Caparsa. Paolo Cianferoni, le radici e il vento
Alcune persone assomigliano ai luoghi che abitano. Hanno radici profonde, ma non temono il vento. Paolo Cianferoni appartiene a questa categoria. Attraverso Caparsa ha costruito una visione personale del Chianti Classico, fatta di rispetto per la terra, indipendenza di pensiero e fiducia nella capacità del territorio di esprimersi senza mediazioni.
Il mestiere di giornalista non è né banale né scontato. Ci sono ovviamente le proprie idee che devono essere libere e scevre da qualunque condizionamento. È però utile, direi indispensabile, saper ascoltare e fare domande. L’ascolto serve a sapere. Le domande a comprendere meglio, approfondire, scoprire.
Può capitare però che durante certe conversazioni, smetti improvvisamente di fare domande. Succede, raramente, quando ti accorgi che chi ti sta davanti non sta recitando ma sta mostrando qualcosa di più raro: la propria vita, senza filtri, senza la patina lucida con cui il mondo del vino (e non solo) ha imparato a presentarsi. È cosi che devi semplicemente ascoltare. Solo che ci sono programmi televisivi, penso a Belve, che fanno delle domande (spesso ripetitive) e poco dell’ascolto, la loro fortuna.
Paolo Cianferoni è entrato in quella sala di Roma con il cappellino da contadino e lo sguardo di chi sa bene dove sono le sue radici. Era un evento dedicato al Chianti Classico al Palazzo delle Esposizioni a Roma.
Non sente il bisogno di nasconderlo. Di mettersi la giacca e darsi delle arie. Mentre altri produttori distribuivano biglietti da visita e sorrisi calibrati, lui parlava con chiunque con la stessa voce dritta e un po’ ruvida, carica di quella cosa difficile da definire che si chiama autenticità. Mi ha incuriosito prima come uomo poi come vignaiolo. Alle fine ho capito che in lui le due cose coincidono.

Caparsa è un podere a Radda in Chianti.
Undici ettari, quasi tutti a Sangiovese con viti che crescono su galestro e alberese a 450 metri di quota. Numeri che raccontano poco. Quello che conta è il tempo che scorre dentro: il padre Reginaldo acquistò la proprietà nel 1965, quando il Chianti stava svuotandosi di contadini in fuga verso le fabbriche del miracolo economico. Paolo, bambino di sette anni, poi ragazzo, poi uomo, cresciuto su quella terra come se non ci fosse mai stato altro posto possibile.
Sono un povero Cristo nato da una famiglia di ex mezzadri
Non c’è retorica nelle parole di Paolo. C’è semmai una precisione quasi economica che gli viene da un padre professore, dall’aver letto i suoi libri, dall’aver respirato il concetto di domanda e offerta insieme all’aria dei vigneti.
Mio nonno finanziò l’università a mio padre. Sua sorella, mia zia, fu sacrificata e non poté nemmeno sposarsi.
In una frase, un’intera stagione del mondo. Il Chianti degli anni quaranta e cinquanta era povero, duro, ordinato per nascita e non per scelta. Un mondo che Paolo ha ancora dentro come una ferita che non fa più male ma che non si dimentica.
A otto anni era già sul trattore.
A tredici lavorava d’estate con i vecchi del posto, quelli che
Cantavano in rima mentre zappavano
Contadini che non avevano coscienza della differenza tra l’essere contadini e fare i contadini. Lo erano senza porsi alcuna domanda.
Poi è arrivata l’adolescenza, gli anni della ribellione, i compagni con le idee rivoluzionarie e i jeans a zampa di elefante. Gli anni di piombo. Le proteste studentesche. Le rivolte. Il sangue. La droga. Paolo ha fatto una cosa che allora sembrava folle: ha detto no alla banca, no all’impiego, no alla città, no alle lotte di classe e se ne è andato a vivere in campagna quando tutti facevano altro.
Una ribellione. Come qualsiasi generazione che ad un certo punto rifiuta il mondo che la circonda. Poi però devi scegliere dove mettere i piedi.
Lui li ha messi sulla terra. Letteralmente. Con convinzione. Con la sua donna. È rimasto con la sua donna invece di fare qualcosa di diverso così da non doversene pentire. Contrariamente a Marina e Giovanni protagonisti di Sotto il segno dei pesci di Antonello Venditti.
E Marina se n’è andata, oggi insegna in una scuola,
vive male e insoddisfatta, e capisce perché è sola,
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore
ed unità per noi, che meritiamo un’altra vita,
violenta e tenera se vuoi,
nata sotto il segno, nata sotto il segno dei pesci.
E Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio,
ha bruciato la sua laurea, vive solo di parole
ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore

C’è infatti una donna alla base di tutto questo e Paolo lo ammette subito, senza che glielo chieda. Si chiama Gianna.
Senza di lei non sarebbe stato assolutamente possibile.
Lei, che non aveva paura dei serpenti né dei topi né dell’isolamento. Lei, che ha portato i figli all’asilo, alle elementari, alle medie
La chiamano mamma Uber
Lungo strade di campagna, negli anni in cui Radda non era ancora diventata il set di un documentario sul bello stile toscano. Cinque figli in tutto, tre nati lì, a Caparsino, nella casa adiacente all’azienda dove Paolo ha vissuto ventiquattro anni. Una famiglia che adesso è anche un’impresa: il primo figlio dedicato ai mercati internazionali, il secondo tra i vigneti e la cantina, la figlia in ufficio. 11 ettari, 40.000 bottiglie. Non è poco per una azienda tutta in famiglia.
Lavorare con i genitori non è facile. E nemmeno per un genitore lavorare con i figli. Ogni tanto li mando al diavolo. Però con l’amore si va avanti
La franchezza disarmante che è il suo registro naturale. L’inflessione toscana ma non accesissima. L’utilizzo di parole che lasciano intravedere qualcosa di più di un contadino. Poi l’amore.
L’amore che torna spesso, in questa conversazione. Non come parola d’ordine, non come strategia comunicativa. Come categoria concettuale. Quasi come avesse letto Simone Weil e poi l’avesse dimenticato, trattenendone solo l’essenza: che le cose fatte senza amore non reggono il tempo.

Il biologico per Paolo non è una certificazione.
È la conclusione logica di chi ha guardato il mondo con gli occhi di un ambientalista sedicenne, tra i primi soci del WWF toscano, ai tempi di Carlo Guicciardini, quando fecero la prima raccolta differenziale del vetro a Firenze. Ha poi trasferito quella visione nella propria terra.
Ma c’è di più. C’è una filosofia che chiama “teoria della complessità”: sviluppare ecosistemi vivi nei vigneti affinché l’uva possa fermentare con i propri lieviti, senza aggiungere nulla che non venga già da lì.
Chi usa i lieviti selezionati deve poi usare nutrienti e poi altro ancora. È una catena che si innesca. Io cerco di sviluppare complessità. Roba buona sull’uva.
È una visione che assomiglia stranamente a quella del compostaggio morale: se impoverisci il terreno, prima o poi devi ricominciare a comprare ciò che avresti potuto produrre. Vale per i vigneti. Vale, sospetto, per molte altre cose.
I Vini di Paolo
Ne ho assaggiati tre. Ma sono tre vini che mi hanno lasciato davvero qualcosa.
Caparsa Chianti Classico 2022
Un tavolo. Delle sedie. Due bicchieri. Un racconto. Alle volte penso al vino così. Due persone che si siedono con davanti un bicchiere (non un calice) di vino. Per parlare. Per raccontarsi della quotidianità. Il Caparsa 2022 mi ha raccontato proprio di quotidianità nel senso più nobile del termine. Quello in cui quotidiano significa necessario, come il pane, come una conversazione che vale la pena avere.
Il colore è rubino vivo, trasparente quanto basta per lasciar intuire la pulizia del lavoro fatto in vigna. Al naso è Sangiovese nella sua espressione più diretta: ciliegia croccante, un soffio di viola, un accenno di erbe di macchia che ricorda che siamo a Radda, a 450 metri, dove l’aria ha ancora un suo carattere. Niente di sovraccarico, niente di costruito. Solo frutto e tensione, la tensione di chi non ha nulla da nascondere.
In bocca è agile, sapido, con una freschezza che non stanca. I tannini sono presenti ma non invadono. Semmai accompagnano, come dovrebbero fare. Il finale è pulito, persistente nel modo giusto, quello che ti fa allungare la mano verso il bicchiere un’altra volta senza nemmeno accorgertene.
È il vino che Paolo imbottiglia per dire: il vino sta a tavola. E ha ragione.
Doccio a Matteo Chianti Classico Riserva 2015
Il 2015 è stato un anno di grande calore in Toscana e i vini che ne sono usciti bene sono quelli in cui il vignaiolo ha avuto il coraggio di non assecondare la materia, ma di guidarla. Il Doccio a Matteo 2015 di Caparsa è proprio uno di quei vini. Si sente e si sente tutto.
Colore granato intenso, quasi opaco nella sua profondità, con unghia aranciata che racconta il tempo trascorso senza rimpianti. Il naso è ampio, stratificato, con una complessità che non si svela tutta subito: prima il frutto cotto, la prugna secca, il fico. Poi l’ossigeno fa emergere la cannella, i chiodi di garofano, il pepe. Poi un sottofondo di tabacco, terra umida, funghi di bosco. Una di quelle bottiglie che chiedi di non versare troppo in fretta, perché nel bicchiere continua a cambiare e fai fatica a starci dietro.
In bocca è potente, non pesante. Una distinzione che molti confondono. C’è densità, c’è tannino ancora presente sebbene ormai setoso, c’è una acidità che è l’unica cosa che tiene tutto in piedi senza sbandare. Il finale è lunghissimo, caldo, con ritorni speziati che si prolungano oltre ogni aspettativa ragionevole.
È un vino che ha già dato molto e ha ancora qualcosa da dare. Una riserva nel senso pieno del termine: qualcosa che si mette da parte non per paura di consumarlo, ma per rispetto di quello che diventerà.
Caparsino Chianti Classico Riserva 2019
Un rubino intenso, vivo, con una piccola unghia granata appena accennata, quasi pudica. Eppure la luminosità è straordinaria. Il tipo di colore che ti ferma un momento prima di portare il bicchiere al naso, perché già quello che vedi promette qualcosa.
Una promessa mantenuta. I profumi sono freschi e salini, con la freschezza della frutta e dei fiori che arriva pulita, senza mediazioni. Piccole spezie che si rincorrono, si incrociano con la frutta rossa croccante (prugna, un’ombra di arancia). Un velo di balsamico che apre le narici e ti dice, silenziosamente, quanto questo vino sia ancora vivo dentro. Poi arrivano, piano, le spezie dolci e piccanti insieme, il tabacco, il cuoio, la noce moscata in sottofondo. Non un’esplosione, una rivelazione graduale, come piccoli funghi che emergono dal terreno dopo la pioggia, ognuno nel suo tempo, ognuno con la sua voce.
In bocca c’è quella cosa rara che si chiama dicotomia virtuosa: la profondità degli anni e la freschezza di un vino che sente ancora di avere strada davanti. La frutta è matura, quasi cotta in certi passaggi, ma poi una sapidità fresca risale e rimette tutto in ordine. I tannini sono presenti e ci mancherebbe. Altrimenti ne risulterebbe un vino incompleto senza. Sono peròmaturi, quasi morbidi, del tipo che dà struttura senza sottrarre vitalità. Il retrogusto sale di frutta e rimane.
Ho cercato le parole giuste per descrivere quello che lascia, questo vino. Alla fine ho smesso di cercarle e ho tenuto quella che mi è venuta per prima: è una stretta di mano. Forte, calda, poderosa. Come una pacca sulla spalla che non è consolazione ma incitamento. Non un abbraccio, qualcosa di più diretto. Qualcosa che ti dice vai, stai andando bene, continua così.
Un vino che è già pronto, già pieno, già capace di farsi sentire con autorevolezza. E che però, se aspetti, diventa ancora più preciso su quello che vuole dire.
Come certi uomini. Come Paolo.
Le piante sono esseri viventi. Quando la vita è facile, si adagiano. Quando devono reagire alle difficoltà danno il meglio di sé. Come noi.
Ascoltandolo pensavo ai vini naturali migliori che ho bevuto negli ultimi anni. Quella tensione che hanno, quella quasi-ostinazione, come se la vite avesse qualcosa da dimostrare. Pensavo anche, con ironia, a quanto sia vera questa storia per il mondo del vino in generale: quando tutto andava bene e i mercati tiravano, si è ingrassato di retorica e di packaging. Adesso che i prezzi del vino sfuso crollano e molti produttori sono in difficoltà, qualcuno comincia a capire che l’unica cosa che regge è quello che si è costruito davvero.
Sopravvivo solo perché imbottiglio. Altrimenti sarei già fallito.

Il mercato del vino sta attraversando una crisi strutturale che non è solo congiunturale. I grandi gruppi finanziari acquisiscono aziende familiari a prezzi gonfiati dalla speculazione immobiliare e dal turismo enogastronomico. In Germania e in Francia alcune zone hanno perso il trenta o quaranta percento delle cantine familiari in pochi mesi. I costi burocratici sono gli stessi per chi fa mille bottiglie e per chi ne fa un milione. Le aziende intermedie, quelle tra le centomila e le duecentomila bottiglie, sono le più esposte: abbastanza grandi da essere appetibili, abbastanza piccole da non avere le spalle per reggere.
Le famiglie rurali rischiano di scomparire non perché falliscono, ma perché vendono. E poi ci costruiscono sopra, estirpano i vigneti.
È una cosa che non sento dire spesso: che il vero pericolo non è la crisi economica ma la finanziarizzazione del territorio. Il valore della terra che sale oltre il senso comune. Pensare che in alcune zone d’Italia i vigneti possano arrivare a costare tre, quattro milioni di euro ad ettaro, è un assurdo senza senso. Così i vignaioli si trasformano in venditori. Non per mancanza di passione, ma per eccesso di valore. Una distorsione perversa.
Paolo, intanto, ha appena finito di comprare le quote dei fratelli dopo la morte della madre. Due anni difficili, cifre che non vuole nominare.
Io ho lavorato qui come se fosse mio da quarantatré anni. Poi però quando erediti, erediti sul valore attuale.
Una ferita ancora aperta. Il sistema legale non distingue tra chi ha costruito e chi ha solo ereditato un diritto. Non è una critica ai fratelli. È una constatazione sul modo in cui funziona il mondo, che a volte premia meno il lavoro di quanto premia la posizione. Mettendo in crisi anche il futuro.
Quasi sicuramente ci sarà un continuo dopo di noi. Questo mi basta. Vorrei morire sul trattore
Lo ha detto ridendo, ma non stava scherzando del tutto. Per alcuni, smettere di lavorare equivale a smettere di esistere. Non per mancanza di alternative. Unicamente perché il lavoro e l’identità si sono così intimamente fuse da non poter essere separate senza perdere qualcosa di essenziale. Paolo ha sessantasette anni, la pensione da coltivatore diretto è seicento euro al mese (la minima, praticamente) e l’idea di passare la vita su una chaise longue non gli appartiene neanche come fantasia.
Finché sono vivo e posso, lavoro. La mia vita è questa.

Qualcosa di grande e altrettanto sottile in questo. Il confine tra vocazione e ossessione è spesso molto sottile nel vino. Ma forse non è importante distinguerli, quando il risultato è quello.
Quello che mi ha detto sul linguaggio del vino è la cosa che ho sentito più mia e forse per questo me la sono tenuta per ultima.
Il vino sta vivendo un momento di merda soprattutto perché il linguaggio è diventato obsoleto. Tutte queste sommelerie, queste parole sofisticate, tutto in cravatta e giacchetta. Non c’è più autenticità. È soltanto un’ostentazione estetica.
Avrei voluto abbracciarlo.
Il vino è stato estromesso dalla tavola, il suo luogo naturale, il contesto in cui ha senso, in cui costruisce memoria e affetto. È stato messo su un piedistallo dove pochi possono arrivare e molti si sentono inadeguati. È diventato un prodotto di lusso anche quando non lo è. Un oggetto da decodificare invece che da bere. Questo allontanamento è il danno più grande che il settore si sia autoinferto negli ultimi vent’anni, molto più della concorrenza dei Paesi emergenti o del calo dei consumi.
Le illustrazioni sulle etichette di Caparsa vengono da un libro che il padre Reginaldo aveva scritto sulla vita quotidiana del Chianti. Storie raccontate da un gruppo di locali riuniti a cena in una trattoria. Ogni bottiglia porta quel mondo lì. Chi lo sa beve qualcosa in più.
Un vino vero il giorno dopo ti farò venire buone idee. Hai dormito bene, ti sei svegliato brillante. Quello che ti fa litigare con la compagna e se il giorno dopo non sai neanche cosa hai bevuto. Quello non è vino, è un prodotto.
Esatto. È sempre una questione di presenza. Di quanto c’è dentro, non di quanto sembra di fuori.
Per tutto il resto non c’è fretta. Caparsa esiste da prima che esistesse il Chianti Classico come denominazione. Esisterà ancora quando molte delle cose di cui discutiamo oggi sembreranno già antiquate.
Nel vino come nella vita, resistono quelli che hanno radici abbastanza profonde da non aver bisogno di correre. Caparsa, Paolo, Gianna, i loro figli, non hanno bisogno di correre.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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