Pietro Riccardi, Lorella Reali. Il nastro di Möbius
19 Set 2025
Suggestioni di Vino

Piero Riccardi, Lorella Reale. Il nastro di Möbius

 

Cosa è il vino se non un elemento di trasformazione?

Trasformazione. Pensate bene a questa parola. Un mutamento nella forma, nell’aspetto esteriore così come nella propria natura. Un chicco di uva si trova in uno stato solido e perché si possa godere delle tutte le sue meravigliose e uniche caratteristiche, deve subire una trasformazione diventando liquido. Per mano dell’uomo. 

L’uomo deve intervenire prima ancora che vi sia un acino perché la vite, pianta non propriamente selvatica, ha bisogno di essere piantata scegliendone opportunamente la tipologia in funzione del luogo. Deve essere attesa per anni perché dia frutti utili alla produzione del vino e, nel mentre, oltre che per il futuro, curata con grande attenzione al fine di portare in cantina grappoli sani. Proprio in cantina avverrà poi la vera metamorfosi che potrà essere accompagnata dunque assecondata, oppure più o meno forzata. Dipende!

Comunque, proprio perché il vino e la vite sono l’una la metamorfosi dell’altra, spesso non è importante il prodotto in se (anche se poi dobbiamo pur goderne altrimenti berremmo acqua) quanto la genesi. Capire cioè cosa (e come) abbia condotto l’essere umano a voler essere complice di quella specifica trasformazione.

Il fascino è capire cosa conduca le persone nel dedicare la propria vita a produrre vino e, soprattutto, che tipo di vino vogliano produrre. Per certi versi sembra quasi un morbo selettivo e settario. Selettivo perché non colpisce tutti; settario perché una volta contratto, si diventa così incredibilmente coinvolti che tutto il resto non conta nulla (o quasi).

Parlare con le persone diventa spesso più importante del bere i loro vini e comunque prima di bere i vini, occorre capirne la filosofia. Soprattutto capire della loro metamorfosi.

Quella di Lorella e Piero è una metamorfosi ricongiungente. Una sorta di trasformazione del proprio essere per ricongiungersi alla propria essenza passando per un congiungersi tra loro.

Oddio che concetto complicato. Vediamo di semplificarlo un pochino.

Avete presente il nastro di Möbius? Meno male che volevo semplificare le cose….

In ogni modo, il nastro è un oggetto matematico che rappresenta una superficie non orientabile. Prendiamo ad esempio una fettuccia piana o un metro da sarta. Avete presente no? Quel nastro piatto con cui le sarte (e le nostre mamme) prendevano la misura dei pantaloni per l’orlo. Afferriamo i due estremi del nastro e prima di ricongiungerli, ruotiamo di 180° una estremità. Questo è il nastro di Möbius. Cosa ha di particolare? Immaginiamo di percorrere con un dito una delle due superfici: ci ritroveremo sull’altra senza neanche rendercene conto. 

Ciò che è successo è causa solo del fatto che uno dei due lembi ha subito una rotazione di 180°. C’è stato un cambiamento, una trasformazione e l’unica metamorfosi che offre a due dita che percorrono il nastro in direzione opposta la certezza di congiungersi, è il nastro di Möbius

Più chiaro così?

No sicuramente. Che casino. Tutto questo casino perché quando mi trovo a chiacchierare con Lorella Reale che insieme al marito Piero Riccardi hanno messo su una azienda vitivinicola, biologica e biodinamica, tra Bellegra e Olevano Romano, capisco che qualcosa di diverso rispetto a molte altre storie, qui c’è davvero. Diverso ma complicato.

Lorella, e ce ne si accorge ascoltandola bene (ma pure il cognome non mente), è siciliana di Catania. Piero, di Roma ma con radici proprio a Bellegra.

Pietro Riccardi, Lorella Reali. Il nastro di Möbius

Io e Piero ci siamo conosciuti lavorando in televisione. Lui era già un regista da tanto tempo. Io aveva appena iniziato dopo aver studiato filosofia. Abbiamo cominciato a lavorare insieme a rubriche per Rai Educational poi per Report. Piero manteneva qui a Bellegra una tradizione di famiglia perché nella DOC del Cesanese tutte quelle che poi sono diventate aziende altro non erano che negli anni 50/60 famiglie private che facevano vino. Loro avevano più ettari dei nostri oggi, almeno sette. Quando l’ho incontrato, lui aveva mantenuto solo una vigne eroica che sta qua, dove abbiamo adesso la seconda cantina a Bellegra e produceva diciamo 2000 bottiglie per amici e parenti.

Inquadrando bene i personaggi di questa storia si comprende facilmente come siano probabilmente lontani anni luce da un percorso sullo stesso lato del nastro.

Piero infatti, per quanto sia stato giornalista, produttore e regista di documentari e reportage, il forte attaccamento alla terra lo ha sempre avuto. Lorella invece la terra e il vino forse non lo ha nemmeno mai immaginato in uno sviluppo professionale legato al femminismo, all’etica, alla scrittura. 

Di certo la passione comune per i reportage, le inchieste e l’etica in generale sono sicuramente stati l’elemento scatenante per percorrere, insieme, il lato del nastro. La scintilla emotiva poi ha fatto il resto o parte di esso. 

Ma non crediate sia tutto semplice. C’è bisogno di qualcosa di innato, di speciale, di intimo perché con l’amore per il proprio partner possa nascere anche una complicità per una attività complicata come quella della vigna.

Mi ha coinvolto nella prima vendemmia e da quel momento abbiamo fatto sette anni di vendemmia insieme. Mi sono appassionata, ho fatto il corso sommelier, eccetera comunque a un certo punto la situazione in televisione era diversa dal passato senza Giovanni Minoli. Purtroppo è vero che le cose politiche influenzano molto e poi quelli erano anche gli anni 2006, 2008 dove iniziavano tutti questi strani contratti Co.Co.Co., partita Iva e via dicendo. 

Grande personaggio televisivo Giovanni Minoli. Uno di quelli dei quali oggi in Rai ce ne sarebbe fortemente bisogno per la capacità di creare format e programmi ancora oggi attualissimi.

Io personalmente non ero molto felice di fare Report dopo Rai Educational. Mi piaceva più intervistare persone belle. Ci eravamo avvicinati a questa rivoluzione del vino naturale e di fatto Piero produceva un vino naturale. Certo era una piccola quantità, quindi non sapevamo se era semplice. Iniziamo a sognare l’idea di fare una cosa più grande. 

Le cose arrivano piano piano. In certi casi partono da sensazioni di insoddisfazione verso qualcosa che non consente più di esprimersi come coscienza impone. La coscienza verso le cose genuine ad esempio. Il cibo primo tra tutti con la filiera agricola per troppo tempo lasciata lontano dall’attenzione e in deriva verso il baratro. Eppure l’agricoltura biologica aveva il suo manifesto dagli anni ‘70 e quella biodinamica da cinquant’anni prima. Tutto vero, tutto dannatamente complicato in un contesto nel quale occorreva produrre e tanto per via di margini sempre più in contrazione. 

Pietro Riccardi, Lorella Reali. Il nastro di Möbius

Con la scusa di scrivere degli articoli di avvicinammo, tramite fiere, ai vini naturali. Capirne di più era l’obiettivo. Proponemmo a Report di fare le prime inchieste sull’agricoltura come Buon appetito paragonando varie forme di agricoltura: quella che usa pesticidi, quella biologica, quella biodinamica e quindi girammo mezza Italia incontrando persone splendide. Prima di quello c’era stata solo un’inchiesta di Iovene sul vino che aveva coinvolto Sangiorgi del Gambero Rosso. 

Ricordo bene quell’inchiesta in una puntata con in studio Milena Gabanelli e la voce narrante di Piero Riccardi. Era il 2008. Pensate 17 anni fa. Eppure così attuale. Si parlava dell’importanza del cibo, delle materie prime. Di come le grandi potenze come gli USA ne richiedessero troppe per se. Di come i prodotti vadano in giro per il mondo indiscriminatamente. Di come i prezzi salgano vertiginosamente. Di come un mondo diverso sia possibile. Ecco, un mondo diverso già 17 anni fa. Pensateci bene. Stiamo ancora qui a parlare di cambiamento climatico, di prezzi alle stelle, di danni per la salute e in 17 anni (e non che prima non se ne parlasse!) non siamo riusciti a fare nulla. 

Sapete cosa siamo? Siamo tutti Aldo Tarantino, il suocero di Bellavista che dormiva tutto il giorno e quando sentiva la parola “milione” si svegliava dicendo 

Nu milione….o’ anema do priatorio!!

Che vuol dire (tradotto dal napoletano): un milione, o anima del purgatorio.

Grande film Così parlò Bellavista di un genio come Luciano De Crescenzo.

Ecco noi siamo così. Quando arriva qualcuno che ci nomina cambiamento climatico, ci svegliamo di sobbalzo per iniziare la discussione. Un pò come si fa nei talk show televisivi dove si parla a vanvera di cavolate tanto per creare risse ed alzare il fumo di sbarramento. Nella sostanza poi, non facciamo nulla. 

Invece Lorella e Piero decidono di fare qualcosa.

In questo cammino avevamo incontrato Pacina che è un’azienda di vini naturali In Toscana e decidemmo di di provarci. Trovammo i primi ettari di questa collina che si chiama Colle Pazzo. Lì piantammo, togliendoci tutti gli sfizi di sommelier, non proprio come nello Champagne ma 6000 piante per ettaro sui primi due ettari. Poi una selezione massale. 

È cosi che si inizia. Provandoci. Piero la sua vigna di mezzo ettaro a Bellegra a 800 metri sul livello del mare, coltivata con la Rosciola (vitigno autoctono di Bellegra) a piede franco, l’aveva sempre avuta ma prendere altri ettari voleva dire proprio “proviamoci”. Non una scelta definitiva. 

Va bene la propensione etica, il biologico subito (biodinamico dopo un anno) ecc però una vigna non è che ti fornisca tante possibilità di vivere dignitosamente. Una scelta a metà. Almeno all’inizio.

Non eravamo certificati perché non c’era piaciuta la polemica tra le associazioni biodinamiche per una certificazione che poi sì ripiegava sul biologico. Avevamo già subito capito che sì eravamo certificati, ma in cantina saremmo comunque andati oltre il biologico e anche oltre il biodinamico. Nelle nostre etichette si può scrivere che è un’agricoltura biodinamica perché è tutta certificata dai registi biologici. Non abbiamo il marchio Demeter perché oggi abbiamo Vinnatur, molto più adatto al tipo di vino che facciamo. Anche se nemmeno quei parametri…cioè noi non mettiamo 40 mg litro a vino spesso nemmeno ne aggiungiamo di solfiti. Però diciamo, era una cosa bella perché abbiamo partecipato all’ideazione di quel protocollo. 

www.andreafedericiphoto.com

Però poi, ognuno deve fare seconda coscienza. Poveri consumatori. Simboli, etichette, link, codici qr. Una vera jungla che le normative consentono senza rendersi conto dei danni che questo comporta. 

Ogni associazione ha i suoi parametri da rispettare e proprio questi costituiscono quella indeterminatezza per il consumatore attento.

Quanta solforosa è stata utilizzata? Che tipo di chiarifica? Lieviti di che tipo? In vigna quali trattamenti? Ma utilizzare rame e zinco in campo, fa bene? 

Si potrebbe continuare a lungo davvero. È chiaro che i valori di legge sono utili ma non dovrebbe essere consentito il proliferare di sigle e siglette perché davvero non ci si capisce un tubo.

Basterebbe un sistema con un punteggio. Nulla di più. Poi decide il consumatore. Sempre che i controlli ogni tanto vengano fatti.

Avevamo un consulente che era sia enologo sia esperto di biodinamica. Dopo tre anni arrivò la prima raccolta. Pulendo Colle Pazzo avevamo scoperto una cosa che non sapevamo: la collina era vocata e c’erano due tipologie di terre: sia le arenarie del Cretaceo, che sono le più diffuse nel mondo del Cesanese, sia vulcaniche. Quindi subito c’era venuta l’idea di fare almeno due Cesanese. L’enologo si oppose dicendo che le vulcaniche erano troppo squilibrate. Dopo tre anni vengono fuori il Collepazzo che sono le uve di tutte e due le terre e che oggi rappresenta il vino che produciamo e ci rappresenta di più e il Càlitro che invece sono le terre arenarie. Dopo 16 mesi di affinamento in cantina questo enologo non voleva credere che fosse un vino che poteva resistere. Nessuno lavorava come noi senza solfiti. 

Coraggiosi? Incoscienti? Visionari?

Niente di tutto ciò. Lorella e Piero semplicemente mettono in pratica quello che è nelle loro coscienze e che rappresenta la loro etica. Perché inquinare l’ambiente e perché produrre qualcosa con elementi tossici o artificiali quando se ne può fare a meno?

Ecco, una domanda che sembra lapalissiana ma non lo è manco per nulla. 

Una volta un produttore mi disse che produrre da agricoltura biodinamica è anche meno costoso rispetto ad una convenzionale. Si dimenticava di dire (ma glielo ho suggerito io): quando va tutto bene. Nel senso che se la stagione non è delle migliori in agricoltura biodinamica sei costretto a parecchi trattamenti e non è detto bastino per portare l’uva sana in cantina. Così come le rese non potranno mai essere allo stesso livello di una agricoltura convenzionale. Ne consegue che il vino realizzato in maniera naturale (termine abusatissimo) non può che costare di più non fosse altro per i rischi o perché in certe annate non si produce proprio. 

Abbiamo comprato una vigna vecchia e poi abbiamo dovuto buttare l’uva a terra per tre anni. Ci siamo accorti che era molto meglio re impiantare e ricominciare piuttosto che avere un’uva che non riesce nemmeno a portare lieviti in cantina perché ancora con residui di pesticidi.

Ed è così anche per l’agricoltura biologica e biodinamica in generale: andate a fare la spesa da un negozio biologico e poi ne parliamo. 

Anche perché non è solo un tema di biologico e biodinamico ma anche di etica. Cosa c’entra? C’entra, c’entra. Perché se rispetti la terra devi assolutamente rispettare le persone. Dunque non contratti capestro o a nero. Non condizioni di lavoro pessime. Capito il messaggio?

Comunque uscimmo e praticamente Bibenda diede cinque grappoli al Càlitro e quattro al Collepazzo. Ci convocarono e poi a quel punto scrissero e un articolo su di noi che era importante per i vini naturali. Quando scrissero potemmo portare lì in redazione la nuova annata che era la 2014. E che questa volta aveva anche il cru delle sole terre vulcaniche (Neccio). lo avevamo fatto contro il nostro enologo così che da quel momento iniziamo a produrre tutti i nostri tre Cesanesi. 

Il vino di due pazzi visionari non poteva che essere apprezzato. Anche ricercato.

Pietro Riccardi, Lorella Reali. Il nastro di Möbius

Dei distributori ci vennero a cercare e iniziammo a vendere. Lentamente, anche Piero aveva lasciato la televisione. Nel 2010 quando iniziammo a piantare io ero in gravidanza. Diciamo così: mi sono goduta alla maternità. 

Anche Lorella molla la televisione per dedicarsi completamente all’azienda, ai figli e alla sua passione che è la scrittura.

Noi siamo entrati dentro questa storia in un momento di grazia e ciò è quando si erano sviluppati quei produttori che avevano iniziato attorno a Gravner e Angiolino Maule. Erano passati gli anni in cui avevano iniziato a mettere in commercio vini orribili che si vendevano solo in Giappone. 

La verità è che Lorella e Piero sono entrati in questo meraviglioso mondo insieme a tante altre persone provenienti da altre professioni dunque altre culture. Persone con principi morali e capacità completamente diverse da quelle esistenti. Nulla assolutamente contro le famiglie contadine che rappresentavano e rappresenteranno la spina dorsale dell’agricoltura ma i nuovi innesti hanno certamente portato quella necessaria ventata di innovazione etica che ha coinvolto un pò tutti. Certo anche per via di una non immediata necessità di guadagno. Cosa questa assolutamente da non sottovalutare senza stare a nascondere le cose. 

A Colle Pazzo avevamo un vicino e ci siamo accorti che non sapeva nemmeno leggere i pacchetti dei prodotti così che pensava di dare rame e zolfo e invece stava dando un sistemico. 

Appunto. Ma non mi sento di colpevolizzare quel contadino. Negli anni ‘70 e ‘80 era facile che un imbonitore di qualche azienda chimica bussasse alla porta del contadino per promettere raccolti miracolosi con poco sforzo. Bastava qualche trattamento e via. Ma il problema era di chi li usava o di chi li consentiva?

Io ero comunque una femminista ecologista. Avevo portavo avanti questo tipo di temi di fiducia, di etica. Sono specializzata in etica mentre Piero è amante della natura. Conosce tutte le erbe. Abbiamo pensato: dobbiamo cambiare lavoro, non possiamo fare una cosa tossica dove noi stessi non ci vogliamo stare.

Impossibile dunque per Piero e Lorella fare qualcosa nel mondo del vino che non rispettasse i loro principi. Qualcosa di semplice e immediato che oggi, in un momento di crisi mostruosa del vino, non è qualcosa che i clienti abbiano intenzione di pagare. 

La scelta di carta riciclata per le scatole, etichette ecologiche, un certo tipo di tappo, il vetro Bormioli che è meno pesante e quindi più sostenibile. Abbiamo capito che poi tutte queste cose che volevamo mettere in conto nelle bottiglie, non si può fare. Trovammo qui all’inizio donne che lavoravano da tempo e la prima volta che gli dissi che gli facevo la busta paga: no ma no, ma figurati, non c’è bisogno. Quando videro che le stavamo pagando tanto quanto i loro compagni uomini: ma qua non si usa. 

Sembra e lo è tutto bello ed eticamente corretto ma quando poi devi scontarti con un mondo imperfetto e soprattutto con mercato spietato, come ti comporti? C’è chi cede e accetta compromessi o continua per la propria strada. Che non si piega alle logiche commerciali. Che scommette e crede in un futuro migliore. Come Lorella e Piero che oggi gestiscono circa 6 ettari e quasi 30.000 bottiglie l’anno prodotte tutte in maniera naturale intendendo per questo senza qualcosa di aggiunto. Non con!

Stiamo per arrivare a 30.000 bottiglie e non ne vogliamo fare di più. Sempre che le annate, con questo cambiamento climatico mostruoso, ce lo consentano. Abbiamo cominciato con i tre Cesanese e l’esperienza delle terre vulcaniche che ci ha ci ha fatto notare che il Neccio era un vino di tutto di tutto rispetto con una verticalità e mineralità pazzesca. Quando siamo riusciti a comprare altre parti vulcaniche di Colle Pazzo, abbiamo impiantato la Malvasia Puntinata. Poi, come esperimento, in una parte di Collepazzo dove c’è un torrente quindi una grande escursione termica e dove ne Cesanese ne Malvasia stavano bene, abbiamo impiantato il Riesling. 

Due bianchi: Emotiq da Malvasia Puntinata (con aggiunta di Bellone, Moscato Bianco e Ottonese), Emotiq Riesling ; quattro rossi (Càlitro, Neccio, Collepazzo e Collepazzo riserva nelle annate eccellenti). 

I rosati, anche quello è stato un gioco che poi ha preso la mano. Il primo rosato di Cesanese, dopo il primo anno che non lo voleva nessuno, lo comprò un importatore della California e metà il Trapizzino con tutti i post che faceva alla fine altri clienti andarono ad assaggiarlo e ce lo chiesero per l’anno successivo così che iniziammo a produrlo assegnandolo. Poi c’è una Ratafia perché abbiamo un bosco di visciole ed era una ricetta della mamma di Piero. Abbiamo detto vabbè praticamente cambia solo il Cesanese con cui l’assembli. È il nostro vino da dessert.

I rosati sono due: il Tucatuca da Cesanese delle terre vulcaniche ed arenarie e il Divago frizzante sempre da Cesanese.

Ogni vendemmia ci sediamo e diciamo cosa possiamo togliere. Dalle altre ricerche e visite di cantine che abbiamo fatto qui è nel mondo, abbiamo scoperto che se vuoi essere veramente biodinamico, non puoi avere tanti ettari perché l’importante che le uve entrino nel momento in cui tu hai stabilito. L’ideale sarebbe una cosa alla Romanée Contì che mette insieme 17 vignaioli.  Se avessimo altri soci…però è un periodo pazzesco. Manodopera non se ne trova. Questa è la zona dell’uva a bacca rossa più importante del Lazio e non si capisce perché gli indiani non ci sono, i rumeni non ci sono e comunque ci sono delle famiglie molto ostili ai cambiamenti.

Sempre più strano il Lazio per il vino. Territori pazzeschi, vitigni antichissimi e decisamente interessantissimi mentre sembra invece che non interessino a nessuno. 

L’area del Cesanese, tra Roma e Frosinone, dovrebbe rappresentare l’eccellenza dell’intera regione essendo l’unica DOCG a bacca rossa ma è un territorio senza sistema. Sembra completamente abbandonato a se stesso e i produttori appaiono per nulla interessati allo sviluppo. C’è una sorta di autoschiacciamento e inviluppo concentrico su se stessi con pochi che cercano, autonomamente, di emergere. Per quanto bravi anzi bravissimi, da soli non si va da nessuna parte.

Il padre di Piero era di queste parti ma ci hanno sempre visto come degli stranieri. Abbiamo un’azienda da 15 anni e otto anni fa abbiamo deciso di trasferirci qui perché io stavo impazzendo e dicevo che non potevo correre tutte le mattine. Appurato che le scuole non erano poi così diverse da Roma per i ragazzi, abbiamo detto va bene, facciamolo. Gli abbiamo regalato secondo me un’infanzia bellissima. Biciclette, cani gatti, uscire in piazza senza nessun controllo.

È proprio qui che si comprende come quei nastri, oltre a congiungersi, hanno permesso di percorrerlo sullo stesso lato.

Lorella dalla Sicilia è scappata perché non la sopportava. A Roma ha incontrato Piero con la sua storia e il suo futuro. Hanno percorso un tratto di strada insieme per poi decidere di costruire qualcosa trasformandone altre. È come se abbiano preso quel lembo del nastro per creare quello di Möbius trasformando se stessi prima del vino.

Non rinunciando comunque mai alla propria individualità. 

Negli anni si è capito che io non potevo rinunciare comunque a raccontare storie. Trovando le ore di prima mattina e la sera tardi. Mi sono dedicata oltre che all’amministrazione, anche ai rapporti commerciali, alla comunicazione eccetera. Ho avuto un grande maestro come Alvaro Stirpe che si occupa per di sigari e champagne. Dopo i primi anni ho pensato: vedi? ho fatto filosofia e sono stata in televisione, però se avessi saputo queste cose, forse io avrei potuto spuntare anche contratti migliori. Mi vergognavo come intellettuale che non si può sporcare le mani e invece no perché era giusto è giusto pagare l’intelletto è giusto pagare il lavoro delle persone è giusto cioè non c’è. Invece a Piero piace proprio stare in vigna, stare in cantina.

Questa e solo questa è la meraviglia del vino, della ricerca di qualcosa di etico e naturale, di vero e irripetibile se non per quello che solo la natura può concedere. 

Quel nastro in fondo altro non è che un percorso che si sceglie di intraprendere. Da soli o con chi ha il nostro stesso credo. Ciò che occorre, comunque, fare, è ruotare di 180° un lembo. Da li si parte. Lì si arriva.

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com

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