Joaquin. Raffaele Pagano, il cercatore di vigneti
Prima di Joaquin c’erano milioni di bottiglie. Poi è arrivato Raffaele Pagano e la decisione di fare l’esatto contrario. Cercare vigne invece di volumi, attendere invece di correre, custodire invece di consumare. Una storia che attraversa l’Irpinia, Capri e il vino italiano raccontando il valore del tempo, delle radici e delle scelte controcorrente.
Il rumore spento di Raffaele Pagano
Prima del vino, prima di Lapio, prima della parola Joaquin, c’è il rumore. Il rumore meccanico, ostinato, quasi fisico prodotto dalla linea di imbottigliamento che corre, il vetro che avanza, le bottiglie che diventano numeri, casse, camion, fatture, scadenze.
Per Raffaele Pagano quel rumore non è un dettaglio. È il punto da cui tutto comincia. O forse il punto da cui lui ha deciso di allontanarsi.
Avevo tredici anni. Dormivo. Mio padre arrivò alle sei del mattino, mi si piazzò davanti al letto e mi disse: hai capito? Io risposi di no. E lui: perché bisogna lavorare.
Una scena che resta mi resta nella mente e mi rendo conto di come, per il suo crudo realismo, non abbia bisogno di abbellimenti. Un ragazzo nel letto, un padre in piedi alle sei del mattino, una frase corta, quelle dei padri di una volta che non avevano bisogno di dire molto per farsi rispettare. Raffaele la racconta senza vittimismo, senza rancore, quasi con gratitudine. Forse perché sa bene che senza quel padre, senza quella disciplina, senza quella cantina di famiglia, forse Joaquin non sarebbe mai nata. Sa anche che per diventare sé stesso ha dovuto spegnere qualcosa.
Papà era un imbottigliatore. Arrivò a fare tre milioni di bottiglie. Io sono praticamente nato dentro una cantina.
Tre milioni di bottiglie sono qualcosa di abnorme. Una montagna. Per molti sarebbero state una sicurezza, una direzione già scritta, una strada larga su cui continuare a correre. Raffaele, invece, dentro quel numero ha sentito qualcosa di diverso. Una domanda magari: quanto può valere una bottiglia se non è più soltanto una bottiglia? Quanto spazio serve al vino per non essere più merce per diventare memoria? E soprattutto: quanta vita bisogna perdere per inseguire la quantità quando il desiderio più autentico è custodire l’unicità?
Avevo la mania della linea di imbottigliamento sempre in moto. Sempre. A un certo punto ho pensato che dovevamo fare il contrario. Dovevamo tenerla spenta.
Spenta. La linea di imbottigliamento spenta è come una via di Roma durante il covid. Vuota, desolata. Impossibile da pensare anche se l’abbiamo vissuta pochi anni fa. Però, è esattamente da questo punto che la storia cambia passo. Joaquin non nasce da una moda, da un piano di comunicazione, da una voglia di apparire diversi. Nasce da una ferita e da un’intuizione. Nasce da un figlio che conosce perfettamente il mestiere del padre e decide, scientemente e proprio per questo, di tradirlo nel modo più devoto possibile: non negandone la storia, ma portandola altrove.
Raffaele non è scappato dal vino. È scappato dal rumore di quella catena di montaggio di Tempi Moderni di Charlie Chaplin (rumore immaginato visto che era un film muto) e dal continuo ripetersi delle medesime azioni. Ha cercato il silenzio delle botti, l’attesa delle fecce, la pazienza delle parcelle, la fatica di quei vigneti che non promettono facilità ma pretendono dedizione. E in quel silenzio ha costruito Joaquin.

Dal mondo della quantità alla religione del tempo
Loro mi dicevano che i bianchi dovevano uscire subito. Veloci. Cash. Bisognava incassare. Io continuavo a dire che stavamo correndo troppo.
Non pensiate che la parola cash, pronunciata all’interno di una conversazione sul vino, sia una brutalità. Si, certo, il vino è pathos e il cash è vil denaro dunque vita reale, onesta. Ma il vino è anche, soprattutto, impresa. È stipendi, bollette, fornitori, vendite, mercati. Raffaele lo sa meglio di chiunque altro. Ha studiato economia, ha guidato furgoni, ha visto le dinamiche dello sfuso, ha conosciuto il lato meno romantico del settore. Proprio per questo non si esprime come un sognatore ingenuo. La sua visione non nasce dall’ignoranza del mercato, ma da una conoscenza troppo profonda dei suoi meccanismi.
La qualità di una struttura passa attraverso la conoscenza profonda del settore. Non basta sapere la formuletta. Devi capire tecnicamente cosa sta succedendo a quella massa e dove sta andando.
Una doppia natura. Da un lato l’uomo ruvido, diretto, a tratti feroce nel giudizio. Dall’altro il custode quasi ossessivo del dettaglio. Nessuna idealizzazione del vino. Lo smonta, lo osserva, lo attraversa. Sa da dove arrivano certe bottiglie, conosce i mediatori, le vasche, i compromessi, le scorciatoie. E forse proprio perché ha visto tutto questo da vicino ha sentito il bisogno di costruire un linguaggio diverso.
Molte delle cose più importanti dei vini di Joaquin sono nate perché rimanevo qui da solo. Aspettavo che arrivasse qualcuno dalla cantina di famiglia ad aiutarmi. Mi dicevano: domani ti mando due persone. Poi non arrivava nessuno. E i vini restavano sulle fecce. Restavano nelle botti. Restavano ad aspettare.
Una bellezza quasi involontaria. Il mancato aiuto, diventa stile. L’imprevisto, diventa metodo. La solitudine, diventa firma. Mi imbatto spesso in imprenditori che raccontano delle proprie decisioni lucide, dei momenti di scelte, del concatenarsi di eventi fortemente voluti. Qui invece c’è una verità più interessante. Quella che affida al caso l’inizio di tutto, evidenziando come, a volte, un progetto possa anche nascere da un contrattempo, da una mancanza, da una bestemmia trattenuta fra i denti, dal fatto che nessuno arriva quando dovrebbe arrivare.
Più loro si dimenticavano di me e più i vini diventavano buoni.
Lo ascolto, lo guardo e capisco come non sia una battuta. È poesia. Da quel ritardo nasce una relazione diversa con il tempo. Non il tempo come ostacolo da comprimere, come una catena di montaggio imporrebbe, ma il tempo come materia prima. Il tempo che scava, allarga, complica, approfondisce. Migliora o, perlomeno, fornisce un carattere unico. Quel tempo che oggi il mondo del vino dovrebbe ricominciare a difendere con più coraggio, mentre tutto intorno si chiede immediatezza, riconoscibilità, facilità di consumo, prezzi confrontabili, uscite puntuali, annate sempre disponibili.

Lapio, l’Irpinia e la terra che non si vende
Per capire Joaquin bisogna stare molto attenti a non ridurre l’Irpinia ad un fondale. Lapio non è un indirizzo da mettere in etichetta. È un carattere. Un modo di stare al mondo. Un territorio alto, verde, piovoso, attraversato da boschi, vento, escursioni termiche, vigne minute e famiglie che spesso hanno un rapporto quasi fisico con la terra. Joaquin nasce come cantina nel 1999 e oggi è legata a poco più di cinque ettari e a una produzione volutamente limitata, fondata sulla parcellizzazione, sui lunghi affinamenti e sulla decisione di produrre soltanto quando il vino convince davvero. Il dato non è solo tecnico. Dentro c’è una scelta morale.
In questi paesi vendono le auto, vendono le case, vendono tutto. Ma i vigneti no.
A Lapio il vigneto non è soltanto reddito. È prestigio, identità, appartenenza, memoria familiare. Avere mille metri quadrati in una certa collina può voler dire molto più di quanto un bilancio sia capace di raccontare. Può voler dire che una famiglia è passata di lì, che qualcuno ha resistito, che una storia non si è interrotta.
La nicchia non me la sono inventata. Basta guardare come sono fatti questi territori. Due famiglie per definizione non si parlano perché hanno litigato nel passato. Il vigneto è un’espressione di potenza della famiglia.
E allora capisci perché Joaquin non poteva diventare una cantina di numeri. La sua dimensione più autentica è la ricerca. Non l’espansione. Non l’accumulo. La ricerca. Raffaele parla di vigneti come altri parlerebbero di quadri, di manoscritti, di mappe antiche. Li cerca, li valuta, li desidera, li scarta, li aspetta. Possiede quella forma di inquietudine che appartiene più ai cercatori che ai proprietari.
Noi non siamo produttori di vino. Siamo cercatori di vigneti.
Una frase che sposta tutto e che non poteva non essere il titolo di questo articolo. Il vino non nasce in cantina, ma nella scelta del luogo da cui partire. La bottiglia non è l’inizio del racconto, ma la sua conseguenza. La fine di un ciclo vitale. Il mestiere non è riempire contenitori, ma trovare il punto esatto in cui un vitigno, una parcella, un’annata e una mano umana possono dire qualcosa che non era ancora stato detto.
Stamattina ho perso mezza giornata per una parcella di milleduecento metri quadrati. Non mi è piaciuta del tutto. Stiamo approfondendo.
Milleduecento metri quadrati. Se il successo si misura in ettolitri, fatturati e presenze social, Raffaele perde mezza giornata per milleduecento metri quadrati. La sproporzione di una ostinazione. E proprio lì, in quella sproporzione, si nasconde la sua forza. La forza, la caparbietà, la visione di pensare ad un fazzoletto di terra a Capri. Si, esattamente nell’isola più glamour del Mediterraneo. Solo per immaginare di fare il vino li è follia, estro, intuito. Capire che un vino prodotto li non può e non deve costare poco. Solo che per farlo pagare il giusto c’è bisogno di un visionario e di un brand. Raffaele Pagano e Joaquin sono la coppia perfetta.

Joaquin: un nome straniero per raccontare una radice meridionale
Il nome Joaquin ha un suono che sembra arrivare da altrove. Spagnolo, borbonico, quasi cinematografico. Non pensate ad un vezzo. È un omaggio a una storia più lunga di noi, a quella trama di passaggi culturali, dinastici, agricoli e gastronomici che ha attraversato la Campania prima dell’Unità d’Italia. Anche le fonti internazionali collegano il nome alla memoria franco-spagnola dei Borbone e alla loro influenza sulla viticoltura e sulla vita gastronomica campana.
Il nome è un omaggio alle origini borboniche del nostro territorio. Avevo bisogno di un nome d’impatto. Loro hanno favorito parecchio lo sviluppo della vita agricola, della vite, della tavola.
La scelta racconta un Sud al quale nun passa manco p’a capa di chiedere permesso. Un Sud che non è periferia, ma archivio. Un Sud che non vuole imitare i modelli degli altri, ma ricordare che la propria storia, se letta bene, contiene già una grammatica di grandezza. Raffaele non ha inventato una narrazione per vendere vino. Ha scelto un nome per tenere acceso un legame. Per ricordare, prima a se stesso e poi al mondo, quanta profondità ci sia nella terra che coltiva. Quanti popoli l’hanno arata e vissuta. Per sopravvivenza o per diletto. Da schiavi o da padroni.

L’impresa, un atto di custodia
Valore, non prezzo. Valore. Sono due cose diverse. Il prezzo si decide. Il valore si costruisce e si costruisce con una coerenza feroce, con la capacità di dire no, di produrre meno, di aspettare di più, di accettare che alcune bottiglie non debbano essere bevute subito ma entrare nelle cantine di chi sa custodirle.
Io queste cose le covavo a ventidue anni. Le dicevo a mio padre e lui mi rispondeva che dovevamo imbottigliare e vendere. Ma io pensavo già a un brand globale con origini locali.
Origini locali, ambizioni mondiali. La formula gli appartiene e lo racconta bene. Think global, act local. Senza provincialismo ma anche senza la tentazione di cancellare la radice per piacere al mondo. Bisogna essere talmente fedeli al proprio luogo da diventare leggibili ovunque. È la lezione dei grandi territori del vino: Borgogna, Champagne, Langhe, Mosella. Non diventano universali perché si adattano a tutti. Diventano universali perché restano ossessivamente sé stessi.
Se diciamo che l’Irpinia è una zona enorme da un punto di vista viticolo, poi lo dobbiamo mostrare facendo vini e confrontandoci col mondo. E devo dire che ci difendiamo. Anzi, qualche volta gli suoniamo.
Orgoglio senza retorica. Raffaele non si azzarda nemmeno a chiedere indulgenza per l’Irpinia. Il Sud non deve essere applaudito o avvantaggiato perché ha sofferto, perché è autentico o perché è pittoresco. Il Sud vuole misurarsi e con esso Joaquin. Con Joaquin la dove il vino diventa confronto severo, mercato colto, collezionismo, giudizio internazionale. Ecco che la capacità d’impresa di Raffaele diventa evidente. La scarsità non è un trucco. È una conseguenza. Se cerchi vigne rare, se lavori con tempi lunghi, se trattieni annate, se non produci tutto sempre, la scarsità diventa naturale. E quando è naturale, non ha bisogno di urlare.
Non serve a vendere più bottiglie. Serve a fare in modo che le bottiglie non vengano stappate subito, che rimangano nella collezione.
Questo è molto del tempo in cui viviamo. Siamo abituati a consumare tutto, subito, anche ciò che meriterebbe attesa. Raffaele invece immagina bottiglie che viaggiano, entrano nelle collezioni, sopravvivono alla fretta. Se il mondo archivia ogni cosa dopo poche ore o addirittura dopo il tempo di uno scroll, il suo vino prova a chiedere durata.
È proprio la scarsità a generare il successo. Nel mondo del lusso è così: meno un bene si trova, più diventa prezioso. Tanti, tantissimi sono gli esempi in questa direzione. Anche nel mondo del vino.
Le bottiglie come figli
Può capitare che le conversazioni prendano pieghe più intime. Succede quasi per caso, come spesso accade quando un’intervista diventa confidenza. Senza volerlo e senza un vero motivo. In questo caso accade quando parliamo di futuro, di continuità, di ciò che resta. Raffaele non abbassa la voce e non cerca l’effetto. Dice una cosa semplice.
Non ho figli.
La frase resta lì. Nuda. Cruda. Senza che si possa pensare ad una confessione. È un fatto della vita. La realtà che però, subito dopo, viene modellata in una forma diversa.
Non avendo figli e amando i viaggi, per me ogni bottiglia è un figlio. Deve girare il mondo.
Continuo a rimuginarci sopra. Lo faccio di notte come mi accadeva quando ero studente. Quando prima di addormentarmi riuscivo a ripercorre ogni passo di un esame o un compito in classe. La mente agiva come una sorta di computer che ripercorreva, riga per riga, quanto avevo svolto riuscendo a trovare eventuali errori. All’improvviso tutto si ricompone. La ricerca dei vigneti, le annate trattenute, le bottiglie pensate per durare, l’ossessione per le parcelle, la cura quasi maniacale della filiera, le edizioni speciali, l’idea stessa di collezionismo. Non sono soltanto strategie. Sono una forma di posterità.
I figli, quando partono, portano qualcosa di noi in luoghi che non vedremo. Le bottiglie di Raffaele fanno lo stesso. Attraversano tavole, aste, cantine private, città lontane. Parlano con persone che forse non incontrerà mai. Invecchiano al posto nostro. E se è vero che il vino è uno dei pochi oggetti vivi che l’uomo consegna al futuro, allora Joaquin è anche questo: una famiglia di vetro, memoria e silenzio. È così? Non lo so francamente perché non sono uno psicologo ne tantomeno ne ho parlato con lui. Raffaele leggerà questo articolo quando tutti voi lo leggerete. Conoscendolo, se avrò scritto una castroneria, non tarderà a farmelo sapere.
I vini assaggiati da solo, dopo aver ascoltato l’uomo
Con Raffaele non abbiamo parlato nel dettaglio dei suoi vini. È giusto dirlo. La nostra conversazione è stata un’altra cosa: suo padre, la cantina di famiglia, l’Irpinia, il mercato, la ricerca dei vigneti, la necessità di dare un valore diverso al tempo. I vini li ho assaggiati da solo. E forse è stato meglio così.
Li avevo assaggiati tutti ad una degustazione e li avevo già in quella occasione trovati eccellenti. Però, per lo stesso principio dei miei compiti in classe, quando sono tornato alle bottiglie, la sua voce era entrata nel bicchiere della memoria restituendo a quegli assaggi un significato ed un valore diverso. Non una spiegazione tecnica, ma come presenza. Ogni vino sembrava ricondurmi ad una frase ascoltata, una risata, una ferita, un’ostinazione. Mai come in questo caso gli assaggi sono stati delle conseguenze emotive. Postume semmai, ma suggestioni emotive.
110 Oyster 2024 (Greco)
Lo assaggio cercando di non farmi condizionare dall’immagine evocata dal nome, ma il vino porta comunque verso una dimensione salina, verticale, essenziale. Il profumo richiama agrumi chiari, mela verde, scorza di limone, frutta secca, erbe fresche e una traccia iodata che pulisce l’aria. In bocca è teso, diretto, con una lama acida che non ferisce ma sveglia. La parola che mi viene in mente per questo Greco vinificato con un mese di contatto con le bucce è, nitidezza.
Mi ha fatto pensare al mare quando non è vacanza ma respiro. Quel mare freddo del mattino, quando l’aria è ancora vuota e tutto sembra più vero. Non so come spiegarlo ma Oyster non consola. Rimette in ordine. E forse, in un racconto come quello di Raffaele, ha il ruolo della partenza: una linea netta, una soglia, il primo taglio di luce prima che inizi la storia.
Vino della Stella Riserva 2022 e 2023 (Fiano)

Il Vino della Stella è un Fiano che sembra non concerdersi alla prima olfazione. All’inizio arrivano pesca gialla, cedro, mela cotogna, ginestra, camomilla e miele d’acacia. Poi il vino scende più in profondità: zafferano, nocciola, erbe officinali, pietra focaia, una sfumatura fumé quasi impercettibile, quella nota di idrocarburo che nei grandi Fiano è indice di longevità. In bocca è ampio, materico, avvolgente, ma una corrente salina lo tiene in tensione. Il finale ritorna sugli agrumi, sulle erbe balsamiche, su una mineralità che sembra non volersi staccare.
Più lo assaggiavo e più mi sembrava un vino contro il rumore. Forse perché dopo aver ascoltato Raffaele ho trovato un connubio con la sua frase più netta: bisognava tenere spenta la linea di imbottigliamento. Questo vino fa esattamente quello. Spegne il rumore. Ti obbliga a stare fermo. Mi ha lasciato una gratitudine strana di come quando si ritrova una sera libera dopo settimane troppo piene. Non impressiona soltanto. Rallenta. E oggi rallentare è già una forma di coraggio. Per la cronaca, il 2022 ha lasciato un segno indelebile.
In una serata successiva a cena con amici da Tittino a Frosinone l’ho scelto per accompagnare piatti di pesce. In genere, un vino al ristorante ha una immersività limitata. Sarà per il chiacchiericcio, per l’atmosfera conviviale ma quando si degusta un vino non può essere mai una esperienza profonda. Mai, con il Vino della Stella non esiste perché ti trascina nel profondo delle sue note e nelle pieghe delle sensazioni. Non solo mie ma anche delle persone che, con me, condividevano la tavola. Lo si vedeva dai loro occhi ma anche dalle domande che mi facevano proprio sul vino.
Piante a Lapio, Fiano
Piante a Lapio sembra il vino più vicino alla parola ricerca. Sarà per il flor sotto il quale sta per almeno sessanta giorni piuttosto che per l’affinamento in fusti di acacia, rovere e castagno (anche da qui la maniacalità del personaggio) ma chest’è come direbbero a Napoli. Il profumo è stratificato: albicocca disidratata, scorza d’arancia, fiori di campo appassiti, cera d’api, nocciola fresca, pane caldo, pietra focaia. Ogni ritorno al bicchiere cambia prospettiva. In bocca è profondo, quasi tattile, con una materia importante che non diventa mai pesante. La sapidità lo attraversa come una cucitura interna, tenendo insieme volume, freschezza e una lunghezza quasi meditativa.
Dopo l’assaggio mi sono trovato a pensare non tanto al vino quanto al gesto di cercare. Cercare una parcella, cercare un equilibrio, cercare una voce propria quando sarebbe più semplice ripetere quella degli altri. Piante a Lapio mi ha restituito questa emozione: l’inquietudine buona di chi non si accontenta. Non è un vino che da risposte. Semmai sembra fare domande. E forse è proprio per questo che resta.
Quello che resta dopo il bicchiere
Quando ripenso a Raffaele Pagano mi vengono in mente frammenti vivi: il padre alle sei del mattino, il ragazzo cresciuto nella cantina, la linea di imbottigliamento da spegnere, le parcelle inseguite come apparizioni, Capri cercata metro per metro, l’Irpinia difesa senza complessi, le bottiglie immaginate come figli.
Io non volevo fare il lavoro che facevano loro. E loro erano ben contenti. Ci siamo trovati alla grande.
Una frase che esprime ironia ed al contempo verità più profonda. Ogni uomo, prima o poi, deve trovare il proprio modo di appartenere alla famiglia da cui viene. Qualcuno obbedisce. Qualcuno rompe. Raffaele ha trasformato una storia di quantità in una storia di custodia. Ha preso la conoscenza degli imbottigliatori, la durezza del mercato, la memoria del Vesuvio, l’intelligenza commerciale, la disciplina del padre e le ha portate, tutte, dentro una cantina che lavora al contrario.
Al contrario della fretta. Al contrario della standardizzazione. Al contrario dell’idea che il vino debba essere sempre disponibile, sempre uguale, sempre pronto a soddisfare una domanda. Joaquin sembra dire che alcune cose valgono proprio perché non si concedono subito. Alcune vigne vanno cercate. Alcune annate vanno aspettate. Alcune bottiglie vanno lasciate vivere.
Se abbiamo detto che l’Irpinia è una grande zona viticola, lo dobbiamo dimostrare confrontandoci con il mondo.
Ecco forse il punto finale. Raffaele non ha alcuna intenzione di proteggere l’Irpinia mettendola sotto una campana di vetro. Al contrario, ricerca l’esposizione al mondo, misurarla, farla discutere, renderla desiderabile senza addomesticarla; il territorio non sia una scusa identitaria, ma una prova; il bicchiere nato a Lapio possa stare accanto ai grandi vini del mondo senza chiedere sconti.
In fondo le storie più belle del vino sono sempre storie di persone che non hanno accettato il ruolo assegnato. Raffaele Pagano poteva continuare a correre dentro il rumore. Ha preferito spegnerlo così che in quel silenzio, bottiglia dopo bottiglia, ha iniziato a costruire qualcosa che somiglia molto a una promessa: il tempo non è perduto se qualcuno ha ancora il coraggio di custodirlo.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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