Marco Mascellani. L’enologo delle permutazioni
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È il numero delle combinazioni possibili per realizzare il fatidico sei al Superenalotto. Portarsi a casa il montepremi è, sempre, una questione di mera fortuna. Pensare solo di creare un sistema per la certezza di vincere, è impossibile. Non fosse altro perché sarebbe troppo oneroso.
Seicentoventiduemilioni di possibili combinazioni. 90 numeri su 11 ruote.Un numero esorbitante.
Se avessimo la capacità di usare i 545 vitigni censiti in Italia per creare blend con 2, 3, 4 varietà, si potrebbero realizzare 390.545.692 diverse combinazioni. Ovvero diversi vini. Quando si parla di “combinazioni” è bene precisare che l’ordine con il quale gli elementi vengono posizionati non è rilevante. Sarebbe come dire vinifichiamo prima un Cabernet, poi un Pinot, poi un Merlot e infine un Sangiovese oppure scegliamo una diversa sequenza, senza che il risultato cambi. Visto che questa affermazione potrebbe essere tranquillamente considerata una eresia, occorre parlare di “permutazioni”: il numero di elementi possibili salirebbe alla astronomica cifra di 87 miliardi. Immaginando poi uno stesso vitigno coltivato in diverse zone (un Grillo coltivato in Sicilia miscelato con uno coltivato in Puglia) sarebbe come aggiungerne altri vitigni ai 575 censiti in Italia con la conseguenza di aumentare il numero di possibili blend.
Infinite possibilità insomma. Il mondo del vino offre infinite possibilità.
Teoria certo. Follia anche. Impossibile direbbero in molti. Che senso avrebbe? Tutta la narrazione dei terroir andrebbe a farsi benedire in un nanosecondo. Tutto il pathos del territorio e delle aziende che lo rappresentano, finirebbe all’istante.
Eppure, riflettiamo. Pensiamo alle possibilità che 575 vitigni offrono. Cosa si genererebbe assemblando uve di Cabernet Sauvignon e Malvasia? Quali precursori si attivano? Cosa si genererebbe invece assemblando mosti o vini?
Una nuova frontiera per alcuni. Una eresia per altri.
Nascerebbero vini Frankestein oppure grandi vini?
I blend ci sono dagli albori del vino anche se è solo nell’800 che si sviluppano come tecnica enologica vera e propria volta a creare nuovi vini, stabilizzarne altri, correggerne altri ancora. Già, perché, senza fare i puristi, spesso si assiste all’utilizzo del blend per correggere difetti o portare le caratteristiche del prodotto al livello voluto.
Dove voglio arrivare? Semplice: miscelare con sapienza e conoscenza vini, mosti e uve può essere una vera grande opportunità per il mondo del vino. Unico vero problema (con tutto ciò che ne conseguirebbe) sarebbe il vedere camion refrigerati andare su e giù per la penisola carichi di uve, mosto o vino (quest’ultimo già accade…). Un pò come capita ora per le acque minerali: in Italia ci sono 140 stabilimenti di produzione per un totale di 256 differenti marchi e circa l’80% è trasportato su gomma ovvero non si consuma nella regione di produzione…
Marco Mascellani è un giovane enologo romano nato e vissuto per gran parte della sua giovinezza a Ostia (che è un quartiere di Roma non un comune a parte.. anche se nel tempo ci si è provato a farlo visto che conta più 90.000 abitanti e dista da Roma 29 km…).
La prima vigna la vedo a 17 anni quando con la famiglia ci trasferiamo in Umbria. Non avevo minimamente idea che sarei finito a fare vino. I miei aprirono un ristorante ad Orvieto e da li iniziai nel mondo enogastronomico.
Ostia è una realtà difficile a Roma, ma se sei un ragazzo stai bene dovunque. In estate poi, quando Ostia si trasforma nel Paese dei Balocchi, cosa vuoi di più dalla vita. Un trasferimento a 17 anni non può che essere traumatico. Ostia prima, Orvieto poi. Dura, davvero dura. Ma tocca dare una mano al ristorante. C’è poco da stare arrabbiati.
La passione per l’enologia nasce per caso. Inizio infatti il corso da sommelier per aumentare le conoscenze nel mondo del vino per un maggiore supporto al ristorante. Mi piaceva stare in sala.
Alle volte la propria vocazione, la strada verso il futuro, è la vita che te la serve. Magari fosse in un calice di vino. A Marco succede e, oltre a berlo, ha bisogno di capire cosa ci sia realmente in quel bicchiere. Un colpo di fulmine che lo teletrasporta a Perugia a studiare enologia (magari pure per riprendersi un pò di vita).
Il bicchiere di vino che ti offre la vita, devi riempirlo. Altrimenti quando finisce, è finita proprio.
Il Marco che ho conosciuto è persona determinata. Schematica. Metodica. Precisa. Ma anche un sognatore dinamico. Di quelli che non possono stare fermi per la voglia di imparare e fare. Di mettersi in gioco e non tirarsi mai indietro.
A pochi km da casa dei miei genitori stavano costruendo l’azienda Falesco. Di famiglia Cotarella. A Montecchio insomma. Si parlava tanto di Cotarella in quel territorio. Re indiscusso di quella zona. Fu la prima porta cui andai a bussare per fare il tirocinio. Parlai direttamente con Pier Paolo Chiasso che era il direttore generale. Andai li con il curriculum. Lui (Cotarella) insegnava a Viterbo.
Poi andai a Montefalco nell’azienda Terre della Custodia che aveva avviato da poco il processo della vinificazione. Serviva un consulente interno e io ero molto giovane. 22 anni. Mi mandò li a fare esperienza.
22 anni. L’indole di chi ha voglia di spaccare il mondo. Ma con calma. Solo quando si sarebbe sentito pronto intendendo per questo l’aver maturato le competenze necessarie.
Iniziai a scalpitare e sempre con lui ho avuto l’opportunità a 26 anni di essere catapultato in Puglia. Prese la consulenza da Leone de Castris e mi chiese se ne volevo diventare l’enologo responsabile. Per me fu una bellissima sfida. La accettai pensando di andare a farmi una esperienza lavorativa nel Salento per qualche anno. Invece poi ci sono rimasto. Abbastanza felicemente.
10 anni li in azienda. Un percorso che consente a Marco di capire che se voleva dar sfogo a tutta la sua voglia di fare occorreva intraprendere un altro percorso. Un percorso al quale aveva già pensato ai tempi della Facoltà a Perugia ma senza esperienza non si poteva proprio fare
Volevo fare il consulente. Perché ti permette di avere una esperienza incredibilmente maggiore rispetto a lavorare nella stessa aziende con le stesse uve, gli stessi vigneti. Quando ho iniziato il percorso di studi era quello che volevo fare.
Chi sa fa. Chi non sa, insegna. Non so se sia un vecchio adagio o un modo di dire che mi è entrato nel cervello da lungo tempo. Però mi è venuto in mente mentre parlavo con Marco.
Nella mia vita professionale ho avuto a che fare con tanti consulenti. Alcuni bravi ed illuminati, altri meno. Ho sempre apprezzato poco i teorici, quelli che ti dicevano le cose per come si imparano ai corsi di management o di marketing perché poi, calate nella realtà, trovavano poco spazio. Un pò di più lo trovavano le loro parcelle.
Marco è pacato. Possa le parole che comunque emergono spontanee. Semplice nelle espressioni. Determinato ma sempre con posatezza. Direi gentilezza che il tono della sua voce, ancora con forte influsso romano, mostra.
È una persona che programma. Che sa a aspettare. Senza essere impulsivo. Ha programmato anche l’essere un consulente enologico. Il tempo giusto. I modi giusti.
Quando ci si interfaccia con i produttori è sempre bene sapere come funzionano le cose. Nel 2018 mi sono dimesso da Leone de Castris iniziando la libera professione. Con con Cotarella i rapporti siano ottimi tanto che conservo ancora un paio di consulenze in Puglia.
Si fa presto ad essere stregati dal Salento e dalla Puglia. Non è solo sole e spiagge. Il Salento è il cuore pulsante della Puglia. Un tamburellante ritmo vitale che la Taranta rappresenta. La gioia di vivere che si incunea nei corpi delle persone abituate qui, da sempre, a lavorare la terra. Gli olivi, le masserie, le vigne. Ogni pietra sa di sale e sole. Sa di mare e di vento. Lu sule, lu mare, lu ientu.
Marco vive a Lecce con la moglie e i due figli. In Puglia ha il grosso delle sue consulenze.
Salento, Valle di Itria, Gioia del Colle, Nero di Troia. La percorro tutta. Lavoro in Abruzzo, Sicilia e Toscana. Faccio venti vendemmie in una. Cosi ho una visione più ampia.
Attitudine personale. Ci sono enologi che hanno impiegato la loro vita in maniera splendida facendo crescere la cantina e il territorio. Persone che si sono dedicate anima e corpo ad un produttore, ad un territorio, ad alcuni vitigni. Con forza e dedizione, con costanza e caparbietà.
Per come sono fatto io ho fame di nuove cose. Le alternative erano due: cambiare una azienda ogni tre anni ma difficile per la famiglia o fare il consulente. Se hai voglia di conoscere nuovi territori, nuovi produttori che se ne escono con delle idee per le quali tu dici “non ci avevo mai pensato” o per le quali sei costretto a dire che non si può fare. Questo ti da una linfa variegata. Io sento questa necessità.
Marco non solo vive l’azienda ma la vive, grazia al suo pragmatismo, per la parte che realmente gli interessa: quella enologica.
Per uno dinamico e bonariamente irrequieto, il lavoro in cantina non poteva essere propriamente per lui. Quando si sta in cantina come enologo, è impossibile fare solo quello. In cantina si fa di tutto ed è giusto sia così altrimenti non ci si starebbe con i costi. Il consulente gli consente invece di dedicare tutta la sua attenzione e determinazione nel modo che ama.
Potendo scegliere, scelgo di occuparmi quasi esclusivamente della parte tecnica. Fisicamente faccio sempre il giro dei vigneti, assaggio delle vasche per vedere delle criticità. Si possono fare dei lavori in cantina laddove non sono mai stati svolti. Si formano i cantinieri per materiali o pratiche mai arrivati in cantina. Io sono uno strumento pensante nelle loro mani.
I vini sono delle aziende. Le aziende rimangono gli enologi passano. Se ad un vino viene associato il mio nome, ne sono contento ma il vino non deve essere mio. Deve rimanere dell’azienda. È proprio questo il lavoro.
Ecco Marco. Non una prima donna, non un comprimario. Forse un ghostwriter. Un suggeritore di battute. Avete presente a teatro quella buca posta proprio al centro del palcoscenico? Li dentro c’è il suggeritore. Un personaggio fondamentale per gli attori che vedono in lui l’amico, l’ancora di salvataggio per i momenti, che ci saranno, di totale appannamento. Lui è la sicurezza per il semplice fatto che c’è.
Il suggeritore può decretare il successo o l’insuccesso di uno spettacolo. È il regista occulto. Colui che può tranquillamente cambiare le sorti della serata.
Ricordo un bellissimo episodio del film Una estate al mare di Carlo Vanzina (2008) nel quale il grandissimo Gigi Proietti, grande anche come doppiatore (sapevate che è lui che doppia Sylvester Stallone in Rocky e grazie a lui abbiamo quel meraviglioso Adrianaaaaa?) interpreta il conte Duval che, smemorato, deve ricorrere al suggeritore per recitare nella commedia La signora delle Camelie. Lo trovate a questo link. Quando smetterete di ridere (ci vorrà un po’ di tempo, tornate a leggere l’articolo!
Ho dei vini modello in testa come stile. Che rispecchiano la contemporaneità. Più verticali, dinamici, non opulenti. Vini che possono saper supportare l’invecchiamento ed evolversi in maniera migliorativa senza essere vinoni che stancano.
Marco ha le idee chiare in fatto di vini. Le tira fuori quando servono e quando qualcuno gli chiede di fare qualcosa per lui.
Da quando ho cominciato il percorso del consulente, delle venti aziende che collaboro, più della metà sono nuovi progetti. Nati con me. Mi hanno detto: ho la vigna, ho venduto l’uva fino all’altro ieri e adesso voglio fare vino. Non sono stati tanti i vini che mi sono trovato già fatto. Da una parte mi fa piacere dall’altra non mi ha permesso di entrare in una azienda con un background produttivo serio.
Il sogno di molti enologi o almeno di quelli che amano mettersi in gioco. Occorre stare spalla a spalla con il produttore. Non tirarsi indietro rispetto alle decisioni. Saper dire dei no.
È difficile anche mettere mano a vini già consolidati. Marco è riuscito anche in questo.
Con Vallone per il Graticciaia, è uno di quei vini sui quali abbiamo fatto un lavoro di make-up spogliandolo rispetto allo stile opulento ed ossidativo. Su quel vino, gradualmente, abbiamo sempre di più tirato fuori il frutto, abbassando il residuo zuccherino nonostante sia un vino da uve appassite. Facciamo svolgere quasi completamente la fermentazione alcolica mentre prima era un vino molto molto morbido con uno stile ossidativo. Un vino che ha una storia abbastanza importante per la Puglia (più di trenta vendemmie). Ho fatto proprio una analisi scientifica attraverso lo storico delle etichette. Una super verticale delle trentadue andata di Graticciaia. Lo stile di trenta anni fa va interpretato. I primi Graticciaia erano secchi. Poi negli anni 90 sono aumentati i residui zuccherini, poi sono discesi. Adesso sono scesi ancora. Ecco questo è un tipo di vino dove, d’accordo con le proprietà abbiamo lavorato di fino. Smussando gli angoli. Rendendolo più bevibile e più verticale.
Poi i nuovi vini e le nuove aziende.
Un’azienda salentina che imbottigliava ma era poco considerata è Marulli. Piccolina perché fa 70mila bottiglie. Cresciuta tanto in termini di visibilità e percezione del mercato. Era considerata una azienda fai da te. I risultati sono arrivati. Abbiamo creato un vino da Negramaro e Montepulciano, Malassiso. Non esisteva e ci sta portando grandi soddisfazioni.
Ho iniziato a lavorare con la cantina Curtomartino di Gioia del Colle, un territorio magico dove abbiamo lavorato per la doc con il bianco, il rosato che non fa nessuno, il Primitivo, l’Aleatico passito. Siamo usciti adesso con i primi due vini. Poi la riserva 2022. sono convinto che mi darà soddisfazioni.
Sull’Etna ho creato un vino da un vigneto di un ettaro che si trova a 1000 metri sul versante sud ad Adrano. Dove ha investito anche Gaja. 5000 bottiglie di uvaggio diverso a piede franco. C’è del Nerello Mascalese, Greanche, Pinot Nero. Materia, struttura, eleganza e sinuosità
Quando poi gli chiedo circa la sua filosofia in cantina mi da una risposta che mi fa letteralmente scoppiare a ridere.

Sono democristiano. Sto nel mezzo. Il mondo non è bianco e nero. L’essere estremisti non porta mai a decisioni sagge. Sulle fermentazioni spontanee se il territorio ti consente di avere delle uve con parametri analitici corretti e la cantina ha livelli di pulizia adeguati, si può fare. Nei territori dove lavoro non c’è questa possibilità. Nel centro sud Italia è tutto più difficile. L’utilizzo dei lieviti è secondario. Ne sono convinto. Sono importanti perché ti danno una garanzia fermentativa e sono uno strumento che hai a disposizione per guidare da un punto di vista micro biologico la fermentazione alcolica essendo sicuri che lo zucchero si trasforma. Hanno un impatto aromatico ma fino ad un certo punto. Da un Trebbiano non uscirà mai un Sauvignon. Dove posso utilizzo lieviti che valorizzano la varietà dell’uva. Sulle varietà a carattere tiolico, cerco di utilizzare lieviti che lavorano sui precursori aromatici dei tioli. Se si utilizzassero lieviti indigeni con ph 3.30 e ph 6.5 c’è il rischio di penalizzare le potenzialità dell’uva e del territorio. Al tempo stesso cerco di non conciarlo il vino. Senza che abbia difetti. Ci sono tanti modi per proteggere il vino ma questo valorizza il territorio se non ha difetti altrimenti lo si rende uguali.
Ecco, una risposta del genere fa capire quanto Marco abbia testa sulle spalle. Il suo essere “democristiano” lo porta a scegliere il meglio per i propri clienti. Senza estremismi e senza pensare che le cose si debbano o si possano fare solo in un modo. Alle volte si demonizza l’utilizzo dei lieviti selezionati ma è un modo poco intelligente di guardare alle cose. Specialmente quando non sono le proprie. I lieviti indigeni, quando ci sono, quando le condizioni di vigna e di cantina lo consentono, sono una ottima soluzione perché è segno che li si può fare. Non sempre però ci sono proprio le condizioni e in questo caso, occorre agire diversamente. Agire.
Siete riusciti ad inquadrare bene Marco e la sua esperienza? Perché solo così si può capire perché abbia deciso di intraprendere una propria avventura che da consulente per i produttori lo fa diventare proprio produttore.
Era un pò che ci pensavo. Poco prima della passata vendemmia mi si è accesa la lampadina e mi sono detto: voglio provare a farlo. Più per gioco. Ho la necessità di trovare una zona franca. Sono molto schematico nel mio lavoro. Ho tutti file excel. Abbastanza scientifico. Il lavoro deve essere il più sistematico possibile e avevo bisogno di una zona franca. Selvaggia.
Mi trovavo a fare tagli finali in cantina e pensavo a come ci sarebbe stato bene un ulteriore uvaggio. Complessità. Dobbiamo sempre valorizzare il territorio e i vitigni che coltivano ma avere la possibilità di avere qualcosa che sia estetica e basta, edonostica, organolettica, togliendo dalla testa il territorio ma seguendo l’istinto. Mi piaceva l’idea di cambiare ogni anno in funzione dell’annata. Quest’anno magari un bianco, il prossimo un rosso…
Ora però non è ancora il momento di continuare. Le luci si spengono come nella canzone di un pugliese doc, Domenico Modugno, L’uomo in frack
Lasciamo che passi la notte e aspettiamo l’aurora per svelare il progetto di Marco. Un indizio, nel prologo di questo articolo, così come nel titolo, già c’è.
Tra un paio di settimane, il nuovo articolo. Anzi, la prima permutazione.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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