Marika Socci. Innamorarsi all’improvviso
Noi siamo quello che facciamo ripetutamente.
Se riflettiamo sulle nostre azioni ed in particolare sulle abitudini è facile comprendere come queste rappresentino il nostro essere. Molto più di tante parole.
Aristotele. Questa frase è del filosofo greco Aristotele che poi la concludeva dicendo
Perciò l’eccellenza non è un’azione ma un’abitudine.
Un atleta, se vuole eccellere, deve ripetere all’infinito i propri gesti quasi innestandoli nel proprio dna. Pensate alle ginnaste che volteggiano nel cielo per poi ricadere sulle punte in bilico su una trave larga solo 10 cm.
Un musicista, allo stesso modo, per poter suonare uno spartito deve conoscerlo nel profondo. Ogni nota, ogni pausa, ogni tempo, ogni tonalità. Se poi il proprio spartito è inserito tra tanti altri poiché parte di una orchestra non conta più solo la bravura individuale ma la capacità di inserirsi, con i giusti tempi, in un contesto di coralità.
Spesso mi trovo a guardare gli sciatori o i piloti di auto che mimano con le mani il percorso. Azioni che devono diventare abitudini perché riescano al meglio. Indipendentemente dall’eccellenza o meno. Rappresentano una prestazione, un momento, ancorché lungo, della vita.
Ci capita poi di compiere, giornalmente, azioni che sono così radicate nel nostro animo da rappresentare noi stessi. Verso gli altri, verso il nostro io. Se non le facessimo, non avremmo più una identità ne gli altri ci riconoscerebbero come tali.
Pensateci. Ognuno di noi ne ha. Anche chi crede di non averne.
E l’amore? Anche l’amore è una abitudine o nasce per una abitudine? Oppure irrompe nella nostra vita come un fiume in piena. Inaspettato e non calcolato.
Ognuno ha la sua storia ma, in ogni caso, vivere l’amore come una abitudine e non come una azione, da curare con il massimo delle nostre possibilità, è l’unica possibilità perché continui a bruciarci dentro come il primo giorno. O anche di più.

Io mi vedo sempre qui anche perché né discutevo un pò di tempo fa sempre con mio papà. È come se la mia persona fosse legata a ciò che io faccio. Senza la mia, la nostra azienda, non avrei più una identità. Chi è Marika senza l’azienda, senza il vino, senza l’uva? Chi sono? Vado fuori di testa. È un problema questo perché uno dovrebbe avere un’identità salda della propria persona, indipendentemente da quello che fa o no? La mia persona, la mia identità ce l’ho grazie a quello che faccio. E quindi, se qualcuno mi levasse quello che faccio, non so dove vado a finire. Non lo so, ci devo riflettere. Io mi vedo qui a fare il vino, ad accogliere le persone, a raccontare i miei vini. Non mi vedo più grande di quella che sono. Non ho in testa di ingrandirmi. Io mi vedo come quella che sono adesso, solo che più vecchia. Più…più….più matura.
Marika Socci è una splendida donna, mamma, moglie, figlia, vignaiola di Castelpiano, a poco meno di 50km da Ancona.
Chiacchieriamo tanto insieme. Un colloquio appassionante, intimo, a volte interiore. Siamo accomunati anche dal grande amore per le rispettive figlie che, caso del destino, si chiamano entrambe Azzurra.
Marika è una donna che emana energia positiva in ogni sua espressione. È come se nella sua vita ci fosse un prima e un dopo senza che vi sia realmente un prima e un dopo. È solo che la terra si è prepotentemente insinuata nella sua vita trascinandola così nel profondo fino a capire quali (e dove) fossero realmente le radici del suo essere. Dinamica e determinata prima; tenera e sognatrice dopo. Anzi no. Dinamica e determinata prima; dinamica, determinata, tenera e sognatrice dopo. Marika è riuscita a portarsi dietro il prima nel dopo. Cosa rara.
Il prima è fatto di spensieratezza e di voglia di vivere in quel di Ancona dove viveva con la famiglia. La ginnastica ritmica, le gare, la voglia di vita.
Fino praticamente ai 18 anni sono stata ginnasta. Ho sempre fatto attività agonistica nel mondo della ginnastica ritmica. Mamma mi iscrisse a ginnastica artistica nella società nella quale ancora oggi lavoro. Venni pescata dal settore artistico e portata dentro la ritmica: non mi sono più mossa. Dopo sono diventata insegnante, non facendo però l’ISEF. Tutto il percorso CONI. L’azienda mi impegna molto. Molta fatica fisica. Ma non la mollo.
Che non molli datelo per certo. Marika è una energetica e positiva macchina da guerra. Il suo lavoro da vignaiola affiancando il padre lo ha iniziato dopo che il suo datore di lavoro decise che poteva lavorare solo a nero.
Dissi a papà: adesso io porto i curriculum da tutte le parti e finché non mi chiamano, vengo a lavorare per te. Papà disse: sì, sì, vieni vieni. E da lì mi sono innamorata di tutto quello che lui faceva che poi era tutto quello da cui io ero sempre scappata. Adesso so diventata peggio di lui, perché veramente una volta proprio io e mia sorella non potevamo vedere questa casa in campagna. Diceva mamma mia: speriamo che vende non se ne può. Mi sono pure trasferita qui. Sono diventata mamma incoscientemente. Non pensavo mai di diventare mamma. Forse non mi sentivo all’altezza. Facevo due lavori in palestra e in azienda.
Parla con la sua inflessione marchigiana che la rende ancora più vera. Se mai ce ne fosse bisogno. Una energia che parte da una sorta di ritorno ancestrale alla terra.
Come in quasi tutte le generazioni attuali, la terra arriva dai nonni. Umberto e Concetta in questo caso che sì, sono di origini contadine e sì, lavorano la terra non loro ma decidono di spostarsi ad Ancona per cercare fortuna. Che a quei tempi voleva semplicemente dire stare bene e assicurare ai figli un futuro migliore del loro. Non certo guadagnare tanto o cambiare totalmente vita. Quello era per pochi.
Alla pensione però nonno Umberto è alla campagna che vuole ritornare. Una sorta di amore primordiale che ne si scorda ne si dimentica. È il 1973 quando insieme al figlio Pierluigi impianta un vigneto a Monte Deserto, una collina in quel di Castelpiano.
Ci ritroviamo un piccolo appezzamento di terra al centro dell’area classica di produzione del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Quindi ci sono proprio tutte le condizioni, partendo dal sottosuolo e da ciò che gli sta intorno per dare la possibilità alle uve di essere di qualità. E poi trasmetterla ai vini.
Analisi delle esposizioni? Del sottosuolo? Impianti? Nulla di tutto ciò. Il vigneto era per produrre un pò di uva e venderla alle cantine sociali. Quel tanto che bastava per divertirsi e magari arrotondare un pò la pensione.
Il vigneto era tenuto come un giardino, perché poi figurati, tre ettari. Fa questo impianto con il figlio, pensa quanto ci teneva. Qui il vigneto si doveva tenere bene altrimenti la gente sparlava.
Tutto impiantato a Verdicchio ovviamente. Siamo nelle Marche ed qui che il Verdicchio trova espressioni incredibili. Il disciplinare della DOC nacque solo nel 1968 per tutelare quel vino bianco delle Marche famoso in tutto il mondo anche grazie all’anfora di Fazi Battaglia progettata nel 1953 dall’architetto Antonio Maiocchi (Sinuosa come Sofia Loren avevano detto negli USA).
Con il nonno non si sono mai ingranditi e non l’hanno mai fatto veramente come un qualcosa di commerciale. Era qualcosa che che teneva unita una famiglia mantenendo iI legame con il territorio che comunque sia mio papà che mio nonno avevano forte. Facevano il vino di casa usando anche dei filari di Malvasia di Candia. Perché una volta il vino Verdicchio era molto duro. Lo ammorbidivi con qualcosa di diverso.
Poi arrivano gli anni 80 segnati dallo scandalo del metanolo e dalla guerra commerciale con la Francia. Il vino italiano smette di avere appeal all’estero tanto che conferirlo diventa sempre più complicato.
Battaglia ci dice a un certo punto: non è detto che le vostre uve ci servano o non è detto che ci servano come l’anno scorso e gli anni prima. Quindi state attenti, vedete un pò come fare. È da lì ché nascono, siamo nei primi anni 80, tanti piccoli produttori marchigiani.
Quando oggi i grandi produttori si lamentano della miriade di aziende piccole, a conduzione familiare, con pochi ettari e che comunque rappresentano il vero patrimonio della viticoltura italiana, dovrebbero solo ricordarsi di quando compravano tutta l’uva per poi, improvvisamente, smettere. Cosa si aspettavano facessero tutti quei contadini che avevano investito soldi e sudori nelle vigne a loro destinate?
Deserto è il primo vino che è stato messo in bottiglia. Tanto è il legame con il territorio che la maggior parte delle cantine a quel tempo chiamavano il vino con il cognome della famiglia. Non c’era idea di dare il nome ad un vino. Di solito si chiamava che ne so, Garofoli piuttosto che Moncaldo. Invece sia nonno che papà aveva deciso fin da subito di dare voce al territorio e il loro vino si è sempre chiamato Deserto già da quella volta. Socci era scritto piccolino piccolino sotto in basso e poi Deserto.
Associare la propria azienda e i propri prodotti al territorio è qualcosa di incredibilmente all’avanguardia per quei tempi. Solo che Deserto era un nome un pò scomodo per un vino o almeno lo era (ed è) senza investire in comunicazione e marketing. Cosa che non era nelle corde delle piccole aziende a quei tempi (e non è che oggi le cose siano cambiate!). Forse anche perché il vino non tutti lo facevano come primo lavoro. Tutti, anche papà Pierluigi, un altro lavoro lo aveva. Lavorava al centro meccanizzato di Ancona.
Faceva i turni notturni e per un grandissimo arco della sua vita lavorava di notte e stava in vigna di giorno. Io credo che tutte le scelte che mio nonno e mio papà hanno fatto era perché c’era veramente la voglia di far qualcosa che gli piaceva e come per dire, realizzarsi personalmente su un progetto, dove però che non ci si doveva fare arricchire che non ti doveva far campare.
Scelte dettate dalla voglia di fare vino. Senza scendere a compromessi. Questo consentiva di portare avanti il legame vero con il territorio. Se hai un piccolo salvagente da una parte e se ti accontenti di avere uno stile di vita normale, quello che ne deriva è qualcosa di incredibile.
Vero che qualcosa si imbottigliava ma era poca roba. Il vino si vendeva sfuso.
Non si metteva in bottiglia tutto perché in quegli anni c’è un mercato molto molto florido di vino sfuso In Germania. I tedeschi venivano giù con i camion cisterna. Mio papà ha cavalcato tanto questa onda. C’era una signora si chiamava Heide. Guidava il camion veniva giù dalla Germania e portava via parecchi quintali di vino. C’era anche un altro mercato che mio papà ha cavalcato molto: l’Emilia-Romagna. Anche lì venivano giù e acquistavano il vino sfuso. Parallelamente alle prime bottiglie, quindi Deserto che è il nostro classico con la bottiglia ad anfora, c’era comunque tanta vendita di sfuso.
Marika è sempre più una forza della natura. Il sorriso disarmante e la capacità di coinvolgere come non mai. Entusiasta, contenta, attiva, energica. Viva, meravigliosamente viva. I ricordi affiorano legandosi alle sensazioni di quei tempi. Riviverle è ripercorrere pezzi di vita vissuti da una bambina che non voleva viverli perché interessata ad altra vita. Non la campagna, non i filari, non il vino. Lei voleva vivere una vita diversa. Ma sono quei ricordi, poi tornati prepotenti a ricordarle da dove veniva e da dove non vorrebbe più andar via, che sono diventati la sua vita.
Quella che doveva essere solo una sistemazione momentanea nel periodo della ricerca di un nuovo lavoro, diventa casa. Casa in tutti i sensi. Sia perché Marika con il marito e la piccola Azzurra inizia a vivere proprio a Castelpiano sia perché capisce che quella è veramente casa sua. È li che sono le sue radici.
I miei nonni non sono qui nel senso fisico. Non mi sento mai sola. Sono l’unica che vive in azienda con mio marito e mia figlia. Però non è che mi sento mai sola non so, è una sensazione strana e può darsi che deriva pure da un mio modo.
Ho ricordi di una medesima sensazione quando andavo a casa dei miei nonni che loro non c’erano già più da tempo. Quella casa dove andavamo per le feste e stavamo tutti insieme con fratelli e cugini. Sentivo la presenza dei miei nonni. Qualcosa di tangibile. La stessa sensazione a casa dei miei genitori quando sono morti. Ogni oggetto parlava di loro e di una vita trascorsa li.
Sono felice nel mio piccolo mondo qua anche se ci sono tante difficoltà, Ivan. Penso che queste difficoltà che io affronto con la mia famiglia quotidianamente mi danno anche la sensazione di non essere mai arrivata di dover fare sempre di più, di non mettermi mai seduta. Perché da un momento all’altro, magari tutto mi può scivolare di mano. Le aziende vivono giorno e non c’è mai una stabilità. Parlo di una stabilità economica. Questo camminare sempre un pò sul filo del rasoio mi da sempre là possibilità di guadagnarmi giorno per giorno quello che ciò e di non stancarmi mai.
Dinamismo e determinazione che si legano alla tenerezza e al sogno. Una grande infinita passione che rende un luogo e una attività come fonte di felicità. Tutto traspare.
Lavoravo ad Ancona in palestra e a Monte Deserto c’era la vigna. Non si poteva andare su e giù. Mio marito è un tipo che già da ragazzo amava la vita solitaria della campagna mentre invece io ero quella che per carità, se potessi abità in centro anche in un appartamento di 30 m quadri senza balcone, io ci sarei andata. Era talmente felice credo di diventare padre e sapeva la mia forte passione per l’azienda (lui mi ha sempre spinto a continuare non mi ha mai detto oh guarda lì guadagna niente, solo fatica. Mi ha sempre comunque sostenuto in questo e tutte le mattine va ad Ancona dove lavora) che ci siamo trasferiti di corsa. Azzurra ora sta come una pacchia. Ogni tanto ne parlo con delle mie amiche e le dico: chissà se si rende conto della fortuna che ha. Magari mentre la vive non se ne rende conto.
Forse la piccola Azzurra di Marika non si rende ancora conto della fortuna che ha mentre la mia Azzurra forse non avrà mai questa fortuna vivendo in città. I ricordi di quando andavo a casa dei miei nonni in campagna sono ancora vivi, pazzeschi, bellissimi e il rammarico è non poterli farli vivere a mia figlia. Ciò che oggi sento dai vini, nei vini ad esempio è esclusivamente frutto di quei ricordi. Non è solo questione di vini. I loro racconti, il calore del camino, il sapore dei frutti appena colti, il valore delle piccole cose. Ogni cosa vive dentro di me e anche se cerco di raccontarle ad Azzurra, lei non potrà viverle. Non potrà calarsi in quell’ambiente, in quella atmosfera, in quei tempi. Come non vivrà l’amore dei miei genitori che purtroppo non ci sono più. Tutte cose che cerco di compensare in qualche modo pur sapendo che non sarà mai la stessa cosa e io non sarò mai all’altezza.
Tu guarda cosa ho trovato in un libro di ricette di mia nonna. Mio nonno, come un bambino ha disegnato come lui voleva la vigna. L’ho fatta stampare per la magnum per la cinquantesima vendemmia.
Un bambino che sogna e poi disegna i propri sogni. Quel sogno che diventato realtà e che Marika adesso ha fatto suo. Tre piccoli ettari a Monte Deserto. Lei con i genitori e una sorella, Martina, che quando c’è bisogno, c’è.
Quando c’è bisogno di una mano ad esempio per gli imbottigliamenti, perché noi imbottigliamo a mano e chiamiamo fino al terzo grado di parentela perché altrimenti sei fuori legge e ci si aiuta.
Ci si aiuta in famiglia così come ci si aiuta tra vicini. Perché un tempo mica c’era l’enologo che andava in giro a fare consulenze. In pochi se lo potevano permettere. I contadini si aiutavano a vicenda partendo da quello che ce l’aveva fatta a fare il vino. Ma sempre perché magari lo aveva appreso da qualche altro.
In campagna non è come adesso. Chi già faceva il vino, veniva in cantina a dire guarda, io ho fatto così così così quando lo fai chiamami. Cioè era una un gruppo di contadini che si mettevano insieme e provavano. Non c’era un enologo. Con mio papà decisero di acquistare una pressa. Si parlavano tra di loro capito? Era tipo uno scambio di favori.
Parlare con una persona positiva come Marika è un tornare ai tempi dei veri contadini. Quelli che facevano le cose insieme e senza invidia. I tempi delle cantine sociali che si mettevano insieme per sbarcare il lunario. La mutua assistenza. La voglia di condividere. Poi c’era chi faceva fortuna e tutti a pensare che prima o poi sarebbe toccato anche a lui. Che belli quei tempi. Per certi versi anche tragici visto che ogni tanto qualcuno giocava sporco per accelerare le cose. Il metanolo insegna…
Per paura che non partisse la fermentazione mio nonno accendeva le stufe in cantina e poi ti puoi immaginare quando partiva… C’erano dei racconti carini, che ti facevano capire che tu non arrivavi come oggi che con l’enologo si fa tutto perfetto già la prima botta. Una volta prima di chiudere il cerchio, magari passavo 5 o 6 vendemmie.
Oggi che si parla tanto di lieviti spontanei quasi demonizzando quelli selezionati e ci si dimentica di quando prima non c’era nulla, figuriamoci i lieviti. Se non partiva una fermentazione era finito tutto. Buttavi via e se ne riparlava l’anno dopo. Anche per questo infatti l’uva era meglio venderla che trasformarla (magari!) in vino.
Si faceva tutto con lieviti spontanei. Poi quando la cantina si è un pò impreziosita per stare al passo con i tempi (attrezzature, tecnologia, ecc) papà non voleva più rischiare e è passato ai lieviti selezionati per evitare puzzette. Papà bisogna fare un vino con i lieviti indigeni e lui mi diceva: ma fattelo te Fattelo te, perché quando 35 anni fa non c’erano altre possibilità, noi lo facevamo. E comunque lui mi diceva sempre che i vini non erano eleganti. Lui tiene tantissimo all’eleganza del vino. Finché i vini li faccio io, li faccio come dico io.
L’eleganza dei vini parte dall’idea stessa del vino. Voler realizzare un vino che abbia certe caratteristiche non vuol dire pressare l’uva e far partire la fermentazione. È qualcosa di più complesso che inizia dalla vigna per poi lavorare di ingegno e tecnica. L’idea del vino parte da cosa lo ha ispirato e a chi lo si vuol dedicare.
Marika ha 8 etichette. Forse un pò troppe per soli tre ettari. Ma con un papà come il suo non sono nemmeno molte.
È l’estro di mio padre. Se glielo togli, gli togli la voglia di tirarsi su dal letto. Alle volte si sveglia e dice: faccio un vino novo. Fa microvinificazioni di 600 bottiglie che gli prendono lo stesso tempo di 6000. Però lui c’ha quel pallino e se non se lo toglie, eh siamo nei guai tutti perché c’è manda il manicomio.
12/15 mila bottiglie annue per otto vini, tutti da Verdicchio. Otto etichette ognuna delle quali ha un preciso significato. Creazione, invenzione, estro o un mix di tutto ciò. Credo che principalmente sia la voglia di dire qualcosa, di rappresentare ciò che si ha nel cuore senza badare più di tanto alla parte commerciale. Tra di loro non sembrano parlarsi e forse non devono poiché attengono ad un momento diverso, ad uno stato emotivo diverso, ad un pensiero diverso.
Per lui ogni bottiglia deve avere una forma e un’etichetta diversa perché ha una storia diversa. Quindi se io adesso ti racconto tutte le etichette siamo qui tre ore, ma ogni etichetta c’ha una storia ben precisa. Anche le forme delle bottiglie. Che poi sono riuscita io e mi è rimasta solo il Marika. Per gli spumanti le abbiamo fatte tutte quante scure, tutte uguali dallo stesso fornitore. Mica è semplice trovare 600 bottiglie. Mi è rimasta solo il Marika perché è una crioselezione e lui la voleva in una bottiglia alsaziana. Altissima. La bottiglia doveva parlare delle vinificazioni del nord, degli icewine. Ma chi lo sa se non è un appassionato di vino delle alsaziane? Nessuno! Sono riuscito a farla abbassare un pochino e da un paio d’anni abbiamo una renana, perché sennò era un’alsaziana altissima che entrava neanche negli scaffali delle vendite. La difficoltà da parte mia e anche quando non c’è una continuità nelle annate. Martina e Deserto sono vini che noi facciamo praticamente tutti gli anni altrimenti chiuderemmo.
Per quanto io possa riportare le mie sensazioni derivanti da una chiacchierata con Marika, vorrei che veramente andaste nelle Marche a Castelpiano per parlare con lei. Racconta le cose in una maniera così vera e spontanea che sembra di riviverle al momento. Sempre con il sorriso e la carica energetica che sprigiona. Sarà proprio perché questo lavoro le piace così tanto che vorrebbe trasmetterlo anche agli altri. Come i vini. Ecco, i vini.
Partiamo dal Marika che è quello che porta il suo nome.
Quando mio padre fece il Marika, la prima annata fu nel 2009, non lo fece per me. Fece un vino dedicato a tutte le donne. Per lui il Marika grazie alla criomacerazione che aveva quindi a questo lato un pochino più morbido e vellutato che c’è al suo interno, grazie a questo residuo zuccherino leggermente più spiccato rispetto agli altri, poteva essere un vino più femminile rispetto al Verdicchio che di solito è un vino molto più duro, più scalpitante. Lo chiamò Marika perché era un nome che a lui piaceva. Lui racconta questo ma io penso che sotto sotto sia un vino dedicato a me, anche perché poi nasce il Martina che è mia sorella, perché mia madre si arrabbia con mio padre dicendo: hai fatto un vino con il nome Marika ora…..

Marika è lo sguardo sfuggente di una donna. Un rapido impercettibile voltar degli occhi e sbattere le palpebre. Non per tutti. Assolutamente non per tutti.
Un colore che può trarre in inganno per via della quasi anonimìa. I sentori no. Non sono anonimi anzi, esaltano la mediterraneità di una pelle intrisa di agrumi velati, pere e mele sussurrate, lavanda e salvia in una danza balsamica. Un aspro velato di dolce che si spande nel vento.
In bocca è rotondità, morbidezza, sorpresa. Cercando la verticalità del Verdicchio si scopre la rotondità del frutto maturo che si fa strada tra sapidità lievi. Un inganno del palato: secco ma dolce all’impatto; semplice eppure ammaliante. Un sorso che richiama l’altro. Una carezza senza fine. Un bacio che non lascia interpretazioni. Un vino incredibile che conserva comunque una spalla importante in grado di resistere agli anni.
Credo che sia un vino che mi rispecchi molto. Non quando è subito fresco e imbottigliato ma trascorso un pò di tempo e sedimentato. Quando è molto giovane è semplice quindi non non rispecchia troppo la mia personalità. Io mi reputo una persona un pò complicata.
Deserto. Un vino non può chiamarsi deserto. Sa di arsura che non si placa, di sole cocente che crea crepe sulla pelle, di notti fredde. Eppure il deserto è un luogo di fascino per via di quella sabbia fine, di quelle dune sinuose che si perdono nell’infinito, di notti stellate accompagnate da un surreale silenzio. Vita e morte che si rincorrono senza sosta. Qualche volta vince l’una, qualche volta l’altra in una interminabile sequenza.
Deserto è un Verdicchio dei Castelli di Jesi Superiore che muta in funzione della stagione così come della sua temperatura. Chissà, dalla prima versione del 1973 ad oggi come è variato.
No, il colore non conquista. Quel giallo paglierino, quasi verdognolo sa di purezza ma non di brillantezza. Eppure, quando lo porti al naso è uno schiaffo, una ventata di freschezza a farti togliere dalla testa che si tratta di un vino banale. Poi, quando lo hai capito, vieni ricompensato con un bouquet di fiori di campo, di anice, di zagare.
In bocca arriva potente come il Ghibli del deserto. Al contrario di questo, non è caldo ma fresco, tagliente, preciso, con quella nota sapida e minerale che le pietre del Monte Deserto hanno consentito di acquisire alle radici delle piante. Proprio come quando il Ghibli passa e ritorna la quiete del deserto, il finale del sorso lascia una bocca agrumata, pulita, fresca.
Una bottiglia da ammirare per la sua raffinatezza e la bellezza di un meraviglioso involucro che sa tanto di Marika e un tappo in vetro forte volontà di papà Pierluigi.
PeterLuis. Pierluigi è la poesia in bottiglia del Verdicchio Metodo Classico Brut che canta la sua terra e avvolge con la una persistenza fresca e sapida. Un invito sussurrato a bere ancora, a sentirne ogni sfumatura. I sentori di agrumi delicati, la frutta bianca croccante che in bocca si esalta grazie ad un perlage fine e sapido. La nota di mandorla che sembra come una mandorla salata lievemente amarognola.
Insomma, se il Verdicchio si presta bene alla spumantizzazione, questa versione ne è la conferma e, allo stesso tempo, la speranza di vedere affinamenti più lunghi viste le potenzialità.
Lui ha la passione per i metodi classici e ha scoperto che se li può fare da soli in cantina. Capirai.
Se lo sarà dedicato. Non so. Ma ci starebbe tutto. Sono assolutamente convinto che Pierluigi, nel suo estro che io chiamo meravigliosa follia starebbe ogni anno a sfornare altri vini.
Poi è da qualche vendemmia che prova a fare i metodi ancestrali. Imbottiglia direttamente nelle champagnotte dalla botte lasciando che fermentino. È ancora più artigianali dei vini artigianali che facciamo noi. Poi dolci e a me il dolce non è mai piaciuto.
In un’azienda come questa, davvero familiare, dove vive una passione sfrenata per il vino, quella che ti fa alzare la mattina con la voglia di fare, Marika rappresenta la parte dinamica, la determinazione nel fare le cose, la tenerezza verso una figlia che, arrivata inaspettata, è oggi parte di un sogno.
Nulla si crea ma tutto si trasforma. È così che ciò che oggi l’azienda è Marika e Martina. Una trasformazione, un trasferimento di ciò che sono papà Pierluigi e mamma Floriana. Qualcosa che è così profondo che non può essere modificato.
Non riuscirei mai andare contro quello che ha fatto finora mio padre. Affiancandolo quotidianamente e costantemente ormai da 15 anni, di tutto quello che lui ha fatto, non cambierei niente. Anche se non amo il tappo a vetro, non lo cambierei per l’amore che provo per lui, per il grande rispetto e per la sua visione delle cose. Io mi ci batto sempre con mio padre, cioè noi inizialmente non siamo quasi mai d’accordo. Abbiamo 30 anni di differenza e ci sta. Devo dire che col senno di poi c’ha quasi sempre ragione. Lui è uno che all’inizio dell’epoca internet ha acquistato il dominio verdicchio.it. Chi lo avrebbe mai acquistato? Chi ci avrebbe mai creduto? Che poi nelle mani nostre non vale niente, perché hai un sito con una vigna di tre ettari. Però, nelle mani delle persone giuste di un consorzio di qualsiasi altra persona più scafata di noi, avrebbe fatto il botto, come si dice. L’ha preso noi ce l’abbiamo. I pannelli fotovoltaici, l’ha installati più di vent’anni fa. Tutti incazzati in famiglia perché ha fatto un mutuo allucinante, però lui qua in azienda noi siamo sempre stati molto green. Noi produciamo la corrente che ci serve.
Un amore profondo. Un rispetto infinito. Qualcosa che vive dentro l’anima e che comunque non evita quegli scontri generazionali che sono il sale dello sviluppo, del progredire, dell’andare avanti.
Non saprei dire se l’amore che Marika prova per questa azienda sia maggiore di quanto all’inizio lo sia stato per Pierluigi. Forse l’amore non ha paralleli e paragoni. L’amore è amore e basta. Da un lato Pierluigi e il papà Umberto che l’hanno creata; dall’altro Marika che se ne è innamorata. All’improvviso e senza che nessuno le imponesse nulla. Spontaneità.
Quelle domande che oggi si pone quasi con interrogativo esistenziale
Chi è Marika senza l’azienda, senza il vino, senza l’uva? Chi sono?
Domande che presto o tardi si elideranno nel dover diventare responsabile di ogni cosa per consentire, un domani, ad Azzurra e ai cugini che verranno, di ricevere i tre ettari di Monte Deserto. Per innamorarsene e continuare il sogno.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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