Roberta Valletti. Ti sorridono i monti
Heidi (Heidi)
Ti sorridono i monti
Heidi (Heidi)
Le caprette ti fanno ciao
Neve bianca, sembra latte di nuvola
Heidi, Heidi
Tutto appartiene a te
Era il 1978. C’era solo la televisione in bianco e nero e io non aspettavo altro che il momento in cui su Rai 1 avrebbero trasmesso il cartone animato della bambina che viveva sulle Alpi svizzere con il nonno. Non c’era molto altro da vedere per i bambini a quel tempo. Goldrake arrivò sempre in quell’anno e si aggiunse ad Heidi così da offrire qualcosa in più.
Per vedere i prati verdi e i colori sgargianti di quel meraviglioso cartone animato disegnato nel 1974 Isao Takahata e Hayao Miyazaki, dovetti aspettare che papà acquistasse la nuova televisione in occasione del Mondiale di Argentina del 1978. Prima di quella meravigliosa invenzione, i colori potevo solo immaginarli. Complicato ma se non altro i bambini sviluppavano la loro capacità di sognare oltre gli schemi.
Heidi era il simbolo della libertà e del contatto con la natura. L’amore per gli animali, la vita all’aria aperta; la felicità trovata nella semplicità. Alle volte penso che se avessimo seguito quella strada invece di quella di Goldrake, oggi il mondo oggi sarebbe migliore.
Per fortuna che ci sono ancora persone che quella vita l’hanno voluta, scelta, perseguita. Come Roberta Valletti.
Ho sempre avuto una passione per gli animali. A 14 anni andavo su in alpeggio con le capre e le mucche. Prima con le mucche poi ho conosciuto una famiglia che mi invitò tre giorni in alpeggio, in estate. Vieni facciamo la transumanza, una bella festa. In realtà sono andata su in alpeggio e ci sono rimasta tutta l’estate. A sedici anni presi anche due caprette e tre vitelline e iniziai ad andare sempre da loro, ma con anche i miei animali. Poi finita scuola feci anche un corso lattiero caseario perché a me interessava anche tanto la parte del formaggio. Volevo continuare l’attività di famiglia, però nelle Langhe c’erano già tante cantine. Fare una roba diversa come il caseificio, mi sarebbe piaciuto.

Roberta viene da una famiglia di agricoltori di Dogliani, la patria del Dolcetto. Coltivavano e coltivano l’uva ovviamente. Da conferitori perché nelle Langhe le aziende che producono vino abbondano e non sempre si ha la forza, la voglia o l’opportunità per costruire una cantina con tutto ciò che comporta.
Ho iniziato la mia attività nel 2019. Dopo la media dissi a mio papà: mi piacerebbe continuare in azienda. Così feci la scuola agraria. I miei genitori avevano le vigne ma non vinificavano. Il mio bisnonno vinificava. Io sono la quinta generazione. Mio papà ha iniziato fin da piccolo aiutando suo nonno. Poi c’era l’azienda mia mamma. Quindi, fin da piccola ho sempre aiutato loro nelle vigne.
Roberta è una persona semplice, senza grilli per la testa, senza quelle sovrastrutture mentali proprie di chi ha perso il vero contatto con la terra. Lei il contatto con la natura, la terra, gli animali lo ha sempre avuto e non lo nasconde. Ne va fiera, la rende felice. Sembra sospesa nel suo mondo, quello dove c’è tutta la sua famiglia, la terra, gli animali. Un legame forte che si estende ai suoi genitori, al marito, ai due figli, ai suoceri e così via. C’è posto per tutti nel suo mondo. Un mondo grande dove semplicità e serenità sovrastano ogni cosa.
Attenzione però a lasciarsi influenzare da questa sorta di stato di grazia. Roberta, nella sua tenerezza è lucida e determinata. Sa perfettamente cosa vuole e ha una visione di ciò che intende fare precisa e puntuale.
Iniziare sia col caseificio che con le vigne, non avendo disponibilità, non si poteva fare. Ho detto: iniziamo con vigne e con il vino, un domani chissà…. Siamo anche quattro sorelle.
Heidi si mette a fare vino insomma. Non già perché non voglia stare con le sua amate caprette, mungere il latte e produrre formaggi. Lei sa come, proprio da un punto di vista pratico metter su una attività casearia, non sia affatto semplice. Meglio allora iniziare con qualcosa di più semplice. Come il vino.
Già immagino cosa starete pensando. Che fare il vino non è facile, che ci vuole tanta determinazione, tanta forza e che le cose non si improvvisano. Già, verissimo. Ma è altrettanto vero che per chi in mezzo ai filari c’è nato, la vite non è poi così complicata.
Ho affittato delle vigne perché i miei genitori ne avevano una parte di proprietà e una parte in affitto. Io ne ho cercato altre. C’è un signore infatti a Piozzo che smetteva. Tra l’altro era già certificato biologico mentre i miei erano in conversione. A me interessava anche la parte biologica.

Roberta parla sempre con un tono di tranquilla pacatezza accompagnata da un meraviglioso sorriso sempre stampato sul viso. È giovane, sorride alla vita, a quanta ne ha dinanzi. Senza paura e con quella sana incoscienza che solo un giovane può avere. Nel suo caso, unita a tanta consapevolezza del saper fare. Cresciuta in una famiglia di agricoltori e con una passione innata per la vita dei campi. Per lei fare le cose della terra è un quotidiano gesto spontaneo, che non le da né noia ne nocumento.
Non è entrata nella azienda dei genitori ma se l’è fatta tutta lei.
Mia di nome perché poi io vado nelle loro e loro vengono nelle mie.
Reciproco aiuto. In questo caso è di una famiglia ma alle volte si faceva e si fa anche tra vicini. Solidarietà totale. Compartecipazione. Vicinanza e sopratutto voglia continua di stare insieme.
Una sorella più grande che ha da poco aperto una azienda con suo marito. Due sorelline, una di 17 anni che guardando al futuro ha preso enologia; una di 14 anni che fa scuola pasticceria.
Ho iniziato con quattro ettari nel 2019 a Piozzo. Mio papà aveva anche delle vigne a Dogliani, prese mentre facevo scuola. Mi disse: cosa faccio, le prendo? Io gli dissi: prendile tanto ho intenzione di continuare. Tienimele per due anni e poi la prendo io. Infatti l’anno dopo presi quei tre ettari. Ed ero sette. A Piozzo poi erano tutti signori anziani che volevano smettere, ma chi aveva magari una giornata chi di più.
Giornata. Se un ettaro corrisponde a 10.000 metri quadrati, la giornata è di 3.810 metri quadrati. Il perché di questo valore si perde nelle nebbie piemontesi del passato remoto. Il significato però era quello di un appezzamento di terra che un contadino riusciva a lavorare in un giorno.
Tutti che volevano smettere me non trovavano nessuno che voleva affittarle.
E dire che siamo nelle Langhe. Qui dove i terreni costano uno sproposito nessuno ha lo stimolo di affittare dei terreni. Acquistarli non è possibile ma affittarli e iniziare a lavorare potrebbe essere un buon compromesso. Roberta prende un filare dietro l’altro così da arrivare ad avere in affitto, sei ettari a Piozzo, due a Clavesana, uno a Novello.
I trattamenti in vigna li fa papà. Andavo anche io in vigna ma l’anno scorso ero in gravidanza e poi è nato mio figlio. Ho fatto la vendemmia nel 2024. Poi mia suocera ha avuto dei problemi di salute, quindi sono un pò ferma a casa. Mio marito ha l’azienda con le mucche, le vacche, le piemontesi. Lui fa la carne non il formaggio.

Nel 2019 ho aperto l’azienda e a dicembre 2020 è nata Giulia. Nel 2024, Marco. Lei in vigna non la porto tanto perché sta più qua a casa. Però, alle fiere si. Sa già i nomi dei vino.Il piccolo è un terremoto. È maschietto. Si è fatto tutta la vendemmia. Tutti i giorni partivamo di casa alle sette, mangiava solo latte. Tornavamo a casa quando avevamo finito anche alle otto, alle nove. Tanto lui in casa non gli piace stare, è allergico.
L’Azienda Valletti Roberta al momento non ha una cantina propria. Troppi i costi e gli impegni che servono. Occorre appoggiarsi ad un’altra cantina in attesa che il domani consenta di realizzarla.
Un domani ci piacerebbe fare la cantina, però la cantina è altrettanto impegnativa come le vigne. Quindi hai detto: magari quando mia sorella cresce….Però mi faccio fare il vino come voglio io.
Roberta non è una persona che “te la manda a dire”. Può sembrare tranquilla, sorridente, a tratti anche semplice ma, credetemi, sa il fatto suo. Se dice che il vino se lo fa fare come vuole lei, non ci sono santi ed è così. Ha le idee decisamente chiar.
Io non voglio tra virgolette, pasticciarlo molto. Mettiamo un minimo di lieviti per far partire la fermentazione, però poi voglio seguire molto il flusso. Quindi se ci mette dieci giorni a fermentare va bene dieci giorni; se ce ne mette quindici va anche bene quindici ecco. Il Roccia, il Dolcetto, lo facciamo fermentare in acciaio. L’ho imbottigliato a marzo ma poi è scoppiata la pandemia. Mi mancavano le autorizzazioni per commercializzarlo e questo affinamento forzato che non è tipico del Dolcetto. Ero abbastanza preoccupata però ha avuto un’evoluzione pazzesca. Mi è piaciuto e l’ho chiamato Roccia. Ora, tutti gli anni lo produciamo facendogli fare 12/18 mesi di affinamento in bottiglia.
Un’altra scoperta del COVID. A quante persone il COVID ha cambiato la vita?
Da tragedie a successi, dalla morte alla vita. Oltre un anno vissuto con la paura di non farcela. Chiusi in casa aspettando che la furia dell’uragano invisibile si placasse.
Eppure, in quel periodo, abbiamo imparato a vivere. A comprendere quanto possa essere importante respirare. Respirare la libertà, la famiglia, la felicità. Anche se adesso pare che ce ne siamo dimenticati ritornando ad un Pre-COVID come se questo non ci fosse mai stato. Invece c’è stato un prima e un dopo. Come un prima e dopo Cristo. Per tutti è successo qualcosa. La perdita di una persona cara, una separazione, una fine. Un nuovo inizio. Problemi, opportunità. La libertà, un nuovo lavoro, una nuova casa. Molti, davvero molti, i giovani che hanno deciso di cambiar vita per tornare la dove erano nati. Per ricominciare. Per risorgere.
Allo stesso modo in molti si sono trovati a non vedere quanto avevano prodotto e il vino rientra tra questi. Prima del COVID si produceva per vendere. Il Dolcetto ad esempio si è sempre bevuto fresco perché da sempre è stato così. A nessuno era mai venuto in mente di tenerlo fermo. Non si tiene fermo un vino che va bevuto fresco. Roberta, cosi come molti altri, non lo hanno potuto vendere. È rimasto in bottiglia, da solo, a pensare, a modificarsi, a vivere. Quel liquido meraviglioso che è il vino, quella materia viva, si è evoluta.
𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è il 𝐋𝐚𝐧𝐠𝐡𝐞 𝐑𝐨𝐬𝐬𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟏 da 𝐃𝐨𝐥𝐜𝐞𝐭𝐭𝐨: un vino che affonda le radici nella terra e si slancia verso l’orizzonte.
Rubino compatto, elegante. Al naso fresco, vinoso, con frutti croccanti: ciliegia, prugna, arancio e un soffio di sottobosco e fiori.
Il sorso? Tagliente e verticale, come uno sperone di roccia levigato dal vento. Tannini vivi, sapida freschezza che pulisce la bocca come un’onda che schiaffeggia la scogliera e che, quando si ritrae, lascia che il sole la scaldi.
Un vino che non teme il tempo, che sa di essere affilato e mansueto e per questo vuole vivere con chi sa di essere vivo. Con chi vuole essere vivo e combatte per questo.
Nel calice c’è la forza della roccia che resiste, del mare che accarezza, della determinazione della giovane vignaiola Roberta. C’è il pulsare del cuore e il ruggito del vento; il calore del sole e il sale del mare; la freschezza del mattino e il freddo della sera. 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐢𝐚 è la fredda pietra che nel mare trova la sua dimensione di vita.
Oggi siamo intorno alle 5000/6000 di Roccia. Di Nebbiolo il primo anno ne abbiamo fatte 500 e oggi siamo sulle 1000. Poi di Nascetta, varietà autoctona di Novello e io sono l’unica certificata biologica a Novello, 600 bottiglie all’anno. Di più non si può produrre.
Il resto dell’uva viene ovviamente ancora venduta. Tre tipologie, Dolcetto, Nebbiolo e Nascetta e poche bottiglie. Uno scotto da pagare quando si vinifica presso terzi e si ha la necessità di continuare a vendere l’uva.
Abbiamo Dolcetto, Nebbiolo, Barbera, Chardonnay, Pinot. A me non piace far quantità. Vorrei arrivare a vendere in maniera diretta per poter raccontare la nostra storia, la nostra passione.
Magari tra venti anni le sorelle le daranno una mano e ci sarà una cantina con almeno 10.000 bottiglie o forse 20.000 bottiglie.Solo che Roberta ancora non lo sa e non lo può sapere. È troppo giovane per pensare al futuro, per arzigogolarsi la mente progettando e programmando qualcosa che non ha neanche senso di essere fatta. La sua serenità, la felicità, la spensieratezza. Sta tutto nelle piccole cose. Nel modo di affrontare la vita che non è superficialità.
Le etichette e il logo ad esempio ne sono la dimostrazione.
Fin quando andavo a scuola nelle ore buche, quando mi annoiavo, ho sempre fatto disegni di etichette. Non li ho tenuti perché non mi piacevano. Non volevo farla piena di scritte che non si capisce una mazza. Il nome si e ci sta. A me piace. Poi ho fatto il logo bello. Per quanto riguarda le scritte mi sono detta: scrivo in contro etichetta tutto ciò che obbligatorio. Così ho scritto tutto, noioso. Però volevo qualcosa dì un pò colorato. In piena pandemia, mi studiavo queste etichette e ho chiamato Bruno Morialdo con il quale siamo tanto amici.
Il Langhe Nebbiolo 2023 è un vino che si beve con grande facilità a testimoniare come il Dio nebbiolo possa essere interpretato in una maniera semplice, quasi aggraziato, forse femminile perché sinuoso e delicato. Il colore nel calice è quello scarico del Nebbiolo. I sentori sono croccanti e veri. Il gusto è sottile, tannico, fresco, mai invadente. Un vino che si stappa con disinvoltura e si finisce in scioltezza. Senza un abbinamento particolare, semplicemente con salumi e formaggi. La merenda sinoira piemontese o una polenta con qualunque cosa venga in mente.
Lui è un artista, scrittore, fotografo, di Alba. L’ho chiamato e gli ho detto che avevo bisogno di lui. Mi ha detto di andare ad Alba. Ma c’era la pandemia. Inventati una scusa e vieni. Son partita andando subito da lui. Mi hai tirato fuori tutti sti dipinti che fa lui che sono pitto poesia, ovvero, mentre dipinge scrive poesie. Subito sono un pò forti come immagine però le volevo proprio cosi. Volevo che quando qualcuno vedeva le mie bottiglie si chiedesse: perché un disegno strano così?

Quella che mi piaceva di più era quella del Nebbiolo. Per una fiera mi chiedevano il logo. C’era un grafica che conosco e le ho detto che mi serviva un logo. Così lei mi fece un logo grigio e verdino. Mi piaceva viola però. Così mi caratterizza come azienda al femminile.

Per la Nascetta ha scelto l’arancione. In futuro, per un Barolo, chissà. Una etichetta per il Barolo c’è già.
Hai tutto il tempo davanti davanti a te. Non serve correre. Serve sognare. Anche un Barolo può essere un sogno. Che prima o poi si realizzerà vista la sua determinazione.
Sì, poi mio marito, appunto, come ti dicevo, ha le mucche e i tori per la monta. Mi piacerebbe anche un domani collegare un pò tutte le aziende ché. Con mia sorellina che fa pasticceria perché no, fare un agriturismo. Devi fare tutto passo dopo passo.
I sogni di una ragazza. In città sono una borsa firmata, un paio di jeans di marca, le scarpe con il tacco, l’università. Qui in campagna sono sogni di vita felice. Di quel qualcosa che ti fa vivere bene rimanendo pur sempre con i piedi per terra e nella terra. La famiglia prima di tutto e non c’è neanche da dirlo. Con tutto il tempo di fare le cose perché si è giovani e la vita è tutta dinanzi. Ma serve stare insieme. Sempre insieme.
Roccia deriva il nome dalla pandemia ma anche per mia sorella che aveva avuto problemi di salute e l’etichetta con il nome stava nascendo quando lei aveva debellato la malattia. Mi è piccato dedicarla a lei e alla sua forza.
Una forza che si basa sulla famiglia. Su quella unità che nelle società contadine è forte e viva. Non è un velo e non ci si incontra solo a Natale ma è quotidiana, costante, fissa. O si è insieme o non si è insieme. Nessun tipo di misura diversa da quella intera. Anche perché serve unità per non pensare al fatto che quei venti ettari in totale con le terre dei genitori, sono tutti in affitto.
Con i terreni in affitto si rischia sempre che il proprietario te la venda senza che tu possa comprarla.

Una sorta di spada di Damocle che pende ma non cade. E anche se dovesse cadere, insieme, ci si rialzerebbe. Insieme con la forza del lavoro e la capacità di risollevarsi guardando avanti. Una capacità senza la quale Roberta non avrebbe pensato nemmeno alla Nascetta, quell’incredibile vitigno tutto piemontese anzi proprio di Novello (per la precisione il vero nome è Nas-cëtta).
Avevo la vigna di Chardonnay mentre la Nascetta l’aveva mia mamma. Volevo fare un vino bianco e sono a Novello. Non posso farlo Chardonnay a Novello, devo fare una Nascetta. Il primo anno mia madre mi ha venduto l’uva, poi mi ha affittato la vigna. Mio papà mi ha sempre fatto un pò dì vino ed era Nascetta. Ma non mi è mai piaciuta. Sarà perché l’avevo assaggiata a dieci anni. A Novello si parlava di Nascetta intorno al 2000 e io l’ho assaggiata dopo scuola. Mi piacque e decisi di farla. A piace non farla maturare tanto per avere una buona acidità. Invece mio papà là faceva maturare di più per avere più morbidezza.
Due concezioni di Nascetta diverse. Frutta contro fiori. Rotondità contro verticalità. Maturità contro giovinezza.
Una ragazza semplice ma speciale. Decisa, determinata e con la voglia di non smettere mai di imparare. Tanti libri sparsi per casa per colmare quel gap enologico che sa di avere. Magari per tenersi pronta quando, senza fretta, insieme alle sorelle inizieranno a produrre vino in una cantina loro. Costruita da loro per loro.
Chissà se prima o poi quel Valletti Roberta si trasformerà in qualcos’altro. Di certo, non fosse altro per assistere a qualcosa di speciale, io sarò qui ad attendere. Forza Roberta!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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