Radis. Le radici del futuro
Quando le radici sono profonde, non c’è motivo di temere il vento.
Cosa sono le radici, le nostre radici? In una società abituata ad essere cosmopolita forse siamo diventati tutti apolidi. Un tempo anche se si cambiava città, se non Paese, per trovare lavoro, l’attaccamento alla terra natia era così forte che non si poteva non tornare. Alle radici.
Ricordo che quando andavamo in estate a Camigliano (CE), il paese di origine di mamma, rimanevo incuriosito dalle tante auto con targa Svizzera che si vedevano per il paese. Mamma mi spiegava che erano delle persone emigrate che tornavano un mese intero per le vacanze. Tornavano a trovare i genitori anziani ma anche a vivere il paese dove erano nati. Le radici.
Difficile spiegare ad un ragazzo di città cosa siano le radici. Non ci sono più le famiglie di una volta o le tradizioni da rispettare. Si scappa da dove si è nati e quando si rimane, spesso, si viene tacciati di bamboccionismo. Ma vivere nella propria terra e lavorare su di essa è altra cosa. Non è mai semplice e lo è ancor meno se si tratta di montagna, con i pendii ripidi e le condizioni climatiche che certo non invogliano.
La Valtellina è come un grande tubo che parte dal lago di Como e prosegue dritto dritto verso est fino a Tirano dove devia improvvisamente verso nord per arrivare a Bormio.
Nel fondo valle sorgono i centri abitati tra i quali emerge ovviamente Sondrio. Poi una miriade di paesini e frazioni. Ai lati, le montagne iniziano ad inerpicarsi per poi perdersi in altezza.
Proprio sui terreni delle pendici, pascoli e terreni seminativi si alternano a terrazzamenti vitati. Qui il Nebbiolo di montagna, la Chiavennasca, la fa da padrona. Sassella, Inferno, Valgella, Grumello, Maroggia. Queste le mitiche sottozone ognuna fautrice di espressioni diverse del Nebbiolo di montagna.

Grandi escursioni termiche, venti del lago, terreno sabbioso limoso con scarsa profondità (si appoggia su solida roccia). Un microclima che porta il Nebbiolo ad esprimersi ovviamente nella sua eleganza ma con caratteristiche profondamente diverse rispetto a quelle del Piemonte. Come quest’ultimo però, ha bisogno di tempo (e legno) per essere domato.
Una regione splendida e rigorosamente tipica. Ma difficile, così dannatamente difficile da un punto di vista enologico da essere definita eroica.
Le vigne sono pezzi di montagna strappate a quest’ultima attraverso piccole e strette terrazze caratterizzate dai muri a secco, unici baluardo alla riconquista del territorio da parte dei boschi.
Coltivarle vuol dire essere pronti a lavorare tutto a mano e con scarsa possibilità di usare mezzi meccanici. Vuol dire essere pronti ad andare su e giù per i pendii in qualunque stagione e qualunque condizione metereologica. Vuol dire saltare da un appezzamento all’altro per via della estrema parcellizzazione del territorio.
Accade quindi che chi coltivava un tempo queste terre, oggi non ha più le forze per continuare. Vendere è complicatissimo e quando le stesse terre rappresentano l’unica fonte di reddito piuttosto che l’unica proprietà disponibile, la riluttanza prende il sopravvento.
Occorre però continuare a coltivarle perché il bosco è sempre in agguato. Lasciarle incolte per qualche stagione vuol dire donarle proprio al bosco.
Ecco che la soluzione possibile è l’affitto.
Già, ma a chi? Chi è il folle che vuole fare una vita del genere?
Io ne ho trovati due, Alessandro Bana e Stefano Panizza. Loro sono giovani. Loro hanno scelto di coltivare le vigne in Valtellina. Loro sono Radis e io incontro Alessandro.
La nostra azienda è nata per caso. Ho lavorato per nove anni in una azienda metalmeccanica, fino al 2017, quando con Stefano e degli amici, un pò per gioco, abbiamo deciso di lavorare una vigna di 600 metri quadri. Uno sfogo, un gioco. Volevamo il vino per autoconsumo.
Studiare, potare, chiedere in giro. Il papà di un amico ad aiutarli. Peccato che in primavere una gelata pazzesca gli consente un raccolto di sole due cassette.
È proprio vero che le cose che nascono per gioco. C’è chi ha come passatempo lo sport, chi la musica, chi i viaggi. Chi qualunque altra cosa. Alessandro e Stefano si scelgono la vigna. Che qui, in fondo, vuol dire fare trekking. Su e giù per i pendii fermandosi per le lavorazioni o la raccolta. Paesaggi mozzafiato. Aria pura e, al ritorno, tanta allegria. Cosa volete di meglio?
Eh ma così sembra tutto facile quando facile non è. Ci vuole tanta voglia per fare cose come questa.
Stefano ha studiato a Padova, forestale. Ha il suo studio di dottore forestale. Oltre alla passione per la vigna c’era anche un pò di insoddisfazione personale. Poi ho sposato sua sorella e siamo diventati cognati. Ci vedevamo più spesso.

Due ragazzi di Tirano. Un gruppo comune di amici. È cosi che si sta insieme e quando si sta insieme, oltre ad innamorarsi della sorella dell’amico, si parla, si chiacchiera, ci si confida. L’insoddisfazione per un lavoro ad esempio. Quel tarlo latente che ti fa pensare a tutti i giorni che dovrai lavorare prima di ritrovarti in pensione e senza aver costruito nulla.
La vigna invece, l’uva, il vino, una azienda. Un sogno!
La prima vigna è arrivata tramite il papà di Stefano che la lavorava già. Una vigna di famiglia in comodato d’uso.
Come si usa da queste parti. Per tenere la vigna pulita e non farla diventare bosco. I genitori di Stefano coltivano le vigne di altri. Non è la vecchia mezzadria ma un vero e proprio affitto. Conviene a tutti. Solo che chi te le affitta si deve veramente fidare.
Il papà di Alessandro invece, oggi in pensione, coltiva mele e mirtilli.
La mia famiglia, sopratutto nonno e mio cugino che ha un’altra azienda vinicola, fa vino.
Alessandro è uno di quei ragazzi che da giovane deve averne combinate di cotte e di crude. Ha fatto la scuola Industriale senza saperne il perché. Forse annoiato, forse svogliato, forse ribelle. Però cantava e canta ancora. Dopo le scuole superiori e con poca voglia di lavorare, se ne andò a Milano per due anni a studiare musica e canto.
Non c’era nulla che mi interessava. Alcune scelte sono inconcepibili. Davvero non lo so. Prima di iniziare a lavorare, dopo la fine delle scuole superiori, ho fatto due anni a Milano per una scuola privata di musica. Canto. Avevo dei gruppi musicali e suonavo. La passione la porto avanti tuttora. Prima era rock progressive, PFM, Pink Floyd. Poi c’è stato un cambio e ci siamo ritrovati qualche anno fa con un mio amico che scrive canzoni. Faceva il batterista. Ha fatto esperienze in Africa, Medio Oriente, Balcani. Scrive le sue canzoni anche a sfondo politico e il genere è un misto tra reggae, rock, indie. Io sono il cantante insieme a lui. Da batterista ha sempre avuto l’impedimento di non riuscire ad esprimere ciò che scriveva.

È cosi che Alessandro se ne va in giro tutt’ora a suonare con il suo gruppo e se cercate Ti regalerei la mia testa, potrete ascoltare la sua voce.
Abbiamo iniziato nel 2017. L’anno successivo, una zia di Stefano ha mollato una vigna e ci ha chiesto di lavorarla. Non ce la faceva più. Abbiamo presa questa vigna e gli anziani della zona hanno capito che due giovani avevano voglia e ci hanno dato un’altra vigna. L’azienda che abbiamo adesso è nata (siamo a tre ettari) così. Ogni anno qualche anziano mollava e sapendo che c’eravamo noi, ci contattavano.
Chissà cosa deve essere per una persona anziana capire che è arrivato il momento nel quale non ce la si fa più fisicamente. Andare su e giù non è più cosa. Il fisico non regge anche se la mente è ancora più attiva di prima.
Cosa farci con le terre però? Lasciarle andare no. I figli non ne vogliono sapere. Lasciarle andare no. Darle a qualcuno ma a chi? Lasciarle andare no. Occorre trovare dei ragazzi che hanno voglia. Ma dove trovarli? Lasciarle andare no.

Poi in paese ti parlano di questi ragazzi che mettono a posto le vigne. Trovi la forza per andare a vederle e dici a te stesso che le trattano bene le vigne e tratteranno bene anche le tue. È un sollievo. Lasciarle andare no.
Succede cosi da queste parti. Le vigne sono per eroi. Piccoli pezzi di terra che rendono tanto per via del Dio Nebbiolo ma come rendono tanto richiedono.
Ora siamo sul versante Retico. Tirano e Villa di Tirano. Circa tre ettari dai 450 metri nella fascia più bassa fino ai 700 metri. Dei tre ettari sono tre macrozone. Una a Villa, una a Tirano nella fascia bassa e la terza nella fascia alta.
Giovani che tornano e si dedicano alle vigne. Recuperano e curano le vigne degli anziani che non ce la fanno più. Tornano per insoddisfazione personale e per fare qualcosa per se stessi. È cosi che trovano soddisfazione nella vigna e nei lavori manuali.
Nel 2018 e 2019 abbiamo preso più vigne. Nel 2019 abbiamo vinificato metà della parte e il resto l’abbiamo vendute. A fine 2019 abbiamo detto: dobbiamo decidere. C’era la possibilità di prendere altre vigne. Abbiamo deciso di fare il salto aiutato anche da mio suocero che mi ha detto: se vuoi nel mentre vieni nella mia azienda ad aiutarmi.

Così ho mollato il lavoro. Stefano si è dedicato al lavoro in vigna mantenendo l’altro. Abbiamo trovato un connubio e aperto l’azienda nel 2020. I trattori e tutte quelle cose che avevano un costo abbastanza alto erano dell’azienda del papà di Stefano. Una fortuna. Se parti da zero non ce l’avremmo fatta.
Le prime vinificazioni sotto casa di Alessandro con una barrique, una pompa e un tino. Senza esperienza. Molti testi. Tanto studio sui libri di enologia e comunque un cugino con una cantina a cui chiedere.
Eravamo e siamo curiosi e non ci siamo mai limitati nel fare domande. Avevo fatto il corso ONAV dove avevo conosciuto tante persone e produttori. Ho preso un pò da tutti e riportavo in cantina quando c’era da fare quei testi.
Così Alessandro e Stefano iniziano a fare vini. Prima solo il Rosso di Valtellina poi nel 2021 anche il Superiore che però doveva aspettare in botte prima di uscire sul mercato
Nel 21 abbiamo fatto anche il Superiore che doveva però aspettare per vendere il rosso e comprare la botte di legno. L’abbiamo pagata circa 9000€. Sul legno siamo sempre stati contro perché snaturava troppo la territorialità. Ma essendo obbligatorio abbiamo optata per un legno grande.
Baitèi è il Valtellina Superiore provato nel millesimo 2021. Baitèi, un rimando alle capanne di un tempo realizzate con pietre a secco e usate dai pastori per riparare gli attrezzi o le provviste.
Un vino di montagna ancora giovane e il meraviglioso color rubino con un piccolo riflesso ancora porpora non può che svelarne l’età.
I sentori sono di frutta rossa croccante, more poi ribes mirtilli e fragoline di bosco. Non può mancare il balsamico che accentua i sentori porta con se del vegetale, come fosse sottobosco muschiato. Spezie non invadenti di pepe e, all’improvviso, chiodi di garofano e un po’ di anice stellato. In lontananza un sussurro di cacao.
Il sorso è fresco come una giornata di primavera in montagna con il balsamico che avvolge offrendo una grande capacità di respiro a polmoni pieni. La giovinezza di Baitèi si esprime con la croccante voglia di spensieratezza e di gioco.
Un nebbiolo di montagna dotato di forte verticalità e media ampiezza quasi tagliente e che al contempo lascia una meravigliosa sensazione in bocca. È come una lama di sole che penetra avvolgendo: una giornata al mare d’inverno quando il sole scalda solo quando i raggi colpiscono la pelle. Poi la lama di freddo.
Con il tramonto il sole scende lasciando solamente freddo.
Partiti da 7000 bottiglie nel 2021 poi il 2021 con 12.000 bottiglie per arrivare al 2022 con 17000 bottiglie. Una crescita importante prima con uno poi con due infine con tre vini. Crescita accompagnata dalla crescita delle vigne e del lavoro. Ovviamente.
Muràchi, il Rosso di Valtellina ha un nome che come Baitei si incunea dritto dritto nel territorio. Muràchi sono infatti quei cumuli di pietra che si creano dopo aver realizzato i terrazzamenti. Duro lavoro. Davvero un duro lavoro fare i terrazzamenti su questi pendii.
Muràchi è il Nebbiolo anzi, è la Chiavennasca nella sua espressione più vera visto che non ha visto il legno nemmeno con il cannocchiale astronomico. Solo acciaio per restituire un vino fresco e croccante che sa di montagna in un misto di finezza e rusticità.
La versione 2022 è già pronta fin dal calice per un rubino che sa di ciliegia spremuta. Vivido e a tratti luminoso, esprime la sua freschezza di ribes, ciliegie e fiori rossi senza nemmeno sforzarsi più di tanto. Solo roteando il calice arriva un pò di alcol: ma che buono ciò che respiro.
In bocca i tannini sono eleganti, altro che rustici. Si fresco, si bilanciato, si verticale. Si tutto ma ciò che più mi piace è la sua semplice eleganza. La bocca è fresca e pulita. Il sentore di ciliegia è quello di un frutto non maturo ma già dolce. Ci vorrebbe solo una fetta di formaggio o dello speck e il gioco è fatto.
Mi ha convinto Muràchi e mi ha convinto tanto. Più di Baitèi? Diciamo che se la battono ma con gli amici, per finire la bottiglia, Muràchi la vince!
Noi ci diciamo razionali sostenibili. Razionali perché il biologico logisticamente parlando era improponibile. Meccanizzato solo per mezzo ettaro. Tagliamo tutti a mano e i trattamenti tutti manuali. Impossibile. Gli interventi devono essere tempestivi e se ne devono fare di più. Adesso stiamo cercando di andare a ragionare sul fatto che siamo in una zona più interna. La valle va da est a ovest. Essendo più lontano dal lago l’azione mitigatrice viene meno. Il versante inizia a girare verso nord e quindi la nostra esposizione è più sud est. Abbiamo circa dieci giorni di differenza con sassello e inferno. Se loro partono a trattare agli inizi di maggio noi trattiamo dieci giorni dopo. Con le vigne in alto e ventilate riusciamo ad avere trattamenti più distanti.
Posati, ragionatori, entusiasti. Ragazzi che hanno la testa sulle spalle, che non si montano la testa, che fanno il passo quando possono e senza strafare. Nessuna voglia di seguire la moda con i lieviti indigeni perché non si sentono pronti.
Lieviti selezionati ma stiamo facendo dei test con gli autoctoni. Va di moda non usare lieviti selezionati ma noi facciamo il passo nel tempo giusto. Nessun tipo di trattamento aldilà dei metabisolfiti. Nessuna chiarifica.
Le vigne non loro. Tutte in affitto con solo un piccolo pezzettino di 1700mq di proprietà. Ma non c’è preoccupazione. Ci sono i contratti che li tranquillizzano per dieci/quindici anni e un abbandono che si incrementa sempre di più.
C’è magari l’interesse fino a quando non vedono quanto sia complicato. Quando ci sei dentro e ti rendi conto di cosa voglia dire, è tutta un’altra cosa. In estate è complicato. Essendo in due stargli dietro è tosta.
Alessandro ormai è full time in azienda. Stefano ancora no anche se nell’ultimo anno c’è stato quasi sempre. Le cose stanno andando bene. Stanno ingranando i due ragazzi. Anche con le vendite.
Il primo anno siamo riusciti a vendere tutto da soli in Valtellina. Girando come dei pazzi. Poi sono iniziati i contatti in zona Brescia, a Como. L’anno scorso abbiamo visto che era dura star dietro a tutto. Incompatibile con la vigna. Abbiamo deciso di investire nella promozione e negli eventi e facciamo eventi da novembre fino a marzo per portare la Valtellina in giro. Sta portando risultati.

Ragazzi con il sale in zucca e la capacita di capire, programmare e soprattutto, investire. Non è da tutti credetemi.
Alessandro e Stefano hanno però un futuro. La voglia di fare e fare bene. Lo spirito di sacrificio e il grande amore per la Valtellina. La capacità di realizzare vini che sanno fortemente di vita e di territorio con la grande capacità di resistere al tempo e ai tempi. Un mix incredibile che è sinonimo di uno sviluppo che li porterà lontano. Non sicuramente in termini di crescita perché anche loro sanno che oltre le ventimila bottiglie non ha senso andare in questo territorio.
Bisogna ingrandirsi un pochino ma neanche più di tanto. Arrivare a superare le ventimila bottiglie. Ci sarebbe anche una idea di un piccolo agriturismo. Il nome Radis nasce dal collegamento con le tradizioni del territorio tiranese e le nostre famiglie che sono agricoltori. C’è sempre stata l’idea di un posto dove esporre i nostri prodotti. Una idea invernale che poi quando finisce l’inverno si mette da parte per lavorare sul serio. Poi girare l’Italia affinché non solo Radis ma anche la Valtellina possa crescere. Ci si sta lavorando e noi nel nostro piccolo portare il nome come dovrebbero far tutti. Vogliamo tutti diventi una chicca.
Alessandro e la sua famiglia. Una moglie, una bambina piccola. Stefano e la sua famiglia. Una mogli e quattro figli.
Radis, l’azienda, le radici piantate nella loro terra, nel loro territorio.
Quelle radici che giorno dopo giorno arriveranno sempre più in profondità così che tra un pò saranno in grado di abbracciare anche le loro famiglie. Per promettere un futuro, In Valtellina.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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