Philema. Il vino si fa glamour
08 Ago 2025
Suggestioni di Vino

Philema. Il vino si fa glamour

 

Non ci sono più le mezze stagioni.
Sì stava meglio quando si stava peggio.
Quando c’è la salute, c’è tutto.
La matematica non è una opinione.
Questa casa non è un albergo.
Il tempo vola
Non si finisce mai di imparare.
I cibi di una volta avevano tutto un altro sapore.

Che faccio, continuo?

Le frasi fatte, quelle banali. Quelle che in qualunque discussione, in qualche modo escono. C’è poco da fare, escono. 

Poi ci si guarda in faccia e ci si mette a ridere cominciando a citarne a raffica. Sempre che non si frequenti persone banali. Perché allora ve la siete proprio andata a cercare!

Per certi versi, il mondo del vino è banale. C’è sempre la storia del papà o del nonno che faceva il vino o delle terre di famiglia che occorreva preservare. Ci sono i castelli ricchi di storia, le cantine scavate nella roccia, i vigneti centenari. 

Spesso mi invitano a visitare le cantine ma io le trovo di una banalità estrema. Cosa volete che cambi tra una cantina e l’altra? Le botti, i tini, le anfore. Quello c’è. Magari si, qualche volta sono ricche di fascino e di storia. Ma solo qualche volta. 

Per tutto il resto, banale. 

Non il vigneto. Non la storia delle persone. Quelle no. Ognuna ha in se qualcosa di speciale che va preservata. Non fosse altro perché dentro una bottiglia c’è, sempre, qualcosa di più.

Però il vino e il suo mondo sono autoreferenziali. Difficilmente si esce fuori dagli schemi e pochi sono quelli che sperimentano e si adeguano ai tempi. Al contrario, si cerca di rimanere ancorati al passato. In parte è anche giusto così. Rappresentare un pezzo di storia è sempre importante e mantenerla diventa un dovere. 

Ma ai giovani, chi ci pensa? Cosa cattura l’attenzione di un giovane?

Può una bottiglia di Barolo con la sua austerità rappresentare un oggetto del desiderio per chi è abituato alle novità, ai colori, alla frizzantezza dei propri anni?

Così come è mai possibile che non si cerchi in nessun modo di portare i giovani verso il mondo del vino che ne avrebbe tanto ma tanto bisogno?

Ho incontrato Pierpaolo Schierano, un imprenditore dell’astigiano che ha deciso di intraprendere un progetto diverso e dirompente nel mondo del vino: Philema.

Philema. Il vino si fa glamour

Non vivo del vino e non ho questo stress di un vino che deve piacere al mercato. Sono partito dal presupposto di fare un vino che mi piace. Sono un imprenditore. Ho un parco commerciale con la mia famiglia. Partiti con l’ingrosso e approdati al dettaglio.

Pierpaolo gestisce il Parco Commerciale Magnone a Castelnuovo Don Bosco, paesino dell’alto astigiano. Al mondo del vino si è avvicinato con una idea ben precisa: realizzare un prodotto che rompesse gli schemi partendo certo dal vino ma con un brand, Philema, che fosse rappresentativo del concetto che si vuole trasmettere. Non una operazione di puro marketing ma qualcosa che possa comunque contenerlo.

Philema, φίλημα, è il bacio conviviale. Un gesto di affetto che indica la convivialità. Nell’antica Grecia il bacio era tipicamente orientato al saluto, alla devozione, alla supplica. Lo storico greco Erodoto descrisse nelle sue Storie (I secolo d.c.) il bacio nel mondo classico inquadrandolo come simbolo di diversità tra le varie culture. Sembra che i grandi cultori del bacio come lo conosciamo oggi, siano stati gli antichi romani e Ovidio, nella sua opera Ars amatoria, L’arte di amare, ne decanta approfonditamente le diverse sfaccettature. 

Philema è qualcosa di diverso. Forse meno profondo e viscerale. Superficiale si potrebbe dire ancorché collettivo e aggregativo. Un modo per celebrare lo stare insieme in armonia ed allegria. Un pò come la funzione conviviale del vino. Una funzione della quale spesso ce ne si dimentica.

L’autoreferenzialità del mondo del vino porta il prodotto vino ad essere il protagonista delle diverse occasioni mentre, per sua natura, non può che essere comprimario. 

Il vino si beve a tavola dove ci si riunisce tra persone. Il vino accompagna il pasto. Il vino allieta le serate. 

In nessuna di queste forme il vino è il protagonista indiscusso. Mangiando si beve vino per accompagnare il pasto e renderlo più piacevole. Bere il vino senza accompagnamento di un cibo e in solitaria, diciamocelo, è da sfigati. 

Quando allora si esalta il vino e non la sua funzione di co-protagonista, si commette un errore imperdonabile. Quello stesso errore che allontana le persone, giovani in primis. Tanto meglio una birra che è meno altezzosa e pretenziosa. 

Philema. Il vino si fa glamour

Mio papà mi ha lasciato dei vigneti. Era un professionista mancato venti anni fa. Non ha mai prodotto vino. Le uve venivano conferite ad una cantina sociale del territorio fino al momento in cui i vigneti non mi piacevano più. Erano storici. Il Fresia esiste da 500 anni qui a Castelnuovo Don Bosco che è in una posizione collinare vocata. I vigneti ci sono dal tempo dei latini dunque 2000 anni fa. Ho deciso di estirpare questi vigneti per re impiantarli. Alla fine del 2016. Nel 2017 i vigneti nuovi. Autunno 2019 la prima vendemmia.vInizialmente volevo solo avere i vigneti a posto. Avere la bellezza morfologica di un territorio. Adesso ci sono 4000 barbatelle nuove tutte messe in file. 

La bellezza. Può essere in un oggetto di design come in un territorio. Un paesaggio può essere bello perché la natura lo ha disegnato in quel modo ma se l’uomo in qualche modo è intervenuto, allora occorre disegnarlo continuamente per renderlo sempre bello.

Pierpaolo rimette a posto i vigneti del padre, poco più di un ettaro, non già per produrre vino quanto per non vedere un paesaggio deturpato da piante poco curate. 

Quello che può sembrare pensiero edonistico è invece la voglia di restituire ad un territorio la bellezza che merita. 

Poi mi sono detto: invece di conferire le uve, perché non faccio un vino che piaccia a me. Non son un gran bevitore di vino. Ero profano. Bevevo occasionalmente. Assaggio questo si.

Philema. Il vino si fa glamour

C’è poco da fare. Quando si vedono i filari ben posizionati lungo il crinale della collina con il sole che si insinua tra le foglie verdi creando giochi di luce incredibili, non si può non rimanerne affascinati. E non si può non pensare a cosa si potrebbe fare con quelle incredibili piante. Il vino certo.

Qui però c’è la differenza tra un imprenditore visionario e un normale vignaiolo che non vuole altro che seguire le tradizioni. 

Innanzitutto la scelta di un vino che possa far bene. La mia produzione è di vino rosso. Sentivo tanti che dicevano che il vino rosso ha solfiti, mi viene mal di testa. Volevo certamente un vino legato al territorio. Facendo delle indagini non riuscivo a mettere tutti d’accordo sul tipo di vino. Bollicina, secco, bianco, ecc. Chi se la tira e dice che vuole sempre vino di pregio. Volevo un prodotto genuino che parte da trattamenti naturali nel vigneto dove ne vengono fatti tanti perché il prodotto sia il più naturale possibile. Trattamenti leggerissimo solo a base di zolfo per conservare o tenere il vigneto florido e produttivo. Lontano da flavescenze e da ciò che si può generare. Era un ettaro, oggi 2.3 ettari. Due anni fa ho acquisito due vigneti di Freisa attigui ai miei. Lo porterò a regime tra qualche anno. Li sto ancora curando perché producano Philema. I trattamenti naturali proseguono anche in cantina. Molti travasi per ridurre i solfiti. Lieviti selezionati. Almeno una parte. 

La visione era per un prodotto digeribile. Un rosso da bere anche a digiuno (ovvero che non desse bruciori di stomaco o mal di testa) ma non a digiuno poiché conviviale.

Philema. Il vino si fa glamourÈ così che nasce Philema, il Monferrato rosso. Un vino che sa di vino.

In ogni sorso di 𝐏𝐡𝐢𝐥𝐞𝐦𝐚 si ritrova l’essenza di convivialità, di freschezza giovanile, di voglia di bere qualcosa senza pensarci su. Un vino che conquista subito per l’esplosione di frutta 𝘴𝘤𝘳𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘦𝘭𝘭𝘢, le note floreali e un leggero tocco balsamico: è la gioia di vivere della 𝐅𝐫𝐞𝐢𝐬𝐚 e della 𝐁𝐨𝐧𝐚𝐫𝐝𝐚.

𝐏𝐡𝐢𝐥𝐞𝐦𝐚 è un vino vero, senza fronzoli, come quelli di una volta: si beve per il puro piacere di berlo, non per l’edonismo di guardarlo o annusarlo.

In bocca, una carezza di freschezza, un tannino appena sussurrato e la frutta che persiste, lasciano il palato suadente e appagato.

Perfetto per un semplice pane e salame o per un brindisi tra anime innamorate che vogliono solo godere il gusto di un momento condiviso. Sorrisi e divertimento che scorrono leggeri.

Tranquillo, veloce, fugace. Come un bacio, preludio di tante altre meraviglie.

Lo bevi (anche fresco), continui a berlo. Ti piace. Sorridi. Ami. Non c’è bisogno di alcuna giustificazione.

Al rosso poi si affianca una bollicina da Glera. 

Avete letto bene, da Glera. 

È un extra dry con una base di Glera da vecchissimi vigneti di Valdobbiadene con una percentuale di rosso vinificato in bianco. In autoclave si è arrivati fino a 120 mesi per avere una bolla impercettibile e sentori fruttati. Al metodo classico ci abbiamo pensato ma è una mancanza di tempo.

In un mondo ingessato e per certi versi anche ipocrita, realizzare una bollicina, in Piemonte, con uve provenienti da Valdobbiadone, può essere una eresia. Ma è esattamente quello che Pierpaolo voleva: rottura degli schemi.

Chi l’ha detto che perché il vino si è sempre fatto in un modo, occorre continuare a farlo così? 

Philema Extra Dry rispetta le aspettative ed è assolutamente coerente con la filosofia del marchio. Si voleva qualcosa di pronto e conviviale e l’Extra Dry è la scelta giusta. Qualcosa che potesse accontentare tutti e l’Extra Dry è sempre la scelta giusta. Niente di altezzoso e il Glera è la scelta giusta. Un pizzico di eleganza non fa mai male e l’aggiunta di Chardonnay ci sta tutta.

È un Prosecco? Di base si. Ha qualcosa di speciale? Ni, nel senso che sicuramente lo Chardonnay lo rende più verticale e la lunga permanenza in autoclave le bollicine estremamente fini per uno Charmat. 

Insomma, l’ho trovato gradevole ed elegante. Non scontato e in grado di accendere una allegria non volgare. Molto versatile così da essere bevuto dall’aperitivo in poi. Un Extra Dry che diventa morbido e ammaliante tanto da piacere molto a chi non ama particolarmente la freschezza di un minor residuo zuccherino.

Una di quelle bottiglie che grazie a quella sua stupenda etichetta gialla con le labbra tatuate, ispira ancor prima di stapparla. Se devo dirla tutta, in barba ai Sacri testi, mi è venuta voglia di stapparla con il botto. E così è stato!

Pierpaolo ci ha messo la faccia e la propria azienda in un concept del tutto nuovo. Molti altri, fanno lo stesso nascondendoci dietro etichette più o meno blasonate. Non occorre andare alle indagini di Report per sapere come il Glera si sia coltivato anche in Puglia per poi etichettare le bottiglie come Prosecco DOCG. Ci sono fior di produttori che acquistano vino sfuso o uve da altri per poi commercializzare il prodotto finale con tanto di etichetta pluripremiata. Tutti però dimenticano il consumatore finale e la necessità di non apparire come ubriaconi bacchettoni. 

Ecco allora che Philema svecchia completamente l’imparruccato mondo del vino e lo fa con elementi di marketing e comunicazione pura. A partire da una etichetta accattivante con le labbra tatuate di meravigliosi fiori colorati e etichette con palette che spingono la bottiglia tra le mani del consumatore. Anche il lettering scelto è realizzato per emergere dall’etichetta grazie ad una tridimensionalità accattivante. La denominazione Monferrato DOC Rosso è secondaria rispetto al nome Philema come a dire che la provenienza è certo importante ma lo è ancora di più la convivialità offerta dal nome. 

Il nome è stata una folgorazione notturna. È venuto fuori prima il nome che la produzione del vino. Mi svegliai una notte girando per casa e stavo pensando al nome del vino. Mi venne in mente questo nome e mi sembrava molto adatto al vino che volevo fare. Un Freisa d’Asti con un pò di Bonarda per conferire più struttura all’uva giovane.

Philema, l’unione. Come lo è il Monferrato Rosso. Unione tra Freisa e Bonarda. Due vitigni della tradizione piemontese, quella di un tempo, reinterpretati in maniera fresca, giovane, dirompente. Nessun fronzolo, nessuna voglia di rappresentare qualcosa se non il momento in cui la bottiglia diventa parte di qualcosa.

Un momentum che si trasforma anche in un altro vino, il Momentum che però si fa solo nelle annate che lo permettono.

Il Momentum è il barricato, con un anno di acciaio e sei mesi di rovere. È solo nella annata 2022 perché lo permetteva. Le altre annate non avevano una qualità tale da consentire l’invecchiamento. Non riuscirebbe ad avere quel corpo giusto. La legnosità sarebbe troppo marcata anche per pochi mesi di botte.

Philema. Il vino si fa glamourMomentum 2022 è un riuscito mix godereccio di Fresia (80%) e Bonarda. Colore rubino scuro e immediati sentori di visciola, lampone e mirtilli resi vegetali da un bellissimo sottobosco e da qualche spezia e tostatura. Poi liquirizia e anice stellato. Al naso piace e convince senza essere potente ed elegante. Ma non lo deve essere. La sua è una natura di vino che ha un gusto e deve piacere senza se e senza ma. 

In bocca è infatti così: pieno, intenso e tanto godereccio. La visciola arriva lasciando la bocca pulita per via di una intensa freschezza e un tannino domato. Le erbe aromatiche sembrano ricordarsi di esserci e arrivano. Tutto sa di scuro e intenso tanto che ho come la sensazione, per via della visciola, di avere la lingua nera. Magari è una idea per la prossima etichetta.

Philema è un occhio non solo al mercato italiano ma anche internazionale. 

Come potrebbe non esserlo un vino che già dalla etichetta diventa accattivante e instagrammabile? 

Una operazione di marketing, è vero. Ma un marketing arrivato dopo la voglia di fare il vino: Pierpaolo cercava prima il vino poi ha trovato il packaging. Un packaging così bello da essere stato tra i finalisti dei Pentawards a Londra. Un lavoro magnificamente svolto da una dinamica agenzia creativa, la Neom. 

Il vino, come l’etichetta, è frutto di un percorso e non di una improvvisazione. Le vigne prima, la cantina poi, la squadra infine.

In vigna funziona con due vignaioli che mi seguono i vigneti. Due enologhi. In cantina c’è la collaborazione con Raimondo Marolo. Lui produce con il suo marchio ma ha sposato la mia filosofia. Non lo conoscevo ed è stato bello incontrarsi come pensiero e dedizione al progetto. Avevo a che fare con una ventina di produttori del territorio ma non avrei mai prodotto vini con loro. Volevano producessi presso la loro cantina. Con Raimondo c’è un percorso fatto insieme e lui mi ha dedicato del tempo. Nelle altre cantina mancava l’ascolto della mia idea del vino.

Anche in questo c’è unione. Di intenti e di visioni che si sposano per realizzare qualcosa che non c’era. Come ad esempio anche il Gin.

Ho un paio di soci con i quali siamo partiti con la produzione di un gin a base di fico. Fichi freschi e foglie di fico oltre a botaniche che sono presenti in questi vigneti. Dal vicino Carlo Quaglia che fa già il gin Portofino. Il gin si chiama Immoral. Ginepro, coriandolo, cardamomo, semi di Angelica, iris, sambuco, fiori di camomilla, cannella, fiori di arancio.

Una bella iniziativa. Una sferzata totale ad un territorio statico, fermo attraverso il gin: assolutamente poco piemontese. Ma chissenefrega. In Piemonte ci sono tutte le erbe officinali necessarie a fare un ottimo gin. Perché non farlo allora? Solo perché qui si è sempre fatto Vermouth e Bicerin? 

Eppure io ho trovato Immoral gin super interessante. Fresco e con marcate note agrumate che si uniscono al fico mentre genziana, camomilla, rabarbaro, ginepro e assenzio fanno da giusto corollario. Sono però i fiori di zagara e le foglie del limone che secondo me riescono a far esaltare maggiormente il fico. La parte floreale è penetrante e preminente con una sorta di piccantezza inebriante. Lo si beve anche neutro perché non è uno di quei gin “cattivi” nel senso di ruvidezza. Sa essere morbido ma solo il giusto posizionandosi al centro della lingua per renderla secca ma non eccessivamente. La bevuta è dunque garantita. I fiori di zagara ritornano anche in bocca con una sorta di mix dolce vegetale ad alleviare la verticalità spinta. In bocca dunque è sinuosamente verticale tanto da scivolare giù in gola con quella lunghezza di respiro che porta alla mente interminabili abbracci.

Adesso a Philema occorre un pò di consolidamento. Dopo l’accelerazione iniziale del progetto serve rafforzare il marchio per diffonderlo a dovere.

Sono in una fase di consolidamento di queste tre etichette o due etichette e mezzo vista che una ha solo l’annata 2022. Per poi riprendere il percorso con nuove sperimentazioni. Capire quale potranno essere gli altri prodotti. Qualcosa che possa spaziare dalla piantumazione di un vigneto a bacca bianca, un vermouth, un orange, un metodo classico. Ci sono diverse idee. Affiancare alla bollicina bianca una rosè. Tante cose cosi ma ora consolidamento. Al momento facciamo 18000 bottiglie. Non vinifichiamo tutto. Tra queste c’è anche il Glera dunque poco più della metà derivano dalle mie uve. 

Un piano di sviluppo che può avere un discreto futuro. Che va continuato e perseverato affinché si possa provare a fare qualcosa di diverso in questo incipriato mono del vino. Ne hanno bisogno anche i territori, quelli che non devono inventarsi castelli e sotterranei o cercare di scimmiottare i mostri sacri del vino italiano per trovare la propria strada. La via, quella alternativa, può essere proprio questa. 

Nessuna storia da inventare, nessun antenato da riesumare, ma rompere gli schemi puntando sui giovani, il vero futuro, con progetti freschi e innovativi come Philema. Ben vengano persone come Pierpaolo che con il suo fare pacato, determinato e irriverente, se ne fregano dei luoghi comuni e dei conformismi. 

Il mondo e il futuro del mondo (del vino) ha in se spazio per tutti e, anzi, più idee come Philema ci saranno maggiore sarà la possibilità di soddisfare le esigenze della incredibile diversità che ci troveremo a gestire da qui a breve.

Se allora il luogo comune oggi è: 

Meglio seguire la massa che rischiare di essere esclusi

Proviamo a non seguire la massa e a dotarci di pensiero laterale pensando fuori dagli schemi. Un pò come fanno i bambini che trovano soluzioni creativi a problemi che sembrano banali. 

Il principale nemico della creatività è il buonsenso.

Cosi diceva Pablo Picasso che di creatività se ne intendeva un tantino. 

Serve pensare fuori da quegli schemi che continuano ad essere utilizzati semplicemente perché si è sempre fatto così.

Troppi sono i produttori che producono troppi vini ancorché tutti mediamente di buon livello. Pochi, pochissimi coloro che hanno capito che occorre un approccio diverso che non è certo quello dei dealcolati. Perché se si continuerà a voler produrre e vendere il vino (anche dealcolato) incipriandosi il naso, allora la fine per molti sarà vicina. 

Grazie Pierpaolo per questo tuo dirompente progetto. Non mollare!

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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