07 Mar 2025
Suggestioni di Vino

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

 

Ognuno di noi ha una storia. Personale, della propria famiglia. Brutta, bella, ardimentosa, banale. C’è sempre una storia che solca gli anni come un aratro la terra. Lascia qualcosa. Un segno più o meno tangibile. Qualcosa che si ricorderà o magari no. Dipende da tanti fattori. 

Ci sono persone che hanno fatto la Storia. Persone dalle quali è dipeso il corso della Storia per pensieri, azioni, influenze. In certi casi, famiglie intere. Nel passato ogni cosa dipendeva dalla Nobiltà. Un’enclave di persone che per diritto di sangue governavano su terre e stati. Dalla Rivoluzione Francese in poi, anche se a tratti alterni, è cambiato tutto fino quasi a dover nascondere il proprio titolo. 

Sì pensa spesso che chi nasce nobile sia un privilegiato. Vita agiata. Strade spianate. Soldi di famiglia. Case, palazzi, proprietà, tenute. Tutto sembra facile ma, è solo mera apparenza. Alle persone, pur sempre esseri umani, viene affidata una grande responsabilità: la custodia del tempo. 

Immaginate di ereditare la casa dei vostri genitori. Non vi serve? Ve la rivendete e il gioco è fatto.

Se però ereditaste una tenuta con più di 800 anni, sarebbe un tantino complicato rivendervela andando da una agenzia immobiliare. Sconveniente oltre che complicato per le persone che ci lavorano. Per non parlare dei vincoli culturali. 

Seduto a conversare con Anselmo Guerrieri Gonzaga, oggi alla guida della Tenuta San Leonardo, vivo una sensazione strana, un misto di timore reverenziale e intimità familiare. 

Anselmo ha in se un senso di gentilezza e squisitezza tale da farti sentire come a casa. Al contempo, la storia che scorre nei luoghi di San Leonardo, incute un certo timore reverenziale. Non è solo la storia di un luogo ma quella delle persone che qui hanno vissuto nei secoli. Poi, sullo sfondo, come fosse una sorta di filigrana, sempre presenti ma mai invadenti, le terre, i vigneti e quegli elegantissimi e finissimi vini. Parte integrante della storia ancorché, rispetto a questa, di gran lunga meno longevi.

Eppure di vino a San Leonardo si comincia a parlare ufficialmente solo (e perdonatemi il solo) nel 1724, anno in cui la madre del frate Migazzi, cui venne affidata come Priorato la Tenuta, capendo le potenzialità del luogo, impose ai contadini affittuari di piantare particelle di vigna. Un cambio tanto repentino quanto sostanziale dell’economia della zona tanto che il 1724 è anche l’anno impresso nel logo di San Leonardo. Prima di ciò, era tutto diverso.

San Leonardo è stato un hospitium, un monastero con hosptitalis per 450 anni. Dal 1215 quando arrivarono i Monaci Crociferi fino al 1660/1670 quando venne chiuso il monastero. Siamo sulla Claudio Augusta, l’antica consolare romana che andava a Bolzano, Merano e valicava. Passava tanta gente e venivano ospitati. Dietro offerta si mangiava e si dormiva. Le persone venivano anche curate perché i monaci erano cerusici grazie alle erbe officinale. L’ordine raggiunse troppo potere e il Papa chiuse il monastero. Avevano oltre 300 monasteri. Questo luogo diventa un Priorato e affidato al sacerdote locale che attraverso la decima paga il fabbisogno della parrocchia. 

Scrivere e chiacchierare di San Leonardo è complesso. Almeno se si vuol capire fino in fondo questa incredibile realtà. C’è un costante e continuo intrecciarsi di antenati nella storia d’Italia, di fatti, situazioni, guerre. Ci vorrebbe un trattato specifico ma per quello che ci è utile, facciamo coincidere l’inizio della storia con l’arrivo della famiglia di Anselmo a San Leonardo (Avio, Trentino) nel 1741 per parte dei Marchesi De Gresti.

La mia famiglia arriva nel 1741 e si innamorano del luogo. Cominciano ad affittarlo e poi cercano di comprarlo. Ci vogliono 50 anni per portalo via alla Chiesa. Era già passata una generazione.

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

Quello che è stato forse il primo enologo appassionato è stato il mio trisnonno, Oddone De Gresti che alla fine dell’800 produceva il Riesling, il Borgogna ovvero il Pinot nero, il Pinot Grigio, lo Chablis. Era stato un diplomatico e si faceva mandare i vitigni dall’estero. Erano delle collezioni. All’epoca si facevano le collezioni perché non è che si andava in enoteca a comprare il vino. Se lo volevi te lo dovevi fare. Lui collezionava e produceva così da produrre le prime etichette. Al matrimonio della mia bisnonna, nel 1892 mi pare, fu servito il Rieslign di San Leonardo con la stessa etichetta che ha oggi.

I destini della famiglia De Gresti si incrociano con quelli dei Guerrieri Gonzaga, entrambe Marchesi, quando nel 1892 Tullio Guerrieri Gonzaga, medico prestato alla carriera militare, sposa Gemma De Gresti. Un matrimonio che dura dieci anni poiché Tullio muore nel 1902 e lascia il figlio Anselmo e la moglie Gemma. 

Gemma De Gresti è una di quelle figure che lasciano il segno nella storia. Si dedica infatti anima e corpo al rimpatrio dei prigionieri italiani della Grande Guerra così da essere insignita della Medaglia d’oro dalla Croce Rossa Internazionale.

San Leonardo. La Storia attraversa il vinoGemma è anche il nome del rosato. Uno di quei vini che cambia in funzione della stagione. Io ho assaggiato quello da Lagrein e, non so spiegarmi il perché, mi sono sentito catapultato in una realtà che non mi aspettavo. Un vino che mi ha fatto pensare alla dolcezza di Gemma De Gresti, una donna che ha dedicato la propria vita ad ideali più alti. 

Il rosa cipria la rappresenta appieno. I sentori sono un misto di montagna come ribes e more e di terreni lontani come la pesca gialla e gli agrumi. Come se dovessero accomunare la provenienza di tutti i soldati al fronte. La freschezza al palato è presente ma non intensa. Ciò che arriva è un allargarsi di sensazioni che sposano in pieno i sentori. Coerenza. Come coerente era Gemma nel suo impegno. Una sorta di lunga persistenza a richiamare la sua resilienza. E, in fondo, la dolcezza di una donna che mise proprio questa al servizio della nazione.

Il bisnonno mori giovane. Il nonno era cosi appassionato di vino che cominciò a togliere tutte le altre colture lasciando solo la stalla. Qui tutte le aziende avevano la stalla.

Ora, se uno pensa che solo per il fatto di essere nobili si aveva la strada spianata, sbaglia di grosso. Perlomeno non se nella cultura familiare ci sono persone che del lavoro e della disciplina ne hanno fatto una linea distintiva del proprio nome. 

Dopo Tullio c’è nonno Anselmo e dopo Anselmo, papà Carlo.

Mio nonno ha una intuizione ovvero inviare mio padre in un collegio in Svizzera. Era una punizione perché non aveva voglia di studiare. Dopo il collegio gli impone di studiare enologia. Era una laurea particolare per quell’epoca specialmente per una famiglia aristocratica. Era il 56 ed era molto diverso. Non avrebbe mai pagato i conti della famiglia. 

Non avrebbe mai pagato i conti della famiglia. I primi anni del dopoguerra tutto era difficile e non che i nobili se la passassero meglio di chi non di titoli non ne aveva. La Guerra aveva lasciato tragici strascichi per tutti. Chi qualche proprietà ancora l’aveva, doveva mantenerla. Anche difenderla per certi versi. Costava e costava caro. Con il boom economico alle porte, occorreva fare qualcosa di importante. E il vino non lo era. A chi volete importasse il vino in un momento nel quale c’era la ricostruzione e l’Italia si rimetteva in moto? Poi c’erano stati gli americani con tutti i loro miti legati a ben altro che il vino.

Papà era molto appassionato. Studia sui libri dei più grandi enologi francesi dell’epoca. Si laurea dopo tre anni ed era convinto di tornare in azienda per dedicarsi alla propria terra. Il nonno non aveva però alcuna intenzione di condividere con lui questa avventura e una settimana prima che lui tornasse, assunse un altro enologo. Che era un mese più giovane di mio padre. 

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

Nonno Anselmo deve essere stato un padre severo ma giusto. Un ragazzo deve saper fare qualcosa prima di mettere le mani sui beni di famiglia. Forse era questo il suo credo. Una sorta di assicurazione sulla futuro e sul nome della famiglia. La responsabilità di condurre attraverso il tempo qualcosa di prezioso.

Papà fa armi e bagagli e raggiunge il nonno in Toscana dove si era trasferito da Roma. Siamo nati tutti a Roma anche se le terre sono qui. Siamo mantovani di origine come famiglia. Siamo stati quasi 500 anni a Mantova dopodiché si staccò per andare a Roma. Dopo la guerra la casa era stata bombardata e sceglie Firenze come base.

Solo per dovere storico, i Guerrieri, famiglia marchigiana, assunsero il cognome Guerrieri Gonzaga nel 1506 per volere di Francesco Gonzaga, Signore di Mantova. Prima e dopo tale data, un susseguirsi di quel pazzesco intreccio storico che merita ben altra narrazione. 

A Firenze mio padre era molto amico dei Frescobaldi, Antinori, Mazzei. Tutte le famiglie produttrice di vino che volevano consigli da mio padre. Tutte facevano vino ma tutte lo facevano mediocre. Le aziende erano in perdita. Mio padre inizia a fare consulenze anche se nessuno lo paga perché il vino sembrava sempre un giocare. Fino a quando lo chiama Mario Incisa della Rocchetta, grande amico di mio nonno e gli chiede di andare a lavorare per lui a Tenuta San Guido. Stava iniziando a fare qualche vino. Aveva appena piantato il Cabernet e mio padre aveva dimestichezza con le uve internazionali. Anche in trentino. 

In una sola frase, Anselmo inserisce, con scioltezza e un garbo infinito, quattro mostri sacri del vino italiano. La Storia ci fa capire quanto quella che oggi si definisce, unanimemente, grandezza, al tempo non era che poca roba. Il vino era un gioco, una distrazione. Non certo una necessità. Fino a quando Mario Incisa della Rocchetta non pensa di far sul serio. È quello un vero punto di svolta per l’enologia italiana. Da li in poi si capisce che con il vino, si può fare sul serio. Anche se la Francia era partita qualche secolo prima.

Mio padre lavora li per cinque anni e costruisce insieme la cantina. Con il Marchese disegnano quello che poi sarebbe diventato il futuro dei vini. Lui ci tiene a specificare che non ha mai fatto il Sassicaia ma ne ha contribuito alle basi. È stato un visionario, giovane e all’avanguardia. Con il Marchese c’era una grande intesa. Abbiamo pacchi di lettere delle sperimentazioni e i consigli dalla potatura alle fermentazioni. 

La figura del padre di Anselmo si delinea piano piano nelle pieghe delle frasi. Carlo Guerrieri Gonzaga non deve aver avuto una vita facile. Un padre severo. Una responsabilità importante. Un percorso che non aveva immaginato ma che diventa suo. Il vino che da costrizione diventa passione. Prima primaria, poi marginale. 

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

Smette di lavorare nel vino perché non si guadagna una lira. Inizia a vendere cementi e tutti i denari li metteva in azienda. Ricordo un articolo di Bruno Vespa nei primi anni 80 su papà. Aveva scritto Salvato dal cemento. 

Il cemento serve per fare le case non per seppellire le passioni. Tantomeno gli impegni. La Tenuta San Leonardo rimane li, vicino Avio, in Trentino. La Guerra l’aveva provata e servivano soldi per risollevarla. Come quelli del cemento. Lasciare andare in malora una tenuta, non era nemmeno contemplato. 

Rimette a posto San Leonardo perché la famiglia aveva perso tanti denari durante le guerre. Le terre erano totalmente da rimettere tutte a posto. La tenuta all’inizio era molto più grande perché mio nonno morì giovane e papà si trovò a dover pagare le tasse di successione. Sono 300 ettari di tenuta con circa 30 di vigneti. Prima erano 50 ettari di vigneto molto produttivi perché vicino al fiume. 

È il 1974 quando Anselmo Guerrieri Gonzaga muore. Per comprendere le difficoltà di una famiglia, ancorché nobiliare, basta pensare alla necessità di vendere le terre per pagare la tassa di successione. Non capitava solo alle famiglie nobiliari. Meno male che l’hanno tolta questa tassa iniqua. 

Nonno viene a mancare nel 1974 e papà mantiene la parte più storica circondata da mure. Nel 78 pianta il Cabernet Sauvignon che qui mancava. Nell’82 fa una splendida vendemmia e da corpo alla sua visione di creare qui un grande taglio bordolese che qui comunque abbiamo sempre fatto. Negli anni 60 c’erano già le etichette di San Leonardo ma una volta si facevano con più uvaggi. Fermentazione di più uve contemporaneamente. Invece mio padre parcellizza tutta l’azienda. Era una cosa da visionario fatta senza poter scambiare idee con nessuno. Non c’era la visione di fare un vino internazionale importante. C’era stata il Fojaneghe di Bossi Fedrigotti, primo taglio bordolese. Messo in commercio prima del Sassicaia. Poi c’era il Castel San Michele dell’Istituto Agrario. 

La Storia recente della Tenuta San Leonardo inizia qui. Esattamente qui. Agli inizi degli anni 80. Carlo è un visionario dotato di grande gusto e raffinatezza. Il vino italiano in quegli anni inizia a pensare in grande cercando faticosamente di recuperare terreno rispetto ai cugini francesi. I Barolo Boys e i Supertuscan sono solo due esempi di un movimento che cominciava a mostrare i primi muscoli. Solo che non era come adesso. Non c’era internet. Certe cose si sapevano solo se si era molto addentro nel settore e, anche se si sapevano, dovevi andare a vederle. A capirle. A cercare di realizzarle in un contesto diverso. 

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

Nell’85 con il San Leonardo che continuava a crescere decide di chiamare Piero Antinori, suo grande amico per avere il consiglio di Giacomo Tachis, enologo esclusivo della famiglia Antinori. 

Il nostro direttore Luigino Tinelli viene mandato due settimane a San Casciano dei Bagni a studiare come si gestivano le barrique da loro mentre Tachis arriva su. 

Piero Antinori dice una bella cosa a mio padre. Te lo mando molto volentieri, non lo pagare perché è pagato già da me. Più vini importanti facciamo per l’Italia, meglio è.

Un taglio bordolese in Italia è sempre stato il modo per creare un ponte tra l’Italia e il resto del mondo. Un modo per consentire di assaggiare il terroir italiano tramite un vitigno internazionale. Oggi che il mondo sembra senza confini e all’insegna della possibilità di diffondere le informazioni in tempo reale, può sembrare una assurdità. In quegli anni però i vitigni italiani erano semi sconosciuti. Nessuno pensava all’Italia come patria di produzione di vini eccellenti. Ecco perché solo una mente lungimirante poteva strategicamente riporre in un taglio bordolese il cavallo di Troia verso l’internazionalizzazione dell’Italia enologica.  

Mio padre perfeziona il San Leonardo con Giacomo Tachis. Le proporzioni rimangono pressoché invariate. È sempre stata a maggioranza Cabernet Sauvignon e una parte di Carmenere che all’epoca chiamavano Cabernet Franc perché pensavano che fosse quello fino all’89 quando mio padre scopri, con l’aiuto di Attilio Scienza cosa realmente fosse. 

Cosa è il San Leonardo? Che vino è? È davvero così iconico. 

60% Cabernet Sauvignon, 30% Carmenere, 10% Merlot. 24 mesi di affinamento in barrique per il 70% della massa; 30% in tonneaux. Fermentazioni spontanee e tanta tanta cura.

Con il San Leonardo facciamo almeno quattro anni di affinamento. Non arriviamo sopra i 13 gradi e mezzo. Sono vini molto contesi nella ristorazione di alta gamma perché non appesantiscono ma esaltano.

San Leonardo. La Storia attraversa il vinoSan Leonardo è un vino elegante e complesso, fine e determinato, austero e avvolgente. La Storia sembra non averlo segnato ancorché porti in se tutta la tenacia di Carlo e dei suoi avi. Ogni sentore, ogni singolo tannino sembra un piccolo tassello non solo della secolare storia della tenuta ma, soprattutto, della Storia ancora da scrivere. Niente è fuori posto e ogni singolo particolare contribuisce a rendere grande questo vino. 

Se è vero che le esperienze degustative sono suggestioni, in questo San Leonardo, la Storia crea elementi di pura maestosità.

Non è un vino creato a tavolino. In esso c’è la tenacia di Carlo, la sua determinazione, la lungimiranza, la voglia di rendere grande un territorio attraverso la Storia della sua famiglia. Sì distacca completamente dai vini del Trentino per collocarsi nell’Olimpo dei Grandi del vino. Come se San Leonardo diventasse iconicamente il Trentino stesso.

Eppure le Alpi si manifestano prepotenti sia al naso insinuandosi con la sua balsamicità nella grande complessità dei sentori, sia in bocca dove la freschezza anticipa un inebriante, elegante e fine percorso gustativo. 

La bocca non può che rimanerne estasiata. Una verticale e incontaminata freschezza che si accompagna a tannini setosi, eleganti, decisi. Si allarga in bocca andando a deliziare ogni parte del cavo orale con la sua imponenza verso la quale non si può che provare una sorta di timore referenziale. Ma l’eleganza e la raffinatezza, accolgono, coccolano creando vibrazioni dell’animo. Il ritorno della frutta, ora cotta, è una pennellata di un quadro impressionista: rapida, ma indelebile. La persistenza è ovviamente lunga e armonica, dotata di un senso di nobiltà che coglie e raccoglie i sentimenti. 

L’eleganza di questo vino sta nell’essere tale da un tagliere di formaggi ad una carne importante. Ciò che conta è lo stato di grazia nel quale rimane la bocca ad ogni sorso: la forma armonica del gusto.

Il San Leonardo non è il solo taglio bordolese dell’azienda. C’è anche il Villa Gresti che non deve in nessun modo essere definito come un fratello minore. Non lo è e non lo sarà perché ha la sua fisionomia data dall’aver unito il 90% di Merlot con il 10% di Carmenere. Entrambe i vitigni trovano qui una espressione pazzesca che farebbe del Villa Gresti il top di gamma di qualsiasi azienda. I 12 mesi di barrique lo rendono rotondo e meditativo senza mai prevaricare il confine della finezza.

Già il colore granata e la trasparenza non certo accentuata, gli dona quel tono aristocratico di un vino che ha avuto si un certo invecchiamento ma che può durare ancora nel tempo.

Il naso è una esplosione di nuance. Sembra di assistere ai ricordi giovanili di un vecchio principe: una vita variegata e impetuosa fatta di sfarzo e allegria. Con quel tocco di classe che non può, anzi, non deve, mai mancare. Sono le spezie come il pepe, l’incenso, gli aghi di pino, il tabacco, il cuoio a spiccare insieme ai frutti alpini e alle ciliegie. C’è dell’erbaceo che impreziosisce rendendolo vivo, brillante, non stucchevole, fresco.

In bocca c’è il godimento meditativo che rende il Villa Gresti unico e iconico. Tutto sa di stole di sete che si intrecciano, di collant, di pizzi, di merletti, di visi incipriate, di labbra che si sfogano. Ma anche di calda meditazione, con un buon sigaro, al caldo di un camino.

L’azienda cresce tanto in notorietà fino agli anni 2000. Nel 2001 entro io. Arriva anche Carlo Ferrini che è stato un grande enologo e grande uomo di squadra. Un agronomo prima di tutto, cosa questa che ha rivoluzionato San Leonardo perché siamo ripartiti con la vigna al centro. Mio padre aveva rinnovato tantissimo con agronomi locali che non consideravano la grandissima qualità che si poteva fare. Ferrini capisce e interpreta il vigneto di San Leonardo in un miglior modo. Poi arriva anche Sinonit&Sirchper farci aiutare per il mal dell’esca. Due potatori famosi al mondo. Abbiamo fornito alle nostre manovalanze un grande salto culturale e di qualità. Sono molto appassionate e legate a noi anche da quattro, cinque generazioni. Una famiglia allargata.

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

Più di recente, nel 2015 ho voluto introdurre il biologico e biodinamico e i vini hanno dato un responso eccezionale. Siamo anche Biodiversity Friend, poi Equalitas, il massimo del riconoscimento in Italia. Si riflettono nel vino ma uno lo fa principalmente per il benessere della propria terra.

Anselmo traccia la storia di San Leonardo con il padre al centro. Un uomo al quale si deve la modernità e lo sviluppo dell’azienda e dei suoi prodotti. Ma proprio in Anselmo si cela una personalità poliedrica e forte. Solo una persona forte poteva tener testa ad uomo come Carlo che si è forgiato grazie al proprio padre intraprendendo una strada difficile e ardua. 

Ho finito l’università a 22 anni e sono andato a lavorare in Sudafrica. Volevo un pò di libertà e girare il mondo. Ho fatto il muratore, ho lavorato nei bananeti. Ho fatto mesi in giro lavorando anche in un allevamento di leoni. Mio padre mi mando in cantina a Costancia, Cape Town. Poi si ammalò gravemente e non si sapeva come sarebbe finita la malattia. Mi disse chiaro e tondo che voleva io lavorassi o per lui o per qualche altro perché  lui non mi avrebbe mantenuto. A

Avevo appena compiuto 23 anni, ero giovane e poco indipendente, così inizio a lavorare a San Leonardo. Amavo la campagna e volevo un lavoro nella natura. 

Un pò di clemenza per il figlio. Carlo probabilmente sa quanto possa essere duro andare lontano dalla propria azienda, da quella che si ritiene propria. Dalla propria terra. Ma non si esime dal pretendere che il figlio Anselmo, lavori. 

Un meraviglioso insegnamento con la speranza che Anselmo lavori a San Leonardo. Non fuori, non in luoghi dove non sia casa sua. A San Leonardo.

Quando Anselmo parla della sua terra, della storia, delle persone, gli occhi brillano di una luce speciale. Non si tratta di essere proprietari di un luogo quanto di esserne custodi. Il privilegio, l’onore e l’onere di dover tramandare nelle generazioni qualcosa che viene da lontano e andrà lontano. Il vino, i vini, sono un tramite o semplicemente un dono di questi luoghi, un modo per renderli ancora più nobile di quanto non lo siano già.

Siamo amanti dell’azienda, della tenuta, delle persone. Ci piace il nostro piccolo universo. Un mondo con riti e ritmi. L’ambiente vino è strepitoso. Mi è dispiaciuto di non aver fatto enologia o agraria. Ma non sono mai stato un bravo studente. 

Eppure, quello che sembra un idillio, per Anselmo non deve propriamente essere stato così all’inizio. Due caratteri forti che si incontrano. 

Sei mesi di pacchia e poi subito in azienda. A 23 anno sotto contratto. Siamo stati tutti educati che nella vita ci si fa il mazzo. Il problema era lavorare con mio padre. Il primo giorno arrivai in ufficio e mi disse vedi cosa puoi fare. All’epoca c’era solo una segretaria mentre ora ne abbiamo sei. Tanto per dire come è cresciuta la realtà in venti anni. Dopo un paio di anni avevo delle idee chiare ma mio padre mi ha bloccato quasi subito. Ha fatto bene.

La tradizione contro l’innovazione. Generazioni a confronto. Modi di vedere la vita diversi. Solo l’età, come il buon vino, aiuta ad affinare le idee. 

Papà ha sempre voluto mantenere lo stile dei vini intatti mentre io volevo cambiarli per adattarli al mondo più contemporaneo. Era un momento nel quale bisognava sopravvivere. Gli dissi: perché non mettiamo un pò di Teroldego nel San Leonardo per attualizzarlo e renderlo più legato al territorio? Mi guardò schifato e mi disse: sei un cretino, torna in ufficio.

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

Gli dissi che dovevamo diventare biologico e mi diede ancora del cretino anche se poi mi diede ragione e ne è diventato il più grande sostenitore anche se è qualche anno che non lavora più in azienda.

Non uno scontro anche perché Anselmo non userebbe mai questa parola. Troppo rispetto per il padre e troppo elegante nei modi. Certo, sarei voluto essere una mosca a godermi quei “confronti”. 

Anselmo però non è certo uno remissivo o che non porta avanti le sue idee.

Il Carmenere in purezza l’ho voluto fortemente io. Mi piaceva la storia e l’unicità di questo vino difficile da raccontare. Fino al 2008 il Carmenere non si poteva nemmeno citare in etichetta del San Leonardo perché è non previsto dal disciplinare. Nel 2007 imbottiglio questo Carmenere in gran segreto grazie a Luigino Tinelli, una persona speciale. 1724 bottiglie come era l’anno di fondazione. Ero un pò spregiudicato ma d’altronde un imprenditore deve andare con testa e cuore. Oltre che un pò di fortuna. Ero giovane e dopo 5 anni gli presentiamo questo magnum dicendo che lo avevamo preso in Francia, che era un vino eccezionale. Lui disse che era molto buono e che somigliava al nostro Carmenere. Papà hai ragione. Tiro via la carta e avevo utilizzato lo stesso stile di etichetta del 1800. Gli piacque e disse che potevamo venderlo.

San Leonardo. La Storia attraversa il vinoIl Carmenere è in effetti un incredibile vitigno che su queste terre trova terreno ideale. Non hanno senso confronti con il San Leonardo: due vini perfettamente complementari nella loro diversità e accomunati non solo dal terroir ma anche dagli elementi di finezza ed eleganza. È così elegante e suadente che un calice lo si può (forse lo si deve) bere in contemplazione. Dinanzi ad un camino acceso così come ad un paesaggio alpino. 

Quando lo si porta al naso è come se volesse intimorire. Avete presente quelle giornate pungenti quando il freddo è così intenso che non vogliamo uscire? Mettiamo il naso fuori e siamo intimoriti così che, qualora non costretti, ci rifugiamo in casa. Ecco, questo Carmenere si presenta con delle pungenti note erbacee. Anche le spezie sono tali. Poi però, tutto muta verso il caldo, l’avvolgente, il morbido. Una calda coperta di frutti e spezie che lasciano la scia come il profumo sensuale di una donna. Impossibile non berlo. Impossibile non lasciarsi tentare dal sorso che, quando arriva si dimostra fresco, non particolarmente ampio ma avvolgente e strutturato. Sa di perfezione quella ciliegia che si sente in bocca quasi croccante, perfettamente cesellata attorno al nocciolo. Sa di perfezione il bilanciamento con un’alternanza di sensazioni come fosse un Bolero di Ravel, un crescendo di ritmo e vigoria che porta all’eternità. Maestoso e incredibile. Lo si comprende per poi esserne stupiti. 

I bianchi li ho sviluppati io. Ho fatto un’altra società Marchesi Guerrieri Gonzaga per produrre spumanti Trento DOC. Non ci siamo mai conformati a standard o mode passeggere. Non si addice a San Leonardo. Sarebbe fuori tono e fuori luogo.

Il Riesling è il vitigno portato dal trisavolo Oddone. Chissà da quale parte dell’Europa se lo era fatto arrivare. Ho provato la bottiglia 1900 del 2021. Un Riesling che emana da subito il suo inconfondibile sentore di idrocarburi fine ed elegante. Finezza ed eleganza che attraversa tutto il percorso gustativo ed esperenziale di questo vino. Niente di ruffiano, semmai di austero. Per scovare i sentori di agrumi, erbe alpina appena tagliata, timo e salvia occorre pazienza e gentilezza. Per arrivare al mango, un pò di attesa. La freschezza alpina pervade il naso con un lieve pizzicore che sa di mattine di inizio autunno.

Non è un vino semplice perché non immediato. Va aspettato e solo quando vorrà, potrà donare sensazioni di sensuale durezza. È come chiedere la mano della propria amata al di lei padre sapendo che questo non la prenderà bene. Nessun uomo meriterebbe la figlia. Sarà austero, con il mento alto, quasi amaro. Poi, vedendo gli occhi della figlia, si scioglie.

Lo stesso per questo Riesling che in bocca appare quasi amaro come il succo di un limone verde. Poi però si spande e qualcosa di incredibile accade. Non è verticale ma neanche rotondo. Pervade la lingua e solo alla fine mostra la sua sapidità allungandone la persistenza. 

Cosa rimane in bocca? Un senso di pulizia e appagamento. Con la necessità di un nuovo sorso.

Proprio parlando di un nuovo sorso, ho lasciato per ultimo Terre, un taglio bordolese fatto da 40% Merlot, 30% Cabernet Sauvignon e 30% Carmenere con un misto di affinamento in botte grande e barrique per 18 mesi. Terre offre la possibilità di godere della meraviglia di taglio bordolese non togliendo ma aggiungendo schiettezza e verità continuando il fil rouge di finezza e raffinatezza della linea San Leonardo.

Impossibile, in questo caso, non confrontarlo con il San Leonardo. Il confronto è certamente impari ma si si vuole un vino che offre sensazioni olfattive interessanti e una vivacità gustativa, Terre è ciò che affascina e conquista.

I sentori di frutta, fiori e spezie ci sono tutti. Non un compitino ma attenta semplificazione. In bocca, mantiene la freschezza nonostante gli anni unendola ad una intrinseca rotondità. In genere si dice “giovani dentro”. Ecco, Terre è un vino giovane dentro che esprime, con quei tannini delicati, piacevole eleganza. La persistenza non può che essere lunga. Si beve e si abbina con facilità e quel finale lievemente amaricante, lo rende anche intrigante.

Il motto dell’azienda che ho scritto io ma che ho fatto firmare a mio padre, sono le parole in cui lui crede. Io le ho solamente sintetizzate. La terra è l’anima del nostro mestiere. Questo è molto San Leonardo. Io spero non cambi mai l’atmosfera di questo posto. 

Anselmo è un manager innamorato della sua terra. Una persona che crede nelle cose belle della vita e nei i valori, molti dei quali si collocano nel passato dove occorreva lavorare tanto e sodo. Però con sorriso ed entusiasmo. Un senso di famiglia che c’è ovunque a San Leonardo. Con i collaboratori che appartengono al territorio. Non serve essere particolarmente formati quando il lato umano è ciò che conta maggiormente. 

A me piace l’identità di questo luogo e questa identità la fanno le persone. Ci ho sempre creduto e spero fortemente che non cambi mai.

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

Ringrazio tutti i giorni della mia vita papà anche se ci siamo scontrati in forma anche violenta. Lui ha un carattere forte e altrettanto io. Non lo rifarei. Non lo consiglierei a nessuno. Avrei preferito mi avesse mandato sotto padrone. Non penso che andando fuori se poi avrei fatto tutto quello che sono riuscito a fare. Dal 2012 ad oggi l’abbiamo quintuplicata e nel 2012 le cose andavano male. Volevano vini barricati, di moda. C’erano delle mode più totalizzanti di oggi.

450 mila bottiglie prodotte inclusi gli spumanti Trento DOC prodotti con la Marchesi Guerrieri Gonzaga. Un salto pazzesco in tredici anni. Solo un approccio manageriale, una squadra coesa e una grande passione possono ambire a tanto

Da soli non si fa molto. Ho avuto persone che mi hanno aiutato dandomi grandi lezioni di vita. Mi rendevo conto che per mantenere tutto questo, immobiliare, il borgo, la chiesa, la cantina, i giardini, l’orto c’è necessità di attenzione e lavoro. È stata l’ansia di capire come gestire al meglio per far sopravvivere e andare avanti. Noi siamo i custodi di San Leonardo. Abbiamo l’obiettivo di tramandarla.

Cambiare qui si può ma non si deve vedere. Cambiare per adeguarsi ai tempi senza lasciarsi contagiare dalle mode. Fateci caso, ci sono cose che sono cambiate sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgessimo. 

Il cambiamento è un processo lento. Ho avuto momenti traumatici personali con mia figlia e sono cresciuto troppo in fretta con situazioni complesse da gestire umanamente. Ne ho pagato anche le conseguenze. Dieci anni fa lavoravo tantissimo. Ne abbiamo fatte di tutti i colori per sfangarla. Abbiamo fatto tanti altri vini e creato la gamma rendendo sostenibile il costo di gestione. Adesso va benissimo. Quanto il marchio sia riconosciuto e che tipo di riconoscimento le viene cucito addosso.

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

Siamo molto soddisfatti perché i nostri vini sono stimati e rispettati da tutti. Noi facciamo dei vini molto eleganti e ci sono tanti degustatori che degustano in batteria con tanti tagli bordolesi più opulenti del nostro. Non è il giusto modo di confrontarli. Finezza ed eleganza non si confrontano così.

Sarebbe troppo facile pensare che avere un titolo e una storia, una tenuta e un patrimonio siano un vero aiuto. Non sempre è stato così. Non sempre sarà così. Dipende da come gira la vita, da quando gira.

Tutte le cose possono essere un aiuto ma dipende da come le usi. Sì fa presto a criticare chi ha una storia, però se esci fuori dai canoni non hai più una identità riconducibile. Nel nostro caso gioca un grande ruolo perché noi siamo amanti e protettori della storia. Papà si è fatto il suo museo dei mezzi agricoli. Ha fatto tanto per recuperare i valori di questo posto e la sua storia. San Leonardo nasce grazie a mio padre che è stata una persona con una visione. 

Innegabile che essere nobile porta con se amicizie importanti, così da trovare aperte molte porte. Porte che però fanno presto a richiudersi. In taluni casi era anche meglio che non si aprissero.

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

Gli anni 80 erano quelli del riscatto sociale, del tutti contro tutti e soprattutto contro chi aveva un titolo perché visto come privilegiato. Si odiava chi era arrivato solo per diritto di nascita. Nobili e ricchi avevano i patrimoni, i soldi, i privilegi. Da un lato l’invidia, dall’altro la delinquenza che rubava, sequestrava, rapiva. Tanto li c’erano i soldi.

Mi sono trovato in un tempo molto più facile. Mio padre aveva più da perdere in quel tempo. 

Un tempo complicato se visto con gli occhi di oggi. Complicato ma al contempo ricco di opportunità. Occorreva crederci, buttarsi a capofitto in quello nel quale si credeva. Carlo Guerrieri Gonzaga ci ha creduto tanto e soprattutto ha creduto in un territorio che non è mai stato così blasonato se non dopo San Leonardo. 

Rappresentiamo il fiore all’occhiello dell’enologia trentina. Io penso che lui abbia sofferto tantissimo quell’epoca. Aveva creato con Attilio Scienza uno studio strepitoso per creare una doc che si chiamava Campi Sarni sullo stile della Sassicaia. Era sulla sinistra dell’Adige con le marne del ghiacciaio. Le marne finiscono al confine di San Leonardo perché nel 1835 c’è stata una frana molto grande di un conoide della montagna. Si chiamava Valpiana. Scienza disse ci fermiamo qui. Andammo a proporre la cosa con la sala gremita e per un contadino di un paesino qui vicino che era stato escluso, non si fece. Una vera miopia. 

Se si pensa a quanto giovamento abbia avuto tutta la zona di Bolgheri grazie ai vini di Incisa della Rocchetta a Tenuta San Guido, allora la miopia è tanta. 

Io ho preso l’azienda avendoci lavorato tanti anni. Le mie sorelle sono state molto gentili aiutandomi a mantenere la proprietà indivisa. Ci siamo divisi altre cose. Carinamente i miei genitori hanno fatto un lavoro doloroso ma necessario. Soprattutto quando ci sono luoghi dove tutti sono cresciuti e hanno amato. Io mi sono rinchiuso qua dentro anche quando era giovane. Sei molto isolato. Oggi è una meraviglia ma non un tempo. All’epoca mi è pesato.

Difficile non pensare al passato, impossibile non pensare al futuro. Anselmo ha una sola figlia, 15 anni, ancora piccola per pensare a come essere parte della futura storia di San Leonardo. Anche se Anselmo non lo dice, il suo destino non potrà che essere parte di questo luogo, per custodirlo ancora nel tempo. Di certo potrà scegliere la modalità con la quale farà parte di San Leonardo ma, in ogni caso, ne farà parte. 

Le piace da matti questo luogo e mi dice che vuole continuare. Non la assillo perché è un mestiere che te lo devi scegliere. Ci va tanta passione e tanto sacrificio. Io ho passato tanti di quei fine settimana da solo negli alberghi nelle varie parti del mondo sperduti aspettando il lunedì per andare a vendere. Ci aspettano poi tempi duri. San Leonardo è destinato ad avere un direttore generale capace dove mia figlia può svolgere alcuni ruoli fino a quando non raggiungerà la preparazione necessaria. Lei quello che vorrà fare lo farà bene. 

Del vino è difficile non innamorarsene. Frequento ambienti molto più danarosi e importanti ma alla fine anche gente che fattura miliardi chiedono a me come è la mia vita. La persona al tavolo più gettonata diventa il produttore di vino. Se fossi Antinori lo capirei ma io rimango sempre perplesso dell’attenzione per una aziendina come la mia. 

Quella della famiglia Guerrieri Gonzaga non è ne una aziendina ne una semplice produttrice di vino. È un pezzo di storia, una favola che ha avuto un inizio e nessuno vuole che finisca. Per continuare a raccontarla ancora. 

Ringrazio sempre mio zio ormai morto. Mi aveva regalato da ragazzino dei libri di favole con l’audiocassetta. Li avrò ascoltati mille volte l’uno. Mi hanno profondamente arricchito aiutandomi a raccontare storie. Devi saper raccontare la storia. 

Grazie Anselmo. Grazie a te, grazie a tuo padre, grazie alla tua famiglia. Grazie per essere custodi di un pezzo della nostra Storia. Una storia che, prima marginalmente, poi sempre di più, attraversa il vino e continuerà ad attraversarlo negli anni a venire.
Grazie davvero.

 

 

Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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