Nicoletta Madrigali. La Custode della Croara
15 Mag 2026
Suggestioni di Vino

Nicoletta Madrigali. La custode della Croara

 

Siamo dei custodi. Non dei proprietari.

C’è una parola che torna spesso nel vocabolario di chi fa vino senza averlo mai programmato. Una parola che suona quasi come una giustificazione, come se il parlante avvertisse il bisogno di spiegare a se stesso, prima che agli altri, come sia finito in mezzo alle vigne. La parola è follia.

La usano tutti. La usano quelli che hanno lasciato un lavoro sicuro per comprare una cantina in Toscana. La usano quelli che hanno piantato vitigni su un terreno ereditato senza sapere bene cosa farsene. La usano i medici, gli avvocati, i finanzieri che a un certo punto si sono ritrovati a parlare di Sangiovese e di potature invernali come se avessero fatto altro tutta la vita. È una parola che nella sua brevità contiene una complicità, un riconoscimento reciproco tra chi sa che certi cambiamenti non si spiegano, si vivono.

Nicoletta Madrigali la usa così. Con naturalezza. Con quel sorriso che si sente nei toni della voce di chi ha già perdonato se stesso per ogni investimento antieconomico. Lo dice lei stessa, senza pudore, quasi con orgoglio. Per ogni mattina passata a potare sotto un vento impetuoso sulle colline di San Lazzaro di Savena, a dieci minuti dal centro storico di Bologna.

Il paesaggio che ti sceglie

Parlando con Nicoletta mi sono accorto di una cosa. Nella storia della Tenuta Santa Cecilia non c’è un momento preciso in cui lei e suo marito Michele hanno deciso di fare vino. Non c’è stata una riunione, un piano d’impresa, un obiettivo dichiarato. C’è stato, invece, un paesaggio. Un paesaggio che si è insinuato nelle finestre di una casa in ristrutturazione e non ha più lasciato andare.

Nicoletta Madrigali. La Custode della CroaraErano gli anni intorno al 1988. Una casa a Bologna, la ricerca di qualcosa vicino ai genitori, una sorta di buen retiro familiare lontano da Milano. Di fronte alla casa, una vigna vecchia di cinquant’anni. Sulla destra, un filare antico di cipressi. Più su, nascosta nella curva della collina, una piccola vigna chiamata del campanaro, appartenuta a chi custodiva le campane dell’Abbazia di Santa Cecilia, che ancora oggi si staglia come una sagoma familiare sul colle di fronte.

È una piccola valle che rimane un po’ nascosta dalla strada. Un posto abbastanza misterioso. Ed è nata lì la nostra passione per questo luogo, la voglia di salvaguardarlo. Man mano che si mettevano in vendita terreni vicini, di fronte, li abbiamo acquistati.

In quel momento ancora non lo sapevano, ma quel paesaggio aveva già preso la sua decisione.

L’architetto che non avrebbe lasciato

C’è un personaggio che nella storia di Tenuta Santa Cecilia gioca un ruolo fondamentale, anche se probabilmente non avrebbe mai immaginato di contribuire alla nascita di un’azienda vitivinicola. Si tratta di Luigi Caccia Dominioni, il grande architetto milanese del Novecento, colui che diede forma al gusto di un’intera generazione borghese attraverso le sue residenze milanesi, di un’eleganza discreta, mai ostentata.

Caccia Dominioni vede la proprietà in una torrida giornata di luglio. Ha già novant’anni. Eppure l’entusiasmo è quello di un trentenne. In quindici giorni produce schizzi, bozzetti, idee. E tra le tante cose che dice ai nuovi proprietari, una è perentoria: la vigna non la potete togliere. È come una volta, dice, quando casa, orto, giardino e vigneto formavano un unico organismo che aveva senso solo nella sua interezza. Togliere la vigna sarebbe stato un sacrilegio estetico prima ancora che agricolo.

Lui aveva già novant’anni ed era entusiasta. Aveva visto il chiostro di Santa Cecilia, aveva visto l’ambiente, e in quindici giorni aveva già fatto gli schizzi. Quando ci ha detto che la vigna non si toccava, capivamo il perché.

Nicoletta Madrigali. La Custode della CroaraE così la vigna è rimasta. Poi ne è arrivata un’altra. Poi quella sul colle di fronte. Cinque ettari in totale (oggi sei con l’oliveto) in una piccola valle che Nicoletta continua a chiamare misteriosa. Il termine non è scelto a caso. È il mistero della bellezza che si svela lentamente, di un paesaggio che non si offre al primo sguardo dei passanti, che rimane discreto come certe persone che alla quarta conversazione ti cambiano la vita.

Custodi, non proprietari

Quello che emerge con forza dalla storia di questa tenuta è un’etica della custodia che non ha nulla di ideologico né di ostentato. Nasce semplicemente da uno sguardo, quello di Nicoletta ogni mattina dalla finestra, con la sagoma di Santa Cecilia sul colle di fronte.

L’Abbazia fu fondata intorno al 1136. Era un centro ambrosiano, un luogo di cultura e di insegnamento, uno di quelle abbazie benedettine che hanno costruito l’Europa prima ancora che qualcuno sapesse dove l’Europa finisse. I monaci Ambrosoli di Santa Cecilia coltivavano la vite, l’ulivo. Oltre che il sapere. Non è un caso se nelle grandi riunioni dei Vini d’Abbazia, cui Nicoletta ha partecipato, si ritrovano benedettini che in pochi metri quadri di vigna custodiscono una tradizione millenaria.

Quando ho partecipato alle riunioni dei Vini d’Abbazia ho scoperto meglio i monaci Ambrosioli di Santa Cecilia. Erano lì, sullo stesso colle che vedo dalla finestra. E ho capito che noi, in qualche modo, stiamo continuando qualcosa.

Custodi, appunto. Una parola che nel dibattito contemporaneo sul vino naturale, biologico, biodinamico, rischia di diventare un’etichetta ideologica, quasi una fede laica con i suoi ortodossi e i suoi eretici. Qui non c’è nulla di tutto questo. C’è solo la consapevolezza, maturata nel tempo e nel lavoro, che un luogo così raro, una piccola valle nascosta dentro un parco naturale a dieci minuti da una grande città, non appartenga a chi lo abita. Va restituito intatto a chi verrà.

Cerchiamo di mantenere quello che è uno stile di questa zona. Salvaguardare il territorio, il panorama, le costruzioni nell’ambito di quello che ci circonda. E anche quello che si produce deve rispettare tutto questo.

L’azienda è biologica dal 2008. Non irriga così che le radici possano scendere in profondità e trovano da sole le falde sotterranee. Un dettaglio tecnico che diventa quasi una metafora: radicarsi per trovare ciò di cui si ha bisogno, senza aspettarselo dall’esterno.

Gelso, Emilia IGT Rosato da Barbera e Merlot

Nicoletta Madrigali. La custode della CroaraIl gelso è l’albero della pazienza. Cresce lento, non si affretta. Quando poi, finalmente, porta i suoi frutti, lo fa con una generosità silenziosa che non chiede applausi. Un nome perfetto per un rosato che nasce dall’incontro di due caratteri diversi: la Barbera, con la sua acidità vivace e il suo frutto tagliente; il Merlot, più morbido, più rotondo, capace di ammorbidire gli spigoli senza cancellarli.

Nel calice il Gelso si presenta con un rosa intenso, quasi cerasuolo, con riflessi violacei che tradiscono la presenza della Barbera. Non è un rosato timido, non è di quelli che si scusano del proprio colore. È deciso, luminoso, estivo nel senso più pieno della parola.

Al naso arriva subito la frutta rossa fresca: fragola matura, lampone, ciliegia. Poi la nota floreale sottile che ricorda la rosa canina, quella selvatica che cresce lungo i bordi dei campi. C’è freschezza, c’è immediatezza, ma c’è anche qualcosa di più carnoso che il Merlot porta con sé: una morbidezza fruttata che arrotonda il profilo e lo rende accogliente.

In bocca è asciutto ma succoso, con una buona acidità che tiene vivo il sorso e una struttura più presente di quanto ci si aspetti da un rosato. Non è un vino da sorseggiare distrattamente. Ha una personalità che si fa notare, la sapidità del terreno, la mineralità del gesso, quella vena quasi salina che è il segno distintivo di questa piccola valle. Il finale è pulito, con un ritorno di frutta rossa e una leggera nota ammandorlata che chiude con discrezione.

È il vino dell’estate che non vuole finire. Di quei tavoli apparecchiati fuori, tra i filari, quando la luce scende e non si ha ancora voglia di rientrare.

La donna che non si immaginava coltivatrice diretta

Se si guarda indietro alla vita di Nicoletta, quella precedente alla Tenuta, si vede una donna del tutto diversa da quella che oggi percorre i filari e decide i tempi di vendemmia. Milano, lavoro nell’immobiliare, le figlie da crescere. E poi, determinante come certi incontri che cambiano le traiettorie senza rumore, la frequentazione di Leari, quello spazio pionieristico milanese dove si vendevano prodotti biologici quando in Italia il biologico era ancora una cosa da iniziati. Un luogo dove avvenivano incontri culturali, confronti, consapevolezze.

Non mi sarei mai immaginata coltivatrice diretta. Frequentavo già i negozi biologici a Milano, c’era questa sensibilità che stava crescendo. E devo ringraziare le persone che ho incontrato in quegli anni. Caccia Dominioni, certo, ma anche chi mi ha aperto quel mondo. È stata una preparazione fondamentale, anche se all’epoca non lo sapevo.

La parola preparazione mi colpisce. C’è chi arriva al vino per una illuminazione, chi per un’eredità, chi per calcolo imprenditoriale. Nicoletta ci è arrivata per stratificazione lenta. Come il gesso che si forma nei millenni, strato dopo strato, in silenzio.

Michele, suo marito, non pensava nemmeno lui di guidare un trattore. Poi lo ha fatto, da quell’atavico istinto contadino che aveva già esercitato da giovane nelle campagne delle zie. E le figlie, oggi adulte, che vivono a Londra e a Milano, si sono avvicinate a modo loro: etichette, fotografie, pubbliche relazioni. Non c’è garanzia che continueranno, e Nicoletta non sembra preoccuparsene. Ciò che tiene in piedi questo posto non è una successione pianificata. È qualcosa di più solido.

La bellezza di quello che facciamo è mantenere quello che ci viene dato in custodia. Alla fine siamo custodi di questo terreno, di questo ambiente. Ed è molto bello. Mi arrabbio molto se poi costruiscono intorno delle cose brutte. Purtroppo le hanno fatte.

E allora pianterà alberi. Diventerà, dice ridendo, una monaca benedettina. Perché i monaci dell’Abbazia di Santa Cecilia erano già maestri di silvicoltura, di tagli ragionati, di ripianto, di cura dei boschi. Pionieri di un approccio al territorio che oggi chiamiamo sostenibilità e loro chiamavano semplicemente buon senso.

Viburno. Barbera DOC Colli Bolognesi

Nicoletta Madrigali. La custode della CroaraIl Viburno prende il nome dal viburno, arbusto selvatico che cresce spontaneo nelle siepi e nei margini boscosi di queste colline, con i suoi grappoli di bacche rosse che d’autunno brillano tra le foglie come piccoli fuochi. Solo il nome sa di paesaggio.

La Barbera in purezza, vinificata in acciaio e affinata in anfore di ceramica per dodici mesi, arriva nel calice con un rosso rubino che ha qualcosa di terso e limpido, come l’aria di queste colline dopo la pioggia. È una Barbera che non cavalca la potenza che il vitigno potrebbe darle su altri terreni. Qui la sabbia e il gesso la addomesticano in modo elegante, la smorzano quel tanto che basta per farla diventare qualcosa di finissimo.

Al naso frutti rossi e neri, ciliegia, mora, con quella nota erbacea-speziata che ricorda il sottobosco autunnale. Poi qualcosa di più morbido, quasi balsamico, che arriva con l’ossigenazione.

In bocca la Barbera della Croara sorprende. L’acidità c’è ma non punge. Accompagna, guida, allunga il sorso in una persistenza lunga e pulita. I tannini, ammorbiditi dal passaggio in anfora, sono vellutati, quasi invisibili. È un vino che si può bere da solo, in concentrazione, ascoltando qualcosa di bello, oppure portare in tavola con carni semplici, con i tortellini in brodo di una domenica bolognese. È versatile come le persone educate. Si adatta senza perdere se stesso.

I nostri vini sono raffinati quanto si può dire di vini così. Semplici, però. Che rispecchiassero la nostra situazione geologica. La sabbia, il gesso danno vini che comunque sono abbastanza eleganti. E noi ci siamo adattati a quello.

Pignoletto Metodo Classico DOCG Colli Bolognesi

Nicoletta Madrigali. La custode della CroaraUn metodo classico da Pignoletto in purezza con un riposo sui lieviti di circa 5 anni. Versato nel calice mostra un giallo paglierino luminoso con riflessi dorati e una perlage finissimo che sembra salire con la compostezza di un monaco che non ha fretta.

Al naso apre con freschezza agrumata di cedro e limone maturo. Poi arriva la crosta di pane appena sfornata con quella nota briochée che sa di firma dei lieviti. Seguono fiori bianchi di acacia e, in fondo, una traccia sottile di frutta secca che ricorda le mandorle tostate delle colline. Non è un profumo che si esaurisce subito. Richiede di tornare, di aspettare che le bollicine portino altra grazia.

In bocca è secco, affilato, con una mineralità gessosa che percorre il sorso da cima a fondo come una linea dritta. Le bollicine sono vive ed eleganti. Non aggressive. L’acidità è presente e ben calibrata così da tenere tutto in tensione senza mai irrigidire. E poi il finale, lungo e sapido, con quella nota di mandorla che aveva già annunciato il naso e che qui torna a chiudere il cerchio in modo pulito, risolto, soddisfacente.

È il vino delle occasioni che non si annunciano. Non ha bisogno di un brindisi formale né di un motivo speciale. Ha bisogno di silenzio, o di una conversazione vera. Esattamente come il luogo da cui nasce.

Non siamo mai partiti da un desiderio di stile. Non abbiamo detto all’enologo: voglio questo tipo di vino. Abbiamo lasciato che fosse il terreno a decidere. E quello che si produce qui rispecchia la zona. Una zona che per secoli è stata riconosciuta per gli orti, per le verdure, per la sapidità e la mineralità. Quella stessa mineralità si sente nel vino, si sente nell’olio.

Nicoletta Madrigali. La Custode della Croara
Il mercato che rallenta e la bacchetta magica

Anche Tenuta Santa Cecilia ha sentito il vento cambiare. L’export, che aveva funzionato bene per anni, si è fatto più cauto. Il mercato del vino italiano vive una fase di riflessione: i consumi scendono, i grandi mercati stranieri mostrano segnali di saturazione su certi segmenti, e le cantine con le cantine piene fanno prezzi con cui è difficile competere. Non è una novità. Ma è un fatto.

Quello che colpisce, parlando con Nicoletta, è l’assenza di ansia. Non quella dell’incosciente, ma quella di chi ha imparato che la natura non accelera per nessuno.

Il mercato per noi è un po’ fermo. Prima spedivamo all’estero, facevamo tante spedizioni. Adesso è più quieto. Ma non ci sbilanciamo. La natura richiede un tempo, e cercare di forzarla non porta da nessuna parte.

Se avesse una bacchetta magica, dice, farebbe una cosa sola: una cantina vera, lì sul posto. Una cantina progettata per stare in quel paesaggio, tra quelle colline, come parte organica di un luogo che già esiste. Perché vinificare altrove, anche se in una struttura di proprietà, anche se con tutta la cura possibile, è l’unica cosa che si porta dentro come un’imperfezione non ancora risolta. Non una colpa. Un sogno concreto, razionale, che aspetta i tempi e le risorse giuste.

Ci vuole. Ma prima di cambiare bisogna procedere molto lentamente. I cambiamenti improvvisi a me non piacciono. Poi ho fatto dei cambiamenti importanti nella vita, ma sempre passo dopo passo, controllando bene.

Sei etichette. Trentamila bottiglie. Un territorio che in larga parte si auto-gestisce, con quel vento impetuoso che percorre la valle e che, dice Nicoletta con una leggerezza che vale più di molte spiegazioni tecniche, non ha mai avuto bisogno di rame. È quasi un piccolo miracolo raccontato come se fosse la cosa più normale del mondo.

Cosa rimane

Alla fine di ogni conversazione con chi fa vino mi ritrovo a chiedermi cosa cerco davvero in queste storie. Non è la tecnica, anche se la tecnica conta. Non è il punteggio, che da queste parti non esiste e non esisterebbe comunque. È capire se dietro una bottiglia c’è una persona che ha qualcosa da difendere, da preservare, da restituire.

Con Nicoletta la risposta è stata semplice e immediata.

Apre le finestre la mattina e vede l’Abbazia. Vede le colline che ha comprato una a una per evitare che qualcuno ci costruisse qualcosa di brutto. Vede i cipressi antichi della vigna del campanaro. E dice una cosa che suona come una poesia involontaria, come quelle che nascono solo quando si smette di cercarle:

Apro le finestre e sono felice.

Questa è la parola giusta. Felice.

A Roma, dove vivo, si dice chi t’ammazza quando qualcosa è così bello da essere quasi insostenibile.

Nicoletta Madrigali, ex immobiliarista milanese, coltivatrice diretta per destino e per vocazione, custode di una piccola valle nascosta alle porte di Bologna, merita esattamente quello.

Chi t’ammazza, Nicoletta.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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