Poderi Moretti. Alessandra e Riccardo, il Roero dei giovani
Spotlight. Riflettore. Tecnicamente è un dispositivo che emette energia raggiante. Un minuscolo sole in grado di illuminare porzioni più o meno grandi. Lo si usa ad esempio quando si vuole mettere in risalto qualcosa come un quadro, una statua, un particolare. Attirare l’attenzione verso qualcosa o anche qualcuno. Il fascio di luce illumina l’oggetto e tutti posano li il proprio sguardo.
Una sorta di marketing concentrato e localizzato. Fa molto effetto ed è sicuramente efficace.
Solo che tutto ciò che è fuori dalla portata del fascio di luce, passa in secondo piano. Scompare per poco o tanto tempo a seconda di quanto curiosi siano gli osservatori. Se si vuole andare oltre, occorre necessariamente guardare dove di luce ce ne è di meno. Li si possono scoprire cose altrettanto incantevoli. Basta solo guardare.
Un pò come succede in questi giorni con il Festival di Sanremo. Tutti i riflettori sono puntati sul palco dell’Ariston e su quanto gira intorno alle canzoni, i cantanti, i presentatori. Trovare qualcosa di decente i tv è complicato. Ma a guardar bene qualcosa di buono, anzi di meglio, si trova sempre.
Quando si parla di Piemonte del vino, non c’è dubbio alcuno, si pensa alle Langhe. ça va sans dire.
In effetti sulle Langhe è stato fatto un lavoro meraviglioso da un punto di vista di promozione del territorio. Il vino, molto prima del territorio, aveva raggiunto livelli elevatissimi e si capì che occorreva agire di concerto per creare un vero e proprio riflettore mediatico.
Ricordo, quando lavoravo a Torino, le gite domenicali a caccia di ristoranti e trattorie tipiche. Era sul finire degli anni ‘90. Non c’era molta difficoltà nel trovare posto. Sia per mangiare sia per dormire. Prezzi modici e grande qualità. Provate ad andarci ora. Le cose sono profondamente cambiate e tutto è molto più complicato per via dei flussi di persone che, ogni giorno, invadono pacificamente le Langhe.
Il riflettore del Piemonte è esattamente puntato sulle Langhe. Basta però essere curiosi il giusto per accorgersi che dall’altra parte del fiume Tanaro c’è il Roero
Fra queste colline
anche il silenzio
è verde (Mauro Alfonso)

Tanto strana è la vita quanto lo è la storia. Nel medioevo, forse grazie alla conformazione del territorio che consentiva la costruzioni di piccole roccaforti sulla cima dei colli, era il Roero a prediligere la luce dei nobili. Proprio nel Roero, il cui nome è quello dei Conti Roero, i nobili torinesi avevano le proprie dimore di campagna. Frutteti e vigneti nascosti tra le colline producevano da sempre prodotti eccellenti. Solo che il Conte Cavour aveva casa a Grinzane e si servì di Francesco Staglieno per creare il Barolo attuale.
Dal 2014 il Roero è stato incluso nel Patrimonio dell’Unesco insieme a Langhe e Monferrato ripristinando, almeno formalmente, una sorta di equità territoriale.
Nel Roero il vino ha due nomi: Roero da uve Nebbiolo e Roero Arneis. Due eccellenze tutte da scoprire. Come da scoprire è un territorio meraviglioso dove giovani come Alessandra Moretti e suo fratello Riccardo, sono il presente e saranno il futuro del Roero.
Di famiglia siamo produttori dal 1630. La zona è vocata. L’imbottigliamento l’ha iniziata mio nonno facendo più numeri. Da li stiamo crescendo pian piano. Ci assestiamo sulle cinquantamila bottiglie. Abbiamo un potenziale molto più grosso. Ci vuole tempo a livello commerciale. Il mercato è vivo in zona e c’è richiesta cosi che serviamo molte azienda con Arneis e Nebbiolo.
Poderi Moretti è una delle tante aziende del territorio a carattere familiare e come tante è alle prese con le nuove generazioni di giovani che hanno scelto di rimanere o ritornare nelle aziende di famiglia. Sono loro, i giovani, che hanno in se non tanto la voglia di riscatto o rivalsa verso altri territori quanto la consapevolezza di ciò che il Roero possa davvero esprimere.
Io e mio fratello Riccardo siamo la nuova generazione. Per fortuna ancora non abbandonati ma seguiti. Riccardo è enologo, come mio padre, e segue più la parte vigna e cantina.
Alessandra Moretti è giovane. Ha poco più che trent’anni. Studi alla Scuola Enologica di Alba poi la laurea in Scienze dell’Economia Aziendale.
Sia io sia mio fratello abbiamo studiato alla Scuola Enologica di Alba. Una via di mezzo tra un liceo scientifico e un agrario. Abbiamo una formazione tecnica che a me è servita e serve tutt’ora. Poi mi sono laureata in economia. Lui ha proseguito con enologia. Siamo complementari. Siamo anche supportati dai collaboratori e da mio padre che è ancora in azienda.
L’entusiasmo accompagna le parole. Alessandra è una entusiasta. Con la testa sulle spalle e i sogni in quel cassetto ormai aperto. Vallo a spiegare a quelli che non sanno cosa vogliono dal proprio futuro. Certo, Alessandra e Riccardo hanno per le mani una azienda di circa 40 ettari dei quali 25 vitati; cinquantamila bottiglie l’anno con un potenziale ben superiore. Insomma non è uno scherzo ma nemmeno un disagio. Semmai una responsabilità. Che però lei non accenna minimamente a viverla come un peso. Ed è questo il bello dei giovani: hanno le loro idee, hanno le capacità, non rifuggono alle responsabilità. Alle volte lo fanno con quella sana leggerezza che non fa mai male.

Mio padre è stato bravo con entrambi perché ci ha indirizzato da subito alle attività enologiche. Io ero tentata dal classico perché ho una zia che insegna li. Il mondo enologico sembrava più divertente e già li ho deviato. E non me ne sono pentita. Sono in azienda da dopo l’università ovvero dal 2019. Come supporto per le fiere all’estero e togliendo tempo allo studio da sempre. Ovviamente in vendemmia tutti arruolati.
Enologia, economia aziendale. L’obiettivo era restare in azienda. Bello. Davvero molto bello pensare che dei ragazzi capiscano a fondo i sacrifici fatti dai propri genitori e non vogliano dissiparli. Al contrario, valorizzarli.
È molto interessante l’università che mi ha dato una preparazione che va oltre le mie esigenze. Ho preso un indirizzo magistrale più orientato a piccole realtà. Anche Marketing. Avendo anche mia madre nel settore bancario ho fatto studi più ibridi. In una azienda serve tutto. Sapere di cosa si parla, fare ragionamenti per investimenti aziendali, è utilissimo. Ho fatto una tesi aziendali sulla tutela dei marchi e ho fatto paralleli con i cru. Molto bello. Credo di avere una preparazione spendibile in più rami dello stesso settore. In azienda vedi tutto in maniera più soft.
Occorre leggere tra le righe dei discorsi di ragazzi come Alessandra. Un tempo si diceva “avere sale in zucca” (in realtà tra gli antichi romani con questa locuzione si intendevano i benestanti perché il sale era merce preziosa e la si conservava in zucche scavate). Io preferisco dire che persone come Alessandra non sono per nulla altezzosi e con la presunzione di saper tutto. Studiano, si documentano, sperimentano e, quando parlano, lo fanno solo perché hanno acquisito la consapevolezza.
Si sta facendo un gran lavoro in zona ma occorre confrontarci con il cambiamento climatico e un pò il fatto che il mercato sia sempre più saturo e competitivo. Così come siano calati i consumi. Volumi. In molti paesi c’è un consumo di qualità ma più contenuto. Noi che produciamo vini di alta qualità come i Nebbiolo, Barolo, Roero docg, si va a scremare il target di consumatori. Siamo una zona a crescente turismo. Siamo zona UNESCO. Così siamo orgogliosi e ci sono tanti progetti aziendali insieme a tante associazione del territorio per legarci sempre di più a questo. Sentieri tra i vigneti che spieghino si le varietà ma anche dando un risalto storico a quello che c’era e c’è ora.
Qui ci sono molti castelli. Anche la borgata dove siamo noi era sede di un insediamento Allemanno. Alcuni punti dei sentiero sono di interesse storico.
Credo sia davvero bello come azienda essere parte viva del territorio. Parte della storia di un luogo per il quale si cerca anche un futuro.
Poderi Moretti è l’unione di due famiglie, Moretti e Occhetti. Mamma Carla e papà Francesco.

Mia madre come famiglia di origine era di queste zone ma vissuta a Torino perché i nonni erano andati a lavorare li. Tornava tutte le estati e qui si sono conosciuti. In zona ci si conosce tutti. Alcuni vigneti della famiglia di mia madre erano condotti dalla famiglia di mio padre che hanno da sempre avuto cantina. Anche oggi abbiamo vigneti in affitto. Nello sposarsi mia madre ci teneva a valorizzare alcuni cru importanti per la sua famiglia. Storicamente di proprietà della famiglia di mia madre. Il cognome di mia madre, Occhetti, è lo stesso della borgata dove ci troviamo. Qui molte borgate prendono il nome dalle famiglie che la abitavano.
Nella vita contadina di un tempo, era facile sposarsi tra conoscenti e non già perché era un modo per cercare di mantenere le dimensioni della proprietà terriere. Banalmente ci si conosceva e i figli si conoscevano. Andarsene in giro non era ne semplice ne appropriato.
Mamma ha una sorella sposata su Torino. Nel dividere le proprietà di famiglia ha preso le terre.
Papà viveva già qui. La mamma ha sposato la causa. Lavorativamente parlando ha sempre fatto altro. Arriva da una carriera in banca anche se ha sempre dato una mano. È una attività di famiglia. Adesso che è in pensione si gode il bello dell’azienda.
Una azienda che ha radici nella Storia. È infatti datata 1630 e il blasone lo si deve ad un antenato dei Moretti, Marcanto, distintosi per meriti cavallereschi. Blasone e alcuni terreni fu la ricompensa per i servigi resi.
Il blasone che utilizziamo in etichetta lo abbiamo preso dal catasto storico. Ogni comune della zona li teneva. Adesso sono su Torino. Tutti i possedimenti di una famiglia che poteva vantarsi di un blasone era nel catasto. È una ricchezza che ci portiamo dietro.
Non è da tutti il conoscere la data certa di inizio della propria storia. Quando la si ha, occorre anche saperla sfruttare da un punto di vista commerciale.
Abbiamo delle fatture di vendita di vino sfuso dal trisavolo. Il bisnonno commercializzava damigiane verso la Liguria. Il nonno e papà hanno iniziato l’imbottigliamento e la commercializzazione verso l’estero. Austria, Svizzera e Germania.
La cosa bella è che noi e altre aziende della zona, abbiamo traccia di documenti. Cavour aveva messo su un sistema di tracciamento delle produzioni agricole al fine di tassarle. Questo ha creato tracce. Un sistema arcaico ma efficace.
Alessandra è precisa. Puntuale. Moderata e tenera. Giovane. Di quelle che non hanno paura di lanciarsi, fare e anche sbagliare. La storia la sente sua, della sua famiglia. Sa però bene che quella che dovranno scrivere lei e il fratello Riccardo, sarà ancora più importante.
Ogni generazione ha i suoi meriti. Ogni generazione ha portato qualcosa all’azienda. Anche solo la continuità che non è mai scontata quando si tratta di coltivazioni. Dal 1630 sono passati 395 anni. Almeno cinque generazioni e solo con le precedenti due, nonno e papà, si è arrivati all’ imbottigliamento. Tanto per dire che non è per niente semplice per una azienda agricola arrivare ad imbottigliare e lo è ancora meno, venderle tutte.
Solo che quando si cresce e si ha per le mani una moltitudine di elementi da assemblare, il puzzle è dannatamente complicato. Si vuole ricordare tutto, dare risalto ad ogni piccolo elemento. Ogni luogo, ogni cru, ogni nome, diventa importante. Mantenere le tradizioni. Mantenere le specificità. Tutto è importante perché vissuto e sudato. Nel vero senso della parola.
Alessandra sostiene vi siano due linee e due etichette: Poderi Moretti e Moretti. A guardar bene tutte le bottiglie, c’è molto altro. È assolutamente vero, ed è un valore da preservare, che ci sono vigne specifiche che necessitano nomi e dedizione specifica.
Abbiamo voluto così perché ci siamo affezionati noi e i nostri clienti. Mantenere l’etichetta Moretti è perché è quella un pò più storica che già aveva inserito mio nonno. Etichette di 40 anni fa. Poi la nuova linea Poderi Moretti è dove diamo maggior risalto a tante selezioni, cru. Sono le sotto zone che per noi hanno significato. Il toponimo ha un significato geografico o legato a qualcuno di famiglia. Nel promuoverli o portarli in giro si riesce ad essere più campanilistici. Il cru Ccchetti ci teniamo a valorizzarlo perché è casa nostra.
Direi che si fa un gran bene a valorizzare un cru così intenso e unico come Occhetti. Ho provato l’annata 2018 e non si può, anzi si deve, rimanerne incantati.
Il Dio Nebbiolo non ha santificato solo le Langhe con Barolo e Barbaresco, ma ha lasciato la sua intensa aurea anche qui, nel Roero così che questo Occhetti ne possa essere espressione caratteristica. Con forza e morbidezza, grazia e corpo.
La corposità olfattiva della frutta matura macerata nelle spezie di cardamomo, noce moscata e vaniglia con l’aggiunta di cioccolato e ciliegie; la pungenza del sottobosco e del pepe.
La rotondità di questi sentori appare immediatamente come se fosse una meravigliosa carezza, un guanto di velluto, una ciotola colma di vaniglia, marmellata di frutti di bosco, delicate spezie orientali inserite in un barile di rum. I fiori, insieme al sottobosco, sono li a stemperare un pò questa rotondità. Ma la rotondità è davvero invitante, pastosa, setosa, morbida, vellutata. Un nuvolo di eleganti sentori, sapientemente miscelati che ammaliano e invogliano al sorso
La grazia di vellutate sensazioni, compaiono così in bocca attraverso la trasfigurazione della frutta nera rinfrescata dai tannini eleganti, maturi e setosi. Mai banali.
Si rimane ammaliati da questo sorso che conquista le papille gustative con una ampia freschezza che sa di morbido così che la bocca rimane in uno di quegli stati che si possono definire di morbida contemplazione.
Una decina di anni fa hanno mappato tutti i cru e hanno inserito Occhetti come una sottozona. Ci sono tanti cru nel Roero e noi valorizziamo quello perché ci siamo affezionati. Ora è un discorso di tutela maggiore appoggiato dal consorzio. C’è un sistema che aiuta. Tutela e tracciabilità piacciono molto al consumatore. Ci permette di fare discorsi di un certo tipo. La zona è piccola, valorizzata e vocata e occorre sfruttarlo al massimo.
È proprio in questi discorsi che Alessandra dimostra il suo grande entusiasmo. Il contatto con il pubblico, il poter spiegare la propria zona, la propria casa. L’avere obiettivi propri, sfidanti, intensi e volti a realizzare qualcosa non solo per se stessa ma per il proprio territorio. Una sfida per la quale serve lavoro intenso e non già solo in vigna o in cantina. Le nuove generazioni hanno finalmente capito che per competere sui mercati, nazionali o internazionali che siano, occorre affrontare il problema commerciale in una maniera diversa.
Per i vecchi vignaioli, il massimo della esaltazione era fare il vino buono. Aprire una propria bottiglia era già un risultato. Impossibile fargli capire che quelle bottiglie occorre venderle e per venderle, oggi, in un mercato così globale e così competitivo, serve ben altro che fare il vino buono.
Agganciare nuovi mercati, inserire vini nei ristoranti, bottiglie apprezzate da persone nuove, avere un continuo scambio di opinioni, una interfaccia con il mondo a livello personale è molto gratificante. Più che gestire i propri vigneti e vedere l’azienda girare bene rimanendo comunque a casa. Se non potessi girare e seguire la parte commerciale mi perderei la parte più bella per me. Mi trovo a fare la commerciale su un prodotto che sento mia e conosco dal lato tecnico. Ho interesse che cresca e che venga apprezzata in un certo modo.
Poi c’è la vocazione e la predisposizione di ciascuno di noi. Anche se in una famiglia, perché Poderi Moretti è pur sempre una azienda a carattere familiare, c’è bisogno pure di un pò di fortuna nella divisione dei compiti. Riccardo si dedica alla parte enologica insieme a papà Francesco molto vocato alla campagna; Alessandra alla parte commerciale. Una divisione naturale e spontanea. Meno male dico io!

Siamo allineati come mentalità e le decisioni si prendono insieme. Sulle decisioni più piccole non si mette più becco. Per gli investimenti importanti è ben diverso. Stiamo impiantando un nuovo vigneto con Nebbiolo. C’è stata la condivisione in famiglia sulle varietà, sulle tempistiche ecc ma poi per la parte implementativa, si lascia campo libero a mio padre. I cloni che si possono scegliere sono tanti ma le analisi del suolo già stringono. Al vivaio vanno loro comunque. Anche perché io non sono proprio sul pezzo. Ma va bene così.
Pragmatica e felice di esserlo. Ha trovato la sua felicità radiosa verso il commerciale. Il suo mondo. E mi sa che almeno in famiglia nessuno glielo toglie!
C’è un pò lo scontro generazionale che essendo in famiglia nessuno molla. Con mio fratello siamo autonomi e comunque ci sono i collaboratori. Non ci sono cose che segue mio padre che non non seguiamo. Lui ha un approccio diverso e ci mancherebbe. Non ho ancora pensato ad una rivoluzione grossa. Ci sono tante rivoluzioni piccole.
Alessandra ancora è giovane. Ma è una cucciola con grinta da vendere. Di quelle persone che tra un sorriso e l’altro, non te le manda a dire le cose. Rappresenta la freschezza di una generazione che vuole volare da sola. Ascoltando gli altri ma volendo anche fare di testa sua.
La mia generazione va ognuno sulla propria strada. Prima erano tutti sul fare cose standard tranne pochi luminari. Nel bene o nel male c’è sempre di guardare gli amici e cosa fanno. Noi vogliamo andare per la nostra strada. Se gli altri hanno da dire, va bene cosi.
La scelta per una agricoltura tradizionale non cozza affatto con i dettami della nuova generazione. È una scelta dovuta anche alla tipologia di un territorio che rende le cose particolarmente difficili. Non impossibili ma difficili.

Siamo in lotta integrata. Dalla scorsa annata abbiamo avuto la certificazione della apina. Abbiamo fatto un investimento fuori zona dove siamo in biologico. Qui alcuni lavorano in biologico. Io trovo che nella nostra zona la gestione in biologico è costoso e difficile. Piove in continuo e ci sono alti rischi per la coltivazione. Ci sono altri metodi per avere un prodotto buono senza essere biologico.
Molto posata, molto competente e soprattutto con una strada dritta da seguire. Senza lasciarsi influenzare e senza scimmiottare nessuno. In zone come queste dove possono verificarsi annate piovose, i trattamenti diventano una necessità. Nel regime convenzionale o di lotta integrata ci sono trattamenti che si possono fare, anche a bassissimo impatto. Anche se siamo lontani dalla chimica indiscriminata e scellerata di qualche anno fa, alcuni trattamenti non sono consentiti in regime biologico. Tali trattamenti possono comunque essere fatti una sola volta. Al massimo due.
Il regime biologico, vietando certe tipologie di molecole e consentendone altre, non indica quanti trattamenti possono essere eseguiti.
Se si è in zone dove il biologico è complicato, il rischio è dover fare trattamenti, pur sempre biologici, ma ripetuti. La scelta è dunque se farne uno o tanti. Ma se ne si fanno tanti, non c’è il rischio che le molecole, per quanto consentite, rimangano sulle foglie e nel terreno poiché non hanno avuto il tempo di essere assorbite? Ecco, questo nessuno ve lo dirà mai.
Ho un caro amico che ha una azienda biologica della nostra dimensione e ho molto rispetto. Anche per la capacità di avere un prezzo più alto e riuscire a venderlo. Certo, non so se il biologico riesca sempre a ripagare tutto il lavoro che porta dietro.
Trattare in maniera oculata. Alla fine questo è il vero obiettivo di tutti. Biologico, biodinamico, integrato, convenzionale. Fate come vi pare ma fatelo bene e con coscienza.
Le rese basse ci conducono ad avere più cura.

Cinquantamila bottiglie con rese sotto le rese medie del disciplinare. Il resto viene venduto.
Ventitré etichette. Con cru da 2000 bottiglie. Forse un pò troppe. E anche Alessandra lo sa.
Io ne farei molte di meno ma i miei ci tengono. Avrei tolto una linea direttamente. Sarei rimasta solo sulla linea nuova. Per quanto i consumatori e i distributori siano affezionati alla vecchia. Però quando una azienda decide di passare ad una etichetta nuova, il consumatore lo deve accettare.
In effetti è complesso vedere la differenza tra le etichette. La linea antica, Moretti, ha un modo tutto suo di essere con predisposizione ai vitigni classici della tradizione piemontese di Alba: Dolcetto, Nebbiolo, Barbera d’Alba e Barbera superiore. Sua Maestà il Barolo per chiudere in bellezza.
La Poderi Moretti spazia un pò partendo dai bianchi a base Arneis per poi, passando per un rosato da uve miste, arrivare ai rossi da Dolcetto, Barbera e Nebbiolo (Roero e Barolo) e concludere con due metodo classico Blanc de Blanc 24 mesi e Blanc de Noir 36 mesi.
Un pò ci si perde ma magari ci si potesse perdere sempre cosi.
Tra i rossi, il Pulciano 2010. Roero Riserva DOCG con 24 mesi in fusti di rovere e sei in acciaio. Direttamente dalle vigne del cru Occhetti.
Nel calice si presenta con tutta la sua magnificenza. I quindici anni lo hanno reso meno rubino e più granata certamente ma senza intaccare la sua brillante luminosità.
Mai commettere l’errore di bere un calice di questo vino senza averlo fatto respirare un pò. Anche se “anziano” si comporta come un bambino al risveglio che ha bisogno di stiracchiarsi un pò. Tempo, è un vino che va aspettato.
Lasciare che si apra aiuta a far si che la frutta cotta e marmellatosa venga fuori: fragoline di bosco, ciliegia, ribes, more. Poi del prezioso sottobosco che si fa raccogliere da un lembo di pellame. Ancora del tabacco trinciato, della noce moscata, del pepe e del cardamomo. I freschi fiori rossi donano infine freschezza che il velo di balsamico amplifica.
Un corredo olfattivo fine, delicato, soave, con i sentori che emergono piano piano, uno dopo l’altro, alternando morbidezza e freschezza in un meraviglioso balletto.
Il gusto è subito meraviglioso. Fresco, molto caldo. Un’apertura meravigliosa ed una sapidità decisamente incredibile che fa si che la bocca continui ad essere irrorata. La frutta è tutta “molta” ancorché meravigliosamente bilanciata. L’arancia è cotta e la prugna è così potente che arriva fino giù in gola fornendo una incredibile sensazione di pienezza. Il tannino è alleviato dal tempo così che può correre soave pur ricordandosi che è pur sempre un nebbiolo. Senti che danza e senti che la freschezza ancora prevale, nonostante siano passati 15 anni. Una persistenza decisamente lunga e una struttura incredibile con un bilanciamento a dir poco perfetto. In coda il vino torna a vivere come se la profondità dei frutti volessero ancora dettare legge. È un Nebbiolo che è diventato quasi gentile nonostante abbia ancora delle prospettive estremamente lunghe. Insomma un vino che può durare nel tempo cosi da diventare come quegli amori indissolubili che non si sciolgono non si modificano anzi, si fortificano.
Non per ultimo ma lo lascio alla fine il Roero Arneis.
Cosa gli vuoi dire ad un calice di Arneis? I semplici sentori di frutta tropicale, pera Smith e mela verde si fondono con il vegetale del biancospino e delle foglioline di menta. Il lime diventa quasi zenzero per via di quella pungenza al naso. La freschezza avvolge come una piacevole ventata balsamica tanto che sembra di respirare uno di quei profumi agrumati che vanno tanto di moda: Acqua di Sorrento, Acqua di Parma, Acqua di Ponza, ecc. ecc. ecc (sembra che ogni luogo abbia la sua acqua ormai).
Il sorso è decisamente fresco, secco e con una sapidità che spinge dall’inizio alla fine fornendo alla bocca una incredibile pulizia legata alla piacevolezza dell’agrume. Proprio la sapidità crea una ampiezza della verticalità. Persistenza anche buona cosa questa che lo rende estremamente abbinabile. La sapidità non smette di spingere.
Buono ma buono.
Gli importanti storici la pensano come mio padre. Non gliela si va a cambiare perché poi per loro gli cade il mondo. Se fossi da sola, io lo farei. Anche perché altre aziende l’hanno fatto. Abbiamo comprato da amici di famiglia dei terreni all’isola d’Elba. In parte ulivi e in parte viti. Magari prima o poi i miei li trasferiamo li come Napoleone.
Ride di gusto Alessandra. Non si priverebbe mai dei genitori ma la gestione aziendale è altra cosa. La freschezza dei giovani che vogliono innovare nel solco della tradizione. Senza strafare ma prendendo una propria. Che non necessariamente coincide con la precedente o con quella degli altri.
All’Elba siamo in regime biologico. Circa sei ettari. Non usciamo con una etichetta nostra dunque vendiamo tutta l’uva. Li è stato un investimento, qui c’è una logica diversa.
Ritorna nei discorsi con Alessandra la voglia di cambiare etichetta. Un modo per affermare l’identità di una azienda, un nuovo prodotto, un nuovo corso. La prima etichetta è come il primo amore. Così che la si cambia solo se costretti. Anche se il tempo, il contesto, il mercato, lo richiederebbe. Alcuni preferirebbero cambiare moglie piuttosto che l’etichetta. Eppure è il biglietto da visita. È quell’elemento che ti fa scegliere una bottiglia quando la vedi sullo scaffale di una enoteca. Deve essere visibile senza esserlo. Deve catturare senza costringere. Deve sedurre senza ammaliare.
Alessandra ha studiato, ha visto, ha capito. Sì è confrontata. Mentre prima ci si confrontava solo in ambito locale. Tra i vicini al massimo. Però forse si campava meglio.
Nonno Dionigi ha 86 anni ed è ancora lucido. Brontola e viene a controllare come lavoriamo. E spesso non lavoriamo bene come lavorava lui. Apriamo la cantina a tutti e non si può lavorare come prima. Così dice.
Le ambizioni ci sono tutte. Quelle di due ragazzi che hanno scelto di volersi prendere, quando sarà il momento, di prendersi sulle spalle il futuro dell’azienda di famiglia. Senza particolare smania ma certamente con le idee chiare.

Io spererei tra dieci anni di raddoppiare l’imbottigliato. Commercialmente stiamo girando tanto e creando rapporti duraturi. Mi vedo qui con più cose da seguire ovvero più preoccupazioni. Ma sicuramente più sicura grazie allo storico sulla propria pelle di esperienze e situazioni.
Farsi le ossa attraverso l’esperienza. Capire. Comprendere. Ragionare. Ma poi andare con le proprie gambe. Guardandosi intorno per continuare a capire. Osservando il mercato certamente ma anche la natura. Perché poi è sempre quella che comanda.
Aziendalmente sarà sempre più un casino per la situazione climatico. L’anno scorso abbiamo perso gran parte della produzione in un giorno solo per la grandine. Non era mai capitata. Sia questo sia il periodo covid ci ha temprato costringendoci a creare anche piani alternativi.
Ecco, questa è Alessandra Moretti. Questa l’azienda Poderi Moretti.
Quando si ha la fortuna di conoscere giovani come lei, le speranze per un mondo migliore, francamente in me aumentano vertiginosamente. Non si sta con le mani in mano. Non ci si lamenta. Non si pensa che il mondo sia uno schifo. Non non non. Ma un non positivo perché orientato al futuro. Nonostante la fatica, gli insuccessi, le difficoltà.
Grazie Riccardo. Grazie Alessandra. E grazie ai vostri genitori e nonni che vi hanno cresciuto così.
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