Migrante. Michele, la terra affidata
06 Feb 2026
Suggestioni di Vino

Migrante. Michele, la terra affidata

 

Affidare. Consegnare, attribuire o rimettere fidando nell’altrui capacità.

Un verbo meraviglioso, incredibile che sottende alla generosità di qualcuno verso qualcun altro. Si può affidare un oggetto, un pensiero, una persona. Qualunque cosa faccia intimamente parte di una persona che per amore e generosità pura, la affida a qualcun’altra. Magari generando una catena di generosità. Come nel caso della terra.

Pensateci un attimo. La terra. Un pezzo di terra. Coltivato o da coltivare. Impossibile non andare con il pensiero al concetto di proprietà. La terra appartiene a qualcuno. C’è il catasto. C’è il notaio. C’è un atto. Di proprietà appunto. Eppure, pur avendo quel pezzo di carta che ne attesta il possesso dunque l’utilizzo, chi può dire di poter disporre del bene a proprio piacimento? 

La proprietà di un bene ci autorizza a farne ciò che vogliamo. Possiamo alienarlo, finanche distruggerlo. Per la terra invece, la distruzione è impossibile poiché parte integrante di un bene più grande: il pianeta.

Migrante. Michele, la terra affidataÈ così che la terra può essere solo alienata o tramandata di padre in figlio. Interessante che come modo di dire esclude la prole di sesso femminile. Ma questa è altra storia. 

Se dunque si decide di non vendere, la terra, è perché si considera questa come bene fondamentale. Magari necessario al sostentamento della famiglia. Un motivo assolutamente valido per averne cura, per trattarla con tutto l’amore e il rispetto che merita. Un amore che non può essere limitato o egoista. Non si è eterni e trattarla bene vuol dire tramandarla nelle migliori condizioni possibili alle generazioni future. Più che tramandando la, affidandola.

Lorenzo e Luciana scelsero di dedicarsi alla terra. Lorenzo non poteva più continuare il suo lavoro per via di una malattia. La cura delle terre della famiglia di Luciana ad Olevano Romano, divenne una terapia prima, ragione di vita dopo. 

La vendemmia del 2003 nasce per un problema di salute di mio marito. Ci voleva uno stimolo ad andare avanti. Un qualcosa che gli desse voglia di guarire. Ed è così che ci siamo inventati questa situazione. Inventati proprio no perché comunque veniamo da una cultura contadina. La mia famiglia ha sempre coltivato la vigna e sempre prodotto vino tranne la parentesi della cantina sociale. Anche se negli anni 60 è stata una gran fortuna averci la cantina sociale, perché altrimenti c’erano i mediatori che stabilivano il prezzo. La cantina sociale è stata una bella parentesi fino a che è stata gestita esclusivamente dai soci ovvero dai coltivatori e dai produttori.

L’incontro con la famiglia Fanfarillo è qualcosa che riporta senza fronzoli alla cultura contadina e familiare. Quella di un tempo. quella vera.. Chiacchieriamo con Luciana e il figlio Michele in attesa che Lorenzo torni dai trattamenti sui campi. Il clima che si respira sa di calore familiare, di schiettezza, di semplicità. Gli occhi di Luciana guardano il figlio Michele colmi di amore e orgoglio per colui al quale hanno deciso di affidare la propria vita, la terra.

Ho fatto il liceo scientifico anche se sono nato e cresciuto in mezzo alla vigna. Dopo la triennale in economia avevo di fronte la scelta tra fare il vino oppure andare a cercare lavori in banca, ufficio o cose del genere. Continuare e farla diventare un lavoro perché mi sono immaginato io proiettato tra 10 anni e stavo meglio in mezzo alla vigna che dentro a un ufficio. 

Immaginarsi nel futuro, la routine, le ore trascorse chiusi dentro l’ufficio mentre fuori c’è il sole. Fuori, non dentro. Uno choc dal quale non ci si riprende sapendo che a casa il sole lo hai fuori. Non ci si riprende a meno che non si scelga di cambiare vita prima che sia la vita a cambiare noi. 

Paura per la strada da percorrere? Semmai la felicità di una strada diversa. La voglia di una vita all’aria aperta. 

Le vigne, in fondo, c’erano già. Così come c’era l’azienda creata da Lorenzo e Luciana nella quale Michele vi inizia a lavorare nel 2019. Non fa neanche in tempo ad iniziare che arriva il covid.

Olevano Romano è un piccolo paesino di circa 6.000 anime posto giusto al centro del cono delle autostrade che da Roma portano a L’Aquila e a Napoli. Sorge su una collina della Valle del Sacco, alle pendici dei Monti Simbruini. Nelle campagne circostanti è facilissimo ai giorni d’oggi imbattersi nelle meravigliose vigne parte della DOC Cesanese di Olevano Romano. Ai giorni d’oggi appunto. Come direbbero a Roma, facile ‘a fa gli splendidi ora con il Cesanese, vino pazzesco che è diventato emblema del Lazio anche grazie alla DOCG di Piglio con il contributo di Affile e Olevano stessa. Prima però le cose non erano affatto così. 

La gente ad Olevano scappava per il posto fisso così, chi rimaneva, non poteva che puntare a produrre qualcosa di qualità. Altrimenti era meglio essere quelli che facevano il vino per famiglia e amici. Un mestiere diverso. 

Migrante. Michele, la terra affidataQualità invece che qualità. Un percorso inverso rispetto a quello del dopoguerra. 

Olevano non fu particolarmente colpito dal conflitto ma la miseria e lo spopolamento si abbatté qui come in tanti altri paesini italiani. Di vigna e di vino non si parlava proprio, troppo impegnati a produrre qualcosa per sfamare la famiglia. 

Nei primi anni 50, mio padre piantò la vigna con filari larghissimi perché in mezzo, tra un filare e l’altro, una fila era dedicata al grano, una a fave, una piselli. Ci doveva essere spazio anche per il sostentamento della famiglia, non solo per il vino.

Spazio sprecato. Terra sprecata. Altro che vino. Occorreva trovare il cibo per sfamare la famiglia. Si piantava ciò che si trovava. Altro che cultivar, vitigni particolari. Altro che Cesanese in purezza. Nelle vigne italiane, così come ad Olevano Romano, c’era di tutto un po’. Quello che si riusciva a rimediare chiedendo in giro. Un altro mondo. Un’altra vita. Niente era come adesso e il vino era solo un alimento, sostentamento della famiglia.

Diciamo che siamo passati dal vino come alimento al vino come esperienza. Ad OIevano c’era vino e olio. Non è come adesso che bisogna mettere i soldi da parte per l’iPhone piuttosto che per la macchina nuova. Si doveva mangiare tutti i giorni. Stabilità era anche era anche piantare i fagioli, il grano per farsi la propria farina.

Luciana, seduta su una sedia, guarda Michele sorridendo. Terzo figlio, il più piccolino anche se è alla soglia dei 30 anni. Quello che è andato all’università ma ha scelto di rimanere a prendersi cura della terra. Una scelta spontanea, indipendente, sentita. Per nulla facile. Davvero per nulla facile. 

Gli altri due fratelli, uno 50 e l’altro 43 hanno un altro lavoro ma non fanno mai mancare la loro presenza quando serve. 

Serviva uno che portasse avanti tutto.

Già perché non è semplice portare avanti una azienda di tre ettari e quasi 18.000 bottiglie. Tante, troppe cose da fare senza che si finisca mai. Con, in più, anche la necessità di vendere. In più. Come se vendere non debba essere una delle attività primarie per una azienda. Non proprio quello che voleva Michele: l’aria aperta, la libertà, il ciclo della natura. Invece, in un mondo complesso come quello che è l’oggi, vendere diventa ancora più importante della terra. 

Quando Michele ha iniziato l’università ero contraria a che si trovasse un lavoretto come tanti. Possiamo mantenerlo noi dicevo a mio marito. Al limite da una mano nel nostro lavoro altrimenti quando studia? Non studia. Con noi invece, insomma, è libero di aiutarci o meno a seconda del momento.

Cuore di mamma. Sacrifici per i figli con la speranza che abbiano un futuro migliore. Una laurea, un futuro. 

Io invece ho finito di innamorarmi del frattempo.

L’ho scoperto molto prima di lui che era portato. Quando mi veniva ad aiutare durante il liceo per ottenere la paghetta. Imparava facilmente. Faceva i lavori manuali della vigna con velocità. Aveva occhio. L’ho scoperto prima di te che ti piaceva.

L’occhio della mamma è sempre l’occhio della mamma.

Ricordo la mia. Bastava mi guardasse un istante per capire cosa avessi. Riusciva, anche al telefono e dopo un semplice ciao, a percepire il mio mal di testa. Non potevo nasconderle nulla. 

Mi colpisce la frase di Michele: ho finito di innamorarmi. 

Migrante Vini non è una azienda grande, non è in un territorio particolarmente rinomato (ancorché meraviglioso e con eccellenti potenzialità), non è in una zona facile (Roma non è mai facile). Michele aveva tutte le potenzialità e gli appoggi familiari per fare altro. Invece sceglie, consapevolmente, di occuparsi della azienda continuando il lavoro dei genitori. Sì per rispetto e senso di responsabilità ma soprattutto per amore. Che forse è un tutt’uno.

Se lui non ci si fosse dedicato, l’avremmo probabilmente lasciata morire piano piano. Alla nostra età non era possibile. Noi ci abbiamo vissuto. Non ci siamo arricchiti. Abbiamo fatto un lavoro che ci piaceva. Soddisfazioni infinite per i premi avuti dalle guide cose, per le degustazioni. Quando uno ha l’interlocutore davanti che apprezza il tuo lavoro, vale molto di più che lo stipendio a fine mese. Mio marito lievitava.

Quando ho conosciuto ad un evento organizzato dai Vignaioli Indipendenti Lorenzo e Michele mi hanno subito fatto simpatia. Papà Lorenzo con il suo faccione sorridente gongolava sotto i baffi ogni volta facevo un apprezzamento (sentito) per un loro vino o quando Michele interloquiva con me con grande enfasi e proprietà di linguaggio. I miei erano complimenti sinceri perché quando si assaggia un vino di Migrante è come fare un tuffo nel loro mondo. Un mondo nel quale vieni accolto sentendoti a tuo agio. Sensazione meravigliosa. 

Migrante. Michele, la terra affidata

Sigillum Cesanese di Olevano 2014 è uno di quei vini dedicato solo a chi crede che l’essenza non è nel superfluo. Elegante che non grida, concreto che afferma ogni sua caratteristica già dal fine e trasparente color granato.
Al naso, la maturità del 2014 parla di prugna cotta e ciliegia, un calore saggio, non pesante. Poi, come atti di bene discreti, emergono le spezie: liquirizia, noce moscata, tabacco, un cenno di 𝘔𝘰𝘯 𝘊𝘩é𝘳𝘪. Un sottobosco gradevolissimo, un bouquet che fa del bene all’anima, arricchito da un vento balsamico. Lascia che parlino di complessità; qui c’è una concretezza che è virtù.

Al sorso esplode in tutta la sua verità con il morso dei tannini vivaci, la freschezza ancora importante che pulisce la bocca e lo spirito. Non  si piega alle mode, sa di vero. La sapidità appagante, la liquirizia, quel vegetale che torna a rinfrescare. Un equilibrio eccellente, un atto di pura integrità. Lascia un segno, non per pesantezza, per una pulizia memorabile.
𝐒𝐢𝐠𝐢𝐥𝐥𝐮𝐦 è un atto d’amore verso la terra e verso chi beve. Un vino che sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra.

Michele raccoglie ciò che i genitori hanno seminato nel tempo. La voglia di esprimere qualità nel calice. Vini che sanno di vita vera, nessun fronzolo, tanto amore.

L’unica cosa ho convinto a fargli fare il rosato. Voglio prendermelo come merito. Anche la procedura per per farlo.

Migrante. Michele, la terra affidataEquo, il rosato. Da Cesanese ovviamente. Cesanese di Olevano Romano. Non me lo ha detto Michele ma sono certo che il nome l’ha scelto lui come lui ha scelto di realizzare questo vino. Con le proprie forze e con la forza del Cesanese.

Sembrava impossibile che gli Equi, nel loro misero stato, avessero affrontato la guerra basandosi soltanto sulle proprie forze

Tito Livio scrive così degli Equi, antico popolo che abitava queste zone prima che Tarquinio Prisco li decimò.

Equo ha la sua forza nel sorso più che nei sentori. Un rosa scarico ed effluvi di pesca, albicocca, arancia e tanto floreale sembrano catalogarlo tra eleganza e finezza. Al sorso, pur non perdendo queste caratteristiche, si ricorda di essere un Cesanese facendo emergere il calore e quel poco di spigolosità che l’uso del solo mosto fiore consente. Tanta sapidità e fini agrumi con l’intrigo di un finale di una punta di mandorlato. Sa il fatto suo in termini di pulizia di bocca ed è convincente perché quello che sembra lieve ed evanescente ha in se una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi insomma.

Il Consilium 2019 di Migrante è uno di quei vini che sembrano prendersi un momento tutto per sé prima di raccontarsi, come se meditassero sul senso del proprio nome latino Consilium, “consiglio”, “deliberazione”.  Facile ricordare Seneca:

Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare.

Questo Cesanese, invece, sa esattamente dove vuole condurti. Granato, trasparente, elegante, luminoso frutto di uve vendemmiate a piena maturazione per concentrare profumo e carattere. È un colore che richiama ricordi familiari, come quelli dei plaid della nonna: caldi, vissuti, pieni di storie che scaldano l’anima quanto il vino scalda il palato.

Al naso il Consilium 2019 si apre con una ricchezza sorprendente considerando che non vede legno nemmeno col telescopio: 24 mesi di acciaio e 12 mesi di bottiglia sono il suo unico percorso di affinamento. Eppure, nel bicchiere esplode in una complessità aromatica fatta di prugne cotte, ciliegia quasi sotto spirito, tabacco, cioccolato, noce moscata. Una vena balsamica allarga il respiro e scalda come un abbraccio. Roteando il calice, continua a raccontare: una nota dopo l’altra, un pensiero dopo l’altro, un fluire ininterrotto di suggestioni.

Il sorso è un vero spettacolo: caldo, secco, ampio, avvolgente. Apre la bocca e la mente con solidità e consapevolezza: nobile, elegante, corposo e lungamente persistente. La freschezza è viva e perfettamente integrata così che l’armonia sussurrare di un futuro luminoso. Ciò che colpisce è l’equilibrio tra potenza e quella finezza quasi aristocratica. I tannini sono delicati, levigati, morbidi così che questo Cesanese lo si può amare anche da solo, senza alcun accompagnamento, pur sapendo che la tradizione lo vede perfetto con primi piatti importanti.

Il Consilium 2019 è un vino che fa sognare, al naso e in bocca. Complesso ma mai difficile, elegante senza rigidità, caldo ma mai pesante. Ti accompagna, ti avvolge, ti invita a riflettere. Non è solo un vino da bere: è un vino da ascoltare.

Poi, il Terre Olibani 2020, un vino che sembra nascere dalla memoria antica del vecchio Castrum Olibani di quel presidio elevato e protetto dell’epoca pre-romana. Un luogo dove dove il tempo scorreva lento e solenne. Historia magistra vitae est un vino, un racconto che si ripete da secoli sulle colline di Olevano.

Affina 24 mesi in acciaio e 24 in bottiglia per presentarsi di un granato fine, trasparente, luminoso.  La bellezza semplice e nobile di un colore che racconta l’eleganza prima ancora che il vino tocchi il naso. Il profumo è un’esplosione di succosa ciliegia, di arancia rossa, cannella, noce moscata, pepe, tabacco, cioccolata. Una complessità che sorprende perché anche Terre Olibani, come il Consilium, non ha mai visto legno. Il sole che bacia i vigneti esposti a mezzogiorno ha fatto degnamente il suo lavoro e la leggera sfumatura balsamica ricorda l’aria fresca che scende dai rilievi intorno al borgo antico. Poi la prugna cotta emerge con tutta la sua naturalezza donando quella gioia pura di un attimo di godimento che si ripete a ogni respiro.

Il sorso è seducente, potente ma fresco, largo, sapido, godurioso. È secco, teso, senza alcuna pesantezza. Quei 13 gradi rimangono nascosti, elegantemente integrati. Il palato si riempie senza mai aggredire. Una struttura importante e al contempo fine, di quel fine che resta per via di un equilibrio raro. Ecco che una volta aperta la bottiglia ti ritrovi a finirla quasi senza accorgertene. Sorso dopo sorso,

Terre Olibani 2020 mi ha incantato perché è un vino, al pari degli altri di Migrante, che non ha bisogno di alzare la voce. Parla con forza e naturalezza del suo territorio oltre l’autenticità del Cesanese. Senza stupire. Semplicemente, profondamente, incredibilmente buono

Prima non ce n’era la necessità forse. Un’esperienza nuova rinviata a Michele unica speranza della continuità di questa cantina. Ma l’azienda è sua e lui potrà farne ciò che vuole. Nel bene e nel male.

Continuare ciò per cui i genitori hanno lavorato e costruito. Su quella terra che deve rappresentare qualcosa che abbiamo in prestito. Non in proprietà. Quando sarà di Michele, lo sarà per un periodo di tempo, perché noi siamo esseri che durano solo poco nell’eternità del tempo.

Qui c’è l’amore della famiglia per un figlio che darà loro soddisfazioni. 

Mi sento abbastanza libero. Non sono loro che mi tengono legato. Semmai sono i tempi che viviamo.

Un tempo difficile. Fatto di crisi, di tante cantine, di tante etichette. Di un mercato selvaggio e drogato. Di sciagurati che non lavorano con coscienza e che vedono nel solo Dio denaro la ragione di vita. 

Il prossimo passo sarà quello di prendere un terreno per piantare la vigna e fare il bianco.

Io tra venti anni mi immaginavo un nipotino. Fammelo vedè prima di morire. Ci sono già due nipoti di 14 e 18 ma un piccoletto per casa ci vuole.

Una azienda che nella negazione della chimica fa un credo, una ragione di esistenza.

Il più possibile possibile biologico senza certificazione biologica. L’ho sempre pensata così non lo so.

Arriva Lorenzo. Gongola anche qui vedendo moglie e figlio seduti a chiacchierare con me. È stanco ma felice. Il sorriso è sempre sotto quei baffoni. Non lo nasconde. Va fiero di Michele perché sa che ha affidato quel bene incredibile quale è la terra, in buone mani.

Michele deve continuare nel rispetto della natura. Potrebbe provare con la spumantizzazione. Come si dice, una cosa alla volta. Abbiamo iniziato con due etichette poi sono diventate tre, poi ho fatto una vendemmia tardiva che è dal 2011 che non è possibile più farla perché tardiva vuol dire vendemmiare a dicembre no 20 giorni dopo..

Michele è pronto?

Abbastanza. L’unica cosa che gli può mancare è di girare per vendere. Era anche la mia timidezza ma prima o poi bisogna farlo. Per quanto riguarda il lavoro nella vigna in cantina, forse è anche più preciso e più appassionato di me. C’è un enologo che ci segue, che è Maurizio Pezza di Velletri. È biologo appassionato di Cesanese. Condividiamo gli stessi principi del lavorare sul naturale. Ci consiglia di anno in anno, a seconda della qualità dell’uva, un lievito neutro.

Io so che devo andare a vendere il vino. Se si fosse trovato qualcuno cui venderlo ero più contento. Fino ad un anno fa i clienti erano pure troppi. Il vino non ci bastava. Poi il mercato è crollato e se prima ci bastavano 40 clienti oggi ce ne vogliono 80.

Una bella famiglia. Semplice ed unita.

Tutto il resto, lasciamolo a qualche altro.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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