Marco Muscari Tomajoli. La scintilla e la brace
17 Apr 2026
Suggestioni di Vino

Marco Muscari Tomajoli. La scintilla e la brace

 

Tarquinia è il luogo dove gli Etruschi seppellivano i loro re con anfore di vino, dove la terra conserva ancora il profumo del bosco che era. E dove un padre, tornato dalla Marina e da Parigi con la testa piena di vino, piantò due ettari di vigna come ultimo gesto di vita libera. Quella vigna è ancora lì. Adesso però la cura il figlio.

Esiste una parola giapponese, shou sugi ban, che indica l’antica tecnica di bruciare il legno per preservarlo. La fiamma lo indurisce, lo protegge dagli agenti atmosferici, lo rende capace di durare secoli. Ciò che sembrerebbe distruggerlo, lo rende eterno. Pensavo a questo mentre Marco Muscari Tomajoli mi raccontava di suo padre. Di quella scintilla che brucia veloce, che consuma l’ossigeno intorno e poi si spegne. E del figlio, che di quella fiamma ha fatto brace. Brace che non ha fretta, che non illumina ma scalda, che dura.

Il vino, se ci pensate bene, è sempre questa storia qui. È sempre la storia di una fiamma e di qualcuno che la porta avanti.

Tarquinia è una di quelle città che il turismo di massa ha inspiegabilmente dimenticato. Forse perché è troppo vicina a Roma per sentirsi esotica, troppo lontana per essere comoda. Eppure lì, nella necropoli etrusca, ci sono affreschi del V secolo avanti Cristo dove la gente banchetta, danza, beve. Dove i morti vengono sepolti con tutto quello che amavano in vita. Il vino era tra queste cose. Lo era sempre stato. Ancora oggi si trovano reperti. Ancora oggi i tombaroli saccheggiano e portano via pezzi di vita (e di morte) perché qualcuno ama esporli nel proprio salotto.

Su questa stessa terra, su un fazzoletto di quattro ettari che appartiene alla famiglia da prima della seconda guerra mondiale quando il bisnonno la acquistò dal comune che distribuiva terre ai reduci del primo conflitto, in enfiteusi, come si usava allora, Marco produce circa settemila bottiglie all’anno. Sette mila. Non mi trattengo dal ripeterglielo ad alta voce. Così che Marco sorride con quella pazienza leggermente rassegnata di chi ha già fatto i conti molte volte.

È una dimensione complicata. Troppo piccola per essere grande, troppo grande per essere un passatempo.

Una storia di mare e di terra

Il padre di Marco, Sergio, era ufficiale della Marina Militare. Una vita intera. Prima imbarcato, poi a Roma, poi a Parigi per una missione interforze europea. Parigi, una città che notoriamente non è il posto peggiore del mondo per innamorarsi del vino. Al suo ritorno, nel 2007, con la pensione, come accade a quasi tutti gli uomini che si ritrovano improvvisamente liberi dopo decenni di disciplina, la ricerca di qualcosa di vivo a cui dedicarsi.

Si piantò la sua vigna.

Non su un terreno qualunque. Su un terreno di famiglia, quello che la madre di Marco aveva ereditato, quello dove c’era il casale di pietra, quello dove il nonno teneva i cavalli e gli animali. Un terreno che fino agli anni ‘20 era bosco fitto e che per tanti anni, dopo la morte del nonno nel 2000, era rimasto in quella specie di abbandono malinconico che prendono le cose quando non c’è più nessuno a guardarle.

Quando abbiamo piantato nel 2007 era un terreno vergine dal punto di vista agricolo. Non c’erano mai state vigne. Dietro di noi, ancora oggi, uno dei pochi boschi intatti della zona.

C’è qualcosa di potente nell’idea di piantare una vigna su un terreno vergine. Non è come subentrare a una tradizione. È cominciare. È dire: da qui, da questo punto, parte una storia nuova.

Marco aveva vent’anni.

Il ragazzo che tornava il fine settimana

Mentre suo padre curava le prime barbatelle, Marco era a Perugia a studiare economia. Tornava il fine settimana, guardava i lavori di ristrutturazione del casale, seguiva la vigna con quella curiosità a distanza che si ha quando si è giovani e si ha ancora l’impressione che il tempo sia infinito. A ventitré anni, quasi per caso, Marco si iscrive ad un corso da sommelier. Proprio per caso o forse per capire di cosa stesse realmente parlando suo padre quando entusiasticamente raccontava di Montepulciano e Vermentino.

Mi ha aperto una chiave. Ho iniziato a capire qualcosina.

Qualcosina. Detto con quella modestia asciutta che è la firma delle persone che poi vanno lontano.

Marco Muscari Tomajoli. La scintilla e la brace

La prima vendemmia ufficiale è del 2011. Anche se sul mercato ci sono arrivati solo nel 2014, dopo anni di sperimentazioni, di prove, di errori, di quel lavoro silenzioso che non fa notizia ma costruisce tutto. 

Sempre nello stesso anno, Marco inizia a prendere le redini dell’azienda in modo sempre più diretto. Non perché qualcuno glielo avesse chiesto. Aveva capito che l’azienda aveva bisogno di qualcuno che ci mettesse mano con continuità, che il giocattolo, come lo chiamavano ancora, un po’ per scaramanzia, un po’ perché erano in due dimensioni troppo diverse, rischiava di costare tutto senza dare niente. 

Soprattutto perché papà Sergio nel 2014 iniziata a stare male. Un destino. Quel destino che spezza le speranze, le ambizioni, i pensieri di chi ha speso una vita lavorando e vorrebbe godersi la libertà con le persone care. 

Due anni dopo, Raffaele muore.

La scintilla e la brace

C’è un momento nell’intervista in cui Marco si ferma un secondo. Lo sento nella voce, in quella pausa microscopica prima di rispondere. Accade quando gli chiedo cosa avrebbe pensato suo padre di questi vini.

Avevamo caratteri completamente diversi. C’era una stima e un rispetto profondissimo, però in questi anni di azienda, con visioni così diverse, è stato praticamente un litigio continuo. Lui era la scintilla che io non sarei mai potuto essere. Dopo la scintilla serve sempre qualcuno più posato che porta le cose avanti. Lui sicuramente avrebbe detto qualcosa, ma dopo un po’, secondo me, si sarebbe stufato. Avrebbe cercato un altro stimolo. Era proprio il suo carattere.

Sono rimasto qualche secondo su questa immagine. Un padre che pianta una vigna come atto di libertà, come ultima avventura. Un figlio che la raccoglie e la trasforma in qualcosa di serio, di lento, di solido. Due modi di amare la stessa cosa.

Il mondo del vino ha bisogno di entrambi, di scintille e di braci. Le scintille aprono strade, fanno nascere idee, rompono le abitudini. Le braci le percorrono. Il problema è che spesso parlano lingue diverse e si fanno del male, finché la storia non li mette nella giusta prospettiva.

Quattro vini, una filosofia

Quando Marco prende in mano l’azienda, fa una cosa che suo padre probabilmente non avrebbe approvato: abbandona l’idea dei blend. Niente più Montepulciano con un po’ di Barbera per il colore, niente più tagli per correggere o arrotondare. Monovitigno, sempre. Perché il monovitigno è come una fotografia senza filtri: non puoi nasconderti dietro ad altro.

Amo molto i monovitigni. Personalmente è l’espressione pura del vitigno e del territorio. Esco ufficialmente sempre con linee monovarietali.

Marco Muscari Tomajoli. La scintilla e la brace

Velca. Il Rosato

Il Velca si presenta nel calice con un colore che non appartiene al vocabolario ordinario dei rosati: è ambrato, caldo, sospeso tra il buccia di cipolla e l’arancio che tramonta sul Tirreno. Un colore che ricorda, non per caso, gli affreschi della Tomba dell’Orco. Quegli stessi toni del crepuscolo da cui Guido Sileoni ha tratto l’etichetta, ritraendo Velia Spurinna, la fanciulla Velca, con la grazia immobile di chi appartiene già alla leggenda.

Al naso è un vino che arriva con delicatezza, quasi con pudore. Eppure sa esattamente dove vuole andare. La pesca e l’albicocca si aprono per prime, morbide e solari, seguite da una traccia minerale che affiora come pietra bagnata dopo la pioggia. Poi la violetta, la rosa, il lampone selvatico. Note che non si sovrappongono, ma si avvicendano con l’ordine gentile di chi conosce il ritmo. La mela annurca, pastosa e granulosa, porta una concretezza quasi campagnola, subito temperata da scorza d’arancia e da pistilli di zafferano che lasciano presagire la sapidità. Salvia e mentuccia completano il bouquet con un velo di agrume fresco. È un insieme di fine complessità. Incantevole. Senza strafare. Come si conviene a chi ha classe vera.

In bocca quella promessa di sapidità si realizza con piena convinzione. La pesca torna accesa ma sempre tenue, l’agrume si fa più diretto. Tra pesca e albicocca si instaura un dialogo alternato che tiene il palato in una curiosità piacevole. Persistente il giusto. Velca non precipita verticale. Sceglie un equilibrio laterale, disteso, che si amalgama senza fretta. Poi, quasi per sorpresa, il mandarino. Si nasconde per tutto il tempo dietro l’arancia per riapparire in fondo, come una firma discreta. Eleganza, appunto. Non dichiarata, ma vissuta.

Montepulciano in purezza, vinificato in bianco con criomacerazione breve. Matura in acciaio sulle fecce fini, poi affina in bottiglia. Una tiratura limitata per un vino che sa di mare, di tufo e di storia millenaria.

Àita 2022. Il canto che non puoi ignorare

C’è un nome che gli Etruschi diedero alla divinità degli inferi: Àita. Barbuto, avvolto in una pelle di lupo, impetuoso e oscuro come le pareti dipinte della Tomba dell’Orco di Tarquinia. Ed è da quelle pareti, da quei pigmenti che hanno attraversato ventisei secoli senza perdere un grammo di intensità, che, sempre Guido Sileoni ha tratto l’etichetta di Àita. Non è un caso. Non lo è mai, con Marco Muscari Tomajoli.

533 bottiglie. L’annata 2022, la quarta di questo Montepulciano in purezza, esce in numeri che sembrano proteggere un segreto. Fermentazione spontanea, diciotto mesi in barrique di rovere francese di Tronçais, ventuno in bottiglia. Il tempo come scultore.

Il colore è un abisso che non spaventa. Denso, scuro, impenetrabile, sinuoso come un liquido che conosce la propria forza e non ha bisogno di esibirla. È già tutto lì. Già nel bicchiere che si osserva contro luce. Quella densità che preannuncia qualcosa di irrevocabile. È tutto li.

Al naso, Àita non lascia scampo. Non nel senso della prepotenza, ma nel senso del richiamo. Quel richiamo che Omero attribuiva alle Sirene e che non era una minaccia bensì una promessa. More, mirtilli, ribes neri: una frutta che non è dolcezza ma vitalità, freschezza quasi sorprendente per un vino di questa concentrazione. Poi il sottobosco bagnato, un balsamico che percorre il calice come aria dopo la pioggia. Il chiodo di garofano si fa insistente, il pepe lo accompagna e, sotto a tutto, una traccia ematica ricorda che il vino, in fondo, è sangue della terra. La ciliegia emerge poi con grazia, si intreccia all’arancia, alla prugna, si avvolge nelle spezie in un rincorrersi che alla fine approda, inevitabilmente, alla cioccolata fondente, al Mon Chéri, a qualcosa che è goloso senza essere volgare.

Si rimane fermi davanti al bicchiere più a lungo del previsto. Non per incertezza, per resistenza. Perché quel canto è reale.

Il sorso entra con tannini precisi, determinati. È il tipo di fermezza che non opprime, stabilisce le regole. Poi cedono e cedendo lasciano spazio a una freschezza che ridisegna la bocca. La ciliegia marasca prende possesso del palato con la sua lieve amarezza e quel tocco impercettibile che è la firma di Àita. Il dettaglio che separa l’eleganza dall’opulenza. Àita non è opulento. È dotato di quella eleganza che somiglia alla sicurezza con cui una scultura occupa lo spazio senza chiedere permesso.

La persistenza è lunga, misurata, onorata. Il finale, con quell’amarognolo che arriva inatteso, che costringe a tornare al bicchiere, è il momento in cui si capisce davvero cosa significa fare vino in questo angolo di Etruria affacciato sul Tirreno.

Un vero canto di sirena, un vero richiamo degli inferi. Proprio come il nome vuole.

Àita è l’unica etichetta senza il nome sul fronte. Solo il disegno. Sono fatto così: rivoluzioni silenziose, piccole cose che magari qualcuno nota.

Il Sangue del Santo

Il nome di un vino è già un destino. Pantaleone, prima ancora di stapparlo, prima ancora che il vetro scuro lasci intravedere quella profondità color inchiostro, porta con sé il peso di una storia che affonda le radici nel martirio e nella misericordia.

Il nome viene da un’antica chiesa che esisteva un tempo in questa zona, dove si conservavano le reliquie di San Pantaleone.  Un santo medico, venerato come patrono dei medici e appartenente al gruppo degli anàrgiri, coloro che offrivano cure gratuitamente, senza chiedere alcun compenso.  Senza argento, letteralmente. Un uomo che curava per vocazione, non per mestiere. Una sorta di ricompensa al terreno e al territorio che Marco si è sentito di dare.

Petit Verdot in purezza. Un vitigno che in Bordeaux arriva sempre per ultimo, la riserva della riserva, il carattere che dà spessore agli altri senza mai prendere la scena. Qui invece è solo e quella solitudine lo trasforma. Nessun diserbo, nessun composto chimico, solo concime organico.

Nel bicchiere, il Pantaleone si presenta con quella gravità che certi rossi sanno avere: un rubino cupo e fitto che già dice molto sulla sua concentrazione e sul suo potenziale di invecchiamento.  Al naso, è un vino che non si sbottona subito: bisogna aspettarlo, lasciarlo respirare, come si aspetta qualcuno che ha molto da dire ma non ha fretta di dirlo. Poi arrivano le more, le visciole, un soffio di violetta. In bocca è pieno, strutturato, con quella vivacità acida che ti riporta al bicchiere sorso dopo sorso.  I tannini ci sono, li senti, arrivano, avvolgono. La fermentazione malolattica, lo rende più rotondo e armonico. Senza riuscire a domarlo del tutto. Chiede un po’ di tempo. Non nel senso banale dell’abbinamento o della temperatura di servizio. Chiede tempo interiore. Il tipo di silenzio che si fa prima di una cosa importante.

Alla fine del suo martirio, una voce dal cielo cambiò il nome di Pantaleone in Pantaleemone: colui che è misericordioso verso tutti.  

Un vino misericordioso, allora. Uno di quelli che non ti giudica, che accoglie qualunque momento tu gli porti davanti. Una serata difficile, una cena silenziosa, un’ora rubata a te stesso davanti al camino. Lo bevi e senti che la terra di Tarquinia, quella stessa terra che gli Etruschi conoscevano meglio di chiunque altro, ha ancora qualcosa da insegnarti sulla pazienza e sulla bellezza.​​​​​​​​​​​​​​​​

Nethun. Il vino impara il nome del mare

Nethun è la divinità etrusca delle acque, signore del mare prima che i Romani lo ribattezzassero Nettuno e i Greci Poseidone. Un nome che porta con sé millenni di vento salmastro, di civiltà sepolte e di onde che continuano, imperterrite, a fare il loro lavoro.

Sull’etichetta, firmata, come per tutti i vini dell’azienda, dall’artista tarquiniese Guido Sileoni,  quattro pesciolini. Tre blu, uno rosso.  Marco è sicuramente il pesce rosso che nuota controcorrente, dimostrando che il sole splende anche in Lazio e che queste terre hanno tutto il potenziale di quelle più celebrate a nord.  Un manifesto in miniatura, silenzioso e ironico.

Nel bicchiere il Nethun si presenta con una veste dorata dai riflessi verdolini, luminosa e consistente. Il naso è un paesaggio: ricordi intensi di salsedine e iodio aprono la strada, poi cenni di zafferano, toni tropicali gentili di mango e papaia, agrume di lime, erbe aromatiche, mandorla e un allungo finale di pietra focaia.  È il profilo di una costa che non ha ancora deciso se appartenere alla terra o al mare. Una indecisione che sa di grazia. Come quelle bambine che non sanno se farsi bagnare o meno dalle onde.

In bocca la tensione è quella giusta: una dialettica avvincente tra morbidezza, freschezza e guizzo minerale. Un balletto ritmico che ricorda quello delle onde sul bagnasciuga. Mai identico, mai casuale. Il sorso è generoso e pieno, incalzante nella freschezza e nella sapidità minerale, con un finale lungo e ritorni aromatici. 

Nethun sorprende già al primo sorso per la sua cristallina impronta varietale per poi continua a sorprendere con lo stesso ritmo con cui cambia la luce sul Tirreno nel corso di una giornata.

Il mare, diceva qualcuno, non è mai lo stesso due volte. Il Nethun, nel suo piccolo, ha la stessa abitudine.

Il prezzo della coerenza

Sette mila bottiglie all’anno. Lo riformulo: Marco produce meno bottiglie di quante ne produca in un solo giorno qualsiasi grande cantina italiana. Eppure fa di tutto da solo, con due dipendenti fissi in vigna dal 2024. Prima ce n’era uno solo e lui era anche in vigna. Per tutto. Poi la sera a rispondere alle mail e la notte a controllare le fermentazioni. Una vita che non augura a nessuno, dice, e lo dice senza compiacimento, con quella franchezza di chi ci è davvero stato dentro.

Ho molte difficoltà, perché la matematica è implacabile alla fine dell’anno. I guadagni sono pochi. Ma mi sono sempre battuto per concentrarmi su questo al cento per cento. Credo che non puoi fare una cosa bene se non gli dedichi tutto.

C’è una domanda che il mondo del vino artigianale non riesce ancora a rispondere bene: è sostenibile tutto questo? Non parlo solo di sostenibilità ambientale. Marco lavora in biologico, pur senza certificazione. Scelta consapevole su cui tornerà quando le dimensioni lo permetteranno. Appunto, quella che preme è la sostenibilità umana. Di vita. Di quanto si può chiedere ad un essere umano in nome della qualità e della coerenza.

Non ho una risposta. Marco forse nemmeno lui ce l’ha del tutto. Ma sa che la strada è quella giusta. Lo dice con quella calma ostinata di chi ha già deciso e non intende riaprire la questione.

I primi riconoscimenti sono iniziati ad arrivare dal 2016. Uno dei più belli ancora oggi è arrivato proprio quell’anno. Per ironia della sorte, nello stesso anno in cui è morto mio padre.

Aspettare

C’è un tema che torna continuamente nella conversazione con Marco, come un filo che ricuce i pezzi di tutto il resto: l’attesa. Il vino va aspettato. Le barbatelle vanno aspettate. I clienti giusti vanno aspettati. I riconoscimenti vanno aspettati. La vigna nuova, un ettaro e mezzo impiantato due anni fa per portare la produzione a diecimila-dodicimila bottiglie massimo, va aspettata.

In un mondo che premia la velocità come virtù cardinale, dove tutto viene valutato sulla base di quanto è stato scalato, di quanti follower ha, di quanto ha cresciuto anno su anno, Marco Muscari Tomajoli è un’anomalia tranquilla. Non ha fretta. Non perché non voglia crescere. Vuole crescere, eccome. Ma ha capito che la fretta produce cose che poi non reggono.

Mi fisso. Sono una persona che si fissa. A lamentarmi sarò sempre. Però nel mondo del vino, le persone che hanno la capacità e la voglia di aspettare vanno bene. Il vino va aspettato, in qualche modo.

Sua madre, insegnante di francese, è rimasta fuori dal progetto per sua stessa scelta. Fai tu, fai il tuo, gli ha detto nel momento più difficile, quello dopo la morte del padre, quello in cui Marco si è trovato ad andare in banca da solo a prendere un prestito personale con lei come garante. La cosa più bella che un genitore possa fare: non toglierti il peso. Aiutarti a portarlo.

Penso alla terra di Tarquinia. Agli affreschi etruschi dove la gente banchetta con calici in mano, dove il vino era già allora un modo per stare insieme, per celebrare, per non dimenticare. Penso al bosco intatto alle spalle del casale, che nessuno ha mai tagliato. Penso a quel bisnonno reduce di guerra che compra due ettari in enfiteusi, non sapendo che novant’anni dopo il suo pronipote li trasformerà in vino.

Penso alla scintilla e alla brace. A quanto siano diverse e quanto abbiano bisogno l’una dell’altra.

Àita, la divinità etrusca sull’etichetta senza nome, custodisce l’aldilà. Ma custodisce anche la memoria. Quella memoria che in un bicchiere di vino diventa qualcosa di bevibile, di concreto, di vivo.

È un progetto che sono felice di portare avanti. Immagino come un continuo, portare avanti una cosa che io da solo non sarei mai stato in grado di pensare.

Già, Marco. Già.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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