilanciata da una freschezza viva che impedisce qualsiasi stanchezza. Le bollicine sono delicate, quasi un sussurro, e accompagnano un finale fruttato e pulito che si esaurisce con discrezione, senza insistere.
È un vino che non ha ambizioni di eternità. Ha ambizioni di gioia. E in questo, a modo suo, è perfetto.

Ha citato Einstein, Marco.
Non me lo aspettavo, onestamente. L’ha fatto con naturalezza.
Non puoi risolvere un problema con la stessa mente che lo ha creato.
I consorzi, le associazioni, i produttori devono smettere di guardarsi l’ombelico e iniziare ad ascoltare chi osserva dall’esterno. Investire in comunicazione di sistema. Non di singola azienda, ma di sistema.
È un tema che mi sta molto a cuore e che affronto spesso anche qui su Wine Tales Magazine. Il vino italiano ha un patrimonio narrativo immenso. Varietà autoctone che non esistono da nessun’altra parte, territori con millenni di storia, produttori con storie personali che valgono romanzi. Eppure questa ricchezza è ancora largamente sottorappresentata nel racconto pubblico del vino. Continuiamo a parlare di punteggi, di premi, di verticali e di annate quando il grande pubblico, quello che Marco chiama mia moglie, non sa ancora perché una bottiglia di Barolo costi quello che costa e cosa stia bevendo quando la apre.
Non è colpa di nessuno in particolare. È una responsabilità collettiva. E collettivamente si deve risolvere.
Guardando avanti, Marco vede una cosa prima dele altre. Un posto. Un luogo fisico dove portare le persone. Una cantina che non sia uno spazio industriale e freddo, ma un ambiente che racconta. Ospitalità, accoglienza, l’azienda come esperienza.
Sogno di creare qualcosa intorno all’azienda. Non solo vino. Magari olio. Qualcosa che faccia entrare le persone dentro questo mondo.
È una tendenza che cresce, nel vino italiano. L’enoturismo non è più un optional ma una dimensione necessaria, soprattutto per le aziende di dimensione media come la sua: 18 ettari, 85.000 bottiglie, una struttura che richiede costi fissi importanti e un rischio imprenditoriale reale. Non si è piccoli abbastanza da poter sopravvivere con la sola vendita diretta in cantina, né grandi abbastanza da poter prescindere dal racconto diretto. La fascia intermedia è la più esposta, e la più interessante.

La questione dei figli. Elisabetta e Riccardo, quelli dei vini dedicati.
Non so se vogliano continuare. Spero che l’azienda sia abbastanza sana e abbastanza protagonista da poter dare loro una scelta reale. Ma la scelta deve essere loro.
Una circolarità in questo che mi ha commosso. Marco è stato lasciato libero di sbagliare e di scegliere. Fare lo stesso con i suoi figli, non trasmettere un’ideologia, non imporre una filosofia. Trasmettere invece un’azienda viva, che possa essere ereditata, trasformata, o anche, se vogliono, lasciata andare. Trasmettere l’amore e la passione per la terra, per questa terra. Per ciò che rappresenta e potrebbe rappresentare oggi e nel futuro.
È il segno di un uomo che ha imparato qualcosa da quello che ha vissuto. Non molti ci riescono.
Prima di salutarci, non potevo fare a meno di chiedergli della barba. Del perché l’avesse così lunga. La trovavo, ancorché simpatica, scomoda per un vignaiolo.
Non è stata proprio una scelta estetica deliberata. Avevo iniziato a radermi la mattina, poi aveva visto l’ora, avevo pensato ai vini da controllare. Così avevo lasciato perdere.
Ha riso come ridono le persone che non si prendono sul serio nelle cose giuste.
Sono quelle cose frizzanti della vita. Alla fine sono belle. Ti tengono compagnia.
Già. Le cose frizzanti della vita. Un figlio che nasce mentre il vino è ancora sui lieviti. Una barba a metà. Un ragazzo che non voleva studiare e che adesso fa il vino sulle colline patrimonio UNESCO del Piemonte.
Ci sono storie che nascono storte e poi si raddrizzano da sole, seguendo una logica che sul momento non si vede. Marco Capra è una di queste. E i suoi vini. Dalla Nascetta che racconta l’identità piemontese ritrovata, all’Alta Langa dedicata a Elisabetta, al Nebbiolo d’Alba che porta il nome di Riccardo, sono il modo più eloquente che ha trovato per dirlo.
Non tutti i ribelli finiscono male. Alcuni finiscono nelle vigne, tra i 350 e i 650 metri di altitudine, a fare qualcosa che non cambierebbero con niente al mondo. Che magari non cambieranno il mondo ma senz’altro hanno cambiato la propria vita. Senza distruggere quella degli altri.
Un insegnamento per chi, volendo cambiare il mondo, finisce per rovinare la vita a chi in quel mondo ci stava giusto per caso.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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