Piazzo Comm. Armando. Le Langhe a mucchietti
La campagna, quella di un tempo, quella fatta di sacrifici ed incertezze, di neanche la proprietà quando si era mezzadri, serviva solo per campare. Spesso, averla, poteva rivelarsi una maledizione, figuriamoci riceverla in eredità. Perché poi toccava starci senza possibilità di andarsene. Era la Malora narrata da Beppe Fenoglio nel suo indimenticabile omonimo romanzo. La sfortuna, se non la maledizione, di vivere in un territorio povero come le Langhe.
Difficile a crederci oggi. Le strade corrono tra colline vitate che sembrano disegnate dalla mano di un pittore. I filari sono macchie instagrammabili. I ristoranti e le piccole enoteche offrono piatti esclusivamente gourmet. I bed&breakfast si atteggiano a residenze di lusso con piscina e spa. Altro che Malora: qui è l’Eldorado.
Se l’intervallo tra le due Grandi Guerre aveva dato quel minimo di stabilità al mondo contadino, la povertà assoluta arrivò dopo la Liberazione. Tutto distrutto, tutto lasciato incolto per anni. Ritornare alla terra era solo una malora. Ancor più di prima.
Quando il Piano Marshall segnò l’inizio della ripresa fu anche peggio. Le genti delle Langhe cercarono di fuggire là dove la ripresa c’era davvero. A chi importava far rivivere le campagne quando le città venivano ricostruite e con esse le industrie?
A nessuno ovviamente. Come a nessuno andava di rinunciare al miraggio dello stipendio fisso, delle ferie pagate, di una vita che poteva, se non altro, avere qualche certezza in più della terra. A Torino c’era la Fiat che doveva soddisfare quel nascente bisogno di mobilità e di vita spensierata degli italiani. Ad Alba invece la Ferrero con quei prodotti che rappresentavano, finalmente, il godere della vita. Servivano operai e non era difficile imbattersi in funzionari delle due aziende che gironzolavano per campagne a reclutare operai.
Quando finirono di trovarli qui, andarono al sud così che la sola produzione di auto Fiat passò in dieci anni (dal 1949 al 1959) da 71.000 a 425.000 unità.
Il risultato del boom economico ed industriale non poté che essere l’abbandono delle terre. Ciò che oggi può sembrare una eresia (a giudicare dai costi della terra nelle Langhe), all’epoca era normalità. Solo che la terra, nonostante fosse una malora, rimaneva qualcosa proveniente dal passato, la storia di ogni contadino, la vera essenza della famiglia. Non era possibile, neanche lontanamente immaginabile, lasciarla li, abbandonarla senza nessuno che vi badasse, che la curasse, che ne prendesse possesso. La terra prima di essere, per qualcuno, una proprietà, era un dono da trasmettere.

C’era proprio la gente che veniva ad offrigli la terra. Prendi sto pezzo, dammi quello che vuoi.
Ci vuole visione però nella vita e, soprattutto, tanto coraggio. Armando Piazzo le aveva entrambe. Difficile comprendere come in una persona possa nascere, svilupparsi ed apparire nitido il futuro. Eppure accade. Solo che nelle Langhe dell’epoca dovevi avere una visione che necessitava il superamento di un paesaggio sconsolante. Che andasse non solo aldilà del tempo ma anche dei luoghi.
A quell’epoca i Piazzo erano essenzialmente boscaioli. Vivevano in Alta Langa, famosa non per le bollicine ma per i boschi, a San Bovo di Castino (paesino dedicato a San Bovone, protettore delle delle greggi e delle mandrie). Tagliavano legna e la trasportavano su un carretto ad Alba, città con meno risorse agricole e più contanti. Soprattutto con la necessità di acquistare la legna utile per riscaldare le case, per cucinare.
Durante il tragitto, quando qualcuno fermava il Piazzo e chiedeva: ne hai ancora di quella legna che ho preso l’anno scorso? Lui rispondeva in piemontese: e n’ho mac pi che n’mugiot. Ne ho solo più un mucchietto.
Quando si parla di azienda (o di famiglia), per poterne capire il DNA, è necessario capire da dove essa sia partita. In pochi cercano di trovare il modo per raccontarsi. In ancor meno di raffigurarlo in un logo. L’essenza, la partenza, le origini. È proprio quello che un logo dovrebbe rappresentare (poi se uno non lo ha, lo inventa come capita in migliaia di casi). Nel logo dell’azienda Piazzo Comm. Armando a sovrastare l’immagine di un carretto trainato da buoi (che poi è il carretto che Luigi Piazzo, papà di Armando, usava per trasportare la legna compare proprio la scritta Dai poderi d’Mugiot.
Siamo a San Rocco Seno D’Elvio, frazione di Alba, in provincia di Cuneo. Incontro Giampiero Sappa, anima commerciale dell’azienda Piazzo Comm. Armando e con lui chiacchieriamo a lungo spaziando nel mondo del vino italiano con sullo sfondo proprio la famiglia Piazzo che nella Langa attuale arriva solo negli anni ‘50 quando Armando Piazzò sposò Gemma Veglia.
Oggi alla guida dell’azienda c’è Marina, figlia di Armando, con il marito Franco e i loro figli Marco e Simone.
Giampiero è uomo di vino (ma si potrebbe pure scrivere quel “di vino” senza lo spazio in mezzo). Scuola enologica ad Alba e poi 10 anni tra Friuli e Veneto oltre che in Toscana. In Friuli alla Tenuta Villanova, azienda confinante con Borgo Conventi.

Dopo queste esperienze mi è venuta voglia di tornare a casa, in Piemonte. Sono nato nella casa in cui vivo ora.
Casa è sempre casa e le Langhe sono un territorio che ti rimane dentro. Anche con la Malora (che per fortuna adesso non c’è più).
Torniamo ai Piazzo e a quel personaggio che è stato Armando, Mugiot, mucchietto. Perché se Luigi ammucchiava legna, Armando cominciò ad ammucchiare terre.
Bisognava essere una persona lungimirante e coraggiosa per scommettere sulle terre nella Langa in quel tempo. Eppure era così convinto delle sue idee da non esitare ad indebitarsi per acquistare le terre. Aveva altre attività come una panetteria e una osteria, utili a generare cash, ma senza un obiettivo, sarebbero servite a poco se non a sopravvivere.
Visione nella viticoltura, nella potenzialità di queste terre. È cosi che Armando cominciò dapprima a produrre e vendere uva per poi passare a vinificarne una parte quindi imbottigliarne un quantitativo sempre maggiore. Una sequenza che può sembrare naturale ma, poiché complessa e soprattutto rischiosa, mai banale.
La prima bottiglia risale addirittura al 1968. Giampiero mi mostra un Barbaresco del 1979. Era già DOCG. “Era già”. Eppure sono passati 46 anni. Veramente tanti.
Come funzionava la viticoltura qui in quegli anni me lo ricordo anch’io. Iniziai la scuola enologica ad Alba nel ‘76. La stessa frequentata da Tachis e Guido Rivella. In quel periodo lì c’erano pochi imbottigliatori, qualcuno addirittura senza vigneti, qualcuno con pochi. C’erano già ovviamente i Pio Cesare, i Prunotto di Antinori, però non erano i 2000 produttori di bottiglie di vino che abbiamo ora. Erano meno di un paio di decine. Questi signori andavano per le campagne ad acquistare piccole quantità di uve. Non c’erano viticoltori e basta ma contadini che coltivavano per la maggior parte per tirare a campare: due mucche, grano, mais frutta e un pò di uva che solo in parte veniva prodotta veniva trasformata in vino per consumo familiare. L’uva buona veniva venduta.
Atro che viticoltura specializzata. Mi ricordo molto bene le Langhe con coltivazioni di grano. Anche in collina dove non è proprio l’ideale.
Armando oltre a creare i vigneti iniziò ad impiantare il Nebbiolo quando tutti richiedevano Dolcetto, vinificato e venduto in damigiane. Arrivavano da Milano e Torino, il sabato e la domenica per portarsi via le damigiane di vino.
Negli anni ‘80 pre Metanolo ricordo come fosse difficile vendere vini come Barolo e Barbaresco. Addirittura si metteva un pò di Nebbiolo nella damigiana del Dolcetto. La Cantina Sociale Terra del Barolo me la ricordo piena di botti stracolme di Barolo. Non lo voleva nessuno.

Incurante di tutto questo, Armando piantava e ripiantava solo Nebbiolo. Magari per lucida follia, magari ispirato dai contatti che aveva con Fontana Fredda alla quale vendeva l’uva. Gli dicevano che per determinati mercati serviva Nebbiolo. Decise di rischiare. Una sorta di all in. Che tempi e che determinazione!
Un precursore. Una persona che guardava avanti. Aveva intuito. Senza particolari studi di marketing e di geopolitica, capiva dove sarebbe andato il mondo negli anni a venire. Forse perché era un non solo un grande comunicatore ma una persona che sapeva ascoltare. Per anni nel Consiglio Comunale di Alba, aveva ovunque amicizie anche di un certo livello.
Quando incontrava qualcuno lo invitava in cantina e difronte a del buon cibo preparato dalla Gemma, apriva le bottiglie e creava legami.
La vera essenza del vino insomma che Gemma ancora rappresenta. Una donna di altri tempi che rappresentava il contraltare di Armando. Impulsivo, geniale, dirompente Armando; concreta, posata, attenta Gemma. Un binomio perfetto nel quale la coppia di vita si trovava anche nel business.
Ho trovato questo gioco di contrappesi in ArGè, il Barbaresco 2022 che è crasi non solo tra i loro nomi. Terreni diversi che si fondono per conferire al Dio Nebbiolo un carattere che sa di unicità. Se l’unione di una coppia si mantiene con equilibrio, pazienza e lungimiranza, ArGè ne è la perfetta espressione. Se Armando poteva essere quello energico che guardava al futuro (insomma un Nebbiolo), sono certo Gemma gli ha donato leggerezza e meraviglia.
ArGè si presenta così, con quella sua trasparenza che deve essere propria delle coppie longeve. Fine ed elegante appare al naso impalpabile, evanescente eppure concreto. Non manca nulla ma proprio nulla. Solo che i sentori non gridano, non sbracciano, non si esaltano. È Gemma che conosce il suo ruolo, sa della sua importanza, della sua struttura. È la sua forza. I sentori escono uno dietro l’altro come tanti scolaretti in fila. Tutti ci sono tutti. Non c’è il balsamico ad esaltare. Non serve. Non serve proprio.
Poi arriva il sorso ed è Armando. Forte e vigoroso ma tenero e non aggressivo. Abbraccia la moglie Gemma e non c’è veemenza. Ecco perché i tannini non aggrediscono, la freschezza non morde, i sapori sono delicati. Non ci sono gridi ma i sussurri di due amanti che, nel silenzio della notte, continuano ad amarsi. Solo nella notte perché di giorno hanno un ruolo da rispettare. È per questo che la persistenza non può essere lunga e la bocca deve essere, alla fine, appagata ma pulita.
La finezza ed eleganza di Gemma che si sposa con la lungimirante concretezza di Armando.
Delle due figlie di Armando e Gemma, Marina entrò in azienda accompagnata dal marito Franco Allario, lo starter del cambiamento. L’interesse nei vigneti insieme ad Armando, dei vini in cantina, delle fiere in giro per il mondo, le idee innovative portarono allo spostamento del baricentro verso la produzione e commercializzazione del vino in bottiglia.

Una estensione terriera formata da oltre 100 ettari, di cui 72 ettari a vigneto sparsi in giro per le Langhe grazie alla lucida lungimirante capacità di Armando di acquisire vigneti dove ne trovava. Una produzione con circa 400.000 bottiglie e 16 etichette tutte incentrate sulla territorialità con grande, grandissimo focus su Barolo e Barbaresco.
La gamma che abbiamo oggi è assolutamente funzionale a quelle che possono essere le esigenze del mercato. Stiamo cercando laddove possibile di produrre vini con gradazioni alcoliche meno alte. Farlo in maniera naturale ovvero non dealcolato non è così semplice. Una gamma centrata e ci potrebbe stare qualche altro prodotto. Sicuramente usciremo con un’altra Alta Langa del quale non ne diamo ancora il profilo.
Una gamma che non solo rispecchia il territorio ma offre le diverse sfaccettature dello stesso grazie al caleidoscopio paniere di vigne con suoli ed esposizioni diverse. Non mancano Cru e MGA certamente ma ciò che più impressiona è la capacità di produrre vino con precisa attenzione alle peculiarità che il territorio offre. Anche per le bollicine.
La famiglia Piazzo produceva Metodo Classico già da parecchio tempo con un prodotto che è non è una DOC. Si chiama VSQ, Vino Spumante di Qualità ed è un prodotto molto curioso e difficile da vendere perché appunto senza una identificazione. Quando però le persone lo assaggiano, piace. Si chiama MasSìm perché dedicato da Marina e Franco ai figli Marco e Simone. È un blend di Nebbiolo (80%) e Chardonnay. Non lo presentiamo sempre con molta enfasi perché diciamo sempre che è prodotto come la stessa uva del Barolo. Rimangono stupiti.
Devo dire che anche io ne sono rimasto stupito. L’ho assaggiato ad un evento AIS Lazio dedicato al Metodo Classico. Senza voler far sfigurare gli altri, è quello che nella serata ho trovato maggiormente intrigante. A partire proprio dal blend con il Nebbiolo protagonista indiscusso. Uno di quegli spumanti che una volta stappato riesce a far discutere mentre si finisce la bottiglia.
Il poter fare con il Dio Nebbiolo uno spumante rinunciando a trasformarlo in Barolo è una dei punti di forza di Piazzo. Forza che si lega ai vitigni delle Langhe e viceversa. Un connubio inscindibile che guarda avanti senza paura.
Proviamo infatti a pensare ai recenti avvenimenti circa i dazi USA e a chi questi potrebbero maggiormente dare noia. Mentre pensate vi dico subito che, a mio modesto parere, Barolo e Barbaresco saranno tra i vini a minor impatto visto il loro costo già alto. Se già oggi negli USA per una bottiglia di Barolo si spendono almeno 50$ in enoteca, un incremento a 60$ non cambierebbe di certo le cose. Ma c’è di più perché se dagli USA volessero continuare ad acquistare Barolo e Barbaresco non potrebbero che farlo, a differenza di altri vini, dal Piemonte. Le Langhe sono per il Nebbiolo un unicum poiché solo qui riesce ad esprimersi a quei fantastici livelli che Barolo e Barbaresco rappresentano.
Con gli export siamo intorno al 70%, Gli Stati Uniti sono un mercato importante e sono in crescita. Non sono il nostro maggior mercato che invece è la Svizzera.
L’altra fortuna dell’azienda Piazzo è indubbiamente la dimensione. Dobbiamo essere decisamente onesti nell’ammettere come non sia assolutamente vero che il vino buono si fa nella cantina piccola. O si fa solo nella piccola cantina.
Non c’è una sfida grande contro piccolo ma solo tra chi è in grado di produrre vino con coscienza e chi di coscienza ne ha poca.

Se tu hai un ettaro e ti grandina sopra, il vino buono non lo fai. Se ne hai 70 sicuramente non grandina su tutti i 70 ettari.
Sembra una massima Zen. Una semplice verità che nasconde tante insidie. Il contadino che si ritrova con il raccolto danneggiato ha solo due strade: non produrre oppure salvarlo. In quest’ultimo caso, sorge il vero problema poiché l’unico modo è “aggiustarlo” in cantina. Pochi, davvero pochi, quelli che possono rinunciare ad una annata. Per il grande produttore è tutto diverso. Non è possibile permettersi variazioni di qualità e in caso di scarsa produzione può comprare in giro delle uve piuttosto che giocare sul prezzo per via delle ridotte quantità.
La trasformazione in cantina è poi mera questione di processi e tecnologia. La qualità dipende non dalle dimensione ma dalla volontà del produttore di raccogliere uva buona e sana lavorando con impegno e coscienza. Il risultato è certamente influenzato dalle annate ma, soprattutto quando si lavora con mercati esteri, la tipologia di vino conosciuta deve essere mantenuta. Tagli e temperature possono aiutare senza far ricorso alla chimica. Serve il controllo spasmodico di ogni anello della catena di trasformazione per il quale è necessario investire in attrezzature, procedure, tecnologia che solo per una grande azienda diviene sostenibile.
Ogni vendemmia ti porta delle variabili diverse e quindi tu pensi alla prossima avendo già idea di cosa fare mentre quella precedente non ce l’avevi. Quindi, da un punto di vista qualitativo, occorre stare sempre sul pezzo. Poi accumulare esperienza per avere prodotti sempre più piacevoli. Molto spesso la qualità è quello che mi piace. Non è qualità, è gusto, sapore. Noi come azienda dobbiamo cercare di migliorare in comunicazione a tutti i livelli.
La capacità di comprendere come la comunicazione, intesa non solo come pubblicità, sia fondamentale per posizionare il marchio prima, i prodotti poi, nella mente dei consumatori è quel passo che la Piazzo ha fatto e che molti altri produttori ancora devono metabolizzare.

Forse però, per una azienda il cui fondatore faceva delle relazioni, anch’esse parte integrante del processo di comunicazione, un baluardo, è stato oltre che spontaneo, ancora più necessario. Comunicazione che vuol dire anche comunicare attraverso il territorio e attraverso ciò che la Piazzo rappresenta sul territorio.
L’azienda adesso sta affrontando un investimento importante in struttura legato alla vinificazione perché la volontà di Marco è iniziare ad utilizzare degli contenitori per la fermentazione che possano far fare uno step in alto alla piacevolezza del prodotto. L’altra parte importante dell’investimento, che è in a Simone, è relativo all’accoglienza. Questo è importante per tanti motivi, anche sotto il punto di vista della comunicazione.
La propria azienda come veicolo di comunicazione. Una strada che in molti hanno intrapreso, spesso impropriamente o senza una chiara strategia. È come quando si fa entrare una persona a casa propria: ciò che verrà percepito di noi rimarrà indelebilmente nella mente. Se l’ospite non vorrà più tornare o vedervi, fatevene una ragione e, soprattutto, fatevi una domanda. Non è solo un tema di pulizia ed ordine ma di ciò che la casa, o l’azienda trasmettono. Dalle piccole alle grandi cose con al centro, sempre e comunque, il rapporto umano. Odori, sapori, strette di mano, tramonti, albe, sensazioni. Il vino è un vortice culturale che non ha eguali. Occorre solo saper maneggiare, con cura, questo universo nel quale i vini costituiscono solo una delle tante stelle. Un universo nel quale non si può fare nulla da soli. Serve una squadra, un team coeso di persone appassionate e legate non solo al progetto ma anche al territorio e alla famiglia.

Ho voluto assaggiare dei vini e il primo è stato Cortine, il Roero Arneis.

Giallo paglierino con riflessi verdi dotato di una bella luminosità che, onestamente non stupisce. Ma è come un giardino segreto che si apre all’improvviso offrendo sentori di glicine e biancospino che sussurrano al vento, salvia e mentuccia che accarezzano l’aria. Poi arrivano i frutti: una pera granulosa, una pesca bianca, un melone delicato che danza con l’agrume.
In bocca è carezza e freschezza insieme: non opulento, elegante, snello e sapido come un’onda che rinfresca la riva. Una mela acerba, un ricordo di camomilla, un finale che resta, lieve e luminoso.
Una semplice, raffinata bellezza.
Ritorno in Alta Langa da Chardonnay e Pinot Nero ha la particolarità non tanto dei 30 mesi di affinamento (comunque mai banali) ma di quel tocco di classe dato dal liqueur d’expédition realizzato con Chardonnay affinato in barrique. Questo crea un lieve incipit di rotondità sia al naso che al sorso. Senza strafare, con garbo. Forse un vezzo per rendere omaggio al territorio di origine della famiglia Piazzo che già dal nome, appare evidente. Comunque ben riuscito. Come è ben riuscito nel complesso questo Metodo Classico: fine, elegante, con i sentori di frutta bianca e fiori di campo che si avvolgono alla crosta di pane che non diventa mai (e per fortuna visto che siamo nelle Alte Langhe) pasticceria. Persistenza anche bella lunga, importante direi ancorché scorrevole e assolutamente piacevole per quella nota fresca che non stanca.
Aiman 2023 è il Nebbiolo in purezza con circa 8 mesi di botti grandi di Slavonia. Non è ne un Barolo ne un Barbaresco in miniatura. È un Nebbiolo che quando curato bene sa dare la sua anima piemontese anche senza grandi affinamenti in botte.

Un colore rosso rubino con riflessi granata si fa apprezzare per quella eleganza endemica del Nebbiolo. La quasi trasparenza la dice lunga. I sentori sono carichi della freschezza della frutta (ciliegie e prugna) sulla quale domina l’arancia. Il velo di antico è gestito dai chiodi di garofano, dalla noce moscata. Il sottobosco graffia. I fiori rossi, le bacche di ginepro, un po’ di vaniglia e il sentore ferroso si fanno vivi solo grazie ad un velo di balsamico.
Il sorso è fresco e secco con i tannini ancora ben evidenti. L’ampiezza di bocca è incredibile così come il bilanciamento. Una capacità di essere sapido così da accompagnare il gusto per tanto tempo attraverso una persistenza che è lunga tanto quanto la piacevolezza.
È insomma un vino ottimamente centrato, non particolarmente impegnato nonostante finezza ed eleganza, in grado di regalare sensazioni vere.
Langhe Nebbiolo Aiman è un vino semplice, immediato, non è la riserva, non è il top, nel senso della scala di prezzo. È contemporaneamente un vino che rappresenta il territorio, Nebbiolo; molto tipico perché quando la annusi senti le note di rosa e tutte le note tipiche; è equilibrato, perché anche se ha 14°, non li senti; è attuale, moderno e giovane, proprio per la sua facilità di beva. Lo servi a 15° ed è fantastico. Non è freddo, è fantastico.
Barolo Sottocastello di Novello 2013. Qui siamo all’Università del Barolo! In un mondo che va veloce, spesso, non si fa caso ai particolari. Magari quel 2013 sarà stato letto dai più in maniera superficiale. Però, se ci si ferma a ragionare, è comunque un vino con ben 12 anni sulle spalle dei quali solo uno e mezzo in botti grande di rovere di Slavonia. Tanti o pochi che siano (diventa poi soggettivo) quello che stupisce quando lo si stappa è come, comunque sia, è un ragazzino. Insomma è come voler parlare di un ragazzo di dodici anni.
Il colore non può (e che cavolo, gli anni comunque ci sono) essere che granata. La limpidezza sa comunque di grande finezza ed eleganza. Sprigiona sentori caldi e vivi come quelli di un camino con legna fresca ad ardere da tempo. La frutta sotto spirito emerge poderosa accompagnata ed amplificata dal balsamico che fa egregiamente il suo compito. Poi la terra che sa di sangue e ferro, quel sangue sputato per la fatica nel trascinare il ferro dell’aratro. Le tostature sanno di aristocratica austerità sabauda: sono li, nel sottofondo, ad emergere quando richieste, senza strafare, senza voler minimamente dominare. Una eleganza che sa di una storia appena iniziata, di un levatrice che ha lasciato il campo all’educatrice.
Il gusto mantiene la forza poderosa e viva di un ragazzo che sa di essere nobile. Non può strafare perché inquadrato in una austerità che dovrà mantenere nel tempo. Si espande in bocca con freschezza e lunghezza, con i tratti soavi e delicati di chi non sa essere duro. Un ricordo di foglie secche, di ciliegie mature, di prugne e arancia sanguinella. Poi di vaniglia, di anice stellato, di tabacco. Tutto in un sorso. Perché dal naso alla bocca tutto si unisce per rimanere, a lungo, nella mente.
L’azienda è stata gestita bene sotto l’aspetto finanziario e non è così scontato. C’è chi spende fior di quattrini nel fare cantine con l’illusione di vendere bottiglie. E siccome Gaia vende a 100 magari le mie riesco a vendere 50. Premesse che però poi non hanno trovato riscontro nella realtà accade che ci sono tante cantine in difficoltà.
Barolo e Barbaresco si producono solo nelle Langhe. Questo crea un giro pazzesco di uva, di mosti, di vino da imbottigliare. Qui il vino sfuso non è quello che si vende nelle damigiane ma quello che si viene a caricare con la cisterna e poi dopo imbottigliato. La produzione di Nebbiolo è molta di più di quanto si possa immaginare così da consentire a molti di avere ulteriori sbocchi su mercati esteri.
Nel passato ho aiutato alcune aziende nell’introduzione nel mercato americano tramite una catena americana che si chiama Total Wine&More. Un’azienda con 30.000 dipendenti, punti vendita grandissimi in giro per gli Stati Uniti che vendono dalla birra a vini di pregio. Avevo creato un ottimo rapporto con il buyer. Il ragazzo, Alfio, adesso ha 85 anni, siamo ancora in contatto, ci vediamo due volte l’anno. Lui abita in Versilia perché ha lasciato la casa di Washington. Fra l’altro ha scritto anche la sua biografia nella quale compare anche il sottoscritto a fianco di nomi come la famiglia Agnelli. Avevano anche la Perrier…Un grosso successo che ho condiviso con le aziende che ancora oggi vendono qualche centinaio di migliaia di bottiglie.
Solo che per andare in mercati come gli USA servono decine di migliaia di bottiglie. Le logiche di distribuzione in un paese che conta quasi 350 milioni di abitanti dove gli HNWI, ovvero i contribuenti con patrimonio investibile di almeno un milione di dollari, sono 7.9 milioni (in Italia circa 472 mila), non possono che richiedere grandi numeri.
Il prezzo ovviamente non è una variabile così importante.
Alfio mi diceva: dimmi tu il prezzo, noi mettiamo sullo scaffale, se la gente lo compra vuol dire che il prezzo è giusto; se la gente non lo compra togliamo il vino.
Provate ad andare sul sito di Total Wine&More, cercate Barolo o Barbaresco e vedrete quante etichette di vini troverete non riconducibili a nessuna cantina…

Chi può, chi ne ha la forza, chi investe sulla comunicazione, spinge su etichette proprie. Evolversi e marginare meglio, questi gli obiettivi. Cosa che per i Piazzo è avvenuto maggiormente e principalmente con l’avvento di Simone e Marco, i ragazzi di famiglia. Una ventata di freschezza e soprattutto un guardare lontano. Un pò come nonno Armando un uomo che può essere accostato agli altri personaggi che hanno fatto la storia delle Langhe.
Proprio le Langhe devono il loro successo più che al territorio, per l’amor di Dio, fantastico, alle persone. Se non ci fossero stati i Gaja, i Barolo Boys, i Prunotto, i Pio (Cesare), i Piazzo, adesso staremmo raccontando un’altra storia per le Langhe. Una storia fatta di Malora magari.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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